Cose cristiane, Pillole di Storia

Cerimoniale vaticano for dummies (AKA: perché Melania Trump ha incontrato il Papa vestita come una beghina in lutto?)

Confesso che la cosa mi ha presa di sprovvista. Non mi aspettavo che l’outfit di Melania Trump per la sua visita in Vaticano destasse nel web così tanta curiosità – se non altro, perché, di VIP, il Papa ne riceve spesso, e non è mica la prima volta che vediamo foto di un’udienza privata.
Eppure, la First Lady è pur sempre la First Lady, e la visita di Melania a Papa Francesco ha evidentemente destato molta curiosità.

Velo Melania Trump
Il velo muliebre di Melania in visita a Papa Francesco

A vantaggio di chi non ha la più pallida idea di come funzioni il cerimoniale vaticano (…e, auspicabilmente, anche a vantaggio di chi un’idea ce l’ha, ma è curioso di approfondire la storia del perché e del percome), ecco dunque un piccolo vademecum di vaticanerie for dummies (AKA: perché Melania s’è conciata come per un funerale di inizio secolo?).

Appunto! Perché??

Ma pora stella: il suo look ha stupito molti, ma lei si è limitata a seguire il cerimoniale diplomatico. Copiando testualmente dagli Appunti per un approccio sistematico al Cerimoniale Vaticano curati da Giuseppe Damiano Iannizzotto dell’Associazione Nazionale Cerimonialisti Enti Pubblici,

in occasione di Visite di Stato al Sommo Pontefice, per gli uomini è prescritto il frac con gilet nero e decorazioni (quelle pontificie precedono le nazionali) mentre alle donne si richiede abito lungo nero, velo e guanti pure neri; sono ammesse le decorazioni ma nessun gioiello, salvo le perle.
In occasione di Visite ufficiali gli uomini indossano un abito scuro con decorazioni e le donne un abito corto nero con decorazioni ma senza gioielli salvo le perle.

Hillary Clinton velo Papa Wojtyla
Anche Hillary, accompagnando suo marito a una visita ufficiale in Vaticano, ha indossato un velo nero da protocollo. Correva l’anno 1994…

Prendo atto. Però non ha senso! Che è ‘sta fissa del nero? Perché costringere le donne a vestirsi praticamente a lutto?

Mah. Io direi: per la stessa ragione per cui le signore invitate a un matrimonio sono “costrette” a evitare abiti lunghi di colore bianco.

Sulle origini della consuetudine per cui le donne devono vestire in nero quando incontrano il Papa, in questi ultimi giorni ho letto la qualunque. Online si dice che la richiesta viene fatta affinché le donne vestano da penitenti, o perché la Chiesa impone abiti dimessi alla donna tentatrice. Ho letto addirittura che il nero è una ‘punizione’ per la colpa di Eva e di tutte le sue figlie (???)… ma, no, non è vero niente di questo.

La spiegazione è molto più pragmatica: avete presente gli abiti lussuosi di Kate Middleton quando partecipa a una festa in pompa magna? Ecco: calcolate che la sua eleganza è solo l’eco lontana degli sfarzi con cui le regine (e le dame in generale) si agghindavano per partecipare a eventi ufficiali, fino a qualche decennio fa.

Ora: il Papa, poveraccio, è in una situazione singolarissima. Ogni re che si rispetti ha una regina consorte, bellissima e affascinate nei suoi diademi splendenti per le serate di grande gala. Ha vestiti di lusso, ha una delegazione diplomatica di cortigiani pluridecorati, ha ricchezze di ogni tipo, e non ha remore a mostrarle.
Il Papa, povero cristiano, ha e ha sempre avuto ben poca mercanzia. Non ha una “papessa consorte”, i suoi cortigiani sono attempati ometti in abito talare… immaginatevi la Principessa Sissi col suo abito più sontuoso che viene a fare visita a ‘sta combriccola di vecchietti.

Una delle regole base della diplomazia è sempre stata: nel caso di visite ufficiali, il “padrone di casa” deve sempre avere il posto di rilievo (e ci mancherebbe!).
Se il tuo capo di Stato è un tizio che non ha mogli, non ha figlie, non ha gioielli al di fuori di quelli per uso liturgico, e non può nemmeno fare uno sfoggio di ricchezze fine a se stesso… allora, forse forse, la scelta più agevole per i diplomatici è imporre a tutti gli ospiti un dress code di colore scuro.
Così almeno il Papa risalta, perché è l’unico col vestito chiaro.
Per dire.
Sempre meglio di niente.

Nobel svezia
La famiglia reale di Svezia, in gran spolvero per la consegna dei premi nobel nel 2016. Capite bene che signore agghindate così finirebbero inevitabilmente per far passare in secondo piano qualunque prete…

Molto prosaicamente, la vera motivazione dietro al little black dress imposto d’ufficio sembra essere proprio questa. Una antica norma vecchia di secoli, che poi è diventata standard ed è stata portata avanti per tradizione. Ma non c’era nessun sottotesto particolarmente misogino, dietro.

Come no! E il velo? A ‘sto punto infiliamo le donne dentro ad un burqa e facciamo prima!

Aehm: io ho un cassetto pieno di veli, e “misogino” è l’ultimo aggettivo con cui li definirei.

Amal Vaticano
Per il suo incontro con papa Francesco nel maggio 2016, Amal Clooney ha optato per un (appropriato) cappello nero, che evidentemente preferiva al velo tradizionale. Look impeccabile anche così!

Che le donne si presentino sempre a capo coperto quando si trovano in un contesto “sacro”, è una norma antichissima, per i Cattolici. Chiedete a una qualsiasi delle vostre nonne: anche lei vi confermerà che, fino al Concilio Vaticano II, le donne dovevano indossare un cappello (o un velo, o un foulard) anche solo per entrare in chiesa.
È una tradizione antica, che deriverebbe addirittura dai tempi di san Lino, eletto papa dopo la morte di san Pietro. Il generale cambiamento di costumi, e le innovazioni introdotte dal Concilio Vaticano II, hanno senz’altro reso meno popolare questa consuetudine (che in compenso resta viva – e anzi sta avendo un grosso revival negli ultimi anni – in tante aree del mondo, come ad esempio gli USA).

Anche lì: è tradizione.
E non è manco una tradizione brutta o svilente per l’ospite femminile, secondo me (sarà che io sono una fan dei veli… ma avete idea di quanto possa essere bello, un bel velo da Messa?!)

Fatto sta che tutti questi vincoli la Santa Sede li impone solo alle donne. I maschi possono vestirsi normale.

Più che altro, è la moda maschile che non concede particolari guizzi di fantasia quando si tratta di mettersi in tiro per un’occasione di gala. Giacca e cravatta, quello è. Il cerimoniale vaticano impone anche agli uomini il colore nero in tinta unita… ma – ovviamente – un completo nero, su un uomo, dà meno nell’occhio.

…c’è anche un’altra cosa, però, da considerare. All’epoca in cui nasce il cerimoniale diplomatico, tutti i capi di Stato (cioè, tutti i personaggi che potevano ragionevolmente ambire a un’udienza privata col Santo Padre) avevano alle loro spalle una carriera militare. Tutti: re, principi, politici – chiunque aveva prestato servizio nell’esercito, almeno per un po’.
Ed era consuetudine che, in caso di eventi ufficiali, l’uomo si vestisse in alta uniforme sfoggiando con orgoglio onorificenze e gradi raggiunti.

La divisa militare, quella è: non è che puoi cambiarla.
Ecco dunque la necessità di regolamentare soprattutto l’abbigliamento femminile: perché le dame sono (anzi: erano) le uniche a non essere legate al rigore di un’uniforme.

Giovanni Paolo I Famiglia Lussemburgo
Il Granduca e la Granduchessa del Lussemburgo, due dei pochi ospiti che Papa Giovanni Paolo I ebbe il tempo di accogliere durante il suo breve pontificato. Il Granduca, come da tradizione, sfoggia orgogliosamente la sua uniforme.

E perché alcune donne si presentano al Papa vestite di bianco?

È il cosiddetto “privilegio del bianco”, una intrigante deroga alla normativa che vuole le signore vestite di nero per non “oscurare” il Papa con la loro eleganza.
Ebbene: le regine delle grandi monarchie cattoliche (quindi, Spagna, Belgio e Lussemburgo), le principesse di Casa Savoia e l’attuale principessa consorte del Principato di Monaco hanno il permesso di indossare abito e velo bianco, quando si trovano al cospetto al Papa.

È una possibilità che viene loro concessa negli anni della Controriforma, per premiare quelle case regnanti che erano rimaste fedeli al Papato.
E, per quanto la materia sia evidentemente futile, credetemi: non è cosa da poco.

Che un capo di Stato accetti di far entrare in casa sua, in visita ufficiale, una tizia che sta sostanzialmente indossando un vestito da sposa, non è poco affatto. Vuol dire mettersi implicitamente in secondo piano, consentendo che tutti gli occhi siano puntati sulla bellissima dama che, inevitabilmente, ti ruberà la scena.

La materia è futile, ma il gesto è significativo!

Privilegio del Bianco Savoia
La regina Elena e la principessa Maria Josè di Savoia si avvalgono del privilegio del bianco, durante una visita ufficiale a Pio XII. E poi non ditemi che i loro abiti non davano nell’occhio…

Che schifo, però, la foto di sopra, con la principessa costretta a baciare la mano del Papa! E che è?

Mette Maritte
Mette Maritte, moglie dell’erede al trono di Norvegia, si inchina davanti alla regina Elisabetta, nel corso di una visita ufficiale

Sembrerà una questione di lana caprina, ma tecnicamente non si bacia la mano del Papa; si bacia l’anello del pescatore che il Papa porta al dito. Allo stesso modo, nell’incontrare un vescovo, si bacia il suo anello vescovile, e non la mano in sé.
È un modo simbolico per onorare il ruolo del personaggio, più che la sua persona (in maniera non dissimile dal modo in cui altri cerimoniali esteri prevedono che ci si inchini di fronte a un monarca).

Sembrerà una questione di lana caprina, dicevo, ma a ben vedere non lo è: la liturgia cattolica (e non il cerimoniale diplomatico di Città del Vaticano) prevede, effettivamente, delle circostanze in cui il fedele bacia le mani del sacerdote in quanto tale (ad esempio, dopo la prima Messa di un novello sacerdote, a sottolineare che quelle due mani adesso hanno il “potere” di “portare” Cristo in terra al momento della consacrazione eucaristica).

Se il cerimoniale vaticano volesse costringere a onorare il Papa come leader religioso, avrebbe relativamente aggio al richiedere il bacio della mano in sé e per sé. Che si chieda invece all’ospite di baciare l’anello del pescatore, cioè il simbolo del potere, ha tutt’altra valenza.

Mh. E a parte l’anello del pescatore, il Papa ce l’ha, un dress code per le visite ufficiali?

In teoria, il cerimoniale prevede che il Santo Padre riceva gli ospiti indossando l’abito corale (cioè: veste bianca, sopravveste di pizzo, mantellina rossa, stola, scarpe rosse, zucchetto bianco e croce pontificale). Papa Francesco, non amante di questi orpelli, finora ha sempre preferito indossare la normale veste talare che è diventata un po’ la sua “divisa” per tutte le azioni non liturgiche.

Charlene Papa Ratzinger
La principessa Charlene di Monaco sfrutta il privilegio del bianco (e indossa un velo che mi pare proprio identico a uno che io, N.d.R.) nel corso di una visita ufficiale a Papa Ratzinger. Benedetto XVI, dal canto suo, si attiene scrupolosamente al cerimoniale vaticano per quanto riguarda la scelta del suo abbigliamento.

Per pura curiosità: l’abito corale come quello che vedete sopra addosso a Papa Ratzinger si impone come “abito pubblico” solo a partire dal ‘400. Fino ad allora, in tutte le occasioni solenni, il Papa indossava un delizioso completino rispolverato da Sorrentino per la serie The Young Pope. Nella celebre scena in cui Papa Lenny riceve in udienza il Primo Ministro, lo vediamo indossare l’antico “manto papale” – lunghissimo, con strascico, e riccamente decorato.
L’ultimo papa ad utilizzarlo fu Paolo VI… e (curiosità!) non è mai stato formalmente abolito. In teoria, un Papa potrebbe ancor oggi decidere di conciarsi così per ricevere in udienza un suo ospite!

Young Pope
Niente di meglio di un buon manto papale per intimorire un ospite sgradito (scena da “The Young Pope”)

Ma Papa Francesco non ha cambiato il cerimoniale?

No. Che io sappia, formalmente non ha cambiato niente, nel senso che rimangono in vigore tutte le regole di cui sopra: signore in nero e a capo coperto, Papa con abito corale, privilegio del bianco per poche signore al mondo, e così via dicendo.

Se il protocollo rimane quello di sempre, personalmente ritengo che la Segreteria di Stato comunichi ai vari ospiti che Papa Francesco non ha particolarmente a cuore il rispetto rigido di queste regole. In caso contrario, non mi spiego vistosi “scivoloni” diplomatici da parte di personaggi che, in udienza ufficiale, infrangono apertamente il protocollo, pur essendo stati ligi alle regole in tutte le visite ufficiali effettuate ai tempi di Ratzinger e Wojtyla.

Carlo Camilla Papa Collage
La Duchessa di Cornovaglia, in abito nero con velo nero durante una visita ufficiale a Papa Benedetto XVI, e a capo scoperto in un abito praticamente bianco durante una visita ufficiale a Papa Francesco: in assenza di un ok da parte del Vaticano, sarebbe una mancanza di rispetto talmente grave che non riesco neanche a immaginare uno scenario in cui la famiglia reale inglese avrebbe potuto concepirla!

L’unica vera modifica al cerimoniale vaticano, voluta e apportata da Papa Francesco, riguarda il trattamento da riservare a tutti quegli ospiti che si presentano in visita ufficiali accompagnati da un partner a cui sono legati da un’unione irregolare (per i canoni della Chiesa Cattolica).
Fino a pochi anni fa, chi – professando fede cattolica – richiedeva un’udienza privata, e in questa udienza si faceva accompagnare dalla [convivente / moglie di secondo letto / partner omosessuale] poteva senz’altro presentare la sua dolce metà al Santo Padre… ma nulla più. Il partner “irregolare” non poteva apparire nelle foto ufficiali, e non assisteva nemmeno all’udienza privata (veniva fatto accomodare in un’altra stanza, e solo successivamente, a margine, incontrava il Papa).

Come spiega questo articolo,

si trattava – è bene chiarire – di un protocollo valevole solo per i capi di Stato che si professavano cattolici. […] La ragione profonda per cui un Capo di Stato cattolico non poteva essere accompagnato dal coniuge se in situazione canonicamente irregolare risiede nel fatto che il Papa […] non poteva approvare surrettiziamente una situazione matrimoniale irregolare riconoscendola, seppur in maniera indiretta, durante una visita ufficiale.

Era insomma una sorta di catechesi indiretta che passava attraverso simboli e gesti, e che papa Francesco ha reputato troppo tranchant e troppo poco misercordiosa. In questo caso – e solo in questo – papa Francesco ha effettivamente ordinato che il cerimoniale fosse cambiato. E così, pochi mesi fa, Papa Francesco ha accolto per la prima volta il presidente argentino Mauricio Macrì assieme alla sua terza moglie.

Papa Macri terza moglie
Il presidente Macrì incontra Papa Francesco in compagnia della sua terza moglie (febbraio 2016)

…che peraltro indossava un bellissimo velo nero e un abitino comme il fault.
Proprio come da protocollo!

Lifestyle cristiano

Cinque consigli per un guardaroba più etico, per sentirsi meno in colpa quando si va a far shopping

Non aspettavo tanti commenti e tanto interesse per il mio ultimo pezzo incentrato sulla moda etica!
Yey! Bello sapere che il tema vi sta a cuore!

Quello che invece certamente immaginavo, dopo aver pigiato il tasto “Pubblica”, è che sarei stata sommersa di giuste domande tipo: ok, bellissimo… ma concretamente dove compri i tuoi vestiti?
Premesso che io sono una “convertita” molto recente, e peraltro di moralità non integerrima (leggasi: il mio guardaroba è ben lungi dal potersi dire 100% etico), ecco le strategie che sto adottando ultimamente, quando voglio fare shopping… sentendomi a posto con la coscienza. 

1) Puntare dritto all’obiettivo, e comprare nella filiera del commercio equo e solidale

Sia messo agli atti che io amo, amo, amo la linea di moda etica Auteurs du Monde, creata da Marina Spadafora per Altromercato, la più grande organizzazione italiana nel campo del commercio equo e solidale.
Amo amo amo gli abiti di Auteurs du Monde, non solo perché sono obiettivamente molto bellini ma anche perché è facile trovarli in un negozio fisico: sono in vendita in tutte le botteghe Altromercato, presenti in numerosissime città d’Italia. Per chi vuole farsi un’idea di cos’è Auteurs du Monde, qui trovate il catalogo online… e anche un mezzo e-shop. “Mezzo” perché non tutti i capi di abbigliamento sono in vendita tramite Internet , ahinoi (però, potete sbizzarrirvi facendo shopping di accessori e bijoux).
Come tutte le case di moda, Auteurs du Monde ha una collezione primavera/estate ed una autunno/inverno (solo per donna), e secondo me merita davvero di esser presa in considerazione. Mal che vada, se entrate in negozio e non trovate niente che vi ispira, potete sempre salvarvi dall’imbarazzo comprando una barretta di cioccolato solidale (buonissimo!)

Altri marchi che si ispirano apertamente al commercio equo e solidale e che potrebbero forse interessarvi: i jeans Par.co, confezionati in provincia di Bergamo con cotone 100% biologico; i giubbotti e le felpe di Quagga, azienda italiana molto attenta all’etica e all’ecologia. Sia Par.co che Quagga hanno un e-shop; invece, sono e-shop Trame di Storie e Altramoda, due negozi online con vasto assortimento (di ogni prezzo) per uomo/donna/bambino. Il primo è più attento all’etica umana; il secondo calca la mano sulla questione ambientale… fatto sta che nessuno dei due alimenta lo schiavismo.

2) Comprare un po’ di meno, ma comprare nel posto giusto

Sono tra le più entusiaste fan del commercio equo e solidale, ma non è che il fair trade sia l’unica strada per trovare capi d’abbigliamento prodotti con un minimo di rispetto umano.
Possibili alternative: il Made in Italy, per cominciare con un po’ di sano campanilismo. Sappiamo fin troppo bene che, in certi casi, dietro a un’etichetta “Made in Italy” si celano lavorazioni svoltesi chissà dove e in chissà da chi… ma diciamo che con le aziende piccine, con i laboratori artigianali, con le piccole realtà locali, dovremmo andare abbastanza sul sicuro. Hopefully.
Anche le bancarelle dei mercatini, le vendite di lavori missionari che ogni tanto vengono proposte dalle parrocchie, i piccoli e-shop di sartine su Etsy dovrebbero essere garanzia di un lavoro equamente retribuito.

Se parliamo invece di brand “normali” (nel senso che hanno una politica aziendale “normale”, vengono venduti in negozi “normali”, etc), dovremmo tenere sempre sott’occhio l’elenco dei marchi che hanno aderito alla Fair Wear Foundation, impegnandosi a garantire condizioni di lavoro dignitose per tutti gli operatori coinvolti nella produzione dei capi.

N.B. Giacché la Fair Wear Foundation è un ente internazionale, non tutti i brand che vi aderiscono commerciano anche in Italia. Alcuni sì, però. Cercate (magari spulciando i siti Internet dei singoli marchi), e troverete!
N.B. numero 2. Giacché la Fair Wear Foundation è un ente internazionale, monitora le condizioni dei lavoratori di diversi Paesi, Italia inclusa. Ha un nonsocché di tragicomico leggere il report per cui gli Italiani se la passano indubbiamente meglio rispetto agli schiavi bengalesi… purtuttavia, questa faccenda del precariato sta diventando un “growing issue”.

3) Comprare il meno peggio, e/o premiare le iniziative lodevoli dei grandi brand

Possono davvero il mondo della fast fashion e del low cost conciliarsi con un sistema produttivo equo e sostenibile?
Personalmente ne dubito, anche perché se il tuo modo di catturare clienti è creare ogni anno cinquantadue micro-collezioni con prodotti venduti a prezzi stracciato… beh… qualcuno che lavora come un pazzo, a monte, non può non esserci.
Però, nel corso degli ultimi anni, alcuni dei grandi marchi hanno cominciato a interessarsi al tema. Che sia una reale convinzione, una strategia di PR, un modo per ottemperare a regole più rigide entrate in vigore in certi Stati europei, poco importa. O meglio: importa sì; ma forse, nell’immediato, è ancor più importante incoraggiare queste iniziative, se non altro per dimostrare ai big che c’è una fascia di mercato a cui davvero stanno a cuore queste problematiche.

H&M è ancora molto lontana dal garantire ai suoi operatori condizioni di lavoro umane e ben retribuite, ma forse proprio per questo la sua linea “Conscious” andrebbe sostenuta anche con i nostri acquisti.
GAP (con i suoi sottomarchi Old Navy, Piperline, Athleta e Banana Republic) è stata insignita nel 2015 del titolo di “World’s Most Ethical Company”. Anche in questo caso: siamo lontani da una produzione etica al 100%, ma sicuramente l’azienda meno peggio di altre.
Nel Regno Unito, poco prima di diventare primo ministro, Theresa May aveva fatto diventare legge un Modern Slavery Act che, tra le altre cose, costringe le compagnie a rendere pubbliche le loro politiche aziendali riguardo l’esternalizzazione dei processi produttivi. Implicitamente, la legge incoraggia le imprese a stabilire codici di condotta sulla tutela dei lavoratori da far sottoscrivere a tutti i sub-fornitori coinvolti nel processo. E, se non altro, questo ha portato a una maggiore trasparenza sulla filiera di produzione dei grandi marchi britannici.
Se avete in progetto una vacanza in Inghilterra (o se potete ammortizzare le spese di spedizione facendo un mega-ordine), potrebbe interessarvi sapere che Marks & Spencer ha preso posizioni apprezzabilmente rigide, su questi punti.
Ancor meglio ha fatto ASOS, che, oltre a rendere più trasparenti le sue politiche aziendali in generale, ha lanciato una linea di abbigliamento equo e solidale Made in Kenya.
Buone notizie per le amanti degli accessori (e per le mamme che abbisognano di vestiti da cerimonia per i loro bimbi): anche l’inglese Accessorize (con annessa linea abiti Monsoon) ha preso una posizione piuttosto forte in questo senso.
Last but not least: J. Crew, non esattamente a buon mercato (e disponibile in Italia solo su Zalando, a quanto so io). Anche in questo caso: siamo ancora molto lontani da una filiera etica al 100%, ma anche questa ditta è da apprezzare per l’impegno che ci mette.

4) Non sottovalutare i mercatini dell’usato!

Effettivamente, io posseggo una blusa di J. Crew. Non l’ho comprata su Zalando né men che meno in un negozio fisico: l’ho pagata la bellezza di 2 euro a un mercatino dell’usato.

Qui in Italia c’è un certo pregiudizio (non esito a chiamarlo tale) sul mercato dei vestiti di seconda mano. E parlo di “pregiudizio” perché non è mica tanto normale che noi Italiani siamo lì con la puzza sotto al naso a brontolare “noooo, gli scarti degli altri nooo!”, mentre in Inghilterra (per dirne una) i charity shop sono presi d’assalto da signore di ogni ceto sociale, ivi compresa Kate Middleton la futura regina consorte.
Non voglio fare la morale a nessuno, ma penso che noi Italiani dovremmo davvero abbandonare questa spocchia nostrana secondo cui i vestiti di seconda mano sono solo una roba per accattoni. Peraltro, io vedo il second hand come una scelta etica, perché
1) ti permette di comprare abiti “sostenibili” che, a prezzo pieno, potrebbero essere al di fuori della tua portata;
2) indipendentemente dal brand che stai acquistando, ti permette comunque di dare nuova vita ad abiti che, diversamente, sarebbero destinati al macero (aumentando il problema ambientale, rendendo ancor più inutile il lavoro dei poveri sarti bengalesi sottopagati, e alimentando ulteriormente il mercato malato della moda usa-e-getta). Insomma: una scelta di acquisto alternativa, per salvare il salvabile di un sistema malato che considera “scarti” dei capi di abbigliamento ancora perfettamente utilizzabili.

Vi fa schifo mettervi a frugare nei cumuli di “abiti usati 5 euro al pezzo” che si trovano pressoché in ogni mercato? A me no, ma posso capire, e allora vi consiglio qualche realtà che offre un primo impatto un po’ più chic.
Humana (quella dei contenitori gialli lungo la strada che raccolgono abbigliamento usato) seleziona i capi migliori per rifornire negozi a tutti gli effetti, che si dividono in “Humana Second Hand” (per tutti i gusti e per tutte le tasche) e “Humana Vintage” (con capi più raffinati, anni ’60 – ’80). Io ho visitato il negozio “Humana Vintage” di Roma, e posso assicurarvi che i capi messi in vendita erano in condizioni perfette, e proposti in un ambiente più che accattivante.
Mani Tese è una ONG  con iniziative a favore del Sud del Mondo che da sempre si sostiene con mercatini dell’usato, organizzati dalle varie sede locali che trovate sul suo sito Internet. Le comunità Emmaus dell’Abbé Pierre possono piacere o non piacere, ma anche loro propongono mercatini solidali in cui possono trovare meraviglie.
La lista è necessariamente incompleta, perché sicuramente anche nella vostra città ci sono mercatini benefici con prodotti di seconda mano gestiti da realtà locali che io non conosco. Vi dico solo di darci una chance e di non arrendervi al primo eventuale insuccesso, perché anche a me è capitato talvolta di imbattermi in roba zozza infeltrita e lisa… così come mi è capitato di fare ottimi acquisti, che ho poi sfoggiato in ogni contesto.

Sul versante delle vendite online, so che esistono diversi siti dedicati alla vendita (o allo scambio) di vestiti usati, ma non ne ho mai provato nessuno. Una menzione speciale però la riservo a l’Armadio Verde, che permette di acquistare/scambiare vestiti per bambini (fino ai 16 anni) a costo decisamente ridotto. Per qualche misteriosa ragione, Zuckemberg ha deciso che è una buona idea impestarmi la home di Facebook con continui banner pubblicitari di questo sito. Chiamiamolo, se volete, un segno del destino: è stato così che ho scoperto questo e-shop, assieme alle recensioni di centinaia di genitori entusiasti che ne decantano le lodi. Passaparola a tutti gli interessati.

5) Mai cestinare un vestito a cuor leggero

Sembra una banalità, ma quante di noi buttano via una maglietta non appena si slabbra, invece di tentare di recuperarla in qualche modo?
Se la maglietta l’hai pagata 5 euro, posso capire l’impulso di cestinarla e tanti saluti; però, dovremmo davvero recuperare la parsimonia delle nostre nonne, che rammendavano, rappezzavano, riutilizzavano, riadattavano…
Un vestito il cui corpetto ha cominciato a starti stretto, può facilmente essere trasformato in gonna. Un paio di pantaloni strappati sulle ginocchia dopo una caduta possono diventare un paio di deliziosi shorts estivi. Una T-Shirt rovinata può essere riciclata come canottiera, d’inverno, sotto i vestiti. Una blusa che non ti calza più a pennello dopo che hai preso quei due chili in più, si può allargare con due spacchetti laterali in maniera tale che non ti segni i fianchi.
Per chi non è in grado di fare da solo questi lavoretti, segnalo che i sarti costano molto meno di quanto comunemente si creda, e per piccole riparazioni di questo tipo chiedono una manciata di euro e poco più. Se non conoscete direttamente un sarto, provate a chiedere recapiti in merceria o in tintoria: in genere, hanno collaboratori di fiducia da cui indirizzarvi.

Se poi avete un po’ più di manualità (e/o sognate di averla), potete sempre prendere in mano ago e filo (…e, possibilmente, una macchina da cucire che sia decente) e darvi alla produzione propria. Per chi vuole imparare a cucire (o a lavorare a maglia, o all’uncinetto…) esistono un sacco di supporti in ogni edicola. Io segnalo, per i neofiti, un bel libretto intitolato La gonna che visse due volte: in questo caso, lo scopo è rinnovare il guardaroba dando nuova verve a quella maglietta messa e rimessa che ormai sta cominciando a stufarci… ma che non merita certo di essere buttata solo per questa ragione! Insomma: piccoli lavoretti per modifiche di poco conto, ma stimolanti. Un ottimo modo per cominciare a familiarizzare con ago e filo!

***

Che dite: qualcuna di queste dritte vi ispira? Se sì, non mancate di farmi conoscere gli esiti del vostro prossimo shopping!
E, soprattutto, non mancate di farmi conoscere altri siti, altri marchi, altre soluzioni a cui non ho pensato. Come vedete, non è sempre facile costituire un guardaroba a prova di… dottrina sociale della Chiesa – però, non è neanche così difficile come può sembrare!

Lifestyle cristiano, Personale

Moda etica e Fashion Revolution – perché non basta che una gonna sia al ginocchio per farmela dire pienamente “cristiana”

true-cost locandinaNon so che cosa mi aspettassi esattamente. Non sono mai stata così ingenua da pensare che i miei vestiti low-cost a 10 euro il pezzo fossero confezionati da operose sartine indiane appena diplomate alla scuola di modisteria, orgogliose e liete di poter finalmente mettere i loro talenti a disposizione della fashion industry internazionale.
Che dietro al mondo della moda ci fossero sfruttamento, e lavoro minorile, e retribuzioni salariali al limite della povertà, lo sapevo da tempo come lo sanno tutti: grazie tante.
Quindi in effetti non saprei ben spiegare perché io abbia ricevuto un tale pugno nello stomaco dalla visione di The True Cost, un bel documentario di Andrew Morgan che indaga il “vero costo” (umano, morale, sanitario…) di quei vestitini tanto bellini che affollano i nostri armadi.

Mi sono imbattuta in The True Cost qualche tempo fa, e in realtà so benissimo perché la sua visione mi abbia colpita così tanto. Era il periodo in cui stavo progettando il “nuovo corso” del mio blog, e, tra le idee che mi ronzavano per la testa, c’era anche quella di dedicare un po’ più di spazio al tema della “modest fashion”. Ma (ammesso e non concesso che si possa parlare di “regole di abbigliamento per cattolici”), la visione di The True Cost mi ha posto una domanda molto prepotente: ma la “cristianità” di un guardaroba si misura solo in centimetri di pelle scoperta, o magari bisognerebbe anche tenere in conto i bambini sottopagati che muoiono di cancro per confezionarmi la gonna?
È stato un salutare pugno nello stomaco. Ed è stata la ragione per cui, da quel giorno, ho cominciato a interessarmi alla “moda etica”.

***

I vestiti nuovi del consumatoreNon sono un’esperta di industria tessile, né tantomeno di finanza internazionale. I miei bignamini per addentrarmi in questo mondo misterioso sono stati il summenzionato documentario The True Cost (che trovate comodamente in catalogo se siete abbonati a Netflix) e il libretto I vestiti nuovi del Consumatore. Guida ai vestiti solidali, biologici, recuperati: per conciliare estetica ed etica nel proprio guardaroba (Deborah Lucchetti, edizioni Altreconomia).
È ovvio che, non essendo in grado di dare un apporto personale a queste indagini, mi limiterò a un pedestre “relata refero”… riferendo però alcuni dati oggettivi, che, non so a voi, ma a me hanno fatto riflettere.

***

Tutto comincia, a quanto pare, il 1° gennaio 2005.
In quella data, decade la validità del cosiddetto “Accordo Multifibre”, che, a partire dal 1974, regolava gli scambi del tessile secondo un sistema di quote assegnate a ciascun Paese. L’effetto più evidente di questa regolamentazione era imporre restrizioni alla quantità di prodotti che i Paesi in via di sviluppo potevano esportare verso l’Occidente.
Ora, io non so se questo Accordo Multifibre fosse un bene o male per l’economia. L’ho già detto: di ‘ste cose non ci capisco niente; se i big del mondo hanno deciso di abolirlo, probabilmente avevano pure le loro ragioni. Fatto sta che, nel 1994, un General Agreement on Tariffs and Trade decide per l’appunto di eliminare tutte le restrizioni preesistenti, portando, nell’arco di dieci anni, a una completa liberalizzazione del settore (e a un’invasione di magliette Made in China).

È una felice coincidenza e nulla più, ma nel 2005 io ero al liceo, avevo da poco stretto amicizia con un paio di compagne di classe, e nei dintorni della nostra scuola stavano aprendo quei grandi store di moda low-cost che prima non c’erano dalle nostre parti (…o, se c’erano, io, bambina, non li conoscevo).
Ricordo quei primi giri di shopping come una esperienza nuova ed elettrizzante: comprare vestiti con le mie amiche, e non con mia mamma, mi faceva sentire improvvisamente molto “adulta”. Inoltre, era piuttosto galvanizzante scoprire di avere un potere di acquisto molto più alto rispetto al solito: facendo il confronto coi prezzi dei negozi di quartiere, in cui avevo sempre fatto shopping fino a quel momento, Zara la vinceva su tutta la linea.

Le “prime volte” dell’adolescenza sembrano sempre sconvolgimenti epocali… ma, col senno di poi, questo lo era davvero.
Nel preciso momento in cui cadono le limitazioni preesistenti, il mondo della moda – giustamente – si adegua alle nuove normative. La legislazione appena entrata in vigore permette ai grandi brand di tagliare i costi, cosicché si sviluppa vertiginosamente il mondo della moda low-cost: quello dei vestitini che costano poco, non durano molto, ma intanto ti permettono di avere un guardaroba che lèvate.
Contestualmente, si sviluppa anche il mondo della fast fashion, cioè la moda dell’ultimo minuto che ti permette di seguire i trend del momento. Se, fino a qualche anno fa, tutti i grandi marchi della moda avevano una collezione “primavera estate”, una “autunno inverno”, e mai si sarebbero sognati di svilupparne altre cinquanta intermedie, adesso il trend è completamente cambiato. Se Kate Middleton ci incanta un martedì mattina con un look fuori dal comune, potete star certi che – tempo due o tre settimane – le vetrine delle grandi catene pulluleranno di vestiti che si ispirano apertamente all’Abito del Momento. È la sirena della fast fashion, che, da un lato, incanta il consumatore permettendogli di avere esattamente ciò che vuole quando lo vuole; dall’altro, lo incatena spingendolo a fare shopping regolarmente (“ma questo vestito bellissimo che c’è in vetrina, non ce lo avevano la settimana scorsa!”) e a comprare istantaneamente tutto ciò che gli piace (“fantastica, ‘sta maglietta! La compro immediatamente, perché settimana prossima non la trovo più!”).

Ora.
Effettivamente, dovrebbe essere piuttosto evidente a tutti che se il brand X, nell’arco di due settimane, riesce a ideare, disegnare, commissionare, tagliare, confezionare, importare e mettere in esposizione su un manichino un vestitino proprio come lo vuoi tu (perdipiù venduto a prezzo stracciato, e neanche poi tanto malaccio quanto a qualità)… beh: o il brand X lavora nel Paese del Bengodi, o sta succedendo qualcosa di poco chiaro.

Il “qualcosa di poco chiaro” è in realtà di una semplicità lampante, se solo ci si pensa sopra. Nel momento esatto in cui sono caduti i limiti alle quote di import-export tra Stati, i grandi marchi della moda hanno delocalizzato tutto il delocalizzabile. Come spiega Deborah Lucchetti,

tutte le funzioni ad alto valore aggiunto come ideazione, ricerca & sviluppo, marketing e distribuzione sono [rimaste] nelle mani dei grandi gruppi internazionali, mentre le funzioni ad alta intensità di manodopera e basso valore aggiunto sono esternalizzate a fornitori e sub-fornitori, che possono offrire eserciti flessibili di lavoratori a basso prezzo insieme a facilitazioni fiscali e ambientali.

E infatti, Paesi come

Cina, Macedonia e India […] hanno aumentato le loro esportazioni verso USA e Europa rispettivamente del 73%, del 56% e del 45%

Per contro, “nella parte fortunata del mondo” succede qualcosa che mi urta ancor più di queste statistiche, perché mi tocca direttamente. E cioè: l’industria della moda ha un fatturato che cresce di anno in anno… e, di anno in anno, abbassa esponenzialmente i prezzi.
Sempre Deborah Lucchetti porta come esempio un paio di jeans modello base della catena inglese ASDA, che nel 1999 era venduto a 23 euro. Tre anni dopo, con l’acquisizione di ASDA da parte di Wal-Mart, lo stesso jeans (stesso taglio, stesso modello) costava 9 euro; nel 2010, il prezzo di cartellino era sceso a 4.

I grandi gruppi della distribuzione hanno acquisito un forte controllo sulle catene di fornitura, sulla formazione dei prezzi e sulla localizzazione dei siti produttivi, […] spingendo i prezzi dei prodotti sempre più in basso per attirare masse crescenti di consumatori.  […] Il consumatore deve trovare il prodotto che cerca al minor prezzo possibile, e quindi tutta la catena di fornitura deve essere tesa a garantirlo

Il che, per il consumatore, è bellissimo e seducente e molto vantaggioso. Ma di nuovo: cosa c’è dietro?
Come faceva osservare in The True Cost un imprenditore bengalese, a capo di una delle tante società che confezionano vestiti per conto terzi, non puoi avere contemporaneamente prodotti di qualità, pronti in tempo record, economici al massimo grado, e confezionati da lavoratori felici e ben remunerati. “Su qualcosa devi tagliare”, osservava l’imprenditore, “e spesso si taglia sugli stipendi e sulla sicurezza dei lavoratori”.

Esattamente quattro anni fa, a Dacca, in Bangladesh, collassava su se stesso un edificio ad otto piani in cui operavano una banca, alcuni negozi, e una fabbrica tessile che confezionava capi di abbigliamento per conto di marchi come Mango, Benetton e Primark (per citare solo i più famosi).
Nei giorni immediatamente precedenti al crollo, erano apparse sullo stabile delle evidenti ed inquietanti crepe, sicché le autorità bengalesi avevano ordinato lo sgombero immediato dell’edificio. La banca e i negozi locali obbedirono immediatamente, ma i lavoratori tessili furono costretti a rimanere sul posto: i manager non volevano assolutamente bloccare il lavoro, col rischio di perdere commesse e scontentare i big della moda.
La conclusione della storia è tragicamente prevedibile: l’edificio crolla su se stesso provocando 1138 morti e oltre 2500 feriti gravi.

Per parare al disastro di immagine che stava per abbattersi su di loro, i marchi come Mango & compagnia bella hanno sostenuto di non avere colpa alcuna nella tragedia: in fin dei conti, loro avevano solo esternalizzato a terzi la produzione; i veri colpevoli sono i manager della fabbrica tessile che aveva sede nel palazzo.
Indubbiamente c’è del vero in questa affermazione, così come c’è del vero nelle repliche di chi dice: ok, ma se tu imprenditore esternalizzi parte dei processi produttivi, non sarebbe quantomeno carino assicurarsi che la gente che lavora sul tuo prodotto non sia relegata in condizioni di semi-schiavitù?

***

Quando ho aperto il mio guardaroba per la prima volta dopo queste riflessioni, ho fatto scorrere il mio sguardo sulle decine di vestiti appesi in fila indiana sulle grucce. E poi mi sono chiesta: ma perché?
No, sul serio: perché?
Perché
, sapendo tutto quello che sta dietro alle mie magliette a 5 euro l’una, continuo insistentemente a comprarle lasciandomi attirare dal prezzo basso, dal modello carino, dalla stampa oh-così-graziosa proprio come piace a me?

Famo a capisse: non è che io abbia bisogno di dieci T-shirt diverse. I nostri nonni avevano molti meno vestiti di noi e se la cavavano benissimo (e dovevano pure fare il bucato a mano). Se noi accumuliamo abiti su abiti, è perché ci piace sfoggiare look diversi invece di andare in giro sempre vestiti uguali: una piccola vanità che, nelle giuste dosi, può anche essere una innocua vezzosità… ma che diventa un po’ più allarmante se comincia a prevalere su tutto il resto.

Con che faccia – mi sono chiesta – io continuo a portare in cassa quella magliettina tanto carina in offerta speciale, di cui in fin dei conti non ho nemmeno bisogno, sapendo che sto alimentando un’industria neanche poi tanto dissimile da quella che si basava sul lavoro degli schiavi negri nelle piantagioni di cotone?
Con che faccia posso nascondermi dietro a un “va beh, ma io che c’entro?”, quando non posso nemmeno illudermi di star scendendo a patti con un male minore? Non è che non ho altra scelta, oh: l’altra scelta sarebbe non comprare quella maglietta, che in fin dei conti non mi serve, e ha come unica funzione quella di appagare il mio senso estetico. Voglio dire: non è che se non la compro mi prendo una polmonite perché non ho nient’altro al mondo con cui proteggermi dal freddo.

E.. no. Personalmente, non credo di essere pronta a lasciar correre su questi temi solo per soddisfare una mia futile vanità.
Lavoratori sottopagati dai paesi del Terzo Mondo ce ne sono, purtroppo, in ogni settore, ma il problema della moda low-cost mi colpisce particolarmente perché, su di me, batte là dove il dente duole. Non tollero di sentirmi una donna così tanto attaccata all’estetica da accumulare vanità a casaccio, senza manco chiedermi  – che so – se qualcuno è morto per confezionarmele.
Non so voi, ma io lo trovo un atteggiamento troppo à la Maria Antonietta per i miei gusti.

***

Da un po’ di tempo a questa parte, quando compro qualche capo di abbigliamento lo faccio con quell’attenzione in più. E devo dire che esco dal negozio col cuore più leggero, rasserenata dal sapere che la mia sessione di shopping non è andata a discapito di povere ragazzine indiane la cui vita sembra uscita da un romanzo di Charles Dickens.
Spendo più di prima, per inseguire questi ideali? Un pochino sì, anche se
– non basta comprare vestiti costosi per essere certi che non ci sia dietro questo schiavismo;
– sareste probabilmente sorpresi dallo scoprire che spendo sì un po’ di più… ma non così tanto come credete.
Last but not least, vi dirò pure che sono addirittura felice di spendere un po’ di più, se un prezzo a due cifre sul cartellino mi spinge a pesare ogni acquisto e a comprare in maniera più consapevole. È un antidoto meraviglioso alle insidie del consumismo.

Se interessa a qualcuno tornerò ancora su questi temi, magari svelando i miei trucchetti per un guardaroba “cristiano, etico e pudico”. Per il momento, mi interessava introdurre l’argomento in concomitanza con la campagna internazionale “Fashion Revolution”, che ogni anno, dal 24 al 30 aprile, “chiama a raccolta tutti coloro che vogliono creare un futuro etico e sostenibile per la moda”, chiedendo anzitutto “maggiore trasparenza lungo tutta la filiera fino al consumatore”.

Il punto della campagna è: ok, non possiamo rivoluzionare dal nulla il mondo della moda, e realisticamente non possiamo nemmeno pretendere che tutti i nostri vestiti siano confezionati in gradevoli atelier da sarte professioniste profumatamente retribuite.
Ma che i grandi ci dicano quali sono concretamente le condizioni di lavoro di chi confeziona le nostre magliette… questo sì: possiamo senz’altro chiederlo. Che il consumatore sia messo nelle condizioni di informarsi sulla filiera produttiva che porta a lui la sua T-shirt, è senz’altro una richiesta ragionevole.

E dunque, la campagna online, alla quale ho scelto di aderire, punta a fare un garbato pressing alle grandi industrie della moda, per sottolineare che una fetta di clienti si pone davvero queste domande. Se qualcuno di voi volesse per caso aderire,

basterà indossare gli abiti al contrario, con l’etichetta bene in vista, fotografarsi e condividere le foto attraverso i social media con l’hashtag #WhoMadeMyClothes.

WhoMadeMyClothesSe poi ci fosse qualcuno che si è davvero appassionato al tema, sappiate che, nel corso di questa settimana, in giro per le città d’Italia potreste trovare tanti eventi ad hoc organizzati da Altromercato, la famosa cooperativa che gestisce i prodotti del commercio equo e solidale. Dateci un’occhiata perché ci sono eventi interessanti, soprattutto a Milano (…e, un po’ in tutti i punti vendita, sconti del 20% sulle linee di abbigliamento e accessori etici).

***

E voi, cosa ne pensate?
Avevate mai riflettuto su questi argomenti?
Siete sensibili a questi temi?

Per chi di voi fosse interessato (…e so che qualcheduno c’è), saluto con la promessa di ritornare di tanto in tanto su questi argomenti (senza per questo snaturare il blog, ça va sans dire)… e anche con un link che potrebbe interessare. Da tempo, l’ottimo blog “Fresh Modesty” di Olivia Williams è nel mio blogroll; oggi, lo rilancio con particolare verve perché incarna perfettamente tutti gli ideali che stanno a cuore anche a me nel parlare di moda “cristiana”. Una moda che sì deve essere “casta” (Oliva nasce come fashion blogger di modest fashion)… ma non solo: una moda che deve essere anche (…o innanzi tutto?) etica.

Cose cristiane, Lifestyle cristiano

Quando sei malato e ti dicono “pregherò per te”… clinicamente, questa preghiera serve a qualcosa?

Pregare Esperienza UmanaSe lo doveste trovare in libreria, non lasciatevi scappare il bel saggio Pregare, un’esperienza umana, a cura di Franco La Cecla e Lucetta Scaraffia (Edizioni Vita e Pensiero, 2015). Di per sé nasce come catalogo di una omonima mostra tenutasi nel 2015 alla Reggia di Venaria, in concomitanza con l’Ostensione della Sindone. All’atto pratico, il libro non è affatto un catalogo di mostra (!), ma è una vera e propria raccolta di saggi, uno più interessante dell’altro, che analizzano il significato, il ruolo e le modalità della preghiera nelle varie religioni del mondo, spaziando dal rosario cattolico ai mantra tibetani. Davvero bellissimo, curioso e interessante.

Tra i tanti capitoli di questa bella miscellanea, uno balza all’occhio catturando immediatamente l’attenzione. È un contributo di Gianni Jòraku Gebbia intitolato La menta che prega. Studi scientifici sulla preghiera – e capite bene che una indagine scientifica sul potere della preghiera è una roba che definire “intrigante” è riduttivo.

Prima di andare avanti con questo post, debbo fare due premesse: io, ovviamente, non sono una scienziata, e ben mi guardo dal cominciare a scrivere su argomenti che non conosco. Non prendete questo pezzo come un endorsement personale sui contenuti delle ricerche che citerò (perché ovviamente non ho nessuno strumento per farne una valutazione), ma come una semplice panoramica “da profana” su studi recenti, interessantissimi… e forse poco conosciuti.

Seconda premessa: vi prego niente polemiche.
È ovvio che, per noi credenti, una preghiera porta sempre frutto. È ovvio che se una amica con una brutta malattia ci chiede preghiere, noi sappiamo che la nostra preghiera non sarà inutile.
Però gli scienziati giustamente non lo sanno, o quantomeno non lo sanno da un punto di vista strettamente scientifico, e da un po’ di tempo si sono dilettati a domandarsi: è tecnicamente possibile misurare gli eventuali effetti clinici di una preghiera a favore di un malato?

Anche solo la domanda sarebbe bastata per stupirmi (nel senso: mi è sembrato piacevolmente sorprendente che alcuni scienziati si siano posti seriamente questo interrogativo).
Ma vi darò qualche anticipazione sul finale: anche la risposta è piacevolmente sorprendente…

***

Chiariamo subito una cosa: non stiamo parlando di effetti positivi della preghiera come forma di auto-sostegno nel caso di disagi mentali.
Senza voler fare psicologia da quattro soldi, credo che sia abbastanza normale immaginare che un individuo con una profonda fede in Dio, con l’incontrovertibile certezza che c’è qualcosa oltre la morte, capace di abbandonarsi totalmente alla Provvidenza, possa reagire  – poniamo – a un lutto utilizzando strumenti diversi rispetto a quelli che sono a disposizione di un nichilista ateo.

E non stiamo nemmeno parlando dei benefici che si possono riscontrare in un malato il quale ha di per se stesso un’intensa vita di preghiera.
Ormai sappiamo bene che il nostro benessere psicologico influisce in molteplici modi su benessere del corpo. E quindi, non mi stupirebbe più tanto venire a sapere che un individuo che affronta la malattia fisica con particolare serenità, e consapevole del fatto che tutto andrà come deve andare, possa in qualche modo avere dentro di sé una forza misteriosa che “gli dà la carica”… e magari finisce pure con l’agevolare la guarigione.

Ecco, no: non stiamo parlando di questo.
Ci stiamo proprio ponendo la domanda: “ma quando Tizio si ammala, e il suo amico Caio gli promette ‘pregherò per te’, le preghiere di Caio hanno effettivamente effetti clinici dimostrabili?”.

Nei primi anni ’80, si è posto la domanda un certo Randolph C. Byrd, medico cardiologo in servizio presso il San Francisco General Hospital. Tra l’agosto 1982 e il  maggio 1983, lo scienziato ha sottoposto a un singolare esperimento tutti i pazienti ammessi presso l’unità coronarica dell’ospedale (fra tutti i degenti ricoverati in quel lasso di tempo, 57 scelsero di non partecipare e 393 diedero il loro consenso e furono effettivamente sottoposti alla ricerca).
Facendo uso di modalità computerizzate totalmente random, i degenti venivano assegnati a due gruppi distinti. Un gruppo raccoglieva tutti i pazienti che sarebbero stati oggetto di una intensa attività di preghiera; l’altro gruppo raccoglieva tutti gli “sfortunati” che… invece no.  Ovviamente, né l’equipe medica né tantomeno i diretti interessati avevano idea di quale fosse il gruppo di appartenenza del singolo: ovverosia, se qualcuno stesse pregando o no per il poverello, non lo sapeva nessuno.

Ma dietro le quinte, succedevano un bel po’ di cose.
Prima di avviare l’esperimento, Byrd aveva messo su un team di preghiera composto da svariati cristiani di diverse denominazioni, e dalle più svariate storie personali. Unica cosa che accomunava questi intercessori: una vita di fede significativa, che si esplicasse attraverso preghiere quotidiane e un buon grado di coinvolgimento nella propria comunità cristiana di appartenenza. Ogni intercessore riceveva in busta chiusa alcune informazioni di base sul paziente che gli veniva “assegnato” (tipo: nome, patologia, gravità della situazione) ed eventuali aggiornamenti clinici pertinenti (tipo: “ehi! Si è aggravato! Diamoci dentro con le preghiere!”).
Dopodiché, il pregatore era per l’appunto invitato a pregare, nei modi e nei tempi che avrebbe giudicato più opportuni, per chiedere una rapida e completa guarigione del sofferente che gli era stato “assegnato”.

Ogni malato aveva dalla sua più di un “intercessore”, sicché per ogni singolo paziente pregavano gruppi di almeno tre, e di massimo sette persone.
Questo calcolo, ovviamente, esclude eventuali preghiere recitate da parenti, amici e conoscenti diretti del malato. Ovviamente, gli scienziati erano pure consapevoli del fatto che anche gli sfortunelli, cioè quelli assegnati al gruppo per cui non pregava nessuno, avrebbero potuto avere parenti e amici che pregavano per i fatti loro.

Intercessory PrayerBeh… alla fine dell’esperimento, i risultati sono stati sorprendenti. Ripeto: non sono capace di giudicare la scientificità dell’esperimento (su cui molti studiosi esprimono gravi riserve – e del resto non potrebbe essere diversamente, credo, se parliamo di argomenti così tanto aleatori…).
Eppure, fa indubbiamente sorridere vedere i risultati e appurare che, in effetti, i pazienti assegnati al “Gruppo Intercessione” sembravano passarsela decisamente meglio. Rimanevano in unità coronarica meno a lungo degli altri: morivano di meno, avevano meno complicazioni, assumevano farmaci in quantità minori; nessuno di loro ha avuto bisogno di essere intubato.

I curiosi possono scaricare l’intero articolo scientifico (in formato PDF) cliccando su questo collegamento; e per quanto le critiche a questa ricerca siano state moltissime, lo ripeto… è sicuramente suggestivo leggere questi dati. O no?

Un altro studio molto interessante è stato quello condotto nel 2003 da Carl Thoresen della Stanford University, e intitolato Religion e Spirituality – Linkages to Physical Health.

In questo esperimento, un team di studiosi si è posto nove domande preliminari, che val pena di elencare ad una ad una perché sono tutte molto interessanti:

La frequentazione delle chiese e dei rituali religiosi protegge dalla morte?
La preghiera protegge dai danni cardiovascolari?
La preghiera protegge dalla mortalità a causa del cancro?
Le persone profondamente religiose sono protette dal rischio di morte prematura?
Le persone profondamente religiose sono protette dal rischio di disabilità?
La preghiera rallenta lo sviluppo di una malattia cancerosa?
Le persone che si rivolgono alla preghiera per affrontare le proprie difficoltà, vivono più a lungo?
La preghiera aumenta il tasso di guarigione dalle malattie acute?
La preghiera intercessoria da parte di un gruppo esterno aiuta nella guarigione?

Come vedete sono domande anche molto diverse tra di loro, così come sono variegate le conclusioni dello studio, di cui potete leggere un abstract (e purtroppo solo quello) cliccando su questo link.

Dalle conclusioni finali, emerge che, in effetti,

la preghiera e la religione in generale potrebbero aver un impatto sulla salute fisica come risorse protettive che prevengono lo sviluppo di una malattia nelle persone sane e/o come risorsa che smorza l’impatto della malattia nei malati. […] L’ipotesi è che la preghiera i riti provvedano un maggiore senso di autostima e un più significativo ruolo sociale realizzato attraverso l’atto dell’aiutare.

Il dato più impressionante è quello per cui i credenti sono in effetti mediamente molto più sani rispetto ai loro corrispettivi non praticanti:

Sette studi indipendenti basati su campioni molto larghi di popolazione hanno notato che individui sani con l’abitudine di frequentare i riti religiosi e la preghiera hanno approssimativamente una riduzione del 30% del rischio.

Una riduzione del 30% del rischio di malattia o di morte prematura è tantissimo, porca la miseria!!, le parrocchie dovrebbero diffondere questi dati per rilanciarsi sul mercato come centri benessere all’avanguardia!
(No, vi prego, non fatelo. Scherzavo).

Anche se, in effetti, questa riduzione del rischio di morte e di malattia non è che ti piova così dal cielo per grazia divina. Senza peccare di eccessivo ottimismo, io, ad oggi, ad esempio, credo di avere una riduzione del rischio tendente al 100% per quanto riguarda la possibilità di contrarre malattie a trasmissione sessuale, o di andare incontro ai devastanti effetti psicofisici di una interruzione volontaria di gravidanza, o ai talvolta non meno devastati effetti collaterali dovuti a un uso prolungato di pillola anticoncezionale o altri contraccettivi a base ormonale.
Ma se la statistica suggerisce che io corro meno rischi in questo campo, ciò non implica che io sono la prediletta del Signore miracolosamente preservata da ogni male terreno. Banalmente, i credenti hanno (o almeno tentano di avere) uno stile di vita che – per certi versi e in certi ambiti specifici – è più salutare rispetto a quello di un “uomo comune”.

Se il rispetto scrupoloso del sesto comandamento ti preserva da tante brutte cose ancor meglio che un preservativo, è pur vero che anche gli ideali cristiani di “sobrietà” e “temperanza” aiutano il fedele a condurre uno stile di vita sano. Già da tempo fioriscono gli studi che cercano di spiegare come mai i preti, i frati, le suore (ma anche i monaci buddhisti, per dirne una…) vivano mediamente più a lungo rispetto ai laici e/o con un minor tasso di malattia fisica. E per quanto un frate mio amico scherzi spesso dicendo che il suo elisir di lunga vita è non aver mai avuto donne tra i piedi, è indubbio che i consacrati traggano grande beneficio fisico da uno stile di vita all’insegna della temperanza.
Difficile che un frate si scoli in due giorni una bottiglia di grappa (se non altro, perché rischia di beccarsi una ramanzina dai superiori). E, più in generale, tutti quei vizietti che noi laici talvolta ci concediamo (il cibo spazzatura, le sigarette, il bicchierino in più al party del sabato sera, la notte in bianco passata a fare la maratona di Game of Thrones) oltrepassano le porte di un chiostro con molta più difficoltà.
E diciamo pure che, anche tra le mura di una casa cattolica… quantomeno non dovrebbero trovare abitazione permanente, come dire.

***

‘nsomma: forse forse, è proprio vero che la preghiera (e, più genericamente, una intensa vita di fede) hanno anche, come effetto collaterale, quello di allontanare la malattia.
Per un verso o per l’altro, sembreremmo essere di fronte a un dato di fatto: che dipenda dalla preghiera in sé o, più genericamente, dallo stile di vita che ci viene proposto come ideale, statisticamente i credenti godono maggiormente di buona salute.

Che è pur sempre una scoperta mica poco galvanizzante!

Cose cristiane, Lifestyle cristiano, Personale, Tradizioni e folklore

Cinque insegnamenti de “La Bella e la Bestia” originale che non troverete mai nei suoi adattamenti Disney

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Niente da dire: La Bella e la Bestia, con Dan Stevens e Emma Watson, è indubitabilmente il film del momento. Io non posso che sorriderne: i miei lettori di più vecchia data ricorderanno forse di come io “sia stata” Belle per lunghissimi anni su queste pagine. Dovendo scegliere una immagine-profilo che mi rappresentasse, avevo deciso di identificarmi proprio nella principessa Disney. Una scelta molto cliché, per una ragazzina dai lunghi capelli castani che studiava da bibliotecaria… ma, tant’è: per lunghissimi anni, io e Belle siamo state un tutt’uno.
E insomma, mi sembrava doveroso omaggiare questa vecchia amica in occasione della sua uscita cinematografica. Così, ho deciso di raccontarvi le cinque ragioni per cui amo tanto questa storia… anche se, in realtà, la versione che piace a me è quella del romanzo originale, non quella dell’adattamento Disney.

Forse non tutti sanno che La Bella e la Bestia non nasce come fiaba per bambini, ma bensì come romanzo per adulti a firma di Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve. Siamo nel 1740, e La Belle et la bête è un tomo di cento e passa pagine, per la maggior parte dedicate a intricate vicende politiche del mondo delle fate che non c’entrano niente coi due protagonisti della storia così come la conosciamo adesso.
Circa quindici anni più tardi, Jeanne-Marie Leprince de Beaumont cura una riduzione per bambini de La Bella e la Bestia. La sua versione è comunque molto diversa dall’adattamento Disney, ma presenta già molti punti di contatto con la storia che abbiamo tutti nelle orecchie.

Ma quindi: qual è la storia originale di La Bella e la Bestia?
Quali sono i temi che – come da titolo – mancano totalmente nella versione Disney (che comunque non mi dispiace affatto, sia chiaro)?
Tantissimi. Ad esempio, questi cinque.

1. La sessualità è una cosa grande, da trattare con cautela. Se usata male, può distruggere; se usata bene, può cambiarti la vita

Oh: ve l’avevo detto che la versione originale è pensata per un pubblico di lettori decisamente adulti!
Sorprendentemente, l’uso (e l’abuso) della sessualità hanno un ruolo di un certo rilievo, nel mandare avanti il racconto e/o nel delineare i rapporti tra personaggi.
In un certo senso, un appetito sessuale drammaticamente mal gestito sta proprio alla base della storia intera. Se, nella versione Disney, la Bestia viene trasformata in mostro a causa della crudeltà mostrata verso una maga (che se l’attacca al dito), nella versione della Villeneuve la pora bestia è una vittima innocente della situazione. Sua unica “colpa”: aver incrociato il suo cammino con quello di una fata ninfomane che si invaghisce di lui e tenta di sedurlo. Incapace di accettare un garbato rifiuto, la fata scaglia contro il principe la famosa maledizione che lo trasformerà in mostro (dopodiché, continua ad aggirarsi per il romanzo in preda ai bollenti spiriti, andando avanti a complicar la vita della gente).

Ben diverso è l’approccio alla sessualità che hanno i due protagonisti della love story.

Nella versione di Villeneuve, la Bestia è sorprendentemente esplicita circa quello che vuole da Belle: e cioè, portarsela a letto.
Giuro!
La maggior parte delle interazioni tra la Bella e la Bestia, nel romanzo, ruotano attorno al mostro che domanda “Belle, vuoi venire a letto con me?”.
Molte traduzioni dal Francese preferiscono l’eufemismo pudico “vuoi sposarmi?”, ma il testo originale è chiaro: la Bestia vuole anzi tutto coucher assieme a Belle, per spezzare la maledizione che lo affligge.

La prima volta che il mostro se ne esce con questo exploit (peraltro dopo cinque-minuti-cinque di conversazione con la ragazza…), Belle, comprensibilmente, ci perde dieci anni di vita, ed esclama atterrita “oh no! Sono perduta!”.
Ed è qui che la Bestia si mostra per il Principe Azzurro che è, pronunciando le due parole che ogni donna vorrebbe sentirsi dire in quel frangente: “niente affatto”. E la invita a rispondere serenamente sì o no, in tutta sincerità e senza farsi prendere dalla paura.

Sapete perché Belle comincia ad apprezzare la Bestia?
Perché la Bestia le porta rispetto.
Peraltro, nella versione originale del racconto, la maledizione che avvolge il castello consente alla Bestia di trascorrere solo pochi minuti al giorno in compagnia della sua ospite. Quindi non è che Belle avesse tutto ‘sto tempo a disposizione per formarsi un’opinione completa sul carattere della Bestia. Una parte molto significativa del loro percorso di conoscenza è proprio il teatrino che si ripete uguale, ogni sera, per mesi: “vuoi venire a letto con me?”. “No, Bestia, non voglio”. “E allora, poiché hai deciso così, ti auguro la buonanotte, Belle”.

Non è un caso. La versione originale di La Bella e la Bestia è – fra le altre cose – una forte critica ai matrimoni combinati. Palesemente, l’autrice (andata incontro a un matrimonio combinato estremamente infelice) riteneva che uno degli aspetti più sgradevoli di questa vita fosse il doversi concedere a comando a un individuo per cui non si provava il minimo sentimento.
La pazienza con cui la Bestia accetta stoicamente mesi e mesi di notti in bianco (nonostante la sua salvezza sia tutta legata al “sì” di Belle) è ciò che spinge il lettore ad affermare “wow! Questo sì che è un vero Principe Azzurro!”.

E, tutto sommato, è ciò che conquista Belle – e, di conseguenza, spezza la maledizione.

2. La bellezza non è tutto. Ma manco l’aMMMore è tutto-tutto

Le signore dall’animo romantico probabilmente ci rimarranno male, ma, nella versione originale della storia, non è che belle sia proprio tanto innamorata della Bestia. Non è per innamoramento che accetta di sposarlo.
Anzi: per tutto il corso del romanzo, Belle è cotta di un bellissimo principe che le appare in sogno tutte notti, e la seduce con amorosi conversarii. Ça va sans dire, il principe altri non è che la Bestia, che in sogno può manifestarsi a Belle con il suo vero sembiante. Ma, ovviamente, Belle non ne ha la più pallida idea, e anzi crede che il principe sia nascosto da qualche parte nel castello, prigioniero della Bestia così come lo è lei.

Col passar del tempo, Belle comincerà sì a provare stima, gratitudine, affetto, nei confronti della Bestia… ma niente più. È il bel principe quello che lei desidera; la Bestia è decisamente relegata nella friend zone, come direbbero i ragazzini.

Ma allora, come mai Belle si decide a sposare la Bestia?
Colpo di scena: la decisione non è totalmente sua. Durante una visita in famiglia, Belle si confida con il padre, ed è proprio lui a farla ragionare. “Quante ragazze sono costrette a sposare uomini che non conoscono affatto, e che si dimostrano molto più bruti della tua Bestia?”, le dice testualmente (e probabilmente con il tono esasperato di un genitore che vede la figlia rovinarsi la vita sentimentale pur di inseguire uno stupido sogno). “La tua Bestia, se è brutta, lo è solo nell’aspetto, ma di certo non nei sentimenti e nelle azioni”.

E quindi, Belle ci pensa su e decide che, pazienza per il bel principe dei suoi sogni, ma, tutto sommato, la sua vita non potrà essere infelice, al fianco di una Bestia che si è sempre dimostrata così premurosa e paziente. Il vero happy ending arriva qualche pagina più tardi, quando, a cose fatte, l’incantesimo si spezza e Belle scopre con gioia che la Bestia e il suo grande amore sono in realtà la stessa persona. Ma fino a quel momento, non si può proprio dire che Belle sposasse la Bestia perché ne era innamorata.

All’epoca del All you need is love, è molto impopolare scrivere che questa critica all’amore romantico a me piace tantissimo. Eppure, basterebbe anche solo sfogliare qualche pagina di cronaca per avere un vasto campionario di tristi storie in cui, se lei fosse lasciata guidare un po’ meno dai sentimenti, sarebbe probabilmente stata meno cieca nello scegliere un compagno per la vita.

La bellezza non è tutto, ci insegna La Bella e la Bestia.
Ma manco le dolcezze di un innamoramento possono essere tutto-tutto.

3. La ricerca dei soldi e del potere può distruggerti

Conoscendo l’estrazione sociale dei due protagonisti della storia, uno si aspetterebbe che sia il principe maledetto quello a cui la bramosia di potere ha rovinato la vita: no?
E invece no.

Nella versione originale della storia, il padre di Belle, lungi dall’essere un inventore un po’ pazzerello che vive ai margini del paese, è un ricchissimo (ricchissimo) mercante. A un certo punto, le navi su cui aveva investito tutti i suoi averi naufragano, lasciandolo in ristrettezze economiche. L’uomo è costretto a vendere la casa e a trasferirsi in campagna assieme ai suoi figli, che mal accettano questo mutamento nel loro tenore di vita. L’unica che riesce a fare di necessità virtù, adattandosi alla nuova condizione, è la figlia minore, Belle, che con la sua serenità nell’affrontare la povertà si attira peraltro le ire delle sorelle maggiori. Quest’ultime, prima avvelenano col loro rancore tutti i rapporti familiari, poi si accasano in matrimoni molto convenienti sulla carta, ma che, alla prova dei fatti, le lasciano profondamente infelici, alimentando ancora di più il loro livore.

Il padre di Belle fatica ad abbandonare il suo vecchio amore per il lusso, ma, alla fine del romanzo, ce la fa: ricevuti in dono dei soldi dalla Bestia, a mo’ di dote, li investe in maniera oculata in modo tale da procurarsi un onesto guadagno. Quanto a lui, continua a condurre uno stile di vita dimesso nonostante il suo conto in banca gli permetta ora qualche piccolo (o grande) lusso: l’uomo ha ormai capito che non è quello che conta, nella vita.

Il suo atteggiamento è in tutto e per tutto simile a quello mostrato dalla Bestia nei confronti delle sue immense ricchezze. Il fantastico castello incantato (in cui, per la cronaca, non esistono servitori incantati à la Lumière, ma in compenso troviamo la nonna magica della… televisione!) è vissuto dalla Bestia (e anche da Belle) come un piacevole mezzo per rilassarsi – ma non certo come un fine. Alla Bestia non gliene può importar di meno delle ricchezze che lo circondano, e sul finire del romanzo anche Belle si mostra molto disinteressata a tutto ‘sto ben di Dio.
Ma c’è di più: a un certo punto, la Bestia si dichiara pronta a rinunciare a tutto (ivi comprese le sembianze umane appena riacquistate) pur di vivere con Belle, ‘due cuori e una capanna’. E ancora: dopo il matrimonio, i due sarebbero intenzionati ad abdicare per vivere serenamente una vita quieta e dimessa, e sono i loro sudditi a pregarli di restare per governare rettamente.

Insomma: il potere e il denaro non sono un  male di per sé, ma lo diventano per chi ne abusa e si lascia prendere dalla bramosia. Il che non è poco, come morale. 

4. Talvolta, i veri nemici sono all’interno della famiglia

L’unico che si salva è il padre di Belle, legato alla figlia da un rapporto di sincero affetto. Per il resto, è davvero interessante studiare le dinamiche familiari in La Bella e la Bestia: sembra che l’autrice voglia lasciarci il messaggio che certi parenti è meglio perderli che trovarli.

La famiglia della Bestia è un fallimento su tutta la linea: il padre è morto, vivaddio; la madre abbandona il figlio alle cure di una nutrice, essendo troppo occupata a combattere una guerra per difendere i confini del regno. La nutrice (cioè, la vera figura materna per la Bestia) è la fata ninfomane che si invaghisce del principino, cerca di portarselo a letto, e, rifiutata, gli lancia contro la maledizione. A incantesimo opportunamente spezzato, la madre della Bestia si ricorda di avere un figlio, torna al castello, e non trova niente di meglio che cominciare a piantar grane perché non accetta che il suo bambiiino sposi una donna di origini borghesi.

Se la povera Bestia arriva da una famiglia palesemente disfunzionale, la nostra Belle non sta messa molto meglio. Eccezion fatta per il padre, tutto il resto della famiglia è composta da individui gretti, attaccati al soldo, rancorosi e pieni di invidia. In particolar modo, le sorelle maggiori inizialmente gioiscono nello sbarazzarsi di Belle, mandandola a vivere da un mostro che presumibilmente la ucciderà. Nella seconda metà del romanzo, dopo aver realizzato che Belle vive perfettamente lieta in compagnia della Bestia (…e sicuramente molto più lieta di loro, profondamente infelici nei loro matrimoni “perfetti”), si pongono una missione: distruggere la felicità della sorella.

In questo, amo moltissimo la versione della Beaumont (cioè, il primo riadattamento del romanzo) che indugia a lungo nel mostrare come le due donne siano pronte a ogni mezzo pur di rovinare la love story della ragazza. Uno dei più sottili, è il ricatto emotivo.
Scoperto che la Bestia ha concesso a Belle di visitare la sua famiglia, ma con la promessa di tornare al castello tassativamente entro il giorno X, i due geni del male decidono di posticipare in ogni modo la partenza della sorella. In questo modo – sperano – la Bestia si arrabbierà con Belle, e, in preda all’ira, gliela farà pagare cara.
E qui entra in scena appunto il ricatto emotivo: infilandosi cipolla tritata negli occhi per farli lacrimare, si aggrappano alle sottane della sorella piantando su piagnistei sulla linea di “ti preeeeego, resta con noooooi, non vedi come soffriaaaaaamo, non tornare dalla Bestia, non lo sopportereeeeeemmo…”.
Turbata da questa lacrimosa seppur inconsueta manifestazione d’affetto, Belle decide di ascoltare le suppliche e di rimanere con la sua famiglia. Da lì ha inizio tutto il patatrac che crea tensione nella storia: la Bestia non si capacita del comportamento di Belle, si sente tradito nella fiducia, piange fino a decidere di lasciarsi morire… eccetera eccetera eccetera.

Una roba del genere non si trova facilmente nelle fiabe, eppure è tristemente vera (oltre che narrativamente molto forte). Anche qui, non sarebbe difficile trovare storie atte a dimostrare che certi amori in realtà non sono altro che forme indirette di egoismo, come riflesse in uno specchio oscuro.

5. Credersi al di sopra degli altri è molto rischioso – anche per l’amor proprio

La Bella e la Bestia in versione originale è una critica feroce alla società francese del Settecento, così attenta alle gerarchie sociali e alle distinzioni tra classi. Nel corso del romanzo, tutti i personaggi si sentiranno “al di sopra” di qualcuno, per poi scoprire che semmai era tutto il contrario:

  • la famiglia di Belle, arrogante per le sue sterminate ricchezze, si troverà a vivere in povertà dopo un dissesto economico;
  • Belle, prigioniera di un mostro ripugnante, scoprirà che non solo la Bestia è una brava persona, non solo è un principe, ma addirittura è il principe dei suoi sogni;
  • le sorelle di Belle, andate in sposa a gente che sulla carta sembrava senz’altro un miglior partito rispetto al mostro disgustoso, ci metteranno poco a capire che si può essere mostri anche se si è apparentemente l’uomo perfetto;
  • la madre della Bestia, dopo aver piantato grane perché non voleva che suo figlio principe si sposasse con una borghese, verrà a sapere che Belle è cresciuta in una famiglia adottiva: in realtà è nata dall’unione tra un re e una fata;
  • contemporaneamente, la regina così arrogante scopre che i genitori di Belle sono stati costretti ad abbandonare la figlia… a causa di un’altra famiglia piantagrane. Emerge che popolo delle fate disprezza profondamente l’umile razza umana, e ritiene totalmente indegno che uno spirito etereo si abbassi a sposare un uomo: l’unione interrazziale i genitori di Belle deve assolutamente essere spezzata. Ma quindi, Belle, che è fata per metà, appartiene in realtà a una classe infinitamente superiore rispetto a quella della regina e del principe!

Questo specifico aspetto del costante ribaltamento delle classi sociali si è totalmente perso negli adattamenti successivi della storia. Nella Francia della Rivoluzione, la storia di un’umile ragazza borghese, che con la sola forza della volontà riesce a sposare un principe scavalcando le gerarchie sociali, era ben più ghiotta di una critica sarcastica alla società Ancien Regime, al termine della quale scopriamo peraltro che abbiamo solo scherzato, perché tanto pure Belle è una donna di sangue blu.
Eppure, non sono così convinta di preferire la versione moderna e selfhelpista. Indubbiamente più vicina al nostro vissuto e ai nostri valori, finisce col privare La Bella e la Bestia di un sarcasmo così impietoso e godibile…

Cose cristiane, Pillole di Storia, Quaresima, Tradizioni e folklore

Perché gli Inglesi festeggiano la mamma a Mezza Quaresima?

Per uno strano effetto Brexit combinato (una via di mezzo tra “miii, guarda quanto è calata la sterlina” e “noooo, ma allora ne approfitto, con la mia fortuna rimettono le spese di dogana al solo scopo di farmi dispetto”), negli ultimi mesi mi è capitato di fare acquisti da siti inglesi.
La premessa, di cui potrebbe legittimamente importarvi poco, è funzionale allo spiegare come mai, da alcune settimane a questa parte, la mia casella di posta sia invasa da messaggi promozionali che mi promettono special offers su perfect gifts per il Mother’s Day.

Capite bene che un messaggio del genere innesca quantomeno un cortocircuito mentale: ma come, il Mother’s Day? Lo stanno tutti che la festa della mamma è a maggio!
E invece no. Agli Inglesi, storicamente, piace far gli originali: e così, le mamme di Albione – a differenza delle loro “colleghe” di tutto il resto dell’orbe terracqueo – sono festeggiate in una domenica di inizio primavera (quest’anno tra pochi giorni, il 26 marzo).

Come mai ne parlo su questo blog?
Oh beh: perché questo Mother’s Day marzolino ha origini profondamente cristiane. Ha origini liturgiche, financo!
E perdipiù coincide con uno dei miei momenti preferiti di tutto l’anno liturgico: la quarta domenica di Quaresima, anche nota come Domenica Laetare.

***

In un’epoca in cui la Quaresima era presa molto più sul serio (e l’anno liturgico, in generale, ritmava la vita dei fedeli molto più di quanto non faccia adesso), la Domenica Laetare era un momento importante per la cristianità. Nella scelta delle letture, nel colore dei paramenti liturgici, nell’accompagnamento dei canti sacri, tutto era orchestrato per trasmettere al popolo un senso di gioia per la Pasqua ormai vicina. “ In questo giorno la Chiesa sospende le tristezze della Quaresima; i canti della Messa non parlano che di gioia e di consolazione”, sintetizza efficacemente Prosper Guéranger, abate benedettino, in un (bel) commento (che peraltro consiglio a tutti gli appassionati di liturgica).

Insomma, era una domenica importante, la cui dimensione gioiosa era sottolineata fin dall’Introito della Messa (memorizzate questa informazione, ci torna buona per dopo), che nello specifico recitava (in Latino):

Gioite con Gerusalemme, voi che l’amate: esultate per lei. Voi che avete partecipato al suo lutto, ora vivrete con lei tutta la sua felicità. Anche voi sarete saziati con le consolazioni che vi darà: come neonati allattati dalla madre succhierete con gioia il suo seno generoso.

Fin qui ci siamo?
Benissimo.

Adesso accantoniamo le questioni liturgiche e parliamo di tutt’altra cosa, cioè delle non facili condizioni di vita dei domestici inglesi che prestavano servizio nelle dimore signorili. A titolo esemplificativo citeremo la servitù di Downton Abbey

Downton-Abbey-Servants

cioè lavoratori, magari anche molto giovani per i nostri canoni, che prestavano servizio come [valletti / maggiordomi / sguatteri / così via dicendo] nelle grandi tenute dell’aristocrazia inglese, vivendo all’interno della tenuta stessa, per essere reperibili 24h/24 e perché, di base, erano quelle le condizioni contrattuali dell’epoca.

Ovvio è che a ‘sti poveri cristiani bisognava concedere, di tanto in tanto, una giornata libera. Se non per ragioni di salute del lavoratore, per questioni estremamente pratiche: un domestico che vive all’interno dell’edificio in cui presta servizio ha davvero poco tempo da trascorrere con la famiglia, soprattutto se la famiglia non abita dietro l’angolo ma a qualche ora di calesse.
Vita grama, sotto questo punto di vista, per i domestici di una volta: le “feste in famiglia” potevi anche scordartele. Il Natale, la Pasqua e le grandi feste comandate erano, ovviamente, i momenti di maggior lavoro, per chi prestava servizio come cuoco, sguattero di cucina, cameriere personale, etc.

Epperò, ripeto: a ‘sti poveri cristiani bisognava concedere, di tanto in tanto, una giornata libera da trascorrere in famiglia. E in Inghilterra, lentamente, si era imposta questa consuetudine: uno dei giorni in cui i domestici avevano diritto a una giornata di riposo era, per convenzione, la Domenica Laetare.
Tant’è.
Non ho idea di come sia nata l’usanza, ma fatto sta che è nata e si è imposta: all’epoca di Donwton Abbey (e anche prima, per la verità) era consuetudine universalmente accettata che i domestici approfittassero della quarta domenica di Quaresima per tornare a casa e visitare le loro famiglie. E in famiglia era ovviamente festa grande, in un clima di rilassatezza che peraltro ben si sposava con le concessioni di quella specifica domenica di Quaresima (festeggiata dalla Chiesa Anglicana con la stessa pompa magna con cui la festeggiavano i cattolici).

***

Orbene: i domestici di Downton Abbey avevano probabilmente altro a cui pensare; ma chi fra di loro aveva l’abitudine di leggere il giornale avrebbe probabilmente potuto notare, nel maggio 1913, alcuni trafiletti dedicati ad un’iniziativa che stava prendendo piede negli Stati Uniti. Grazie all’indefesso lavoro di una certa Anne Marie Jarvis, che si era auto-investita di questa “missione” alla morte di sua madre, si stava diffondendo negli USA la consuetudine di festeggiare le mamme in una giornata specificamente dedicata loro.

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Constance Adelaide in una fotografia d’epoca

Come dicevo, non so se i domestici di Dowton Abbey abbiano fatto caso agli articoli che parlavano di questa iniziativa. Certamente, la notizia, letta casualmente su un giornale, colpì l’attenzione della signorina Constance Adelaide Smith, figlia di un sacerdote anglicano e cresciuta in una famiglia dalla religiosità fervente (dei quattro fratelli che aveva la ragazza, tutti seguirono le orme del padre).

L’iniziativa che stava prendendo piede in America colpì Constance nel bene e nel male. Sotto un certo punto di vista, l’idea era chiaramente deliziosa; per contro, la donna trovava un po’ insulso festeggiare le mamme in un giorno scelto a casaccio, così, come per un’imposizione piovuta dall’alto.

No, Constance aveva un’idea migliore: secondo lei, la collocazione perfetta per la festa della mamma sarebbe stata la Domenica Laetare, che del resto in Inghilterra era già una giornata fortemente connotata in chiave materna!
C’era l’abitudine di tornare a casa e visitare le proprie famiglie; c’era l’abitudine di viaggiare verso il proprio paese natio e prendere Messa nella propria “chiesa madre” (cioè, nel linguaggio dell’epoca, la parrocchia in cui eri stato battezzato). Addirittura la liturgia di quel giorno faceva riferimento a una madre metaforica:

Gioite con Gerusalemme, voi che l’amate. […] Sarete saziati con le consolazioni che vi darà; come neonati allattati dalla madre succhierete con gioia il suo seno generoso

Ma vi dirò di più: nell’Inglese dell’epoca, la Domenica Laetare era popolarmente chiamata “mid-lenting” (il corrispettivo della nostra “domenica di mezza Quaresima”) oppure… “mothering Sunday”: una definizione che non ha corrispettivi in Italiano, ma che sottolineava proprio la radicata tradizione di trascorrere la giornata nel proprio paese natio e nella propria chiesa battesimale.

Beh: per farla breve, Constance Adelaide si rimboccò le maniche e diede il via a una vera e propria campagna per trasformare la Mothering Sunday in una festa della mamma su scala nazionale… che però – a differenza del Mother’s Day americano – unisse un significato spirituale più profondo al “banale” festeggiamento laico.

E infatti, se guardiamo alle linee-guida della festa della mamma così come la voleva Constance Adelaide, cogliamo una dimensione spirituale ben marcata: nel giorno del Mothering Sunday, i fedeli sono invitati a pregare per tutte le famiglie, rendendo grazie a Dio per questa santa istituzione. Solo in second’ordine sono invitati a ringraziare personalmente anche i propri genitori; e se questi fossero già morti, il modo migliore per festeggiarli sarebbe pregare le loro anime, possibilmente visitando le loro tombe al cimitero.

E se posso permettermi un giudizio personale, una festa della mamma così concepita è molto, MOLTO più carica di significato, rispetto al banale “toh guarda sul calendario c’è scritto che è il giorno X, mo’ telefono alla mamma e le faccio gli auguri e siamo contenti”.

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Chissà cosa direbbe Constance Adelaide, nel vedere come si è evoluta in Inghilterra la festa della mamma. Il Mother’s Day cade ancor oggi nella Domenica Laetare, è vero, ma ha ben pochi legami con la bella commemorazione di matrice cristiana che la donna aveva lanciato cent’anni fa. È una festa commerciale come tante, ormai – e qualcosa mi dice che la sua fondatrice sarebbe decisamente delusa dagli esiti.

Nulla ci vieta però di essere noi a far rivivere ai nostri tempi la bella festa della Mothering Sunday!
Avete ancora ampio tempo a disposizione per stupire la vostra mamma con una telefonata di auguri – con morale – a sorpresa!

Lifestyle cristiano, Personale, Quaresima

Cinque “safe place” in cui mangiare sereni, se vai al fast food ma è un venerdì di Quaresima

Mettiamo caso che siate cattolici e che sia un venerdì di Quaresima.
Oppure: mettiamo caso che Google vi abbia indirizzato su questa pagina perché è un motore di ricerca molto propositivo, ma voi siate semplicemente vegetariani e/o appartenenti ad altre religioni che vietano il consumo di carne, o di certi tipi di carne.
In ogni caso, amici che mi leggete, condividiamo un grattacapo ecumenico: abbiamo un menù necessariamente limitato rispetto alla media, e non è sempre facilissimo individuare un locale in cui sai che puoi andare “a colpo sicuro”, per uno spuntino al volo.

Non so voi, ma io, in certi frangenti, ho trovato difficoltà.
Il mio problema più grosso erano, nei miei anni da studentessa, i pasti fuori nei canonici quarantacinque minuti di pausa tra una lezione e l’altra – peggio ancora, se volevo mangiare assieme a compagni di università.
Troppo poco tempo per andarsi a sedere in pizzeria, ma decisamente troppo tempo per un trancio di pizza dal panettiere da mangiare al volo.
E poi, sai com’è. Magari hai bisogno di usare i servizi.
Magari sei stanco e vorresti allungare le gambe sotto a un tavolo, e financo scambiare due parole con gli amici.

È la classica situazione in cui la gente normale sceglie i fast food… ma, ahimè, non tutti i fast food offrono grandi alternative a chi non può o non vuole ordinare un hamburger. Ok, McDonald’s ha le insalatone e si è inventato il Filet-O-Fish pensando espressamente ai cattolici in Quaresimaperò

Ecco invece cinque locali in cui in Quaresima entro a cuor leggero, consapevole di andare “a colpo sicuro” perché mi vedrò presentare un menù ricco di alternative.
Bonus numero uno: questi locali sono presenti in quasi tutte le grandi città.
Bonus numero due: non credo che siano così popolari. Ci sta che oggi scopriate qualche posto nuovo che ignoravate!
Bonus numero tre: parliamo di posti in cui piatti meatless non sono un’opzione per estrosi confinata al fondo del menù. C’è davvero tanta ampia scelta!
Bonus numero quattro: potete proporli alla comitiva senza passare per l’originale che condanna tutti gli altri a mangiare sbobbe improbabili. Sono locali normalissimi e alla moda, dove c’è cibo per tutti i gusti… compreso il vostro.

EXKI

EXKI

Questa catena di fast food nasce in Belgio nel 1999. Verso il 2004-2005 era già arrivata a Torino, aprendo un locale non distante dal liceo che frequentavo. Con ciò, Ekxi è diventata per anni LA mia meta d’elezione tutte le volte che in Quaresima mi capitava di mangiar fuori: sì, perché questo fast food eco-bio ha un menù veramente strapieno di proposte basate sulla verdura (e sulla frutta) (di stagione).
Potete ordinare un panino al volo o potete scegliere un pasto completo (con la massima libertà, perché il servizio è a self service). Quanto al menù, io ho l’impressione che nei primi tempi Ekxi ne adottasse uno quasi esclusivamente vegetariano; recentemente, hanno fatto capolino molti piatti di carne (o con affettati), il che riduce un po’ la scelta per chi si impone un menù di magro.
Comunque, è una bella catena che amo frequentare, anche per alcune sue piccole attenzioni in campo etico: il caffè proviene dalla filiera fairtrade; il cibo invenduto a fine giornata viene dato in beneficenza.

Mister Fruit & Juice Bar

MrFruit

Quando ne ha aperto uno vicino a casa mia, la prima reazione è stata: “boh?”.
Apparentemente, sembrava un enorme locale, con tavolini e sedie e seggioloni per bambini, interamente dedicato alla vendita di frullati (??).
Non mi capacitavo di come un locale del genere potesse, non dico esistere, ma anche solo esser stato pensato. Poi, mi sono resa conto che i Juice Bar non vendono solo succhi di frutta: al contrario, propongono dei menù interamente composti da frutta (e verdura), con portate che spaziano dai frullati alle zuppe calde. Insomma: vanno benissimo per una merenda nutriente, ma, volendo, ci si fa un pasto completo.
Pare che stiano riscuotendo un crescente successo e che stiano aprendo in varie località d’Italia, perlopiù sotto il marchio “Mister Fruit” o “Juice Bar”. Ho serii dubbi che sarà una moda duratura, ma finché esiste… si può sempre approfittarne.

Veggy Days

Veggy Days

C’è poco da dire: per quanto possa fare strano ritrovarsi in locali popolati da rasta no global che raccolgono firme per l’abolizione della caccia (storia di vita vissuta) (…ma non a Veggy Days), se non vuoi mangiare carne, un bar vegano è evidentemente la scelta migliore.
Ce ne sono tantissimi, qui mi limito a elencare un franchising che ha già alcuni locali (soprattutto nel Centro Italia). Ma sicuramente esisteranno bar vegani anche nella vostra città (Torino è letteralmente piena)… e potete star certi che il menù sarà tutto dalla vostra!

The King of Salad

King of Salad

Mi direte: abbella, non è che hai scoperto l’acqua calda – pure da MacDonald’s ti vendono l’insalatona.
Indubbiamente: però, a me, certa insalata fa abbastanza schifo.
La rucola mi piace, con la lattuga mi sembra di essere una mucca al pascolo; condimenti come tonno e olive sono graditi, ma i semi di mais e le noci te le tiro dietro con disgusto. Per me non è facilissimo entrare in un locale e trovare un’insalata che può piacermi. Anzi: nella maggior parte dei casi, non ci riesco proprio (…e se un’insalata non è di mio gusto, fatico davvero a buttarla giù).
Ecco perché mi trovo bene con King of Salad, che:
a)     è interamente dedicato alle insalate (con qualche incursione di altri piatti vegetali) quindi ha un menù molto più vasto rispetto alla media;
b)    ti offre la possibilità di personalizzare la tua insalata, selezionando di persona gli ingredienti che deve avere. Il top!

Subway

subway

Wikipedia ti dice che “alla fine del 2010 è diventata la più grande catena di ristorazione monomarca del mondo per numero di ristoranti, superando McDonald’s”, poi esci dal lavoro e ti trovi un Subway dietro l’angolo…e cosa pensi? Che Subway sia molto diffuso anche in Italia, no?
E invece no: mentre controllavo il sito della catena prima di scrivere questo post, ho scoperto con un certo stupore che Subway è sì diffuso in tutta Italia… ma la maggior parte dei locali sono all’interno delle basi militari NATO (ce ne sono parecchie sulla penisola, per chi non lo sapesse).
Va beh: i pochi civili che hanno la possibilità di accedere a un Subway, vadano comunque a darci un’occhiata. La formula è sostanzialmente quella del McDonald’s, con la differenza che: Subway è più buono; vende baguettes farcite, non hamburger; ha una scelta maggiore se parliamo di panini vegetariani… e ti offre la possibilità di personalizzare al 100% il tuo panino. Il che, ad esempio, può anche voler dire togliere il salame da quel panino lì, che se non fosse per quel dettaglio ti ispirerebbe proprio tanto, sostituendolo – che so – con ampie dosi di formaggio fuso.
E anche questo non è poco!