Cose cristiane · Vite di Santi e Beati

“Ma non potevamo semplicemente chiamarli martiri della carità?”. Il motu proprio di Papa Francesco e la nuova via per la canonizzazione

Il motu proprio promulgato ieri da Papa Francesco deve aver destato un po’ di perplessità, vista la quantità di domande che mi sono arrivate nelle ultime ventiquattr’ore.

Per chi non avesse seguito la vicenda, la Maiorem hac dilectionem a firma di Francesco ha introdotto una piccola, grande, svolta nei processi di canonizzazione. Fino ad oggi (anzi, fino a ieri), due erano le strade che potevano condurre un fedele alla gloria degli altari:
a)    il martirio, cioè la morte violenta causata in odio alla fede cattolica;
b)    l’esercizio in grado eroico delle virtù cristiane, argomento che avevo già trattato qui (quindi beccatevi il link e passiamo oltre).

Orbene: il motu proprio Maiorem hac dilectionem introduce una terza strada alla santità, da oggi aperta per direttissima anche a tutti “quei cristiani che, seguendo più da vicino le orme e gli insegnamenti del Signore Gesù, hanno offerto volontariamente e liberamente la vita per gli altri ed hanno perseverato fino alla morte in questo proposito”.

Questa “offerta della vita”, evidentemente, deve compiersi con una certa ratio: nello specifico, perché possa esser fatta valere in un processo di canonizzazione, dovrà configurarsi come una accettazione libera e volontaria di morte certa, prematura e a breve termine, cui si deve andare incontro mossi da carità.

Esempi concreti?
Beh: per dirne una, il medico che si offre volontario per assistere i malati affetti da un morbo gravissimo e incurabile, esponendosi al concreto rischio di contagio.
Oppure il classico eroe che nei film urla al criminale “fermo! Prendi me al posto suo!” per liberare il malcapitato che è stato appena preso in ostaggio.

Ça va sans dire, nel processo di canonizzazione verranno anche prese in esame, come di consueto, la fama di santità che dovrà seguire la morte eroica, la presenza di un miracolo operato post mortem dal venerabile, nonché la sua pratica delle virtù cristiane quand’era ancora in vita. Attenzione però: in questo caso, non è strettamente indispensabile che le virtù cristiane siano state praticate in grado eroico. Per chi muore offrendo volontariamente la sua vita – dice Papa Francesco – potrà essere sufficiente una pratica delle virtù cristiane esercitate “in grado ordinario”.
Lo stesso privilegio vale per coloro che vanno incontro a martirio: non necessariamente il martire deve aver praticato in grado eroico tutte le virtù cristiane, perché si ritiene che la donazione piena della propria vita, che ha luogo nel martirio, basti di per sé a cancellare completamente qualsiasi colpa passata, un po’ come un secondo Battesimo.
Vale a dire: puoi anche aver avuto una vita cristiana non totalmente integerrima – ma, se al momento buono, sei disposto ad offrire la tua vita per Cristo, questo basta già di per sé a spalancarti le porte del Paradiso.

‘nsomma, Papa Francesco ha in un certo senso assimilato ai martiri veri e propri questi “martiri della carità” (come li stanno chiamando impropriamente chiamando i giornali). Il che ha scatenato nei miei lettori una ridda domande: sì, ma allora non potevamo assimilarli ai martiri punto e basta? Non si poteva dire che chi rinuncia alla sua vita per un breve più grande diventa automaticamente martire, e tanti saluti?

No, non si poteva. Semmai sarebbe stata forse percorribile la strada inversa, cioè assimilare questi “donatori della propria vita” a coloro che hanno praticato in grado eroico almeno una virtù cristiana (in questo caso la carità). Ma mai e in alcun modo sarebbe stato possibile assimilarli ai martiri “veri”, mancando in questi casi una componente essenziale e ineludibile del martirio cristiano: ovverosia, l’essere uccisi in odium fidei.

Potrebbe sembrare una questione di lana caprina, ma non lo è affatto, e la necessità di una prova dell’odium fidei come motivo determinante della morte del martire è stata ribadita, in tempi molto recenti, da Papa Benedetto XVI, che, il 24 aprile 2006, dichiarava:

è necessario che affiori direttamente o indirettamente, pur sempre in modo moralmente certo, l’odium fidei del persecutore. Se difetta questo elemento, non si avrà un vero martirio secondo la perenne dottrina teologica e giuridica della Chiesa.

Si potrebbe dire che il martirio non consiste tanto nella morte che si subisce, quanto più nelle ragioni che hanno spinto l’assassino a uccidere: solo dall’esame di questo elemento si può determinare se la morte del cristiano sia veramente martiriale. Insomma, è indispensabile che l’omicida agisca perché spinto da un vero e proprio odio verso la fede cattolica, o, quantomeno, da un odio verso certi atteggiamenti che il fedele pone in essere a causa della sua fede.

Esempio? Sono incinta e rifiuto di abortire un figlio malato, perché una brava cattolica non abortisce i propri figli. Mio marito (non particolarmente anti-cattolico di per sé, ma fortemente determinato a non volere figli disabili), in un attacco di rabbia, dopo l’ennesima discussione, piglia e mi ammazza di botte, possibilmente urlando cose tipo “maledizione a quei preti che ti hanno messo certe idee in testa!” (e cioè tracciando egli stesso un collegamento tra il mio comportamento e la mia fede).
La mia morte non è causata da un odio alla fede in sé e per sé (non è che il mio assassino si sia irritato dopo un dibattito sulla transustanziazione): semmai è causata dall’odio verso il modo in cui la mia fede mi induce a vivere – il che è comunque giudicato assimilabile al martirio. In ogni caso, sono stata uccisa a causa della mia volontà di seguire Cristo.

Ma il buon cristiano che si fa avanti e dice “ok, in questa situazione c’è bisogno di qualcuno che si immoli per la causa, e mi offro volontario io perché mi sento pronto a donare la mia vita per il bene comune?”.
Atto lodevolissimo e fortemente cristiano, ma non martirio in senso stretto. Lo spiega molto chiaramente il manuale di studio sulle Cause dei Santi composto dalla competente Congregazione, laddove si legge che

anche se altamente nobile, la carità non può essere l’unico e sufficiente motivo per far diventare un cristiano martire nel verso senso della parola. Perché si possa parlare di vero martirio, la Chiesa insiste sulla necessità che il motivo della sua persecuzione e della sua morte da parte del persecutore sia l’odium fidei. Solo così il martire potrà diventare veramente simile a Cristo, cioè sua perfetta realizzazione, perché Gesù Cristo è stato messo a morte non in odio della carità che faceva, ma in odio al suo messaggio.

Quindi, no: questi “martiri della carità” non avrebbero potuto essere in alcun modo assimilati ai martiri tout court. Anzi, il termine stesso di “martiri della carità”, che stamattina invade le prime pagine dei giornali ma che purtroppo ha già contaminato da tempo i bollettini parrocchiali e il linguaggio chiesastico, induce i fedeli alla confusione e all’errore: coloro che muoiono offrendo la loro vita per il bene del prossimo sono degli “eroi”, dei “testimoni della fede”… ma NON dei martiri.
Semmai possono essere considerati dei “bravissimi cristiani molto altruisti”, toh: io li definirei senza problemi individui che, tra tutte le virtù evangeliche, hanno messo in pratica con un particolare grado di eroismo quella dell’amore per il prossimo.

La strada scelta da Papa Francesco è ancora diversa e va dritta al punto, istituendo una terza fattispecie per la canonizzazione dotata di un suo specifico iter processuale, che presumibilmente sveltirà le procedure e abbrevierà i tempi tecnici di attesa. Scrive infatti Papa Francesco:

È certo che l’eroica offerta della vita, suggerita e sostenuta dalla carità, […] è meritevole di quella ammirazione che la comunità dei fedeli è solita riservare a coloro che volontariamente hanno accettato il martirio di sangue o hanno esercitato in grado eroico le virtù cristiane.

Insomma: è in arrivo per noi un vasto campionario di “eroi della carità”, capaci di commuoverci ed edificarci con il loro estremo sacrificio altruistico e disinteressato?

Sì, con ogni probabilità. E io già affilo la mia penna (spuntata) per scrivere di loro.

Cose cristiane · Personale

Se fossi un sacerdote…

La bravissima Emilia del blog Testimoniando mi ha sorpresa, qualche giorno fa, con un post decisamente fuori dal comune. In occasione delle ordinazioni sacerdotali che stavano per tenersi nella sua diocesi, Emilia aveva fantasticato su che tipo di sacerdote sarebbe stata lei… “in un’altra vita”, come si suol dire.
L’ho trovato uno spunto di riflessione curioso e interessantissimo: immaginarmi nei panni di un sacerdote è stato un esercizio non da poco (sostanzialmente conclusosi con la consapevolezza che non sarei fatta per il sacerdozio). E insomma, il giochino mi è piaciuto così tanto che, rubando l’idea a Emilia, ho deciso di… presentarvi il don Lucio che (non) avrei potuto essere.

Chissà: per i laici che mi leggono potrebbe, forse, essere divertente mettersi alla prova in questo gioco di immaginazione.
E quanto ai sacerdoti che mi leggono… chissà che la lettura di questo tipo di post non sia interessante pure per loro!

***

Se fossi un sacerdote…

Sarei un sacerdote diocesano, nonostante la fascinazione che eserciterebbero su di me gli ordini religiosi (tipo Gesuiti, Salesiani, Rosminiani, per capirci). Sarei “tentata” fortemente, non tanto dall’opportunità di fare vita comunitaria, quanto più dalla possibilità di dare alla mia vita un indirizzo ben preciso, abbracciando un carisma specifico e magari molto settoriale.
Sarei fortemente tentata, dicevo, ma probabilmente desisterei, perché la vita comunitaria può essere bellissima ma anche no, e credo che sperimentare la seconda eventualità potrebbe realmente farmi morire dentro.
Un sacerdote “normale” che vive da solo nella sua canonica potrà avere un mucchio di problemi, ma non quello di trovarsi bloccato in una comunità in cui non riesce proprio a “ingranare” con confratelli e superiori. Il che, secondo me, è un po’ come ritrovarsi in un matrimonio infelice in cui non vai più d’accordo con tuo marito. Sostanzialmente, un incubo.

Sognerei neanche tanto segretamente di essere assegnato a un ufficio di curia, ma non per far carriera! Semplicemente, perché credo che lì potrei mettere a frutto i miei talenti. Se fossi un sacerdote, penso che potrei fare discretamente bene prestando servizio presso l’archivio diocesano, occupandomi del settore “cultura”, seguendo le postulazioni per le cause dei santi.
(In pratica, se fossi un sacerdote, sognerei di fare quello che attualmente faccio come laica coniugata. Aehm. Una vocazione sacerdotale molto forte e motivata ‘nsomma…)

In ogni omelia, inserirei un aneddoto ad impatto attorno a cui sviluppare il discorso, perché vedo di solito che funziona. Un fatterello tratto da una agiografia, da un libro di Storia, o anche solo dall’attualità (meglio ancora se buffo e/o comunque capace di catturare l’attenzione), potrebbe essere un buon incipit per ogni mia omelia (che in ogni caso ruoterebbe attorno alle letture del giorno, ci mancherebbe).

Approfitterei delle omelie anche per spiegare il significato di certi momenti liturgici – non per altro, ma perché mi sembra che di liturgia si parli molto poco. E così, un giorno vai a Messa e ti trovi il prete avvolto in una casula rosa che sembra uscita dal guardaroba di Barbie, e nessuno ti spiega il significato di questo gesto, e tu stai lì a pensare “…mbeh?”.
Credo che nel corso dell’anno non mancherebbero le occasioni per un breve excursus sul significato di questo o quel gesto liturgico (lo scambio della pace, la distribuzione dei rami d’ulivo, il segno della croce con l’acqua santa, il suono delle campane…). Potrebbe pure essere interessante, per i fedeli!

A proposito: se non si fosse ancora intuito, seguirei scrupolosamente tutte le tradizioni del tempo che fu, anche quelle che stanno cadendo in disuso. Indossare il rosaceo e il nero sarebbe un must nei momenti opportuni; i miei parrocchiani riscoprirebbero il significato di “rogazioni”. Utilizzerei il benedizionale con frequenza ed abbondanza; riproporrei quelle devozioni tipo la benedizione della gola a San Biagio e la benedizione degli occhi a Santa Lucia.
Le proporrei anche ai bambini del catechismo, che secondo me hanno l’età giusta per entusiasmarsi all’idea di far benedire il barboncino nella festa di Sant’Antonio (previa adeguata preparazione da parte del parroco, perché la devozione non sfoci in folklore).

Proverei a proporre ai miei parrocchiani la celebrazione di una Messa in forma straordinaria, con adeguato battage pubblicitario per incuriosire la massa e con adeguata preparazione di chi si è lasciato incuriosire. Probabilmente darei appuntamento agli interessati una mezz’ora prima della Messa per spiegare, col piglio di Alberto Angela, what’s going on.

Siccome mi piace il famolo strano, proverei a cambiare il consueto orario delle Messe.
In questo senso: non mi capacito ancora della situazione che si verificava nei quartieri del centro storico di Pavia, dove c’era una chiesa praticamente ogni due isolati, e ognuna di quelle chiese diceva Messa alla stessa ora. La Messa vespertina poteva iniziare alle 17:30 piuttosto che alle 18, la Messa dei bambini poteva essere alle 11 piuttosto che alle 10:30… ma più o meno, lì eravamo.
Ma io dico: differenzia un po’ l’offerta…!
Se la situazione me lo permettesse, io, da parroco, proverei ad inserire Messe ad orari decisamente inusuali, tipo alle 16:30 (guarda un po’, io impazzirei di gioia per una Messa alle 16:30).
O alle 21, per chi ahilui lavora e non ha avuto tempo prima.
O alle 14 della domenica, per chi ha fatto le ore piccole il sabato e l’indomani vuol poltrire a letto.
Inoltre, stabilirei una serata settimanale in cui confesso, e mi metterei a disposizione – poniamo – dalle 17:30 alle 21: sono convinta che molti studenti e lavoratori ringrazierebbero. Se poi non viene nessuno, hai avuto l’occasione per leggerti un buon libro.

In confessione, farei il sacerdote e non lo psicoterapeuta. Se mi sentissi chiamato a dare consigli esistenziali, mi procurerei una seria formazione psicologica di base.
Credo che poche esperienze possano essere più irritanti che il ritrovarsi faccia a faccia con un sacerdote il quale, ricevuta la tua confessione, comincia a sparare sentenze senza conoscere te o la tua situazione. Dietro a un “odio mio marito” magari c’è una situazione familiare disastrosa che tu non immagini nemmeno, e che in alcun modo può essere sanata da un “eh ma prova a dire grazie prego e scusa e vedrai che tutto si sistemerà”.
Se mi sentissi chiamato a fornire circostanziati consigli operativi a chi viene a confessarsi (il che può pure essere ‘na cosa utile, eh, chi dice di no?), avrei cura di procurarmi una seria formazione di base, consapevole che l’approccio sbagliato può causare seri danni e che, in quel caso, il peso ricadrebbe sulla mia coscienza.

Cercherei di rendere la mia parrocchia punto di aggregazione per il quartiere, tenendo conto delle esigenze specifiche della zona ma con un punto fermo che cercherei di attuare ad ogni costo, e cioè rendere la mia chiesa anche (o soprattutto?) un piccolo polo culturale.
Allestirei una bibliotechina e un servizio di bookcrossing; organizzerei doposcuola e corsi di [cucina / disegno / vattelapesca] per i bambini dell’oratorio; scriverei libretti di storia locale che metterei in vendita a scopi benefici; per gli adulti, organizzerei conferenze su temi di interesse.
Globalmente, io cercherei di attirare i “non molto praticanti” con una parrocchia-centro-culturale, più che con una parrocchia-parco-divertimenti.
Ma non per altro: è che con l’adolescente che entra in chiesa solo per andare gratis alla cristoteca tunze tunze, non sono perfettamente in grado di poterci combinar qualcosa. Conoscendo i miei limiti e le mie inclinazioni, cercherei anzi tutto di avviare un dialogo con quei “lontani” con cui potrei dare il meglio – cioè quelli che magari entrano in canonica una volta all’anno, ma lo fanno per sentire la conferenza di Storia dell’Arte.
Con quelli, almeno, potrei avere un reale punto di contatto…

Curerei con molta attenzione il foglietto della domenica. Penso che possa essere uno strumento utile, se redatto bene: oltre ai normali avvisi per la settimana, inserirei ogni volta un brano da meditare, scritto da me o ricavato da mie letture.
A proposito: gli avvisi per la settimana entrante li darei all’inizio dell’omelia, non dopo la comunione. Non mi piace quando la mia preghiera viene interrotta ex abrupto dal sacerdote che annuncia l’avvio del corso di ginnastica dolce per il gruppo terza età.

Farei valere il concetto “mio il castello, mie le regole”.
Se ti sposi nella mia parrocchia, non puoi trasformare la Messa nuziale in una festa mondana degna di Trimalcione. Se passi i tuoi pomeriggi nel mio oratorio, non puoi indulgere in discorsi e comportamenti contrarii al decoro e alla carità cristiana.
Eccetera eccetera eccetera.
Mi pare molto semplice.

Con garbo e delicatezza, parlerei apertamente di regole di modestia nel vestire. Ad esempio, appendendo alle porte della chiesa il classico cartellino con le indicazioni del dress code richiesto, e mettendo a disposizione delle fedeli un cestino con foulard da usarsi alla bisogna. (Sì, il continuo acquisto di foulard per sostituire quelli rubati metterebbe in pericolo la tenuta economica della parrocchia, lo so).

Dress code chiesa

Il catechismo avrebbe la priorità assoluta e dovrebbe essere gestito nel modo più professionale possibile, il che vuol dire che la collaborazione della volenterosa sciura Adelina è senz’altro molto gradita, ma non la manderei allo sbaraglio senza essermi prima sincerato sulle sue qualità didattiche (e dottrinali).
Ove possibile, vorrei gestire il catechismo in prima persona; ove non possibile, cercherei di essere comunque molto presente e di avere sempre il polso della situazione.

I corsi di formazione al matrimonio sarebbero in gran parte personalizzati, ovvero: fatto salvo alcuni momenti affidati a specialisti e presentati in contemporanea a tutta la “classe” (es. la canonica lezioncina sui metodi naturali), fisserei incontri privati con ogni coppia di fidanzati, per approntare assieme a loro un percorso ad hoc. Tipicamente, suggerirei la lettura di alcuni testi a partire dai quali avviare una discussione.
Sarebbe un win-win:
– se ci tieni a prepararti adeguatamente al matrimonio, una catechesi su misura è quanto di meglio esista al mondo (lo so, perché ho avuto la fortuna di provarla);
– se per te il corso prematrimoniale è solo un proforma in vista del Big Day con location artistica, quando ti viene chiesto un impegno simile, inorridisci e vai altrove.
Il che per me sarebbe già un grande successo, perché odierei l’idea di dover celebrare matrimoni che, con ogni probabilità, sono già nulli di partenza. Ovverosia sono delle ridicole farse di fronte a Dio, allestite in luogo sacro per il solo gusto di avere un bell’album di nozze.

Indosserei sempre l’abito talare (o quantomeno un clergyman).
Non capisco per quale ragione tanti consacrati amino girare in borghese (capisco che la talare sia oggettivamente scomoda, ma il clergyman?). Se è una scelta deliberata allo scopo di “mimetizzarsi meglio”, mi stona tanto quanto mi stonerebbe scoprire che mio marito ha deciso di non indossare più la fede nuziale, “ma solo per non inibire le ragazze che incontro al bar, amò, ché se scoprono che sono sposato hanno tutt’un altro atteggiamento…”

Presterei particolare attenzione anche ai miei abiti liturgici, selezionando capi di buona fattura e di buon gusto.

Paramenti Pentecoste

Potrei dover ipotecare i miei beni personali pur di indulgere alla shopping-mania nell’e-commerce della Slabbink.

Il clergyman imparerei a stirarmelo, e in generale tenterei di avere la vita il più normale possibile. Perché non siamo più negli anni ’50, e un prete che non è capace di vivere senza l’aiuto di una perpetua è decisamente fuori luogo e fuori tempo massimo. Con tutta l’indulgenza per chi è entrato in seminario tanti anni fa, vedere un giovane consacrato che, oggi, non ha idea di quanto costi un litro di latte, non è capace a stirarsi una camicia, non ha mai sentito parlare di “tariffa bioraria” e non sarebbe in grado di cambiare il filtro a un aspirapolvere… beh
Se certe abilità base finalizzate alla sopravvivenza quotidiana oggigiorno si pretendono (giustamente) da tutti i mariti, non vedo perché non le potrebbero pretendere anche i fedeli da parte del loro “padre” spirituale.

***

‘nsomma, credo che come sacerdote sarei un impiastro e che riuscirei a farmi odiare dal vescovo nell’arco di pochi mesi. Ribadisco la mia convinzione per cui darei il meglio richiuso in un ufficio di curia: come archivista, agiografo o storico della Chiesa, che potrei dare un buon contributo alla causa!
Anzi: a ben vedere, un ancor più efficace contributo alla causa lo do se smetto di fantasticare sul nulla e torno effettivamente sul mio posto di lavoro, a far l’archivista, l’agiografa e la storica della Chiesa.

Ma non prima di aver chiesto: e voi?
Vi siete mai immaginati nei panni di un sacerdote o un frate?
E se sì, che tipo di religioso pensate che potreste essere?

Lifestyle cristiano · Personale

La mia esperienza con eShakti, il sito di moda etica che ti cuce i vestiti proprio come li vuoi tu

eShakti è arrivato in Italia – e se anche voi leggete i blog di modest fashion statunitensi, vi sarete immediatamente rese conto della portata della notizia.
Per chi non conosce eShakti e si chiede cos’abbia di così speciale da essersi addirittura aggiudicato un post a tema, ecco qui una breve presentazione.

Eshakti Home

eShakti è un sito di e-commerce dedicato alla moda femminile, con un vastissimo catalogo di capi d’abbigliamento. Fin qui niente di strano, la cosa interessante viene ora: con un sovrapprezzo di 9 euro, eShakti vi permette di personalizzare interamente il capo che state comprando. Il che vuol dire: voi vi misurate con un metro da sarta e compilate un form con le vostre misure, ed eShakti cuce il vestito esattamente sulle vostre forme.
Ma la meraviglia non finisce qui: inclusa nel sovrapprezzo di cui sopra, vi aggiudicate anche la possibilità di modificare il vestito come volete voi.

Vi piace quel modello, ma, mannaggia, la gonna a metà polpaccio vi sta malissimo? No problem, potete chiedere di avere una gonna al ginocchio.
Avete adocchiato un vestitino delizioso, ma, mannaggia, è senza maniche, e invece voi preferite avere sempre le spalle coperte? No problem, potete far aggiungere le maniche – a sbuffo, svasate, al gomito, come vi pare.

Eshakti Banner

Mi direte: e vabbeh, ma chissà quanto costa un abito sartoriale fatto su misura!
Vi rispondo: ve la cavate con circa 40 euro tutto incluso.

Mi direte: e vabbeh, ma allora ‘sti vestiti saranno cuciti col sangue di poveri bambini del Terzo Mondo sfruttati fino al midollo.
Vi rispondo: li cuciono per voi delle sarte indiane maggiorenni, pagate il 70% in più rispetto ai minimi salariali suggeriti dai sindacati.

Ho deciso di condividere la mia esperienza su eShakti perché, prima di fare il mio ordine, ho cercato recensioni in giro, e non sono riuscita a trovarne da parte di utenti italiani. (Del resto, il sito è sbarcato nel Bel Paese solamente da pochi mesi: prima, operava esclusivamente in USA). Poiché io avevo alcuni dubbi molto specifici relativi alla situazione italiana (tipo: come stiamo messi con le spese doganali?), le recensioni delle blogger statunitensi mi aiutavano solo fino a un certo punto.
Così, ho fatto un ordine un po’ alla cieca, ne sono rimasta soddisfattissima, e ho pensato di scrivere questo post per chiarire i punti che interessavano a me (e, immagino, qualsiasi potenziale acquirente).
Tutto qui. Questo non è un post sponsorizzato, il customer care di eShakti non sa nemmeno che esisto, e non mi ha remunerata in alcun modo per questo post (…ma magari!!).
Questa è la mia esperienza pura e semplice.
Se non siete interessati saltate pure questo post fuori degli schemi, ma tenete conto che questa chicca potrebbe potenzialmente interessare tutti, maschi inclusi, anche perché eShakti offre la possibilità di comprare buoni regalo.
E se siete alla ricerca di un regalo originale per una delle “vostre donne”, io vi dico che, secondo me, un gift coupon da eShakti è qualcosa che si farà ricordare molto a lungo

***

Ricominciamo: eShakti è un sito di e-commerce che permette di personalizzare interamente i propri capi di abbigliamento.
In teoria è  anche possibile acquistare i vestiti così come li si vede sull’e-shop, senza modifiche. Personalmente trovo che la cosa non abbia senso: a ‘sto punto ti compri un vestito in un negozio a caso, e tanti saluti.

Le modifiche che possono essere apportate sono tantissime, ma non illimitate. Ovvero: non vi capiterà mai di personalizzare un vestito secondo il vostro estro personale, per poi scoprire che, mannaggia, quelle maniche a sbuffo che avete fatto aggiungere non c’entrano niente col resto dell’abito. Ogni capo presenta un tot. di possibilità di modifica, pre-selezionate dallo stilista stesso: se decidete che la scollatura non la volete a barchetta ma la preferite a V, state pur certe che il risultato finale sarà gradevole.

E allora, facciamo un esempio molto concreto e vediamo quale vestito ho ordinato io.

Uno dei punti di forza di eShakti è la straordinaria quantità di stoffe diverse, che spesso presentano stampe molto originali.
Attratta per l’appunto dalla stoffa con cui è confezionato, io decido che voglio questo vestito qua:

MiovestitoEshakti

Come ben sa chi mi legge da tempo, i miei personali standard di modestia includono spalle coperte e gonne lunghe fino al ginocchio. Dunque, allungo la gonna di qualche centimetro e ci aggiungo due belle maniche (al gomito, giusto per star sicuri). Già che ci sono, decido anche di cambiare la scollatura e di farla quadrata, tanto per variare un po’.

Eshakti possibilità modifica
Le varie opzioni tra cui potevo scegliere nel personalizzare il mio vestito

Prendo le mie misure e le inserisco nell’apposito form, che peraltro è straordinariamente dettagliato. Il sito richiede informazioni tipo “circonferenza della parte alta del braccio con i bicipiti in tensione” (!): con tutti i dati che devo fornire, mi aspetto un vestito che calzi come un guanto.

Dico subito che lo scoglio contro cui si sono parzialmente scontrate le mie aspettative è la conversione da centimetri a pollici. Il sito vi costringe a fornire le vostre misure in pollici: poco male, potete misurarvi in centimetri e poi usare uno dei tanti convertitori automatici su Internet – sennonché, vi sconsiglio di fare come ho fatto io, che, nel caso di dubbio, ho sempre arrotondato per eccesso.
90 cm. sono 35,43 pollici? Massì dai, facciamo 36, meglio troppo largo che troppo stretto.
Col senno di poi, arrotondare per eccesso potrebbe non essere sempre la strategia migliore. Suggerirei semmai di andare a buon senso: arrotondate per eccesso laddove avete interesse che il vestito cada morbido (es. sulla vita: nessuno vuole un vestito che tira in vita) e arrotondate per difetto dove invece desiderate che aderisca bene (es. sul seno, mi verrebbe da pensare).

Fornite le mie misure e selezionate le modifiche che voglio apportare, veniamo alle dolenti note: il pagamento.
In realtà sono note molto meno dolenti di quanto pensiate!

Intanto, eShakti deve avere una strategia di marketing tipo “prendiamola per la gola offrendo continuamente promozioni”.
A tutti gli utenti che fanno il loro primo ordine, il sito offre un buono sconto di 25 dollari, più un bonus per azzerare le spese di spedizione.
Agli utenti che hanno già acquistato in passato, va meglio ancora: in questo momento, il sito mi offre il 15% di sconto su tutta la collezione, e in più, a seguito del mio primo ordine, ho ricevuto un buono di 30 dollari (!!) da utilizzare sul mio prossimo acquisto.

Indicativamente, con 40 – 45 euro tutto compreso riuscite a portarvi a casa un vestito di fattura sartoriale cucito su misura per voi.

“E ma poi ci sono le spese di dogana”.
E invece no!
O meglio: i prezzi che voi vedete navigando sul sito sono, effettivamente, IVA esclusa. Ma quando mettete un abito nel carrello e dite che volete farvelo spedire in Italia, ecco che il sito aggiorna il prezzo finale facendovi pagare anche l’IVA al 22% necessaria per l’importazione.
Questo vuol dire che il vostro pacco non sarà soggetto ad alcuna spesa extra: posso confermarvi che il mio vestito è stato fermato per controlli sia in uscita dall’India, sia entrando in area Schengen, sia in Italia per attendere la bolla doganale, e io non ho dovuto pagare neanche un centesimo.
Non ci ho creduto fino all’ultimo, ma tant’è.

Comunque: piazzo il mio ordine, pago con carta di credito (è possibile usare anche il circuito PayPal per maggior tranquillità), recito una muta preghiera al santo patrono delle dogane… e aspetto. I tempi di consegna previsti vanno dai 13 ai 19 giorni, il che mi pare equo per un vestito che viene cucito su misura per te dall’altra parte del mondo. Il sito stima una consegna prevista per lunedì 19 giugno, e nel frattempo mi tiene costantemente aggiornata sui progressi della lavorazione.

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Dopo una dozzina di giorni dal mio ordine, ricevo una mail in cui mi si comunica che DHL International ha preso in carico il mio pacco. L’e-mail automatica mette pure le mani avanti dicendo che la policy aziendale di DHL è di anticipare per conto del cliente eventuali spese doganali allo scopo di accelerare il più possibile la consegna (quindi, niente storie e cacciate fuori i dindi quando il corriere vi suona alla porta).
Quando DHL fa trillare il mio campanello (puntualissimo, lunedì 19 giugno come previsto) chiedo subito: “devo pagare qualcosa?”.
No, le spese di importazione sono state interamente assolte da eShakti: lo sottolineo ancora una volta perché era il mio timore principale, ma non un centesimo di più vi verrà chiesto.

E dunque eccomi qui rimasta sola col mio pacco e col mio unico timore residuo: ma non è che sto per prendermi ‘na sola?
Ok ok, Internet è pieno di commenti positivi, ma sai, magari sono sponsorizzati, magari non è tutto vero…

Apro il mio pacco.
Dentro alla scatola di cartone, giace il mio vestito, morbidamente avvolto in un foglio di carta velina.
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S’è fatto un viaggio Nuova Delhi – Torino senza sgualcirsi minimamente: perché non perdesse la forma mentre veniva sballottato da un continente a un altro, le signore di eShakti l’hanno addirittura fissato con delle mollettine trasparenti. Piccoli dettagli che cominciano a tranquillizzarti.

Prendo in mano il mio vestito.

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Qui uno potrebbe anche provare a vendervela bene, dire: eh, la foto fa schifo ma è tutto voluto, è che il post è sull’abito e non sul mio corpo… No: è che c’avevo 37 gradi in camera, stavo crepando dal caldo, la macchina non memorizzava le impostazioni che le davo, a un certo punto mi son depressa, ho preso la foto meno peggio, e ho pensato “mbeh, si arrangino”.

La stoffa è esattamente come da fotografia. 100% poliestere, non il massimo mi direte voi: sì, ma io (costretta a frequenti trasferte di lavoro) ho bisogno di tessuti sintetici che non si stropiccino in valigia. Il catalogo di eShakti offre anche abiti in lino, cotone…
Lo provo: è esattamente come l’ho voluto, con l’unica differenza che, in alcuni punti, calza più largo di quanto mi aspettassi. Qui mi prendo interamente la colpa e sbuffo per la mia decisione di arrotondare sempre eccesso nella conversione da cm a inches: là dove il vestito va grosso, è dove io sono stata di manica larga nelle equivalenze.
Poco male, in ogni caso: questione di millimetri!

La scollatura è alquanto più profonda di quanto immaginassi (rapido appunto mentale: optare sempre per scollature molto contenute), e, nonostante la dicitura “lightweight” nella descrizione della stoffa, l’abito è certamente estivo, ma mica tanto fresco…
(Ma in fin dei conti: in condizioni normali, quale persona sana di mente deciderebbe di indossare un abito in poliestere con maniche lunghe, in una stanza non condizionata, con una temperatura ambiente di 37 gradi?)

Le cuciture sono invisibili e precise, il vestito è interamente foderato, e la fattura ti delizia con quei dettagli sartoriali a cui la fast fashion ci ha disabituati.

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Gonne a prova di effetto Marilyn!

Esempio?
I famosi piccoli pesetti à la Kate Middleton che, messi sull’orlo delle gonne, impediscono loro di sollevarsi al primo colpo di vento.
Oppure: uno strato di stoffa sotto la cerniera, per impedire che i dentini metallici irritino la pelle della schiena.
O ancora: due asole all’altezza delle spalle in cui far passare le spalline del reggiseno, per evitare che, con movimenti improvvisi, la scollatura si sposti lasciando intravvedere la biancheria intima.

È ridicolo definire “di fattura sartoriale” un vestito cucito sulle tue misure e secondo i tuoi desiderata, ma, davvero: non troverei un altro aggettivo per descriverlo.

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I “bra straps” che le blogger americane decantavano così tanto e definivano così utili alla modestia – non capivo onestamente che funzione potessero avere, prima di averli visti in azione.

Sono soddisfatta?
Pienamente: così tanto che ho deciso di scomodarmi per questa recensione.

Acquisterò di nuovo da eShakti?
Dopo aver preso in mano l’abito, mi ero già data la risposta “assolutamente sì”. Diciamo che, avendo in saccoccia un buono sconto da 30 euro, mi sento estremamente tentata dall’acquistare di nuovo entro breve tempo…

Consiglierò eShakti ad altre persone?
Sicuramente sì; in particolare, ve lo consiglio proprio dal cuore
–          se avete una fisicità diversa dalla norma, tipo mia mamma che accumula grasso solo sulla pancia e non su seno e fianchi, sicché è molto difficile trovare nei negozi qualcosa che le calzi a pennello;
–          se globalmente siete una taglia forte… molto forte, di quelle che spesso hanno reali difficoltà a trovare abiti carini a prezzi non esorbitanti;
–          se avete standard di modestia molto rigidi, tipo “maniche fino al gomito e gonne fino al polpaccio”, da cui altre difficoltà concrete nel fare shopping nella grande distribuzione;
–          se ci tenete ad essere perfette per la Grande Occasione, ma non volete spendere un occhio della testa in una boutique;
–          se avete l’uggia di organizzare un matrimonio all’americana con la schiera di damigelle vestite tutte uguali, perché il sito offre una vasta sezione di abiti alla bisogna… e in effetti è perfetto, per avere look uniformi ma non identici.

Soddisfatta?
Assolutamente sì!
E dopo questa, non ditemi che non è possibile seguire determinati standard di modestia “perché nei negozi non si trova niente, e che è, mica posso farmi confezionare i vestiti su misura!”.

Paragoniamo questo servizio a un vestito elegante di un qualsiasi brand di fascia media, e poi vediamo qual è quello col miglior rapporto qualità/prezzo…

Cose cristiane · Lifestyle cristiano · Pillole di Storia

Cos’è davvero il “bacio colombino” (e perché Agostino ritiene moralmente lecito baciare in bocca amici, conoscenti e preti)

Da quando il mio blog ha cominciato a occuparsi di castità prematrimoniale, ogni tanto mi capita di ricevere e-mail sul tenore di “vorrei fare col mio ragazzo la cosa X (o XXX). Secondo te, va bene?”-
Ora (siete liberi di non credermi la ma è la sorprendente verità): una delle domande che più frequentemente mi viene posta è: “è davvero così peccaminoso scambiarsi il bacio colombino prima del matrimonio?”.

Ehm…?

La mia prima (e seconda, e terza…) reazione è stata, comprensibilmente, sulle linee di “ma che cavolo sarebbe un bacio colombino??”. Pensavo di essere vittima di un trollaggio di massa, quando ho provato a digitare “bacio colombino” su Google, e mi si è aperto tutto un mondo.
A quanto pare, in un certo linguaggio chiesastico, il “bacio colombino” sarebbe il termine utilizzato per indicare una pratica talmente abominevole da non potersi descrivere più esplicitamente, ovverosia (aehm) il bacio sulle labbra (e/o “alla francese” – con la lingua, per capirci).
E, a quanto pare, esistono alcuni siti (anche di area cattolica, anche scritti da Italiani) in cui la pratica del bacio colombino è fermamente condannata prima del matrimonio. A detta dei webmaster, un gesto così intimo e profondo scatenerebbe inevitabilmente impulsi così forti e insopprimibili che:

a) di lì a cinque minuti ti ritrovi automaticamente a rotolarti nelle lenzuola;
b) se anche riesci ad autocontrollarti, il gesto è comunque così sensuale da doversi evitare punto e basta.

Ora, io trovo anche leggermente imbarazzante essere nella situazione di dover dire a dei liceali se il bacio sulle labbra sia da evitarsi oppure o no. A naso, io direi che se ‘sto benedetto bacio colombino vi causa davvero tutti gli sconquassi di cui sopra, allora, boh, forse ci starei attenta, per una questione più che altro precauzionale. Però a quel punto cercherei anzitutto di fare un lavoro serio su di me e sul mio autocontrollo, perché secondo me l’optimum a cui mirare è raggiungere un grado di purezza di cuore per cui un bacio sulle labbra del proprio fidanzato è una dolce manifestazione d’affetto, e non un costante precipizio verso baratro della lussuria.

Just my two cents, eh.
Ma giustamente, a domanda rispondo.

Ora, accantonata la questione “si fa, non si fa?”, vorrei dedicarmi al vero punto d’interesse della questione, cioè il quesito su cui mi arrovello ormai diversi anni anni: ma che cavolo è il bacio colombino???

Acclarato che con “bacio colombino” intendiamo il bacio sulle labbra, chi diavolo è che si è inventato questo termine, e soprattutto cosa si era fumato prima di farlo?
Vuoi pudicamente alludere al fatto che parliamo di bacio sulle labbra? Parlami di “bacio degli amanti”, “bacio romantico”, “bacio dei volti”; sarei persino disposta a tollerare un “bacio del serpente”, che almeno ha la linguetta lunga. Ma “bacio delle colombe”… boh?

A suo tempo, ho provato a fare qualche ricerca su Google: sono riuscita a risalire indietro fino a manuali di morale sessuale di inizio ‘800, in cui la pratica deplorevole del “columbine kiss” era per l’appunto condannata come foriera di sventure. Prima di quella data, niente (o niente di indicizzato su Google).
E io rimanevo lì ad arrovellarmi: ma ‘sto bacio colombino, chi se lo è inventato e soprattutto perché?
E poi, qualche tempo fa, la Rivelazione.
Nella sala di lettura di un convento, mi è capitato sotto gli occhi un vecchio numero (4/2014) della Rivista Liturgica, interamente dedicato a Il bacio rituale. Tra culto, cultura e tradizioni.
Immaginate la mia emozione, quando – preso in mano il volumetto per darci un’occhiata curiosa – ho scoperto l’esistenza di un intero capitolo dedicato al bacio colombino nella teologia (principalmente agostiniana)!
E… surpise: è qualcosa di completamente diverso da quanto mi aspettavo.

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Illustrazione di Puuung (se non la conoscete, cercatela sui social: i suoi lavori sono deliziosi!)

Insomma, ripartiamo da capo: cosa diamine è il bacio colombino??
Sorpresona: ne parlava la liturgia di domenica scorsa, laddove San Paolo (in 2 Cor 13, 11-13) esortava i fedeli:

Fratelli, siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi. Salutatevi a vicenda con il bacio santo. Tutti i santi vi salutano.

Le colombe non sono menzionate, ma fidatevi: come vedremo, stiamo parlando della stessa cosa. E il fatto che San Paolo (non esattamente un lassista in fatto di morale sessuale) esortasse i fedeli a scambiarsi il bacio colombino, perdipiù definendolo “santo”, dovrebbe lasciarci intendere che c’è decisamente qualcosa che non torna.

E dunque procediamo con ordine: che è ‘sto bacio santo, che San Paolo esorta a darsi a vicenda?

Orbene: numerose fonti testimoniano come, nelle prime comunità cristiane, fosse prassi comune salutare i correligionari con un bacio sulle labbra. Si trattava di un gesto evidentemente privo di connotazioni erotiche: il bacio era visto come segno di comunione tra tutti i fratelli in Cristo, uniti da un legame così grande e totalizzante da portare a questo estremo gesto di affetto e di uguaglianza. “Uguaglianza”, dico bene: a differenza del bacio sulla fronte, sulle mani, o sui piedi, il bacio sulle labbra pone le due parti in una posizione di assoluta parità. “Non c’è più giudeo né greco, non c’è più schiavo né libero, non c’è più uomo né donna, perché tutti siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3, 28).

I primi cristiani erano forse pazzi furiosi, per inventarsi un tale segno di saluto?
No: Erodoto, ad esempio, testimonia che già i Persiani si baciavano sulla bocca con lo scopo di sottolineare suppergiù lo stesso messaggio. E, del resto, esistono ancor oggi numerose culture in cui un bacio sulle labbra è un normale segno di saluto (pensate anche solo alla Russia, per non cercare paragoni più esotici).

Un altro potente significato del bacio sulle labbra nasce in ambito monastico: in questo caso, il bacio è segno di piena accoglienza dell’altro.
Siccome, non so voi, ma io non sarei molto entusiasta all’idea di baciare in bocca un tizio che mi sta antipatico, ecco che l’accogliere il pellegrino con un leggero bacio sulle labbra indica simbolicamente accettarne (con gioia!) la presenza all’interno del proprio convento. (Da sempre, la tradizione monastica insiste affinché il forestiero sia visto come immagine di Cristo che bussa alla nostra porta). La Regula Benedicti, ad esempio, parla esplicitamente del bacio sulle labbra da impartire a chi giunge in monastero (suggerendo al religioso di pregare per qualche istante prima di abbandonarsi a questi convenevoli: “Pacis osculum non prius offeratur nisi oratione praemissa, propter inlusiones diabolicas”).

Bacio della pace
Il momento del “bacio della pace” in una Messa in forma straordinaria

A un certo punto, il bacio tra correligionari assume un valore tale da trasformarsi in gesto liturgico ed essere inserito nelle celebrazioni eucaristiche. Laddove noi ci scambiamo una pudica stretta di mano obbedendo al prete che ci dice “scambiatevi un segno di pace”, i primi cristiani si davano un letterale bacio in bocca: fedeli tra fedeli, clero tra clero (!). Coloro che frequentano la liturgia in forma straordinaria possono ancora godere un’eco di questa antica tradizione nel bizzarro “balletto” che, nelle Messe solenni, i sacerdoti iniziano al momento Pax vobiscum, accennandosi a vicenda un fraterno abbraccio e un bacio sulla guancia (…ché sulla bocca era un po’ troppo equivoco, e a un certo punto i liturgisti hanno avuto il buon senso di correre ai ripari).

Sì, il “bacio della pace” è esistito nella nostra liturgia quantomeno fino alla riforma post-conciliare. E su questo bel gesto si potrebbero scrivere pagine e pagine, sennonché a me adesso interessa tornare al bacio sulla bocca come segno di saluto… anche perché è proprio di quest’ultimo che parla Agostino, coniando il termine di “bacio delle colombe”.

***

Ahò: ‘sta cosa di baciarsi in bocca in segno di uguaglianza e accettazione, se ci pensate, è una roba potente e forte.
Così tanto forte che a me farebbe schifo, ma il messaggio di fondo è decisamente molto potente: io ti bacio sulle labbra, io accetto di avere con te un contatto così profondamente intimo – e lo faccio perché ti amo di caritas cristiana, e perché riconosco in te un mio prezioso fratello in Cristo.

Se lo fai seriamente, e credendo davvero a tutto questo, il “bacio santo” delle prime comunità cristiane è di una potenza dirompente.
Se lo fai solo per convenzione, o trattenendo a malapena il disgusto, o peggio ancora animato da desiderio di lussuria… beh

Agostino ci teneva molto che i suoi fedeli comprendessero il significato profondo del bacio santo. Già nell’omelia 277, tenuta ai neofiti che erano appena stati battezzati, osservava:

quel che esprimono le tue labbra dev’essere nella coscienza; ossia come le tue labbra si accostano alle labbra del tuo fratello, così il tuo cuore non sia lontano dal suo cuore.

Ma il testo in cui il vescovo riflette più lungamente sull’uso del bacio santo è senz’altro l’Omelia 6.

In questo caso, Agostino si sta indaffarando per spiegare ai fedeli come mai lo Spirito Santo venga tradizionalmente rappresentato sottoforma di colomba.
L’addentellato principale è il testo di Rm 8,26:

poiché noi non sappiamo cosa chiedere nella preghiera, né come bisogna chiederlo, lo stesso Spirito intercede per noi con gemiti inesprimibili.

Questa visione dello Spirito, che con “gemiti inesprimibili”, ci viene in aiuto nel momento del bisogno, è oggettivamente molto dolce.
Agostino esorta dunque i fedeli a immaginare lo Spirito come una colomba, che dolcemente geme (cioè tuba) per intercedere in nostro favore. E poiché la colomba notoriamente tuba quando è in amore, ecco allora come l’immagine dello Spirito in veste di colomba innamorata e amante sia particolarmente calzante. In fin dei conti, lo Spirito non è forse l’amore di Dio, che geme d’amore amandoci, e nei nostri cuore infonde un gemito d’amore?
Fuor di metafora: non è forse vero che l’amore che lo Spirito Santo infonde nei nostri cuori ci eleva sempre più dai nostri desideri e bisogni terreni, proiettandoci verso quelli eterni?
E dunque – scrive sant’Agostino –

non è cosa da poco che lo Spirito Santo ci insegni a gemere: è così che ci fa sentire pellegrini quaggiù e ci insegna a sospirare verso la patria; e questo desiderio ci fa gemere. […] Chi sa di essere esule dal Signore (2 Cor 5, 6), e di non possedere ancora quella perpetua beatitudine che ci è stata promessa, ma di possederla solo nella speranza […]: colui che sa tutto questo, geme. E il suo gemito è buono: è lo Spirito che gli ha insegnato a gemere, è dalla colomba che ha imparato a gemere.

Anzi: ci sarebbe da preoccuparsi, se non albergasse nei nostri cuori questo gemito di santa nostalgia:

Chi si trova bene in questo mondo (o piuttosto crede di starvi bene), chi si diletta nei piaceri della carne, nell’abbondanza dei beni temporali e in una felicità illusoria, costui ha la voce del corvo; e il corvo gracchia, non geme.
Chi sono i corvi? Quelli che cercano i propri interessi.
Chi sono le colombe? Quelli che cercano gli interessi di Cristo.

Ed è a questo punto che Agostino introduce il concetto di “bacio della colomba”, cioè il bacio casto e affettuoso che si scambiano i cristiani spinti dall’amore reciproco.

Il rapporto tra i fedeli dev’essere sempre improntato al santo amore di due colombe che si “baciano” tubando. Se manca questo sentimento di affetto puro e di unione, allora il bacio che i cristiani si scambiano per saluto non è più un vero bacio: è una grottesca parodia del bacio. È bugia, è falsità ipocrita, tanto più grave poiché coinvolge un’area e una gestualità così intime.
Non è più il bacio casto e dolce tra due colombe in amore,

Bacio colombino

ma è semmai il morso violento di un corvo, che dilania le carni a cui è riuscito ad avvicinarsi con l’inganno.

Corvo cibo

Esiste anche il bacio dei corvi, ma la loro pace è falsa, mentre quella della colomba è vera.
Non chiunque dice “la pace sia con voi” è da ascoltare come colomba.

Non dimentichiamo che siamo negli anni delle grandi eresie, divisione per eccellenza all’interno della Chiesa – divisione tanto più insidiosa quanto più l’eresia riesce a “mascherarsi bene”, ponendosi come riforma santa e illuminata.

E allora,

Come si distingue il bacio del corvo dal bacio della colomba?
Il corvo, quando bacia dilania. E dove dilania, il bacio non può essere simbolo di vera pace: la vera pace è solo quella che posseggono coloro che non dilaniano la Chiesa.

Inoltre, 

I corvi si pascono di cadaveri, cosa che non fa la colomba: essa vive dei frutti della terra, […] non si nutre uccidendo. Quelli che dilaniano la Chiesa si pascono di morti.

Dio è potente: preghiamo affinché ritornino alla vita quelli che sono divorati da costoro e non se ne rendono conto. Molti se ne rendono conto, perciò tornano alla vita; e ogni giorno abbiamo di che rallegrarci nel nome di Cristo per il loro ritorno.

***

‘nsomma, credo proprio di aver ricostruito l’etimo di questo pericolosissimo “bacio colombino”, che, alla prova dei fatti, non c’entra niente con il bacio sulla bocca (o meglio: è un bacio sulla bocca, ma decisamente privo di ogni connotazione sessuale).
Con ogni probabilità voi non vi siete mai arrovellati sulla questione, né tantomeno sull’etimologia del termine, ma, ripeto: provate a digitare “bacio colombino” in un motore di ricerca, e preparatevi a fare tanto d’occhi per tutto quello che ne verrà fuori.

A conti fatti, e conoscendo ora il significato primigenio di “oscula columbarum” nel testo agostiniano: il bacio colombino è peccaminoso?
Ma proprio per niente: è “santo” per definizione, e, metaforicamente, dovremmo sforzarci di scambiarlo con chicchessia – col fidanzato, con la mamma, col prete, col capufficio, con collega antipaticissimo, con lo sconosciuto che si siede vicino a noi a Messa…

Anzi: se interpellata ancora sulla vexata quaestio “ma il bacio colombino è peccato, fuori dal matrimonio?”, io penso che risponderò: ma certo che no! Anzi, è segno di santità!
A patto che sia un vero bacio colombino… Ché le sozzerie son capaci a farle anche le peggiori bestie.

Cose cristiane · Lifestyle cristiano

Quando il gioco si fa duro: suggerimenti casti, etici e pudici per la cattolica che deve rifarsi il guardaroba estivo

Ciao amici, io sono Lucia (dite tutti in coro: ciaaaao Lucia!, come si fa agli alcolisti anonimi) e sono l’incubo di tutte le commesse dei negozi di abbigliamento.
Fin da quando ne ho memoria, compongo il mio guardaroba con un occhio di riguardo verso il sesto comandamento: ho dei miei personalissimi criteri sul concetto di “pudore cristiano”, e mi ci attengo con lo stesso attaccamento con un cui una patella si accozza allo scoglio.
Come se ciò non bastasse, da qualche tempo m’è pure venuta la malsana fissazione di selezionare i miei abiti in base a criteri etici e di giustizia sociale (id est: voglio smettere di alimentare quel mercato della moda low-cost che, pur di abbassare i prezzi, sfrutta i lavoratori del Terzo Mondo manco fossimo nell’era dello schiavismo 2.0).

Capite bene che donna che si auto-impone questi vincoli stilistici, o sta accampando scuse per diventare una nudista, o è inevitabilmente destinata a soffrire.

Casomai qualcuno fosse nella mia stessa barca, e magari pure a corto d’idee,
casomai qualcuno volesse abbracciare più rigidamente il concetto di “pudore cristiano nel vestire”, ma non sapesse da dove iniziare,
casomai qualcuno fosse intenzionato a finanziare brand che producono abiti in maniera etica, pagando il giusto ai lavoratori,
ecco dunque il mio tradizionale post sul tema “come ha da vestirsi una donna cattolica, d’estate, per rispettare il pudore cristiano senza sembrare una pazza furiosa?”.

Il problema non è da poco.

Se una donna ha deciso, come me, di aderire in maniera rigida ai tradizionali criteri di modestia cristiana, l’estate può essere un periodo difficile. D’inverno, è facile coprirsi in maniera adeguata; ma d’estate, quando le vetrine dei negozi si riempiono di manichini seminudi, può realmente essere difficile trovare qualcosa di adatto.
E, peggio ancora, può realmente esser difficile indossare abiti consoni senza dar troppo nell’occhio – ché essere additati come “la fissata bacchettona che si concia una suora ottantenne” è sgradevole per il singolo e pure dannoso per la causa.
Ebbene: anche quest’anno, a grande richiesta, ecco a voi il tradizionale di suggerimenti dedicati!

Sì vabbeh, ma dopo tutto questo discorso io non ho ancora capito quali sono esattamente questi tuoi fantomatici canoni di modestia cristiana.
In sintesi, io mi vesto tutti i giorni come se stessi per entrare in chiesa. Quindi: spalle coperte; gonne al ginocchio; scollature contenute; niente trasparenze.

E secondo te, una donna che non segue esattamente questi canoni si sta vestendo immodestamente e pecca poiché mette a dura prova la libido maschile?
No, ma sta di fatto che io mi sento a mio agio nell’aderire a queste regole… e quindi, why not?

In questo post non vedo uno straccio di pantalone: sei ideologicamente contraria all’uso di abbigliamento dal taglio maschile?
No, per carità! È che io d’estate soffro moltissimo il caldo, e i pantaloni proprio non li reggo: per me sono off limits da maggio a ottobre.

Ma ti rendi conto dei prezzi dei vestiti che proponi? Ma tu dai per scontato che tutti noi possiamo spendere queste cifre in abitini?!
Come dicevo sopra: da un po’ di tempo ho deciso di acquistare solo abiti che provengono da filiere produttive etiche e solidali, e questo, purtroppo, evidentemente si paga. Personalmente cerco di contenere i costi comprando in saldo o nei grandi outlet online (tipo Privalia o Saldiprivati).
Poi, insomma, i miei sono solo esempi. Senz’altro si possono trovare capi simili e dello stesso stile in qualsiasi catena low-cost.

Vabbeh. Ok. Cominciamo!

Regola numero 1 – Un vestitino semplice, dalla linea basic, non dà mai troppo nell’occhio

Quando mi trovo in un contesto in cui voglio vestirmi modestamente ma senza attirare su di me tutti gli sguardi, stile “ma come si è intabarrata questa povera pazza?”, scelgo la via più facile e opto per vestitini basic, monocolore, dal taglio semplice, senza pretese. Con queste premesse, la manichina che copre le spalle non si nota quasi: è la mia “scelta sicura”, ad esempio, per quando sono al mare in vacanza attorno a Ferragosto, e obiettivamente correrei il rischio di sembrare quella stramba, sfoggiando un abitino elaborato mentre tutte le altre sono in bikini e pareo.
Con cosine semplici e senza pretese, invece, mai capitato di attirare sguardi.
Proprio vero che a volte la semplicità paga!

BasicCasti2017

  1. Abito GiraeRigira (Etsy), € 79,40
  2. Cotton Dress Coline, € 23,50
  3. Abito di cotone Hessnatur, € 24,95
  4. Dress Viscose Coline, € 24,90

Regola numero 2 – È la stagione dei grossi fioroni stampati sui vestiti: (se non temi di sembrare il copridivano di tua nonna), sfruttali a tuo favore!

C’è chi li ama e chi li odia: a me non dispiacciono, quindi hip hip hurrà!
Se una donna che si aggira in una località turistica, in piena estate, avvolta in un mesto abitino nero, corre davvero il rischio di sembrare un’orfanella in lutto, le mega-stampe floreali che vanno tanto di moda quest’estate sono sicuramente un grosso aiuto per non sembrare troppo barbose.
Colorate, ironiche, estive: vi aiuteranno senz’altro a sembrare donne cool all’ultima moda senza per questo costringervi a scoprirvi troppo.
Per la cronaca: la gonna numero 2 io ce l’ho davvero, e la amo.

FioroniCasti

  1. Abito “Danielle” People Tree, € 99,00
  2. Gonna a portafoglio “Fiorenza” King Louie, € 79,95
  3. Abito in cotone biologico Hessnatur, € 47,95
  4. Abito “Tropicana” King Louie, € 94,95

Regola numero 3 – Stampe anni ’70: ecco un altro trend che urla “estate” da ogni dove

Avete presente quelle inconfondibili piastrelle anni ’70 con motivi geometrici dai colori accesi, che all’epoca erano un must in tutti i bagni e in tutti i cucinini?
Io non gradisco stoffe con questo tipo di stampe (salvo rare eccezioni), eppure il trend sta innegabilmente diventando di moda.
Se vi piacciono i colori accesi e i contrasti forti, se siete fan del vintage e vi intriga imitare il look delle vostre mamme quando avevano la vostra età: beh, anche questo può essere uno stile che fa per voi.
Vale quanto detto per le stampe floreali: è un trend alla moda, giocoso, giovanile, decisamente inadatto a suscitare commenti tipo “anvedi ‘sta bigotta, sempre vestita da suora…”.

Siamo Noi 2
Io tutta presa dalla mia peroratio sul digiuno mentre il prete mi fissa con il tipico sorriso di condiscendenza riservato ai matti ;-)

(Non a caso, è stato lo stile che ho scelto quando mi han chiamata in televisione a dire cose impopolari tipo “nel Triduo di Pasqua, amo fare un digiuno completo per 48 ore di fila bevendo solo liquidi”).

CastiAnni70

  1. Abito “Maes” King Louie, € 99,95
  2. Abito “Alaina” People Tree, € 99,00
  3. Gonna in cotone bio Hessnatur, € 69,95
  4. Abito in cotone bio Hessnatur, € 199,00
  5. Abito “Emmy” King Louie, € 99,95
  6. Gonna in fantasia vintage GiraeRigira (Etsy), € 50,55

Regola numero 4 – I vestiti coloratissimi e le stampe giocose possono, semmai, farti sembrare “bimba”, ma decisamente non “suora barbosa”.

Piccola curiosità dal backstage della succitata intervista in TV: un altro vestito che avevo preso in considerazione era quello che vedete qui sotto al n. 2,  poi scartato a malincuore (nel senso che la domanda era se comprarlo o no, e con gran dolore non l’ho comprato).

Personalmente, ritengo che le stampe giocose (di animaletti, frutta, oggettini…) siano accettabili solo fino a una certa età, e solo a dosi omeopatiche: il rischio è sembrar vestite come scolarette delle elementari (…che è comunque sempre meglio del sembrar vestite come bigotte tristone in lutto).
Se vi piace lo stile e ve lo potete ancora permettere senza sembrar ridicole, anche questa è una soluzione di sicuro impatto (magari dosata con cautela, come dicevo: gonnellina a stampe e maglietta basica, o viceversa).

ColoratiCasti2017

  1. Abito “Danielle” People Tree, € 99,00
  2. Abito “Riviera” King Louie, € 99,95
  3. Abito Ikat Auteurs du Monde, prezzo non indicato ma attorno ai 60 euro se non ricordo male; gonna cortina ma con un lunghiiissimo orlo che si può facilmente allungare
  4. Abito in maglina Coline, € 39,50
  5. Abito a voile Coline, € 29,90

Regola numero 5 – Nel dubbio, le gonnelline sono sempre la scelta perfetta

…anche perché, a seconda di come le abbini, puoi utilizzarle in mille modi diversi. Una gonna floreale di cotone può essere ok a un matrimonio con un top elegante e le scarpe giuste, ma diventa improvvisamente molto easy se abbinata a una T-shirt di cotone e con un paio di sandaletti bassi. È solo un esempio fra i tanti, perché io trovo che le gonne possano essere reinterpretate davvero in infiniti modi, rendendole un acquisto particolarmente fruttuoso. In stile etnico, in tinta unita, floreali, a disegnini… ce n’è davvero per tutti i gusti e per tutte le occasioni. E allora, perché lasciarsele scappare?

GonneCaste2017

  1. Gonna a portafoglio GAP, € 59,95
  2. Gonna damascata Nomads Clothing, € 31,50
  3. Gonna a portafoglio “Havana” King Louie, € 79,95

Note di corredo per i lettori interessati alla moda etica

I capi di cui sopra non sono selezionati a caso, ma provengono da brand che – a vario livello, e con differenti gradi di impegno – si danno daffare per promuovere un concreto cambiamento nel mondo dell’industria tessile, a vantaggio dei lavoratori (e, in molti casi, anche dell’ambiente).

Nello specifico:
GAP è una scelta facile, con i suoi negozi fisici presenti in diverse città italiane. Fonti esterne ed imparziali assicurano che la ditta è una delle più attente nel rispettare i diritti dei lavoratori, se paragonata alle altre multinazionali dell’abbigliamento.
King Louie è un brand olandese deliziosamente retrò che aderisce alla Fair Wear Foundation, collaborando con appaltatori e sub-appaltatori di moralità sicura e comprovata. Se non si fosse capito, è uno dei miei marchi preferiti.
La linea Auteurs du Monde in vendita presso tutte le botteghe Altromercato è “etica” al di là di ogni ragionevole dubbio, inserendosi direttamente nel filo nel commercio equo-solidale certificato.
People Tree (balzato agli onori della cronaca, anni fa, per essersi accaparrato come modella una giovanissima Emma Watson) è un marchio inglese che produce abiti etici (dal punto di vista umano) e sostenibili (dal punto di vista ambientale).
Hessnatur invece viene dalla Germania: il suo focus sono la sostenibilità ambientale e i materiali bio, ma un brand che ha così a cuore l’ambiente tiene in alta considerazione anche i diritti umani dei lavoratori (e ci mancherebbe).
Nomads Clothing arriva dalla ridente Albione e collabora con piccole industrie tessili sparpagliate in remoti villaggi indiani, dove le sarte hanno la possibilità di guadagnare un dignitoso stipendio ma anche di esportare all’estero la loro cultura: i capi sono quasi tutti ad ispirazione etnica.
Coline è un brand francese (con prezzi decisamente abbordabili, una volta tanto!) che ha un vasto assortimento di vestiti un po’ etnici, un po’ gipsy, un po’ in stile Desigual – per tutti i gusti o quasi.
Etsy è sostanzialmente l’e-Bay degli artigiani, con ampia scelta di vestiti (e oggetti) di produzione propria (e/o vintage di qualità). Se volete evitare le spese di dogana, dovrete fare lo slalom tra i venditori statunitensi per trovare i (relativamente pochi) europei, ma è pur sempre un buon modo di incoraggiare la piccolissima imprenditoria: quindi, perché no!

Cose cristiane · Pillole di Storia

Cerimoniale vaticano for dummies (AKA: perché Melania Trump ha incontrato il Papa vestita come una beghina in lutto?)

Confesso che la cosa mi ha presa di sprovvista. Non mi aspettavo che l’outfit di Melania Trump per la sua visita in Vaticano destasse nel web così tanta curiosità – se non altro, perché, di VIP, il Papa ne riceve spesso, e non è mica la prima volta che vediamo foto di un’udienza privata.
Eppure, la First Lady è pur sempre la First Lady, e la visita di Melania a Papa Francesco ha evidentemente destato molta curiosità.

Velo Melania Trump
Il velo muliebre di Melania in visita a Papa Francesco

A vantaggio di chi non ha la più pallida idea di come funzioni il cerimoniale vaticano (…e, auspicabilmente, anche a vantaggio di chi un’idea ce l’ha, ma è curioso di approfondire la storia del perché e del percome), ecco dunque un piccolo vademecum di vaticanerie for dummies (AKA: perché Melania s’è conciata come per un funerale di inizio secolo?).

Appunto! Perché??

Ma pora stella: il suo look ha stupito molti, ma lei si è limitata a seguire il cerimoniale diplomatico. Copiando testualmente dagli Appunti per un approccio sistematico al Cerimoniale Vaticano curati da Giuseppe Damiano Iannizzotto dell’Associazione Nazionale Cerimonialisti Enti Pubblici,

in occasione di Visite di Stato al Sommo Pontefice, per gli uomini è prescritto il frac con gilet nero e decorazioni (quelle pontificie precedono le nazionali) mentre alle donne si richiede abito lungo nero, velo e guanti pure neri; sono ammesse le decorazioni ma nessun gioiello, salvo le perle.
In occasione di Visite ufficiali gli uomini indossano un abito scuro con decorazioni e le donne un abito corto nero con decorazioni ma senza gioielli salvo le perle.

Hillary Clinton velo Papa Wojtyla
Anche Hillary, accompagnando suo marito a una visita ufficiale in Vaticano, ha indossato un velo nero da protocollo. Correva l’anno 1994…

Prendo atto. Però non ha senso! Che è ‘sta fissa del nero? Perché costringere le donne a vestirsi praticamente a lutto?

Mah. Io direi: per la stessa ragione per cui le signore invitate a un matrimonio sono “costrette” a evitare abiti lunghi di colore bianco.

Sulle origini della consuetudine per cui le donne devono vestire in nero quando incontrano il Papa, in questi ultimi giorni ho letto la qualunque. Online si dice che la richiesta viene fatta affinché le donne vestano da penitenti, o perché la Chiesa impone abiti dimessi alla donna tentatrice. Ho letto addirittura che il nero è una ‘punizione’ per la colpa di Eva e di tutte le sue figlie (???)… ma, no, non è vero niente di questo.

La spiegazione è molto più pragmatica: avete presente gli abiti lussuosi di Kate Middleton quando partecipa a una festa in pompa magna? Ecco: calcolate che la sua eleganza è solo l’eco lontana degli sfarzi con cui le regine (e le dame in generale) si agghindavano per partecipare a eventi ufficiali, fino a qualche decennio fa.

Ora: il Papa, poveraccio, è in una situazione singolarissima. Ogni re che si rispetti ha una regina consorte, bellissima e affascinate nei suoi diademi splendenti per le serate di grande gala. Ha vestiti di lusso, ha una delegazione diplomatica di cortigiani pluridecorati, ha ricchezze di ogni tipo, e non ha remore a mostrarle.
Il Papa, povero cristiano, ha e ha sempre avuto ben poca mercanzia. Non ha una “papessa consorte”, i suoi cortigiani sono attempati ometti in abito talare… immaginatevi la Principessa Sissi col suo abito più sontuoso che viene a fare visita a ‘sta combriccola di vecchietti.

Una delle regole base della diplomazia è sempre stata: nel caso di visite ufficiali, il “padrone di casa” deve sempre avere il posto di rilievo (e ci mancherebbe!).
Se il tuo capo di Stato è un tizio che non ha mogli, non ha figlie, non ha gioielli al di fuori di quelli per uso liturgico, e non può nemmeno fare uno sfoggio di ricchezze fine a se stesso… allora, forse forse, la scelta più agevole per i diplomatici è imporre a tutti gli ospiti un dress code di colore scuro.
Così almeno il Papa risalta, perché è l’unico col vestito chiaro.
Per dire.
Sempre meglio di niente.

Nobel svezia
La famiglia reale di Svezia, in gran spolvero per la consegna dei premi nobel nel 2016. Capite bene che signore agghindate così finirebbero inevitabilmente per far passare in secondo piano qualunque prete…

Molto prosaicamente, la vera motivazione dietro al little black dress imposto d’ufficio sembra essere proprio questa. Una antica norma vecchia di secoli, che poi è diventata standard ed è stata portata avanti per tradizione. Ma non c’era nessun sottotesto particolarmente misogino, dietro.

Come no! E il velo? A ‘sto punto infiliamo le donne dentro ad un burqa e facciamo prima!

Aehm: io ho un cassetto pieno di veli, e “misogino” è l’ultimo aggettivo con cui li definirei.

Amal Vaticano
Per il suo incontro con papa Francesco nel maggio 2016, Amal Clooney ha optato per un (appropriato) cappello nero, che evidentemente preferiva al velo tradizionale. Look impeccabile anche così!

Che le donne si presentino sempre a capo coperto quando si trovano in un contesto “sacro”, è una norma antichissima, per i Cattolici. Chiedete a una qualsiasi delle vostre nonne: anche lei vi confermerà che, fino al Concilio Vaticano II, le donne dovevano indossare un cappello (o un velo, o un foulard) anche solo per entrare in chiesa.
È una tradizione antica, che deriverebbe addirittura dai tempi di san Lino, eletto papa dopo la morte di san Pietro. Il generale cambiamento di costumi, e le innovazioni introdotte dal Concilio Vaticano II, hanno senz’altro reso meno popolare questa consuetudine (che in compenso resta viva – e anzi sta avendo un grosso revival negli ultimi anni – in tante aree del mondo, come ad esempio gli USA).

Anche lì: è tradizione.
E non è manco una tradizione brutta o svilente per l’ospite femminile, secondo me (sarà che io sono una fan dei veli… ma avete idea di quanto possa essere bello, un bel velo da Messa?!)

Fatto sta che tutti questi vincoli la Santa Sede li impone solo alle donne. I maschi possono vestirsi normale.

Più che altro, è la moda maschile che non concede particolari guizzi di fantasia quando si tratta di mettersi in tiro per un’occasione di gala. Giacca e cravatta, quello è. Il cerimoniale vaticano impone anche agli uomini il colore nero in tinta unita… ma – ovviamente – un completo nero, su un uomo, dà meno nell’occhio.

…c’è anche un’altra cosa, però, da considerare. All’epoca in cui nasce il cerimoniale diplomatico, tutti i capi di Stato (cioè, tutti i personaggi che potevano ragionevolmente ambire a un’udienza privata col Santo Padre) avevano alle loro spalle una carriera militare. Tutti: re, principi, politici – chiunque aveva prestato servizio nell’esercito, almeno per un po’.
Ed era consuetudine che, in caso di eventi ufficiali, l’uomo si vestisse in alta uniforme sfoggiando con orgoglio onorificenze e gradi raggiunti.

La divisa militare, quella è: non è che puoi cambiarla.
Ecco dunque la necessità di regolamentare soprattutto l’abbigliamento femminile: perché le dame sono (anzi: erano) le uniche a non essere legate al rigore di un’uniforme.

Giovanni Paolo I Famiglia Lussemburgo
Il Granduca e la Granduchessa del Lussemburgo, due dei pochi ospiti che Papa Giovanni Paolo I ebbe il tempo di accogliere durante il suo breve pontificato. Il Granduca, come da tradizione, sfoggia orgogliosamente la sua uniforme.

E perché alcune donne si presentano al Papa vestite di bianco?

È il cosiddetto “privilegio del bianco”, una intrigante deroga alla normativa che vuole le signore vestite di nero per non “oscurare” il Papa con la loro eleganza.
Ebbene: le regine delle grandi monarchie cattoliche (quindi, Spagna, Belgio e Lussemburgo), le principesse di Casa Savoia e l’attuale principessa consorte del Principato di Monaco hanno il permesso di indossare abito e velo bianco, quando si trovano al cospetto al Papa.

È una possibilità che viene loro concessa negli anni della Controriforma, per premiare quelle case regnanti che erano rimaste fedeli al Papato.
E, per quanto la materia sia evidentemente futile, credetemi: non è cosa da poco.

Che un capo di Stato accetti di far entrare in casa sua, in visita ufficiale, una tizia che sta sostanzialmente indossando un vestito da sposa, non è poco affatto. Vuol dire mettersi implicitamente in secondo piano, consentendo che tutti gli occhi siano puntati sulla bellissima dama che, inevitabilmente, ti ruberà la scena.

La materia è futile, ma il gesto è significativo!

Privilegio del Bianco Savoia
La regina Elena e la principessa Maria Josè di Savoia si avvalgono del privilegio del bianco, durante una visita ufficiale a Pio XII. E poi non ditemi che i loro abiti non davano nell’occhio…

Che schifo, però, la foto di sopra, con la principessa costretta a baciare la mano del Papa! E che è?

Mette Maritte
Mette Maritte, moglie dell’erede al trono di Norvegia, si inchina davanti alla regina Elisabetta, nel corso di una visita ufficiale

Sembrerà una questione di lana caprina, ma tecnicamente non si bacia la mano del Papa; si bacia l’anello del pescatore che il Papa porta al dito. Allo stesso modo, nell’incontrare un vescovo, si bacia il suo anello vescovile, e non la mano in sé.
È un modo simbolico per onorare il ruolo del personaggio, più che la sua persona (in maniera non dissimile dal modo in cui altri cerimoniali esteri prevedono che ci si inchini di fronte a un monarca).

Sembrerà una questione di lana caprina, dicevo, ma a ben vedere non lo è: la liturgia cattolica (e non il cerimoniale diplomatico di Città del Vaticano) prevede, effettivamente, delle circostanze in cui il fedele bacia le mani del sacerdote in quanto tale (ad esempio, dopo la prima Messa di un novello sacerdote, a sottolineare che quelle due mani adesso hanno il “potere” di “portare” Cristo in terra al momento della consacrazione eucaristica).

Se il cerimoniale vaticano volesse costringere a onorare il Papa come leader religioso, avrebbe relativamente aggio al richiedere il bacio della mano in sé e per sé. Che si chieda invece all’ospite di baciare l’anello del pescatore, cioè il simbolo del potere, ha tutt’altra valenza.

Mh. E a parte l’anello del pescatore, il Papa ce l’ha, un dress code per le visite ufficiali?

In teoria, il cerimoniale prevede che il Santo Padre riceva gli ospiti indossando l’abito corale (cioè: veste bianca, sopravveste di pizzo, mantellina rossa, stola, scarpe rosse, zucchetto bianco e croce pontificale). Papa Francesco, non amante di questi orpelli, finora ha sempre preferito indossare la normale veste talare che è diventata un po’ la sua “divisa” per tutte le azioni non liturgiche.

Charlene Papa Ratzinger
La principessa Charlene di Monaco sfrutta il privilegio del bianco (e indossa un velo che mi pare proprio identico a uno che io, N.d.R.) nel corso di una visita ufficiale a Papa Ratzinger. Benedetto XVI, dal canto suo, si attiene scrupolosamente al cerimoniale vaticano per quanto riguarda la scelta del suo abbigliamento.

Per pura curiosità: l’abito corale come quello che vedete sopra addosso a Papa Ratzinger si impone come “abito pubblico” solo a partire dal ‘400. Fino ad allora, in tutte le occasioni solenni, il Papa indossava un delizioso completino rispolverato da Sorrentino per la serie The Young Pope. Nella celebre scena in cui Papa Lenny riceve in udienza il Primo Ministro, lo vediamo indossare l’antico “manto papale” – lunghissimo, con strascico, e riccamente decorato.
L’ultimo papa ad utilizzarlo fu Paolo VI… e (curiosità!) non è mai stato formalmente abolito. In teoria, un Papa potrebbe ancor oggi decidere di conciarsi così per ricevere in udienza un suo ospite!

Young Pope
Niente di meglio di un buon manto papale per intimorire un ospite sgradito (scena da “The Young Pope”)

Ma Papa Francesco non ha cambiato il cerimoniale?

No. Che io sappia, formalmente non ha cambiato niente, nel senso che rimangono in vigore tutte le regole di cui sopra: signore in nero e a capo coperto, Papa con abito corale, privilegio del bianco per poche signore al mondo, e così via dicendo.

Se il protocollo rimane quello di sempre, personalmente ritengo che la Segreteria di Stato comunichi ai vari ospiti che Papa Francesco non ha particolarmente a cuore il rispetto rigido di queste regole. In caso contrario, non mi spiego vistosi “scivoloni” diplomatici da parte di personaggi che, in udienza ufficiale, infrangono apertamente il protocollo, pur essendo stati ligi alle regole in tutte le visite ufficiali effettuate ai tempi di Ratzinger e Wojtyla.

Carlo Camilla Papa Collage
La Duchessa di Cornovaglia, in abito nero con velo nero durante una visita ufficiale a Papa Benedetto XVI, e a capo scoperto in un abito praticamente bianco durante una visita ufficiale a Papa Francesco: in assenza di un ok da parte del Vaticano, sarebbe una mancanza di rispetto talmente grave che non riesco neanche a immaginare uno scenario in cui la famiglia reale inglese avrebbe potuto concepirla!

L’unica vera modifica al cerimoniale vaticano, voluta e apportata da Papa Francesco, riguarda il trattamento da riservare a tutti quegli ospiti che si presentano in visita ufficiali accompagnati da un partner a cui sono legati da un’unione irregolare (per i canoni della Chiesa Cattolica).
Fino a pochi anni fa, chi – professando fede cattolica – richiedeva un’udienza privata, e in questa udienza si faceva accompagnare dalla [convivente / moglie di secondo letto / partner omosessuale] poteva senz’altro presentare la sua dolce metà al Santo Padre… ma nulla più. Il partner “irregolare” non poteva apparire nelle foto ufficiali, e non assisteva nemmeno all’udienza privata (veniva fatto accomodare in un’altra stanza, e solo successivamente, a margine, incontrava il Papa).

Come spiega questo articolo,

si trattava – è bene chiarire – di un protocollo valevole solo per i capi di Stato che si professavano cattolici. […] La ragione profonda per cui un Capo di Stato cattolico non poteva essere accompagnato dal coniuge se in situazione canonicamente irregolare risiede nel fatto che il Papa […] non poteva approvare surrettiziamente una situazione matrimoniale irregolare riconoscendola, seppur in maniera indiretta, durante una visita ufficiale.

Era insomma una sorta di catechesi indiretta che passava attraverso simboli e gesti, e che papa Francesco ha reputato troppo tranchant e troppo poco misercordiosa. In questo caso – e solo in questo – papa Francesco ha effettivamente ordinato che il cerimoniale fosse cambiato. E così, pochi mesi fa, Papa Francesco ha accolto per la prima volta il presidente argentino Mauricio Macrì assieme alla sua terza moglie.

Papa Macri terza moglie
Il presidente Macrì incontra Papa Francesco in compagnia della sua terza moglie (febbraio 2016)

…che peraltro indossava un bellissimo velo nero e un abitino comme il fault.
Proprio come da protocollo!

Lifestyle cristiano

Cinque consigli per un guardaroba più etico, per sentirsi meno in colpa quando si va a far shopping

Non aspettavo tanti commenti e tanto interesse per il mio ultimo pezzo incentrato sulla moda etica!
Yey! Bello sapere che il tema vi sta a cuore!

Quello che invece certamente immaginavo, dopo aver pigiato il tasto “Pubblica”, è che sarei stata sommersa di giuste domande tipo: ok, bellissimo… ma concretamente dove compri i tuoi vestiti?
Premesso che io sono una “convertita” molto recente, e peraltro di moralità non integerrima (leggasi: il mio guardaroba è ben lungi dal potersi dire 100% etico), ecco le strategie che sto adottando ultimamente, quando voglio fare shopping… sentendomi a posto con la coscienza. 

1) Puntare dritto all’obiettivo, e comprare nella filiera del commercio equo e solidale

Sia messo agli atti che io amo, amo, amo la linea di moda etica Auteurs du Monde, creata da Marina Spadafora per Altromercato, la più grande organizzazione italiana nel campo del commercio equo e solidale.
Amo amo amo gli abiti di Auteurs du Monde, non solo perché sono obiettivamente molto bellini ma anche perché è facile trovarli in un negozio fisico: sono in vendita in tutte le botteghe Altromercato, presenti in numerosissime città d’Italia. Per chi vuole farsi un’idea di cos’è Auteurs du Monde, qui trovate il catalogo online… e anche un mezzo e-shop. “Mezzo” perché non tutti i capi di abbigliamento sono in vendita tramite Internet , ahinoi (però, potete sbizzarrirvi facendo shopping di accessori e bijoux).
Come tutte le case di moda, Auteurs du Monde ha una collezione primavera/estate ed una autunno/inverno (solo per donna), e secondo me merita davvero di esser presa in considerazione. Mal che vada, se entrate in negozio e non trovate niente che vi ispira, potete sempre salvarvi dall’imbarazzo comprando una barretta di cioccolato solidale (buonissimo!)

Altri marchi che si ispirano apertamente al commercio equo e solidale e che potrebbero forse interessarvi: i jeans Par.co, confezionati in provincia di Bergamo con cotone 100% biologico; i giubbotti e le felpe di Quagga, azienda italiana molto attenta all’etica e all’ecologia. Sia Par.co che Quagga hanno un e-shop; invece, sono e-shop Trame di Storie e Altramoda, due negozi online con vasto assortimento (di ogni prezzo) per uomo/donna/bambino. Il primo è più attento all’etica umana; il secondo calca la mano sulla questione ambientale… fatto sta che nessuno dei due alimenta lo schiavismo.

2) Comprare un po’ di meno, ma comprare nel posto giusto

Sono tra le più entusiaste fan del commercio equo e solidale, ma non è che il fair trade sia l’unica strada per trovare capi d’abbigliamento prodotti con un minimo di rispetto umano.
Possibili alternative: il Made in Italy, per cominciare con un po’ di sano campanilismo. Sappiamo fin troppo bene che, in certi casi, dietro a un’etichetta “Made in Italy” si celano lavorazioni svoltesi chissà dove e in chissà da chi… ma diciamo che con le aziende piccine, con i laboratori artigianali, con le piccole realtà locali, dovremmo andare abbastanza sul sicuro. Hopefully.
Anche le bancarelle dei mercatini, le vendite di lavori missionari che ogni tanto vengono proposte dalle parrocchie, i piccoli e-shop di sartine su Etsy dovrebbero essere garanzia di un lavoro equamente retribuito.

Se parliamo invece di brand “normali” (nel senso che hanno una politica aziendale “normale”, vengono venduti in negozi “normali”, etc), dovremmo tenere sempre sott’occhio l’elenco dei marchi che hanno aderito alla Fair Wear Foundation, impegnandosi a garantire condizioni di lavoro dignitose per tutti gli operatori coinvolti nella produzione dei capi.

N.B. Giacché la Fair Wear Foundation è un ente internazionale, non tutti i brand che vi aderiscono commerciano anche in Italia. Alcuni sì, però. Cercate (magari spulciando i siti Internet dei singoli marchi), e troverete!
N.B. numero 2. Giacché la Fair Wear Foundation è un ente internazionale, monitora le condizioni dei lavoratori di diversi Paesi, Italia inclusa. Ha un nonsocché di tragicomico leggere il report per cui gli Italiani se la passano indubbiamente meglio rispetto agli schiavi bengalesi… purtuttavia, questa faccenda del precariato sta diventando un “growing issue”.

3) Comprare il meno peggio, e/o premiare le iniziative lodevoli dei grandi brand

Possono davvero il mondo della fast fashion e del low cost conciliarsi con un sistema produttivo equo e sostenibile?
Personalmente ne dubito, anche perché se il tuo modo di catturare clienti è creare ogni anno cinquantadue micro-collezioni con prodotti venduti a prezzi stracciato… beh… qualcuno che lavora come un pazzo, a monte, non può non esserci.
Però, nel corso degli ultimi anni, alcuni dei grandi marchi hanno cominciato a interessarsi al tema. Che sia una reale convinzione, una strategia di PR, un modo per ottemperare a regole più rigide entrate in vigore in certi Stati europei, poco importa. O meglio: importa sì; ma forse, nell’immediato, è ancor più importante incoraggiare queste iniziative, se non altro per dimostrare ai big che c’è una fascia di mercato a cui davvero stanno a cuore queste problematiche.

H&M è ancora molto lontana dal garantire ai suoi operatori condizioni di lavoro umane e ben retribuite, ma forse proprio per questo la sua linea “Conscious” andrebbe sostenuta anche con i nostri acquisti.
GAP (con i suoi sottomarchi Old Navy, Piperline, Athleta e Banana Republic) è stata insignita nel 2015 del titolo di “World’s Most Ethical Company”. Anche in questo caso: siamo lontani da una produzione etica al 100%, ma sicuramente l’azienda meno peggio di altre.
Nel Regno Unito, poco prima di diventare primo ministro, Theresa May aveva fatto diventare legge un Modern Slavery Act che, tra le altre cose, costringe le compagnie a rendere pubbliche le loro politiche aziendali riguardo l’esternalizzazione dei processi produttivi. Implicitamente, la legge incoraggia le imprese a stabilire codici di condotta sulla tutela dei lavoratori da far sottoscrivere a tutti i sub-fornitori coinvolti nel processo. E, se non altro, questo ha portato a una maggiore trasparenza sulla filiera di produzione dei grandi marchi britannici.
Se avete in progetto una vacanza in Inghilterra (o se potete ammortizzare le spese di spedizione facendo un mega-ordine), potrebbe interessarvi sapere che Marks & Spencer ha preso posizioni apprezzabilmente rigide, su questi punti.
Ancor meglio ha fatto ASOS, che, oltre a rendere più trasparenti le sue politiche aziendali in generale, ha lanciato una linea di abbigliamento equo e solidale Made in Kenya.
Buone notizie per le amanti degli accessori (e per le mamme che abbisognano di vestiti da cerimonia per i loro bimbi): anche l’inglese Accessorize (con annessa linea abiti Monsoon) ha preso una posizione piuttosto forte in questo senso.
Last but not least: J. Crew, non esattamente a buon mercato (e disponibile in Italia solo su Zalando, a quanto so io). Anche in questo caso: siamo ancora molto lontani da una filiera etica al 100%, ma anche questa ditta è da apprezzare per l’impegno che ci mette.

4) Non sottovalutare i mercatini dell’usato!

Effettivamente, io posseggo una blusa di J. Crew. Non l’ho comprata su Zalando né men che meno in un negozio fisico: l’ho pagata la bellezza di 2 euro a un mercatino dell’usato.

Qui in Italia c’è un certo pregiudizio (non esito a chiamarlo tale) sul mercato dei vestiti di seconda mano. E parlo di “pregiudizio” perché non è mica tanto normale che noi Italiani siamo lì con la puzza sotto al naso a brontolare “noooo, gli scarti degli altri nooo!”, mentre in Inghilterra (per dirne una) i charity shop sono presi d’assalto da signore di ogni ceto sociale, ivi compresa Kate Middleton la futura regina consorte.
Non voglio fare la morale a nessuno, ma penso che noi Italiani dovremmo davvero abbandonare questa spocchia nostrana secondo cui i vestiti di seconda mano sono solo una roba per accattoni. Peraltro, io vedo il second hand come una scelta etica, perché
1) ti permette di comprare abiti “sostenibili” che, a prezzo pieno, potrebbero essere al di fuori della tua portata;
2) indipendentemente dal brand che stai acquistando, ti permette comunque di dare nuova vita ad abiti che, diversamente, sarebbero destinati al macero (aumentando il problema ambientale, rendendo ancor più inutile il lavoro dei poveri sarti bengalesi sottopagati, e alimentando ulteriormente il mercato malato della moda usa-e-getta). Insomma: una scelta di acquisto alternativa, per salvare il salvabile di un sistema malato che considera “scarti” dei capi di abbigliamento ancora perfettamente utilizzabili.

Vi fa schifo mettervi a frugare nei cumuli di “abiti usati 5 euro al pezzo” che si trovano pressoché in ogni mercato? A me no, ma posso capire, e allora vi consiglio qualche realtà che offre un primo impatto un po’ più chic.
Humana (quella dei contenitori gialli lungo la strada che raccolgono abbigliamento usato) seleziona i capi migliori per rifornire negozi a tutti gli effetti, che si dividono in “Humana Second Hand” (per tutti i gusti e per tutte le tasche) e “Humana Vintage” (con capi più raffinati, anni ’60 – ’80). Io ho visitato il negozio “Humana Vintage” di Roma, e posso assicurarvi che i capi messi in vendita erano in condizioni perfette, e proposti in un ambiente più che accattivante.
Mani Tese è una ONG  con iniziative a favore del Sud del Mondo che da sempre si sostiene con mercatini dell’usato, organizzati dalle varie sede locali che trovate sul suo sito Internet. Le comunità Emmaus dell’Abbé Pierre possono piacere o non piacere, ma anche loro propongono mercatini solidali in cui possono trovare meraviglie.
La lista è necessariamente incompleta, perché sicuramente anche nella vostra città ci sono mercatini benefici con prodotti di seconda mano gestiti da realtà locali che io non conosco. Vi dico solo di darci una chance e di non arrendervi al primo eventuale insuccesso, perché anche a me è capitato talvolta di imbattermi in roba zozza infeltrita e lisa… così come mi è capitato di fare ottimi acquisti, che ho poi sfoggiato in ogni contesto.

Sul versante delle vendite online, so che esistono diversi siti dedicati alla vendita (o allo scambio) di vestiti usati, ma non ne ho mai provato nessuno. Una menzione speciale però la riservo a l’Armadio Verde, che permette di acquistare/scambiare vestiti per bambini (fino ai 16 anni) a costo decisamente ridotto. Per qualche misteriosa ragione, Zuckemberg ha deciso che è una buona idea impestarmi la home di Facebook con continui banner pubblicitari di questo sito. Chiamiamolo, se volete, un segno del destino: è stato così che ho scoperto questo e-shop, assieme alle recensioni di centinaia di genitori entusiasti che ne decantano le lodi. Passaparola a tutti gli interessati.

5) Mai cestinare un vestito a cuor leggero

Sembra una banalità, ma quante di noi buttano via una maglietta non appena si slabbra, invece di tentare di recuperarla in qualche modo?
Se la maglietta l’hai pagata 5 euro, posso capire l’impulso di cestinarla e tanti saluti; però, dovremmo davvero recuperare la parsimonia delle nostre nonne, che rammendavano, rappezzavano, riutilizzavano, riadattavano…
Un vestito il cui corpetto ha cominciato a starti stretto, può facilmente essere trasformato in gonna. Un paio di pantaloni strappati sulle ginocchia dopo una caduta possono diventare un paio di deliziosi shorts estivi. Una T-Shirt rovinata può essere riciclata come canottiera, d’inverno, sotto i vestiti. Una blusa che non ti calza più a pennello dopo che hai preso quei due chili in più, si può allargare con due spacchetti laterali in maniera tale che non ti segni i fianchi.
Per chi non è in grado di fare da solo questi lavoretti, segnalo che i sarti costano molto meno di quanto comunemente si creda, e per piccole riparazioni di questo tipo chiedono una manciata di euro e poco più. Se non conoscete direttamente un sarto, provate a chiedere recapiti in merceria o in tintoria: in genere, hanno collaboratori di fiducia da cui indirizzarvi.

Se poi avete un po’ più di manualità (e/o sognate di averla), potete sempre prendere in mano ago e filo (…e, possibilmente, una macchina da cucire che sia decente) e darvi alla produzione propria. Per chi vuole imparare a cucire (o a lavorare a maglia, o all’uncinetto…) esistono un sacco di supporti in ogni edicola. Io segnalo, per i neofiti, un bel libretto intitolato La gonna che visse due volte: in questo caso, lo scopo è rinnovare il guardaroba dando nuova verve a quella maglietta messa e rimessa che ormai sta cominciando a stufarci… ma che non merita certo di essere buttata solo per questa ragione! Insomma: piccoli lavoretti per modifiche di poco conto, ma stimolanti. Un ottimo modo per cominciare a familiarizzare con ago e filo!

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Che dite: qualcuna di queste dritte vi ispira? Se sì, non mancate di farmi conoscere gli esiti del vostro prossimo shopping!
E, soprattutto, non mancate di farmi conoscere altri siti, altri marchi, altre soluzioni a cui non ho pensato. Come vedete, non è sempre facile costituire un guardaroba a prova di… dottrina sociale della Chiesa – però, non è neanche così difficile come può sembrare!