Galeno, Ildegarda e la teoria umorale: alla scoperta della Medicina nel Medioevo

Posso dirlo? Non è mica tanto facile parlare della medicina di santa Ildegarda.
Sapevo di starmi cacciando in un bel ginepraio, quando ho proposto a Mani di pasta frolla di dedicare a questo tema la puntata settembrina della nostra collaborazione (che sarebbe: lei vi propone una ricetta legata a un santo; io mi dilungo sulla Storia che le sta dietro).

E, giustappunto, quest’oggi vi parleremo proprio di santa Ildegarda di Bingen e del suo regime dietetico, pieno zeppo di ricette atte a curare ogni tipo di malattia.
Ma devo ripetermi: non è mica tanto facile parlare delle teorie mediche della badessa renana!

La povera Ildegarda ha avuto la sfortuna d’essere costantemente la santa giusta… nel periodo sbagliato.
Negli anni dell’unificazione della Germania, la riscoperta dei suoi testi scientifici (nel 1859) fu l’assist perfetto che permise ai nazionalisti di esaltare quella di Ildegarda come una medicina al 100% germanica, che nulla aveva da invidiare a quella greco-ippocratica (anche perché di fatto era la stessa cosa, NdR).
Poco male, se non fosse che, con lo stesso spirito, ricerche sulla medicina ildegardiana (e, più in generale, di stampo popolare) furono promosse entusiasticamente negli anni del Terzo Reich, col brillante risultato che, nell’immediato dopoguerra, la brava gente cominciò a vederla come il fumo negli occhi.
La Chiesa tedesca cercò di salvare la situazione fornendo una rilettura totalmente spirituale delle opere mediche di Ildegarda: sembrava quasi che la religiosa, in fondo in fondo, fosse interessata alla cura d’anime molto più che a quella dei corpi.
Negli anni Settanta, celebrandosi l’ottavo centenario della sua morte, le opere mediche di Ildegarda furono tradotte in lingua inglese e, da quel momento in poi, le cose andarono a ancor più a schifìo. Nel clima post-sessantottino, le femministe cominciarono a dipingere Ildegarda come “il primo medico donna, rivoluzionario!”. Peggio ancora, spuntarono fuori dei medici statunitensi che intendevano riproporre le cure di Ildegarda come alternativa alla medicina tradizionale.
E arriviamo così alla situazione odierna, in cui i libretti dedicati alla medicina di Ildegarda sono in vendita persino all’interno dei supermercati bio, ma quasi nessuno inquadra il tema nella prospettiva storica che personalmente mi aspetterei di trovare. Però, va detto che compensano la situazione inquadrandolo in una prospettiva che non mi aspetterei di trovare affatto. Vi giuro che non sto scherzando, ne ho letto uno in cui si dice che il salasso sarebbe una pratica terapeutica da riproporre perché è molto valido per ridurre il colesterolo.

Ora: se un medico proponesse di curarmi a salassi, credo che chiederei un secondo parere. E, francamente, tendo a storcere il naso anche di fronte a quell’orgoglio tutto cattolico che porta a fare proclami tipo “viva sant’Ildegarda, la prima ad essersi resa conto che per curare la salute serve badare a questo e quell’altro!”.
A mio modo di vedere, la banale verità è che i metodi di cura della badessa introducono alcuni aspetti effettivamente peculiari all’interno di una teoria medica che era nota, codificata e conosciuta già da secoli: quella cioè dei quattro umori.
Per chi volesse comprendere meglio questa teoria e valutare in che misura Ildegarda l’ha perfezionata: prendetevi una tisana e mettetevi comodi, ché adesso inizia lo spiegone.

***

La nostra storia inizia nel momento in cui Galeno di Pergamo (129 – 201 d.C.) decide di unirsi all’esercito di cervelli in fuga e – dopo essersi formato e specializzato in numerose scuole mediche sorte ai confini dell’Impero – si rende conto di dover traslocare se intende fare un salto di carriera.
E infatti si trasferisce nella capitale – a Roma – mettendosi sotto la protezione della corte imperiale.
Da quel momento in poi, dedica gran parte della sua vita alla ricerca, sviluppando una teoria medica che prende le mosse da quella di Ippocrate, ma la perfeziona con alcune intuizioni originali.

Principio chiave della medicina galenica (e anche di quella ippocratica, sol per quello) è la convinzione che il corpo umano sia composto da quattro sostanze principali che ne consentono il corretto funzionamento.
Queste sostanze si chiamano umori.

Se gli umori sono in equilibrio tra di loro: tutto ok.
Se, a causa di un evento esterno (un cambiamento climatico, una dieta squilibrata…) uno degli umori aumenta in maniera allarmante o vede alterarsi le sue caratteristiche: ecco che si scatena la malattia.

L’umore in eccesso (o corrotto) si sposta, attraverso il processo di metàstasis, in parti del corpo dove non dovrebbe stare. Lì, si concentra in un deposito infetto (l’apòstema) finendo col generare nel corpo del malato infiammazioni, suppurazioni, ponfi o putrefazioni. Spesso accompagnata da un innalzamento della temperatura, la malattia entra a quel punto nella fase acuta.
Se l’organismo riuscirà a riassorbire o eliminare l’umore maligno (eventualmente, anche grazie a interventi medici mirati), il malato ritroverà la salute. Ma se invece l’umore maligno non riesce a essere eliminato, la morte – presto o tardi – sarà inevitabile.

Ma insomma, mi direte: quali sono questi quattro umori?
Il primo è il sangue. Galeno lo definisce un umore di consistenza calda-umida e lo ritiene prodotto dal fegato. Naturalmente abbondante nei bambini e nei giovanissimi, il sangue determina un’indole passionale, sanguigna, nel soggetto che ne è provvisto in abbondanza. Un lieve aumento del sangue è fisiologico nei mesi primaverili ma un eccesso di sangue ingenera uno stato di malattia, il cui sintomo più frequente è la febbre continua che non scende.

Il secondo dei quattro umori è la bile gialla. È un umore di consistenza calda-secca, contenuto all’interno della cistifellea; l’organismo lo produce con particolare intensità nei mesi estivi. Fisiologicamente abbondante nei giovani adulti, determina un fare irruento, bilioso, che può sfociare in gesti di vera e propria collera se la bile gialla aumenta in maniera patologica. Altro tipico sintomo di uno squilibrio: le febbri terzane estive (in sostanza: la malaria).

Il terzo umore che regola il corpo umano è la bile nera. Di consistenza fredda-secca, è generata dalla milza, che la produce in quantità abbondanti soprattutto negli individui di mezza età e durante il periodo autunnale. Un eccesso di questo umore nero rende nero l’umore anche del malato, ingenerando uno stato di introversione e malinconia. Particolarmente insidiosa, la bile nera è la causa dei tumori e delle escrescenze sulla pelle.

E infine, abbiamo il flegma (anche detto muco: meno fine, ma rende meglio). Di consistenza fredda-umida, è generato dallo stomaco. Fisiologicamente prodotto in gran quantità in vecchiaia e durante i mesi invernali, genera nel soggetto un comportamento flemmatico e bonario. Il principale sintomo di un eccesso di muco lo immaginiamo probabilmente tutti quanti: la classica febbre invernale con raffreddore e catarro.

Come curare questi stati patologici, rimettendo in equilibrio gli umori?
Nei casi più acuti, può rendersi necessario un intervento d’urto come il salasso, la coppettazione, i bagni in acqua calda (o gelida).
Ma – giacché la malattia è quasi sempre causata da uno squilibrio verificatosi nella vita del paziente, che solo in subordine si riflette sul suo corpo – la cura più efficace e duratura (nonché il miglior metodo di prevenzione) consisterà nel riportare l’equilibrio nella quotidianità del malato.

Un regime dietetico appositamente tarato sulle esigenze specifiche e sull’età del paziente; la ricerca di un clima più adatto al suo organismo; un accresciuto esercizio fisico (o, al contrario, una vita più sedentaria): sono questi i punti chiave di una terapia che forse, oggigiorno, definiremmo di tipo “olistico”.

Sì, perché… noi tendiamo a considerare la medicina medievale qualcosa di molto barbaro, con una diagnostica che si basava esclusivamente sull’analisi delle più schifide secrezioni corporee. In realtà, sbagliamo. La medicina galenica era molto di più – e la visita tra medico e malato comprendeva spesso una anamnesi a tutto tondo, che partiva da domande tipo “la tua routine è per caso cambiata di recente?”, o meglio ancora “hai per caso avvertito cambiamenti di umore? Pensaci bene, sono frequentemente sintomo di uno squilibrio umorale”.

***

Ed è solo grazie a questi presupposti che si riesce a cogliere la profondità (e l’assoluta sensatezza) di quella medicina che, nel Medioevo, si sviluppa all’interno dei monasteri.

San Benedetto, del resto, era stato chiaro: “prima di tutto e sopra ogni altra cosa, bisogna prendersi cura dei malati”, si legge nella Regola. E infatti, entro il pieno Medioevo, non esiste monastero benedettino che non sia provvisto di una infermeria, composta da una camerata per i malati lievi, una sala di degenza per i moribondi, un locale in cui praticare i salassi, un giardino in cui far crescere le piante medicamentose e, infine, un armadio di farmaci preparati dal monaco-speziale.
Giorgio Cosmancini, grande conoscitore della Storia della medicina e del modo in cui essa s’è intrecciata con la religione, osserva nel suo L’arte lunga:

sotto la grande ala della Chiesa, la medicina monastica era inscritta nelle due coordinate dell’ospitalità, intesa come assistenza agli infermi nell’ambito delle istituzioni ospitaliere, e della custodia dottrinale, intesa come conservazione e salvaguardia del patrimonio medico classico. […] Dipanava la sua trama di teorie e di pratiche tra una scienza custodita da monaci litterati e un’arte esercitata da monaci che potevano anche essere illitterati.

E, soprattutto, aggiunge che in quel contesto,

dove non si faceva distinzione tra una «superiore» cura dell’anima e una «inferiore» cura del corpo, ma si teorizzava e praticava un’unica cura di tutto l’essere umano, i curanti dei conventi mediavano tra le due medicine, di fatto integrandole.

E infatti,

i curanti dei conventi, oltreché salassare e somministrare farmaci, imponevano le mani e impomatavano, massaggiavano e crocesegnavano, applicavano toccamenti e toccasana, lenivano con gesti rituali ed elisir, facevano sorbire acquasanta e baciare reliquie. La restitutio ad integrum della salute fisica era un tutt’uno con la salvaguardia della salute spirituale.

Ecco in quale contesto santa Ildegarda si trova a operare.

***

Suora benedettina, fondatrice e badessa del monastero di Bingen am Rhein, Ildegarda muore il 17 settembre 1179 lasciandoci un consistente patrimonio di opere che abbracciano svariati campi dello scibile umano. Musica, profetessa, naturalista, cosmologa, mistica, linguista (e molte altre cose) Ildegarda si dedicò a lungo allo studio della scienza medica. Le sue teorie sono racchiuse nel Liber subtilitates diversarum naturarum creaturarum, di cui purtroppo non si conserva la redazione originale ma solamente riadattamenti di poco più tardi, tra cui una sintesi che prende il nome di Causae et Curae.

Quello di Ildegarda è un testo di medicina galenica: diciamolo tranquillamente. La sua particolarità è che la santa introduce nella sua opera alcuni elementi che non erano presenti (o non erano presenti in tal misura) negli altri testi dello stesso filone.
Ad esempio, dedica un numero di pagine veramente molto ampio alla pratica del salasso e della scarificazione, di cui evidentemente era una fan. Qua e là, inserisce nelle sue opere alcuni rimedi della “cultura contadina” – quelli che non sono mai stati codificati da un medico ma di cui ogni massaia conosce l’efficacia.

Ma il testo, di per sé, segue le direttive della medicina galenica: la malattia è causata da uno squilibrio di umori; può essere curata con interventi d’urto (come il salasso) o attraverso una drastica revisione dello stile di vita; chi non conduce una vita regolare è a forte rischio d’ammalarsi, presto o tardi; particolare attenzione va data all’alimentazione, giacché una dieta squilibrata rischia di compromettere il fragile equilibrio che regola il nostro stato di salute.

Ma allora, cos’è che veramente rende particolare la medicina di santa Ildegarda?
Io direi: il modo in cui mescola la Bibbia all’anatomia e il Catechismo alle prescrizioni mediche.

Secondo Ildegarda, il corpo dell’uomo non era stato progettato originariamente per essere una fragile mescolanza d’umori. Questa situazione si venne a creare solamente dopo la caduta dal Paradiso Terrestre, quando il corpo umano fu costretto ad adattarsi al suo nuovo habitat, per così dire. “Dopo aver gustato il male”, ci spiega Ildegarda, “il corpo dei figli di Adamo fu come avvelenato” e da allora “gli umori, come in una tempesta, montano e coagulano, introducendo così diverse infermità”.

La malattia, insomma, è causata dal peccato: ma dal peccato originale! Ildegarda è molto lontana da quella visione colpevolista per cui la malattia è una punizione divina scagliata contro chi si è meritato il giusto sdegno dell’Onnipotente.
Assolutamente no: Ildegarda non dice mai questo. Semmai, dice un’altra cosa – e cioè, che un individuo che si crogiola nel peccato vede accrescere il rischio di beccarsi un brutto male.

Infatti, se la malattia è data da uno squilibrio, va da sé che il modo migliore per prevenirla è vivere quotidianamente in maniera equilibrata, praticando la virtù cristiana della temperanza. E infatti, Ildegarda elenca trentacinque peccati che, a suo modo di vedere, costituiscono altrettanti fattori di… accresciuto rischio.

La gozzoviglia, la poca moderazione nei comportamenti e un eccessivo senso di invidia possono, ad esempio, provocare malattie all’apparato digerente.
La lussuria, la superbia e la disperazione possono mettere a dura prova l’apparato sessuale e gli organi interni.
Le “forze vitali” dell’uomo nel suo complesso (inclusa la sua fecondità) possono essere lese da vizi come l’eccessiva preoccupazione per le cose terrene. O anche da condizioni di vita che costringono al costante vagabondaggio (o, al contrario, al soggiornare stabilmente in un luogo e contesto in cui vige un clima di eccessiva discordia).

Il modo migliore per eliminare questi fattori di rischio?
Va da sé: eliminare quanto più possibile la tendenza a cadere in quel peccato ricorrente, sostituendola con la pratica della virtù opposta. Globalmente, la chiave del successo sta nel vivere con moderazione: nel bere, nel mangiare, nel sonno, nell’esercizio – tutto fare, ma nella giusta misura. Mi verrebbe da dire, “con disciplina monastica”.

E per quanto riguarda l’alimentazione?
Tenendosi lontani da abbuffate eccessive e da eccessivi digiuni (che non solo tolgono forze all’organismo, ma fanno spesso aumentare la superbia), è bene avere un’alimentazione varia ed equilibrata. Ma con un’attenzione in più.

Ildegarda ritiene che ogni alimento abbia al suo interno una subtilitas: una “sottilità”, una virtù essenziale che – come dice l’adagio, è invisibile agli occhi. Noi la definiremmo probabilmente “caratteristica nutritiva”; Ildegarda la definiva quella “cosa” che Dio aveva nascosto negli alimenti e che nessuno, a parte Lui, avrebbe mai potuto pienamente comprendere.

Ma, nella misura in cui la mente umana può coglierne, almeno parzialmente, l’essenza, la subtilitas degli alimenti va tenuta in gran considerazione nell’atto di comporre una dieta equilibrata.
Infatti, sono pochissimi i cibi che sono adatti a ogni uomo, indipendentemente dalla sua condizione, in tutte le sue fasi di vita. Se foste curiosi di sapere quali sono, Ildegarda ritiene che siano tre: il farro, il finocchio e le castagne. Io avrei preferito la pizza, ma meglio che niente.

Le mele, ad esempio, possono essere consumate crude solamente da individui in piena salute (a meno che non siano già vecchie e raggrinzite, nel qual caso diventano una prelibatezza anche per i malati. Ehm). Alternativamente, sarà di gran lunga preferibile mangiarle dopo la cottura, che le rende adatte anche per gli indisposti.

Le castagne, invece, oh! Le castagne sono un vero toccasana, capace di curare una moltitudine di malattie. Lessate in acqua, rinvigoriscono la mente dando nuove energie; arrostite e mangiate ancora calde, aiutano a guarire i dolori alla milza. Pestate e mescolate col miele, favoriscono il buon funzionamento del fegato.

E insomma: visto che Mani di pasta frolla vi propone oggi una ricetta ildegardiana a base di mele cotte con marmellata di castagne, io francamente non me la lascerei scappare. Parola di Ildegarda: è un vero toccasana!

***

Per chi volesse un po’ di bibliografia, dal super-serioso al divulgativo:

Per un quadro generale: Giorgio Cosmancini, autore di L’arte lunga. Storia della Medicina dall’Antichità a oggi e di La religiosità della medicina. Dall’antichità da oggi.

Per seriose dissertazioni, la vera esperta è Victoria Sweet, un medico professionista che nel tempo libero s’è preso un Ph.D in Storia (!). Per chi fosse veramente interessato ad approfondire il tema, imperdibile è il suo Rooted in the Earth, Rooted in the Sky. Hildegard of Bingen and Premodern Medicine. Per chi si accontentasse di un corposo riassunto, segnalo l’articolo Hildegard of Bingen and the Greening of Medieval Medicine, edito in Bulletin of the History of Medicine Vol. 73, No. 3 (Fall 1999).

Per chi avesse interessi molto meno ambiziosi e stesse semplicemente cercando un bel libro divulgativo, molte delle ricette di santa Ildegarda sono state raccolte e riadattate da Eve Landis in Hildegard von Bingen: Ricette per il Corpo e per l’Anima. Sul versante strettamente medico, tra tutti i libri che ho letto, l’unico che affronta la questione con una chiave storica (e non olistico-fricchettona) è Le cure di sant’Ildegarda. La salute come conquista dell’equilibrio a cura di Fausta Vaghi.

2 risposte a "Galeno, Ildegarda e la teoria umorale: alla scoperta della Medicina nel Medioevo"

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