Dialogo tra me e una fata che vuole intromettersi nel mio piano editoriale

L’ho vista che si protendeva verso di me, cercando di curiosare il libro che stavo studiando. “E spostati, mi fai ombra!” le ho detto un po’ scocciata.

Penso concorderemo tutti sul fatto che è una colpa assai grave, da parte sua, farmi ombra mentre studio, giacché la sua funzione è esattamente quella di essere una lampada da scrivania.

Ella è, da ormai oltre vent’anni, la mia fedele compagna di tante ore di studio. Era il regalo di Cresima che mi aveva fatto mia nonna (la mia nonnina adorata che mi raccontava le storie dei santi): anni fa avevo già parlato su Internet di questo dettaglio, e qualche benpensante era pure insorto piangendo lài su questa società scristianizzata in cui una ragazza festeggia la sua Cresima e la sua famiglia le regala una lampada a forma di fata (“ma che razza di educazione cristiana stanno dando? Per l’occasione, non era meglio regalare un crocefisso?”).
Ecco, anche no, o meglio non necessariamente, se la ragazza ha già i portagioie e la cameretta pieni di crocefissi in tutte le salse, e per contro è palese che la festeggiata straveda per quella lampada a forma di fata, bellissima ma un po’ costosetta.
Giusto per completare il quadro: per la Cresima, i miei genitori mi regalato un’edizione per collezionisti degli Atti degli Apostoli, eh. E la mia devotissima nonna mi ha regalato una lampada a forma di fata.
Sono assolutamente certa che non si sia proprio posta il problema della potenziale contraddizione (?). Quando sei una anziana donna cattolica, cresciuta in ambienti cattolici, circondata da parenti cattolici e con nipotine saldamente cattoliche, evidentemente non ti fai paranoie, e su certe cose vai molto più tranquilla.
E questa digressione è a suo modo funzionale alla comprensione del dialogo che segue.

La fata che vive nella mia lampada a forma di fata (e che, in quanto fata, a volte fa cose magiche. Ai fini del post che state leggendo: mi studia, poi ogni tanto prende vita e fa due chiacchiere) non ha minimamente accennato a spostarsi, nonostante le mie proteste. Anzi, ha allungato il suo capino verde verso il libro che stavo sottolineando. “Stai studiando un libro di magia?”, mi ha chiesto curiosa.
“Eh?”. L’ho guardata come se fosse una idiota. Tenevo tra le mani una copia del saggio che sto leggendo in questi giorni: Binding Words. Textual Amulets in the Middle Ages. In effetti, il titolo è potenzialmente equivoco, l’ho dovuto ammettere. “Ah, capisco. No, ma che magia. È uno dei miei soliti libri sui santi strani”.
“C’è scritto sopra Magic in History”.
“Vabbeh, che vuol dire, quello è il titolo che hanno dato alla collana editoriale”. E poi, siccome la fata mi sembrava scettica, ho fatto scivolare il libro verso la base della lampada. “Guarda qua, dimmi se non è vero: stavo studiando la Passio di santa Margherita di Antiochia. Perché, in una delle redazioni della Passio, a un certo punto Margherita strappa a Cristo la promessa di garantire un parto senza complicazioni a tutte le donne che posseggono una copia di quel testo. Sicché nel Medioevo c’erano ‘sti rotolini di pergamena con la Passio di santa Margherita che giravano di casa in casa tutte le volte che una donna si avvicinava al parto”.
“Ah capisco! Tipo un amuleto portafortuna”.
“Vabbeh, mo’ non mettiamola in questi termini, che pare brutto”, ho protestato. “Era una forma di devozione popolare, magari un po’ superstiziosa, ma all’epoca ce n’erano tante”.
Hm”, ha fatto la fata.
Mi sono ripresa il libro. “Bene. Se è tutto, torno a studiare”.
“No, non ho ancora finito”, mi ha bloccata lei, con quella disinvolta sfrontatezza che solo gli spiritelli possono avere. “Volevo farti comunque rilevare che è da circa sei mesi che studi roba che ha la parola ‘magia’ nel titolo”.
Lì mi è scappato da ridere. “Sì, vero? Pare quasi di aver realizzato il mio sogno infantile di studiare a Hogwarts”.
Eh”.
“È che mi son messa a studiare i modelli di santità altomedievale di area anglosassone. Vabbeh, lo sai già, sei sempre qui vicino al computer, ti becchi pure tutti i webinar, poveretta. E fatto sta che quelli erano santi strani per davvero. Ti ficcavano nelle agiografie i cavalieri della Tavola Rotonda, duelli con i druidi, elementi pseudo-fantasy che manco in un romanzo. Quindi per capirli ho dovuto approfondire”.
La fata ha sospirato, sistemandosi a cavalcioni sul tronco che fa da sostegno alla lampada. “Erano bei tempi, per noi fedeli del Piccolo Popolo”.
“Se vuoi metterla così”, le ho sorriso. “Più che altro, altri tempi. Tempi andati”.
“Beh, mica tanto andati, per fortuna”, ha ribattuto incrociando le gambine verdi. “Tu guardi dall’alto in basso le partorienti alle prese con la Passio, ma pure tu ne fai ancora, di queste cose. E per fortuna”.
L’ho guardata malissimo. “No, scusa. Non venirmi a dire che ho un modo superstizioso di vivere la fede, ché poi mi offendo. È la cosa più lontana da me in assoluto”.
“Ah, pardon”.
“No, ma davvero. Pensa che persino certe novene mi lasciano un po’ freddina”.
“D’accordo, d’accordo”, ha detto la fata con un sorrisetto. “Per curiosità, dimmi una cosa. Visto che siamo a maggio, l’hai già capito qual era il pronostico per l’anno entrante che lo scorso giugno hai letto nelle chiare d’uovo lasciate a rapprendersi sul balcone nella notte di san Pietro?”.
Ho alzato gli occhi al cielo. “Non ci posso credere”. E dopo un lungo sospiro ho aggiunto: “ma che c’entra, io mica ci credo davvero. È una antica tradizione contadina delle mie parti e mi piace portarla avanti. Ma solo così, per gioco, per scherzarci con gli amici che mi leggono. Figurati se adesso penso davvero di poter leggere il futuro in una chiara d’uovo”.
“…o in un falò che brucia nella piazza cittadina nella notte di San Giovanni…”.
“Infatti”.
Il sorrisetto sulle labbra della fata si è allargato. “Notte di San Giovanni che passerà alla Storia come l’unico momento della tua vita in cui tu, che vivi praticamente barricata in casa dal marzo 2020, hai criticato pubblicamente come eccessivamente restrittive le politiche anti-Covid poste in essere dal tuo comune”.
“No vabbeh, non dire così che pare brutto”. Ho raccolto le idee. “Non era una critica. Avevo fatto su Facebook una riflessione sul valore che si dà in età contemporanea a certi riti popolari antichi”. La fata ha inarcato le sopracciglia e io mi sono sentita in dovere di precisare: “è che il comune aveva cancellato del tutto il tradizionale falò di San Giovanni, perché evidentemente lo intendeva in funzione puramente performativa, come uno spettacolo che non ha senso fare se il pubblico non può accalcarsi in piazza per guardarlo. Tutto lì”, e mi sono stretta nelle spalle, sulla difensiva. “E io avevo detto che, fosse stato per me, l’avrei fatto lo stesso, a porte chiuse, in un cortile interno non visibile dalla strada, così evitavi il rischio di assembramento ma portavi comunque avanti la tradizione. Poi, oh: in mezzo a una pandemia, come fai sbagli”.
“Sì, il vostro mondo è pieno di problemi. Ci strugge, vedervi dormire sonni così inquieti”.
“Ehm. Beh grazie. È che a suo tempo l’avevo trovata una decisone antropologicamente interessante, quella di cancellarlo in tutto”, ho spiegato. “Io non mi son mai sognata di andare ad accalcarmi in piazza a San Giovanni, ma ogni San Giovanni correvo in edicola con mia nonna per leggere sul giornale che cosa aveva vaticinato il falò: se un anno buono o un anno cattivo per la città. Sempre per scherzare eh, non è che ci credessimo davvero. Ma era una bella tradizione”.
“Ma certo”, ha sorriso la fata. Che palesemente stava ridacchiando sotto i baffi.
“E niente, all’epoca avevo riflettuto sul fatto che esistono chiaramente due modi contrapposti di guardare a queste vecchie tradizioni. Secondo me, l’importanza di questi riti non sta nel fatto di essere presenti per guardarli, ma nel sapere che sono stati fatti. Secondo chi ha deciso di cancellare in toto l’appuntamento, evidentemente ha prevalso l’aspetto spettacolistico per cui, se non c’è pubblico, allora tanto vale non fare la performance”.
La fata ha sospirato. “Comunque concordo con te, sia chiaro. E questo è un grande impoverimento”.
“Evvabbeh, che ci vuoi fare”, ho buttato lì, allungandomi per recuperare l’evidenziatore. “La società cambia, e anche la cultura popolare evolve”.
Seduta sul tronco, la fata si è sporta verso di me e mi ha fissata a occhi socchiusi. “Certo, se nessuno spiega più alla gente il valore del falò, è ovvio che tutto quello che ti resta in mano è una catasta di legno in fiamme”.
Mi ha guardata a lungo. E io a lungo ho guardato lei. “Beh non dare la colpa a me, sai? Nel mio piccolo, io ne parlo spesso! Sul mio blog ho persino lanciato la rubrichetta dell’Almanacco dei tempi che Berta filava, proprio per parlare di queste tradizioni popolari antiche”.
“Sì, lo so”, ha detto lei raddrizzando la schiena, “ma scusa se te lo dico eh, fa un po’ schifo ‘sto tuo almanacco. Cioè, è monco”.
“Oggi sei in vena di complimenti, eh…”.
“Ma scusa!”, ha protestato lei, stringendo le ginocchia al petto. “È proprio malfatto, cioè, spieghi le cose a metà. Tipo, racconti che questi facevano dei riti strani per leggere il futuro nella notte di sant’Agnese, ma poi non spieghi come mai un uomo medievale sano di mente trovasse normale la speranza di poter leggere il futuro alla vigilia di una festa liturgica, e senza il timore di esser bruciato sul rogo. Sembrano una banda di pazzi ignoranti e superstiziosi, secondo me va pure a danno della religione. Dovresti spiegare meglio tutta la visione del mondo che c’era dietro a queste tradizioni”.
“Tipo?”, ho detto inarcando un sopracciglio.
“Tipo la magia”.
Eddaje, ma ti sei fissata?”.
“O, se vuoi meglio dire: il modo in cui il concetto di magia è cambiato attraverso i secoli, sicché cose che oggi sono ritenute imbarazzantemente superstiziose erano, un tempo, accettate comunemente”.
“Bah”.
La fata ha inclinato la testolina da un lato. “Scusa eh. Tu come la definiresti una tizia che scrive che un diaspro infilato nella culla di un neonato tiene lontani gli spiriti malvagi e che tenere dell’agata a contatto con la pelle migliora l’eloquio e protegge dai ladri?”.
“Boh. ‘na pazza?”, ho azzardato.
“O alternativamente un dottore della Chiesa. È scritto nella Physica della tua amata Ildegarda di Bingen”.
Ho rimesso l’evidenziatore nell’astuccio, tanto ormai s’era capito che di studiare non se ne parlava. “Vabbeh, ma erano altri tempi”.
“Appunto. Tempi lontani, in cui la mentalità dell’epoca riusciva a far coesistere le due cose”.
“Beh, insomma…”.
La fata ha alzato gli occhi al cielo, spazientita. “Oh, tu. Lo sai che giorno è oggi?”.
E lì mi sono illuminata di immenso. “Sììì, è il sedicesimo compleanno del mio blog, il bloggheanno!”.
“Sì, d’accordo, auguri e tante belle cose. Intendevo, qual è il santo del giorno”.
Ho buttato un occhio sul calendario. “San Giovanni d’Avila, perché?”.
La fata ha sbuffato. “Sì, ma a parte lui. In Irlanda è anche san Comhghall di Bangor”.
“Ah”, ho fatto io, colta alla sprovvista. “Non sapevo”.
“Male. Noi del Piccolo Popolo lo chiamiamo il battezzatore di sirene”.
Ho inarcato le sopracciglia.
“Sì, le battezzava! Racconta una sua agiografia, composta nel XII secolo, che la giovane Lì Ban espresse il desiderio di diventare una sirena quando un’alluvione spazzò via tutta la sua famiglia e minacciò di uccidere lei stessa. Il desiderio si avverò e lei si mutò in sirena (e il suo cagnolino divenne una lontra, non lo trovi un dettaglio delizioso?). Fatto sta che Lì Ban visse per trecento anni, immortale come tutte le sirene, eppure per ciò stesso condannata a non raggiungere mai il Paradiso. Non aveva considerato il peso del suo stato, quando in preda al panico aveva deciso di mutarsi in una sirena. Ma un giorno san Comhghall prese una barca e si spinse al largo per cercarla, e le offrì una scelta: voleva vivere per sempre come sirena, oppure essere battezzata dal santo, per ciò stesso essere liberata dalla sua maledizione e, tornando umana, morire seduta stante? Lì Ban non ebbe neppure bisogno di riflettere e scelse di essere battezzata. E finalmente morì, guadagnando il Paradiso”.
Mi sono appuntata velocemente un paio di riferimenti sul block notes. “Uh, carina. Non conoscevo. A occhio e croce, si richiama a quel topos agiografico tipico di certe agiografie anglosassoni in cui un personaggio meraviglioso proveniente da ere precristiane vede la sua vita giungere a compimento solo quando incontra il missionario evangelizzatore”.
“Eh, gli studiosi l’han letta anche così”, ha detto la fata. “Fatto sta che qui abbiamo una giovane che, evidentemente per magia, si trasforma in una sirena, dentro all’agiografia di un santo. E non è manco un personaggio negativo! Anzi ti dirò di più, in Irlanda il martirologio la ricordava come santa a sua volta. Proprio la sirena, ti giuro non sto scherzando”.
“Guarda, non stento a crederti. Le agiografie celtiche sono un genere letterario assai curioso”.
“Ma mica solo quelle!”, ha constatato lei. “Sempre oggi, nel Medioevo, sarebbe stata festa grande in Provenza, per ricordare la celebre lotta durante la quale santa Marta sfidò, e vinse, una viverna. Tipo, il cugino cattivo del drago”.
Ho inarcato le sopracciglia. “Ma chi, santa Marta? Quella del Vangelo?”.
“Lei. La stessa che ha portato in Provenza il Graal. Il cui ritrovamento fu profetato da Merlino. Che era pazzo, ma rinsavì dopo esser stato curato da san Mungo. Quello a cui è dedicato l’ospedale dei maghi di Harry Potter”.
“…”.
“Quello che voglio dire è che, se guardi bene, ci sono delle connessioni fortissime tra la storia del cristianesimo nei secoli passati e robe che adesso definireste ‘fantasy’ o ‘magia’. E non ne parla nessuno”, ha esclamato, “e non è giusto, ché poi va a finire che noi fate veniamo considerate una specie di figura diabolica pagana e pure le sante tipo Ildegarda di Bingen vengono guardate strano. Oppure censurate per paura che qualcuno le guardi strano”.
“Vabbeh, ma io che c’entro?”.
“C’entri che secondo me dovresti parlarne sul tuo blog”, ha detto lei in tono cantilenante. “Tipo, aprire una rubrica a parte dedicata a spiegar ‘ste cose”.
“E con tutta la brava gente che c’è a ‘sto mondo, proprio io devo impelagarmi in questa cosa?”.
“Massì”, ha detto la fata con nonchalance. “Io ti conosco. Ti tengo d’occhio da vent’anni. Sono sulla tua scrivania da una vita. Volente o nolente, ho letto ogni singola roba che hai scritto o studiato da quando eri alle scuole medie. All’epoca ti piacevano un sacco questi argomenti, onestamente mi stupisce che tu non ne abbia mai scritto prima”.
“Sì, ma scusa fata”, ho tossicchiato per schiarirmi la gola. “Mi piace pure collezionare tazzine da caffè, ma non è che ne parlo sul blog solo perché è di mio gusto. Alla gente che mi legge, probabilmente non gliene può importar di meno di leggersi le proprietà spirituali delle gemme secondo la medicina monastica nel Medioevo”.
Lei si è stretta nelle spalle. “E che ne sai. Il vostro mondo è più pieno di pianto di quanto tu non possa immaginare. Secondo me, ‘ste storielline mezzo catto- e mezzo fantasy sono un bel diversivo dalle brutture di questo mondo inquieto e incuriosiscono un sacco”.
“Oppure scandalizzano”, ho ribattuto in tono eloquente. “Sono temi delicati”.
“E se hai davanti a te un oggetto delicato, hai cura di occupartene con delicatezza o lo molli lì alla mercé di qualcun altro che magari te lo strapazza?”.
“Beh…”.
“E comunque guarda: se c’è una letterale magia che ha avuto luogo attorno al tuo blog in questi sedici anni, e non per tuo merito, è che ha attratto un piccolo gruppo di lettori intellettualmente curiosi, e soprattutto vaccinati. Proprio nel senso che li hai già traumatizzati a sufficienza con tutte le tue altre storie strane, al punto che ormai li hai immunizzati contro qualsiasi shock futuro”.
E lì mi son messa ridere. “E quindi cosa proponi esattamente? Una specie di rubrica in cui parlo di questi aspetti pseudo-fantasy legati alla religiosità medievale?”.
“Beh, era la tua passione quando eri adolescente, no? Mi sembrerebbe un buon modo per festeggiare il compleanno di un blog che oggi diventa sedicenne. No?”.
“Bah”.
La fata ha disteso le gambe lasciandole penzolare giù dal tronco e si è allungata verso di me, tendendomi una minuscola manina verde. “Abbiamo un accordo?”.
Ho spinto all’indietro la sedia. “Ah no! Non ci casco!”, ho detto in fretta. “Che, sei matta? Lo so benissimo: non si stringe mai la mano a una fata!”.
C’è stato un guizzo divertito nei suoi occhi, poi la fata ha ritirato la mano. “E vedi che allora sei preparata?”, ha ridacchiato. “Anche se forse ti gioverebbe un ripasso”, ha aggiunto risistemandosi sul tronco nella solita posizione plastica in cui è solita passare il tempo. “Dimentichi che è pericoloso anche solo chiacchierarci troppo a lungo, con una fata. Lo dicono tutte le fonti. Chi lo fa, finisce sempre con l’essere convinto a fare ciò che vogliamo”.

Dopodiché, la sua pelle si è fatta dura trasformandosi in resina, e la fata è tornata a fare la lampada.   


Per far capire ciò che credo che la fata avesse in mente

Ma finché sono santi, hai la scusa che è narrativa. La gente cattolica che fa cose strane durante le feste dei santi, invece, è imbarazzante e basta.

Ecco: non è che fossero totalmente pazzi. A suo modo, un tempo ‘sto delirio aveva un senso.
Magari, piano piano, con l’aiuto della fata lo spieghiamo.

11 risposte a "Dialogo tra me e una fata che vuole intromettersi nel mio piano editoriale"

  1. ishramit

    “Ma la realtà è che sono qui* per ringraziarti e chiederti perdono: quando iniziai a seguire le fate che dicevano “siate fedeli alla terra” non ti pensavo affatto. Mi ricordavo di una foglia di quercia che, cadendo, scopriva di dipendere da un albero che ormai non aveva più bisogno di lei, e tutta la mia comprensione arrivava fin lì. Era la storia di una creatura che pensava di poter esistere da sola e si accorgeva di sbagliarsi solo morendo, ma tu hai guidato le mie fate verso verità ben più grandi di questa! Ho scoperto in te la terra vera, quella impastata dalle mani di Dio senza che il male vi entrasse. Ero tutto concentrato ad imitare tuo Figlio nella creazione di mondi e creature nuove, ma non avevo capito che prima di poter imitare lui bisogna imitare te e liberarsi di ogni superbia.
    Tornare ad essere soltanto terra e soffio divino, perché Dio possa guardare l’umiltà dei suoi servi: questo è essere fedeli alla terra.
    È allora che la verità germoglia, è allora che le fate prendono vita e non diventano divinità mostruose che cercano di sottomettere gli uomini che le hanno create.
    In questa tua casa voglio dirlo al mondo intero: tu sei la Regina delle fate! Perché soltanto chi guarda a te può capire quant’è grande l’amore di Dio che crea.
    Cantate tutte allora, mie figlie: Ave regina dei cieli, ave signora degli angeli!

    Ave Regina delle Fate!”

    *alla Santa Casa di Loreto.

    Potrei pubblicare a breve un libro la cui vecchia postfazione (datata 2016 e mai corretta, ora credo la scriverei un po’ meglio) terminava così. Chissà se qualcuno la userà come pretesto per lamentarsi coi miei superiori 😛

    Ad ogni modo su questi temi credo che il saggio “Sulle fiabe” di Tolkien rimanga imprescindibile.

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  2. Umberta Mesina

    Secondo Yeats, in Irlanda qualcuno riteneva che fate e folletti fossero gli angeli caduti con Lucifero. Chissà se l’idea nascesse veramente dal popolo o da qualche antico santo “fantasy”.

    Che libro è quello di cui hai messo la pagina in Facebook? Il pover’uomo doveva essere veramente costernato.

    “D’altra parte esistono molti aspetti che inducono a ritenerli angeli caduti. Ne sono dimostrazione la natura di questi esseri, la loro estrosità, il loro modo di essere buoni con i buoni e cattivi con i cattivi, i loro mille tratti incantevoli uniti alla mancanza di senso di responsabilità – all’instabilità di carattere.
    Creature così suscettibili che bisogna assolutamente evitare di parlarne spesso, e che non possono essere nominate altro che come i «signori», o “daoine maithe”, che significa «buon popolo», e tuttavia così facili da compiacere, che faranno ogni cosa per tenere lontano da voi la sfortuna se solo lasciate per loro un po’ di latte sul davanzale della finestra durante la notte.
    Tutto sommato, la credenza popolare dice quanto di essi è possibile sapere quando racconta come caddero in
    peccato e tuttavia non furono dannati, poiché il male compiuto era del tutto privo di malizia”. (W.B. Yeats, Fiabe irlandesi, cap. 1)

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    1. Lucia

      “Che libro è quello di cui hai messo la pagina in Facebook? Il pover’uomo doveva essere veramente costernato”.

      A voler usare un eufemismo 🤣🤣
      Il pover’uomo sull’orlo della crisi di nervi è Malcolm Jones, autore di Medieval Folklore: A Handbook.
      Nello specifico però la citazione era tratta da Medieval Folklore, l’enciclopedia della Oxford University Press a cui lui contribuiva scrivendo la voce sul Green Man.

      Di teorie “cristiane”, per così dire, circa le origini delle fate, ne sono state sviluppate davvero tante, nel corso dei secoli!
      Oltre a quella che citi tu, io ho anche presente la teoria secondo cui le fate sono gli angeli che non hanno voluto schierarsi ai tempi della guerra tra san Michele e Lucifero (e quindi, non avendo preso posizione allora, adesso sono condannati a vivere sulla terra, non potendo vivere né coi vincitori in Paradiso né con gli sconfitti in Inferno).

      Secondo un’altra leggenda che avevo letto, le fate discendono dai figli che Adamo ed Eva avevano già avuto nel Paradiso Terrestre prima del peccato originale, e che Eva dopo il fattaccio aveva nascosto per evitare che anche i bambini fossero costretti ad abbandonare l’Eden (questa mi sembra così strampalata che davvero mi vien da ipotizzare una origine popolare 🤣 visto che non tiene in alcun conto quel piccolo dettaglio dell’onniscienza divina…).

      Qualche agiografo che ha inserito il Piccolo Popolo nel suo leggendario in effetti c’è. Argomento per i prossimi post, dice la fata qui dietro al computer 😛

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      1. Umberta Mesina

        Grazie! Mi segno entrambi i libri per quando, ehm… lasciamo stare.
        Già, in effetti gli angeli caduti con Lucifero dovrebbero essere con lui. Ha molto più senso che siano quelli che non si schierarono: anche Dante pensava che non avessero più posto né in Paradiso né all’Inferno, dopotutto. Forse intendevano proprio questi. Aspetto quei post. Omaggi alla fata.

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