Tryphina e re Artù. Ovverosia: quando l’agiografia incontra il fantasy

La maga fissò a lungo il cavaliere, guardandolo al di sopra della cortina dei suoi marchingegni magici che aveva scenograficamente sparpagliati sul tavolo. “Tanto per cominciare”, esordì in tono pratico, “ti è chiaro che tutto questo non sta avvenendo davvero, sì?”.
Prego?”, chiese il cavaliere, che aveva tutta l’aria di esser stato preso in contropiede.
“No, dico. Che poi tra mill’anni una tizia ne parla su un blog e ci manca solo che qualcuno ci creda pure. Ovviamente io e te non esistiamo davvero, siamo solo personaggi secondari di una leggenda agiografica totalmente immaginaria. Questo ti è chiaro?”.
Eh?” fece il cavaliere, crescentemente spaesato.
“Occielo, forse santa Trifina potrebbe essere ispirata a un personaggio storico realmente esistito”, butto lì la maga, con aria da saputella. “La moglie di Conomor il Maledetto, governatore di Bretagna del IV secolo. ‘sto stimpaticone passò alla storia per la sua crudeltà ed è probabile che attorno alla sua figura si sia creato un ciclo di leggende”. Lì, si strinse nelle spalle. “Ad ogni modo, io e te siamo dentro a una agiografia leggendaria medievale ispirata al ciclo arturiano e particolarmente amata nel vescovato di Tréguier”.
Il cavaliere si guardò nervosamente attorno. “In che senso, dentro a una agiografia? Dentro dove?”.
Fu a quel punto che la maga si abbandonò a un sospiro plateale, rendendosi conto di non essere di fronte a chissà quale mente sopraffina. “Lasciamo stare, vah. Chi doveva capire ha già capito. Allora, prode cavaliere. Cosa ti spinge fin dentro al mio antro?”.
E il cavaliere, ringalluzzito al pensiero di essere finalmente tornato nel suo territorio, prese un respiro profondo e raccontò.

Raccontò la sua smania di potere, che lo portava alla cerca di maggior ricchezza. Raccontò di come lui, Kervouron, fosse venuto a sapere che il re di Inghilterra giaceva a letto malato, vittima d’un morbo che nessun cerusico riusciva a curare. Raccontò di come si fosse messo in viaggio per quelle lande, per valutare quanto fragile fosse il territorio in quel momento di crisi politica. E soprattutto, raccontò di come la realtà avesse superato le sue più rosee aspettative quando lui, Kervouron, era stato ammesso a udienza col monarca.

Il re era più morto che vivo, il corpo orribilmente sfigurato dalla lebbra. Poco c’era mancato che scoppiasse a piangere davanti al suo ospite, quando aveva saputo che Kervouron proveniva da terre lontane. “Ti prego, cavaliere”, gli aveva detto trattenendo a stento l’emozione. “Ti prego, portami il guaritore migliore del tuo regno, fai sapere a tutti che cerco una cura: i miei cerusici mi considerano spacciato, ma forse una medicina esiste, anche se loro non la conoscono”. Una smorfia di dolore lo aveva costretto ad azzittirsi per qualche secondo, ma dopo aver riguadagnato il controllo aveva pronunciato le parole magiche che avevano catturato l’attenzione del cavaliere: “se tu tornerai da me con una cura, ti prometto che otterrai in cambio la mano di mia figlia e io ti concederò in feudo la metà del mio regno”.

Mh”, fece la maga quando il ragazzo ebbe finito di raccontare. “Capisco”.
“Eh. E dunque??”, chiese lui, ansiosamente.
La maga decise di prenderla alla lontana, fissando lungamente e a occhi socchiusi la superficie della sua sfera di cristallo. “Beh. Nessun guaritore è mai riuscito a trovare una cura per la lebbra…”, iniziò lentamente.
“E se volevo le cure dei guaritori andavo all’ospedale e non nell’antro di una maga dalla dubbia moralità, no?”.
“Anche vero”, ammise quella con un sospiro. “E dunque ti dico, prode cavaliere, che un rimedio ci sarebbe. E tuttavia richiede un sacrificio assai crudele, e pochi hanno osato spingersi a tanto”.
“Io oserò. Dimmi tutto”.
La maga esitò. “Bisognerebbe uccidere un neonato di nobili natali nel giorno in cui egli compie sei mesi, e poi dar da mangiare la sua carne al malato di lebbra. In tal modo, egli guarirà”.
Seguì un silenzio di mezzo minuto abbondante. “E dove lo trovo un neonato di nobili natali da ammazzare?”, disse alla fine Kevrouron con ammirevole senso pratico. “In genere, i neonati di nobili natali sono ben protetti”.
La maga gli lanciò un’altra occhiata, ma stavolta c’era un nonsocché di esasperazione nello sguardo. “Ummarò figlio mio, ma hai una testa dura come il coccio eh. Non te l’avevo già spoilerato prima? Siamo dentro all’agiografia di santa Trifina, io e te”.
“Santa Trifina? Cos…?” fece il povero cavaliere, visibilmente disorientato.
La maga dovette attingere a tutte le sue forze arcane per evocare su di sé un minimo di pazienza. “Scusa eh. Tua sorella non si chiama Tryphina?”.
“Beh sì. Ma cosa…?”.
“E non è la moglie di re Artù?”.
“Sì, beata lei, che buon matrimonio ha fatto”.
“E non sta per mettere alla luce un figlio?”.
“Sì, così pare”.
La maga sollevò le sopracciglia e lanciò al cavaliere una occhiata eloquente.
Oooohhh” disse allora Kevrouron, che era un po’ lento di comprendonio ma tutto sommato non completamente idiota. La consapevolezza di quello che stava per fare gli cadde addosso con la leggerezza di una piuma sospinta dal vento, lasciandogli piuttosto questo come unico dubbio: “ma mia sorella mica è una santa”.
“E dalle tempo” ribatté la maga, prendendo la sua sfera di cristallo e andandola a poggiare su un tavolino. Quando Kervouron se ne fu andato, cominciò a lucidare la sfera con gran dedizione, spostò la poltrona davanti al tavolino, mandò inviti a tutte le sue amiche maghe e tirò fuori da chissà dove una ciotola di snack. L’agiografia di santa Tryphina stava per entrare nel vivo e (ehi!) di solito, le agiografie del ciclo arturiano sono uno spettacolo meraviglioso, da non perdersi.

Atto I

Considerando che Kervouron non era esattamente una cima, gli va concesso questo: operò con una certa astuzia. Chiese di incontrare re Artù e gli parlò del monarca che giaceva malato, dilaniato dalla lebbra. Riferì ad Artù la richiesta disperata del re straniero e lo convinse a mettersi in viaggio per l’Inghilterra, per saggiare personalmente la situazione.
Con Artù lontano dal suo castello, Tryphina, ovviamente, restava sola. Parve a tutti molto ragionevole che Kervouron insistesse per far trasferire sua sorella nella vecchia casa di famiglia, in modo tale che il ritorno nei cari luoghi d’infanzia potesse darle conforto in quei mesi delicati di attesa e solitudine.
Ovviamente, Kervouron tramava nell’ombra e aveva dato istruzioni precise ai suoi servitori. Quando Tryphina entrò in travaglio, fu una levatrice corrotta a presentarsi al suo capezzale.

Il bambino nacque, ed era in piena salute; ma a Tryphina fu fatto credere che fosse morto poche ore dopo il parto: tragicamente, proprio mentre la madre riposava. Nessuno, tutto sommato, lo trovò poi così strano: era certo una disgrazia, ma una disgrazia come tante; i neonati muoiono, si sa.
Naturalmente, il nostro neonato era sano come un pesce. La servitù corrotta lo fece uscire nascostamente dal castello e lo affidò a una nutrice, senza darle altre spiegazioni; dopodiché, la balia e il neonato furono fatti imbarcare su una nave che era già stata predisposta da Kervouron. E la nave prese il vento facendo rotta sull’Inghilterra, là dove, a tempo debito, il vile cavaliere sarebbe stato pronto ad accoglierla. Avrebbe preso con sé l’infante, l’avrebbe sacrificato al compimento del sesto mese e in tal modo avrebbe curato il vecchio re, guadagnandosi così la mano della principessa.

“Occhio eh, ché qui viene il bello” commentò la maga sgomitando una delle sue amiche. Le maghe si erano riunte attorno alla sfera di cristallo e seguivano la vicenda in religioso silenzio, con lo stesso identico spirito di godimento con cui oggi le comari seguono le soap opera. E grossomodo doveva essere quello il target a cui pensava il nostro agiografo, mettendo in scena questa surreale storia.

Atto II

La nave era già al largo e veleggiava verso l’Inghilterra, quand’ecco che una terribile tempesta si abbatté sull’imbarcazione. Venti di incredibile potenza rischiarono a più riprese di ribaltarla; a più riprese le onde sembrarono sul punto di sommergerla. Mai s’era vista una tempesta di tali proporzioni da che la marineria ne aveva memoria; nelle menti sgomente dell’equipaggio s’affacciò un sospetto che pian piano diventò certezza. Quella tempesta era un flagello di Dio, quel Dio che evidentemente era sdegnato di fronte al delitto che si stava per compiere col sacrificio umano del bambino. L’unico modo per allontanare la sciagura era chiaramente buttare a mare l’infante.
(“Ma che son scemi?” si lasciò sfuggire a quel punto una maga-spettatrice, fissando sconcertata la sfera di cristallo).
E così strapparono il bimbo dalle braccia della nutrice, e già erano in procinto di abbandonarlo ai flutti…
(“E che te posso dire”, biascicò l’altra maga tra uno snack e l’altro. Si vede che è funzionale allo svolgimento della trama”).
…quand’ecco che il bambino sollevò al cielo le sue bracciotte. E improvvisamente il sole squarciò le nubi e, d’un tratto, le acque si placarono.
Ooooohhh”, fece in coro l’equipaggio, trasecolando.
Oooohhhh” fecero in coro le maghe davanti alla sfera di cristallo, mentre la più esperta delle tre si stringeva nelle spalle con aria da saputella. “Classico topos dell’agiografia celtica per indicare che il bambino è un predestinato”.

***

Ora: se sei capitano di una nave che sta portando a morte certa un neonato che mostra poteri soprannaturali, cosa fai se sei una persona minimamente intelligente?
Magari, abbandoni la congiura assassina e fai in modo di ingraziarti il neonato magico?

Ecco: se già Kervouron il congiuratore non era esattamente una cima, i marinai che s’era scelto come complici erano evidentemente peggio ancora. Introiettato il concetto che al neonato non si poteva torcere un dito (se non altro, perché toccava farlo arrivare vivo a sei mesi), gli allegri marinai giunsero invece alla conclusione che, invece, la balia si poteva toccare eccome. E visto che sono lunghe e solitarie le notti di viaggio in mezzo al mare, si organizzarono ben bene, stilarono un’agevole tabella turni e poi partirono all’attacco. Missione: violentare la poveretta in uno stupro collettivo.
Ma quando un bruto strappò il bambino dalle braccia della nutrice, e quando le urla della poveretta si levarono fino al cielo: ecco, il neonato sollevò una seconda volta le sue braccia. E immediatamente tutto l’equipaggio fu trasformato in una grottesca serie di statue di pietra.
(“Uuuhh, veh che qui arriva un altro topos!” squittì tutta contenta la maga esperta in agiografie che aveva dato il via all’intera vicenda).
E la nave continuò a navigare da sola veleggiando sulla giusta rotta, dolcemente sospinta dal vento. Finché, un giorno, non si arenò da sola sulla dolce spiaggia dell’Inghilterra. 

Atto III

Casualmente, su quella spiaggia si trovava il papa.
(“Ma come il papa?”, protestò incredula una maga. L’amica esperta in agiografia dovette storcere le labbra: “in effetti questo è poco credibile”. In lontananza, al largo, si intravvide per un attimo un tizio che saltava uno squalo).
Ad ogni modo, in una metastoria nella metastoria, salta fuori che anche il papa se ne intendeva di agiografie. Quando vide arenarsi sulla spiaggia una nave senza equipaggio sospinta dal vento, si sfregò le mani e commentò giulivo con i sacerdoti del suo seguito: “uuuuhh, questo è un topos agiografico tra i più scontati! Su ‘sta nave c’è sicuramente la Madonna, o Maria Maddalena, che la Provvidenza ha portato qui per i suoi imperscrutabili disegni. Andate un po’ a vedere chi ci trovate a bordo?”.

Ci volle del bello e del buono, alla nutrice, per convincere il Santo Padre che, no, lei non era la Madonna e, no, quel neonato non era Gesù Bambino. Il papa restò assai perplesso: quella era una variazione inattesa, rispetto al topos agiografico dell’Approdo Miracoloso Di Barca Sospinta Dal Vento.
Fra l’altro, anche la nutrice cominciava ad avere le idee poco chiare riguardo il suo ruolo futuro nella storia. Evidentemente non sapendo fino a che punto potersi fidare di lei, gli uomini dell’equipaggio l’avevano tenuta all’oscuro di molti dettagli del loro losco piano. La nutrice sapeva unicamente di dover tenere in vita in pargolo e di doverlo consegnare, una volta giunta in Inghilterra, a un uomo che sarebbe stato lì per accoglierli.
Oh buon Dio, evidentemente quell’uomo sono io” esclamò il papa in un sussurro, con viva costernazione. E così, il Santo Padre prese con sé il bambino e lo crebbe con tutto l’amore che si riserverebbe a un figlio.

Atto IV

Ma, si sa: un Approdo Miracoloso di Barca Sospinta Dal Vento non è una cosa che capiti tutti i giorni. E così, di bocca in bocca, la notizia cominciò a circolare in tutta Inghilterra.
La cosa insospettì il malvagio Kervouron, che del resto era già stato messo in allarme dal ritardo ingiustificato della sua nave. Quando il cavaliere si recò sulla spiaggia dove l’imbarcazione era ancora arenata, ebbe una crisi di nervi in piena regola nello scoprire che il bambino non si trovava, la nutrice era scomparsa e l’equipaggio s’era trasformato in un esercito di grottesche statue.

Era chiaro che Tryphina, la madre del bambino, aveva subodorato qualcosa e aveva agito per far fallire il piano. E così, per evitare che la maledetta potesse spifferare qualcosa al marito, Kervouron prese da parte re Artù e gli disse che una imbarcazione appena arrivata dal paese natìo gli aveva recato tragiche notizie: Tryphina aveva partorito un figlio maschio (il figlio primogenito di Artù!) ma poi l’aveva strangolato con le sue stesse mani, poche ore dopo il parto, in un momento di inspiegabile follia.

Atto V

Il re lebbroso, poveraccio, a questo punto esce di scena. Il neonato era sparito nel nulla, Kervouron aveva rinunciato a ogni speranza di poter curare il monarca e impalmare la principessa; quanto a re Artù, comprensibilmente, aveva in quel momento ben altri pensieri. Sicché i due uomini abbandonarono il lebbroso al suo misero destino e ripartirono in fretta e furia verso la Bretagna.

Quando Artù tornò al castello della famiglia di Kervouron, in cui Tryphina era rimasta per elaborare il lutto, cominciò a chiedere in giro cosa diamine fosse successo. La sposa affranta e la servitù gli restituirono storie confuse di un neonato morto poco dopo il parto; storie che vistosamente contraddicevano quelle (invece molto dettagliate) fornite da alcuni servitori complici di Kervouron, che erano stati istruiti a dovere. Costoro raccontarono a re Artù di come la puerpera, in un attacco di follia, avesse ucciso il neonato con le sue stesse mani cercando poi di insabbiare il delitto. Non ci fu nemmeno bisogno di dire che Artù, accecato dal dolore e dalla collera, ordinò che Tryphina fosse sbattuta in carcere in attesa di esser giustiziata.
“Altro topos agiografico in arrivo, puoi star sicura!” esclamò la maga tutta emozionata. Aveva quasi finito la sua ciotola di snack.

Atto VI

E in effetti la maga aveva ragione: ché, come nella migliore tradizione agiografica medievale, la donna innocente ingiustamente imprigionata fu nottetempo liberata dalle sue catene per mano di un angelico soccorritore. Come per magia (vogliamo dire: come per miracolo?), Tryphina attraversò le mura del carcere e, in un modo o nell’altro, riuscì a rifarsi una vita. Sotto falso nome, si fece assumere come servitrice presso la corte di un regno non lontano, dove nessuno l’aveva mai vista in volto.
E lì visse per una decina d’anni circa, fino a quando il suo travestimento non fu smascherato: forse a tradirla fu una soffiata, forse un incontro casuale con un viaggiatore che la riconobbe e che andò a riferire tutto a re Artù.

***

Proprio come Tryphina, anche re Artù s’era ormai rifatto una vita (con la regina Ginevra, suppongo?). Ma quando gli giunse la notizia che l’infanticida era ancora a piede libero, sentì ribollire la rabbia nel suo cuore. Armò il suo esercito, marciò verso il castello in cui lei viveva, raccontò tutto e ottenne di farsi riconsegnare la dama. Non pago, ordinò che la regina caduta in disgrazia andasse incontro a un’esecuzione tra le più spettacolari: mentre Tryphina era trattenuta in carcere, i messi del re viaggiavano per ogni provincia cantando in ogni dove il disonore della donna e preannunciando la sua esecuzione imminente.

Atto VII

Dagli e dagli, la notizia arrivò persino a Roma, dove (vi ricordate?) coccolato come un pascià viveva in piena beatitudine il figlio di Tryphina, pur inconsapevole delle sue nobili origini.
Nel prenderlo con sé alla corte pontificia, il papa aveva avuto il buonsenso di non separarlo dalla sua nutrice, che era rimata al fianco del bambino ben oltre il giorno del suo svezzamento. Anzi: quale madre affettuosa, la donna aveva avuto cura di crescerlo e trasformarlo in un piccolo ometto, senza mai smettere di interrogarsi sulle origini di quel bambino.
E quando ebbene modo di ascoltare la storia di Tryphina: beh, la nutrice cominciò a collegare i punti.

La nave su cui lei e il bambino erano stati fatti imbarcare recava le insegne della casata di Tryphina: cosa non certo sconvolgente (molte navi, nella zona, erano proprietà di quella famiglia) e che tuttavia fece suonare nella sua testa come un primo campanello dall’allarme. La donna ripensò a quel neonatino ancora livido per la nascita che le era stato affidato così nascostamente; ripensò alla totale assenza di spiegazioni che le erano state date; ripensò all’assurdità di partire per l’oltremare con un neonato di poche ore (quasi ci fosse l’urgenza di farlo sparire?). Si fece anche due domande sulla disinvoltura con cui l’equipaggio si era mostrato pronto ad assassinare il bambino quando lo riteneva necessario.
Sia ben chiaro: era da circa dieci anni che la nutrice rimuginava su queste cose, per non parlare poi dei prodigi che il bambino aveva mostrato di poter compiere. Ma solo in quel momento, mentre ascoltava un cantastorie descrivere la morte del neonato partorito da Tryphina: solo allora, la nutrice capì d’aver capito.

Corse dal papa e gli svelò i suoi sospetti; il papa, sdegnato al solo udirli, ordinò che il bambino fosse armato di tutto punto, vestito delle bianche insegne pontificie e provvisto di un cavallo, una scorta e uno scudiero. Se davvero i sospetti della nutrice avevano colto nel segno, il piccolo predestinato aveva una missione: vendicare l’onore di sua madre (e magari anche salvarle la vita, auspicabilmente).

Atto VIII

L’improbabile armata arrivò nel regno di re Artù proprio a ridosso dell’esecuzione. Per la precisione, la gente era già radunata attorno alla forca, impaziente di godersi lo spettacolo, quand’ecco che il fanciullo fece il suo trionfale ingresso.
E va detto che ai presenti fece una certa impressione, vedere questo bambino spuntare da chissà dove sul suo mini-cavallo, vestito con l’armatura completa di un cavaliere e recante in pugno le insegne pontificie. Persino Artù, persino Tryphina, persino il malvagio Kervouron avevano smesso di fare quel che stavano facendo per seguire con sguardo perplesso il bizzarro spettacolo offerto dal bambino cavaliere, messo papale, e dal suo seguito biancovestito.

Insomma, l’attenzione di tutti era già sul fanciullo quando lui si tolse l’elmo, scosse il capo per far fluire i biondi capelli, fissò con sguardo grave re Artù suo padre (ed era identico a re Artù suo padre) e annunciò con voce solenne: “fermi tutti! Sono io il figlio di Tryphina. State accusando un’innocente!”.

***

L’agiografia prosegue raccontando che, a quel punto, Kervouron accusò nervosamente il pargolo di essere null’altro che un impostore. Tanto nervosismo risultò sospetto a tutti e soprattutto al diretto interessato che, dando mostra di una maturità non comune, lo sfidò immediatamente a duello. Sembrava già segnato il destino di un bimbo che getta il guanto di sfida a uno dei più grandi cavalieri del regno: ma siamo pur sempre in una agiografia, e il bambino era pur sempre il figlio d’una santa cresciuto alla corte papale. Proprio davanti al patibolo approntato per Tryphina si sfidarono a feroce duello lo zio e il nipote, il figlio e il fratello della condannata a morte. Miracolosamente (è proprio il caso di dirlo), il bambino vinse il cavaliere nell’arco di pochi colpi. E Kervouron cadde a terra, ferito mortalmente, e con i suoi ultimi respiri volle alleggerire la sua coscienza confessando le sue colpe e prosciogliendo, così, Tryphina.

Così, almeno, dice il Mystère de Sainte Tryphine, opera teatrale in otto atti divisa su due giornate che, nel pieno Medioevo, veniva frequentemente rappresentata in Bretagna. È una perla, perfetta nel suo equilibrismo che le permette di collocarsi esattamente a metà tra l’agiografia e l’opera liberamente tratta dalla Vita di una santa. Qui ve ne ho raccontato una versione un po’ riassunta, e del resto anche del Mystère esistono, come per tutti i testi medievali, alcune varianti leggermente diverse l’una dall’altra.

E in virtù di questo, nella mia veste improvvisata di meta-agiografa, io penso che mi prenderò una libertà per divertirmi ancora un po’. E mi inventerò un finale alternativo, giusto per dare un ruolo di rilievo alla maga appassionata di drammi sacri da cui tutto è iniziato.
A dieci anni di distanza dalla prima battuta del Mystère, la maga era ancora lì sprofondata sulla sua poltroncina, attaccata alla sua sfera di cristallo con la stessa indefettibile fedeltà di quella vecchietta che ormai ha trasformato Il Sentiero in una tappa fondamentale della sua quotidianità.

Ecco: a me piace immaginarla così, mentre sussulta presa da un turbinio d’emozioni quando il giovane cavaliere si rivela al mondo e il perfido assassino cerca di negare. “Ecco, è il mio momento!!”, mi piace pensare che abbia esclamato a gran voce. Prima di teletrasportarsi con un PLOP! direttamente sul set, gridando “fatemi testimoniare! Aspettavo questo momento da dieci stagioni!”.

***

Santa Tryphina, casomai qualcuno ci si fosse affezionato, era anticamente festeggiata in Bretagna il 7 novembre e il 21 luglio; non senza una certa logica, la si considerava la patrona delle donne incinte.
La folle “agiografia” che vi ho appena raccontato è uno dei tanti meravigliosi esempi di quel che succede quando le vite dei santi si mescolano a episodi e personaggi del ciclo arturiano – bizzarro fenomeno che a noi sembra assurdo e che pure godette di una certa diffusione, durante il Medioevo.
E meno male! Ché questi prodotti letterari sono uno migliore dell’altro, e spalancano davanti al lettore le porte di un mondo magico e pieno di colpi di scena, tale da far concorrenza a molti romanzi fantasy moderni.

9 risposte a "Tryphina e re Artù. Ovverosia: quando l’agiografia incontra il fantasy"

    1. Lucia

      Shhhtt! 😜
      Ché io su santa Tryphina ci devo tornare ancora una volta, ha mille agiografie una più appassionante dell’altra questa donna! E, sì, parlerò anche di quello 😛

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  1. Elisabetta

    A tal proposito mi chiedo se mai nessuno a un certo punto della storia della Chiesa abbai deciso di far un bella cernita fra agiografie farlocche e fatti storici, nonchè fra Santi proclamati a furor di popolo in epoche in cui era più facile esserlo e santi secondo canoni e regole più stringenti
    Un po’come quando le sorelle zitelle gattopardiane fanno valutare le reliquie dopo averle venerate per decenni.
    Mi rispondo da sola: no perchè la Chiesa non può andare contro le proprie decisioni (scusate la grossolanità del pensiero, magari qualcuno può precisarlo meglio se lo capisce) ovvero no, visto che abbiamo qncora in calendario santi la cui agiografia è pressochè leggenda…

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    1. Lucia

      Ehm: no, fortunatamente devo correggerti su tutta la linea (e grazie al cielo! Sennò la cosa sarebbe veramente allarmante 🤣)

      Innanzi tutto, le canonizzazioni non sono considerate infallibili, quindi in ipotesi neanche questo dovrebbe essere un problema. All’atto pratico, la stragrande maggioranza dei “santi” con agiografie infarcite di leggende sono personaggi di cui era stato ammesso il culto locale da parte di vescovi o sinodi vescovili, ma non erano mai andati incontro a un processo di canonizzazione propriamente detto come lo intenderemmo noi oggi (anche perché anticamente non esisteva e/o comunque non sempre si sentiva l’esigenza di richiederlo, si considerava bastevole la possibilità di ottenere un culto locale limitato magari alla diocesi).
      Quindi, non ci sarebbe nessun “danno di immagine”, per così dire, se la Chiesa decidesse di eliminare dal martirologio tutti i personaggi dalla storicità dubbia e/o dalle agiografie leggendarie.

      Anzi, riformulo: non c’è stato alcun danno di immagine quando la Chiesa l’ha fatto, perché effettivamente l’ha fatto.

      Una revisione radicale del Martirologio Romano è stata avviata nel 1940, seguendo le metodologie del lavoro critico portato avanti dalla Società dei Bollandisti. E’ stato un lavoro molto lungo e delicato, e nel frattempo è ancora uscita nel 1956 una riedizione del martirologio che continuava ad aggiornare l’antico martirologio romano cinquecentesco.
      La vera nuova edizione del Martirologio Romano esce nel 2001. Più che una riedizione è una riscrittura completa, il testo che leggiamo oggi non ha più nulla a che vedere con quello cinquecentesco del Baronio, e un gran numero di santi sono stati espunti dal martirologio. Esempio classico e pluricitato: se tu apri il nuovo Martirologio alla pagina del 14 febbraio, non trovi traccia di san Valentino proprio perché il santo è stato espunto essendo troppo poche le notizie certe su di lui; il 14 febbraio, il martirologio ricorda Cirillo e Metodio.

      E, in generale, tutte le voci sono molto più stringate rispetto a quelle di una volta, non indulgono nel miracolistico, non ricercano gli episodi eclatanti. Quindi, sì, assolutamente, questa operazione è stata fatta (e ci mancherebbe!!). Paradossalmente, è il mondo laico a non aver tenuto il passo, nel senso che i calendari (proprio i calendari da parete, intendo) continuano a indicare come santi del giorno personaggi dalla storicità dubbia che in realtà il Martirologio ha espunto… e ovviamente è molto difficile far passare il messaggio alla massa dei fedeli, soprattutto quando si tratta di santi che sono molto popolari (tipo appunto san Valentino, per dire una, al di là degli aspetti commerciali della festa).

      Che poi, forse, alla fin fine, la veridicità di una leggenda agiografica e gli insegnamenti morali che se ne possono trarre possono anche stare su due piani separati, secondo me. Evidentemente nessuno di noi crede davvero che san Giorgio abbia ucciso un drago, ma io sono la prima ad amare storielle di questo genere 😉 e ad afferrarne anche l’utilità a fini di insegnamento, per così dire.

      Comunque, sul piano storico e filologico, questo lavoro è stato fatto eccome! E grazie al cielo 🤣🤣

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    2. Elisabetta

      Meno male! Non ne avevo idea e soprattutto sono sorpresa che sia un lavoro così recente!
      Adesso provo a cercare cosa dice questo fatidico libro sul santo patrono di Modena, san Geminiano, che pare abbia reso la città invisibile ad Attila e co, arrivati con dubbie intenzioni, avvolgendola nebbia (fatto che in sè non è tanto miracoloso in queste zone).

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  2. Manuela Cosenza Liberati

    Sempre rocambolesche e intriganti queste antiche saghe ai confini tra lo storico e il leggendario; tutte.
    Accattivanti e magiche, sia le agiografiche che le epiche.
    Fede, lotte, passioni, amori travolgenti, mistero, immanenza e trascendenza.
    In sostanza tutte le sfumature dell’essenza umana, io credo.

    Complimenti Lucia per questo fantastico Blog, ricco di contenuti e varietà di argomenti, condito da tanta santa ironia.
    Condivido in pieno, a questo proposito, il pensiero di Gualtiero di Châtillon.
    Ineccepibile!

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  3. Pingback: Dialogo tra me e una fata che vuole intromettersi nel mio piano editoriale – Una penna spuntata

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