Santiago de Compostela: nascita, splendore, declino e rinascita. Con bonus finale per i golosi!

Anzi, facciamo che i golosi iniziano a leggere dal fondo, perché con questo articolo si inaugura una collaborazione… gustosissima!

***

C’era una volta, tanto tempo fa, un eremita di nome Pelagio.
Teoricamente siamo nell’813, anche se a detta di molti storici la data è opinabile. A dire il vero è opinabile anche l’esistenza in vita di Pelagio: alcuni testi antichi non lo nominano manco di striscio, limitandosi a citare generici pastori che portavano le greggi al pascolo.
Ad ogni modo: per amor di discussione, rifacciamoci alla tradizione più diffusa – e cioè quella per cui, nell’anno del Signore 813, il sant’uomo di nome Pelagio, che viveva in eremitaggio in un bosco della Galizia, notò in cielo bagliori ultraterreni simili a stelle cadenti – che sembravano convergere e precipitare in un punto ben preciso della pianura che si estendeva davanti a lui.

Turbato, Pelagio fece la cosa più ragionevole per un eremita medievale: corse a perdifiato ad avvisare il vescovo.
Teodomiro, che esercitava la sua cura d’anime sulla diocesi di Iria Flavia, udì il racconto di Pelagio e fece la cosa più ragionevole per un vescovo medievale: impose al clero e al popolo tre giorni di digiuno, dopoché si recò sul luogo indicatogli dall’eremita e si appostò in attesa di strani fenomeni.
E gli strani fenomeni infatti non tardarono. Teodimiro ordinò dunque di far scavare nel punto in cui le stelle sembravano precipitare al suolo.

E si scavò, e dalle viscere della terra emersero resti di marmi e mosaici. Ed emerse infine un piccolo monumento sepolcrale nel quale giacevano tre corpi.

Che quelle salme fossero cristiane, lo si poteva desumere dalla struttura del monumento funebre, certamente non di matrice pagana.
Che quelle salme fossero di cristiani di una certa caratura, lo si poteva presumere dal fatto che, sopra a una di quelle sepolture, si intravvedessero i resti di un altare.
Che almeno una di quelle salme appartenesse a un santo, Teodimiro lo capì subito esaminando quel poco che restava dei mosaici reperiti qua e là in frammenti. E quando il vescovo riuscì – letteralmente – a mettere assieme i pezzi, esplose in un grido tra i più increduli. “Ma questo è il corpo di San Giacomo!”.

***

Ora.
Qualcuno, a questo punto, potrebbe timidamente alzare la manina e chiedere: ma se san Giacomo è stato ucciso da Erode Agrippa, in Giudea, a inizio anni ’40, come cavolo ci è finito, in Galizia, il suo cadavere?
A dar retta a una antica tradizione, i resti di san Giacomo sarebbero stati trasportati in Spagna da Anastasio e Teodosio, due dei suoi discepoli più fedeli (probabilmente gli altri due cadaveri rinvenuti nel luogo di sepoltura). E se qualcuno si chiedesse per quale diamine di motivo i due discepoli avessero avvertito questa bizzarra esigenza: beh, sappiate che c’era in realtà una logica. Secondo una tradizione molto antica (il primo a citarla è Didimo il Cieco, defunto nel 398) san Giacomo era già stato in Spagna, prima di morire.

Per la precisione, si era messo in testa di evangelizzarla – con risultati abbastanza catastrofici. Secondo la leggenda, il nostro amico girò la Spagna da nord a sud, guadagnando a Dio la bellezza di nove conversioni. San Giacomo era così depresso che fece pena persino alla Madonna, la quale un ben dì gli apparve sulle sponde del fiume Ebro per dedicargli qualche parola di conforto. San Giacomo non si confortò manco per niente, anzi giudicò fallita la sua missione e, a capo chino, se ne tornò in Giudea, dove fra l’altro finì col morire male di lì a qualche mese.

Sicché, tenendo presente questa tradizione, nessuno si stupì quando, qualche secolo più tardi, il corpo di san Giacomo spuntò improvvisamente nel bel mezzo della Galizia. Se l’apostolo non era riuscito a evangelizzare la Spagna quando era in vita – pensarono senza stupore gli Spagnoli – forse il suo destino era quello di farlo in morte!

E, in un certo senso, così fu. La notizia del rinvenimento delle reliquie di san Giacomo corse velocissima di bocca in bocca attraverso la fittissima rete dei monasteri benedettini. La miccia che fece divampare il fuoco fu la passione con cui Usuardo, monaco francese dell’abbazia di Saint-German-des-Pres, descrisse ai suoi confratelli la preziosa reliquia che egli stesso aveva avuto modo di ammirare, attorno all’850, durante un suo viaggio in Spagna.

Già ai tempi di Usuardo gli Spagnoli accorrevano in massa sul luogo di sepoltura dell’apostolo. Non ci volle poi molto a far nascere analogo desiderio nei cittadini di altri luoghi d’Europa. Il primo pellegrinaggio di stranieri documentato è quello che vede protagonisti un gruppo di viaggiatori francesi guidati da Godescalco, vescovo di Puy, nel 950. Ma la fama di Santiago si estendeva ben più lontano: nel 984, abbiamo testimonianza di un certo Simeone che, per onorare san Giacomo, era partito addirittura dall’Armenia.  

Il toponimo Santiago del Compostela è attestato per la prima volta nel 1065. A quell’altezza cronologica, stava a indicare una vera e propria città venutasi a creare attorno al gigantesco cantiere della chiesa che, nel frattempo, stava per essere edificata.

E dico che stava per essere edificata, per una ragione ben precisa. Non è che, fino all’anno Mille, i devoti di san Giacomo se ne fossero stati con le mani in mano senza costruirgli ‘no straccio di casupola. È che la chiesa originaria, sorta sul luogo del miracolo, era stata rasa al suolo nel 997 durante una scorreria di Almanzor, visir del califfato di Cordova: nel tentativo di espandere il suo dominio, il condottiero si spinse a nord con violente incursioni in quei regni che potremmo definire “cristiani”.

L’aneddoto è interessante perché aiuta a introdurre due o tre nozioni non prive di interesse.  

Uno: magari, non è la prima cosa che viene in mente a chi distrattamente pensa ai pellegrinaggi nell’Europa medievale, ma va ricordato che, per buona parte del Medioevo, la Spagna è stata per gran parte governata da musulmani.

La Spagna ai tempi di Almanzor. Per dire.

Parlando di Santiago, non stiamo parlando degli allegri pellegrini che si mettevano in viaggio sulla Francigena per raggiungere Roma attraverso la cristianissima Europa. Stiamo parlando di pellegrini che si mettevano in moto nella consapevolezza di dover costeggiare, per gran parte del loro percorso, i confini di un regno governato dai Mori – fra l’altro, Mori tendenzialmente belligeranti.

Due: molti dei pellegrini medievali avrebbero probabilmente assicurato che la presenza di san Giacomo in Galizia era una sorta di celeste scudo alzato a protezione dei Cristiani in Spagna.  
Alcuni degli storici moderni, per buon conto, sostengono che Santiago fu, per i regni del Nord, uno scudo niente affatto immateriale. La via di pellegrinaggio che collegava il valico di Roncisvalle a Compostela, attraversando alcune delle più ricche città costiere, divenne una vera e propria strada fortificata, costellata da torrette di guardia a intervalli regolari.
A tutela dei pellegrini: certo. Mica puoi abbandonare una via di pellegrinaggio nelle mani di banditi e criminali.
Ma, al tempo stesso, quella strada fortificata, percorsa giorno e notte da miriadi di cristiani, fu una sorta di muraglia cinese per gli staterelli del Nord. Forse, davvero la presenza di san Giacomo a Compostela tulelò i regni cristiani nel momento in cui erano più deboli. Curiosi, gli scherzi che ogni tanto fa la Storia!

Tre: già che ci siamo, credo che sarebbe interessante approfondire le dinamiche di convivenza tra i Mori “del piano di sotto” e le orde di pellegrini che ogni giorno viaggiavano verso Santiago. Perché – sebbene le due comunità tendessero a evitarsi – era inevitabile che ci fosse qualche momento di incontro e scontro. Alcuni dei quali, molto buffi.
Nell’845, il poeta Algazel paragonava Santiago alla Mecca, scrivendo che “la Kaaba dei cristiani è un idolo colossale che tengono al centro della chiesa”. Con lo spirito del Piemontese rimasto incolonnato sei ore sulla Torino-Savona in un weekend di mezza estate, l’ambasciatore del califfo di Cordoba Alì ben Yùsuf scriveva sconsolato, a inizio XII secolo, che “talmente enorme è la moltitudine di quelli che vanno e vengono da Compostela che a malapena ci si riesce a infilare in un buco libero lungo la strada verso l’Occidente”.

E il peggio doveva ancora venire, amico incolonnato nel traffico!
Il numero dei pellegrini – già non indifferente – era destinato a crescere esponenzialmente nel momento in cui papa Callisto II concesse al santuario speciali privilegi. Lì si celebra un Anno Santo – con annessa possibilità di lucrare un indulgenza – ogni volta che cade di domenica la data del 25 luglio, memoria del martirio dell’apostolo.

…e: sapete cosa?
Fu proprio questa prerogativa a determinare la fortuna (prima) e il declino di Santiago (poi). Sì: perché Santiago de Compostela fu una meta di pellegrinaggi straordinariamente vivaci e numerosi per tutto il corso del Medioevo: si desiderava raggiungere Santiago più ancora di quanto ci si mettesse in moto verso Roma. Ma proprio quando sembrava che tutte le stelle si fossero allineate per arridere al santuario di Compostela (proprio quando la Spagna era tornata ad essere interamente cristiana; proprio quando il Cammino poteva godere di una rete di assistenza capillare, fatta di ospedali, cappelle e confraternite al servizio dei pellegrini)…
…proprio allora, la via di pellegrinaggio si svuotò.

La causa, ovviamente, va in gran parte identificata con la nascita delle Chiese protestanti. I Riformati non avevano il minimo interesse a mettersi in viaggio per raggiungere un luogo legato al culto di un santo e, peggio ancora, alla possibilità di lucrare indulgenze.
Letteralmente mezza Europa perse improvvisamente interesse verso il pellegrinaggio. Ma non è che i fedeli rimasti uniti a Roma smaniassero poi così tanto all’idea di partire. La frequenza con cui, da una parte all’altra del continente, continuavano a spuntare nuovi focolai di peste spinse i nostri antenati (mica scemi) a guardare con un certo sospetto le occasioni di assembramento. La Controriforma, dal canto suo, volle dare grande impulso al culto mariano, “sponsorizzando” con decisione i relativi santuari (peraltro diffusi su tutto il territorio e ben più facilmente raggiungibili).
Sempre meno frequentate, le vie che portavano a Santiago cominciarono ad essere percorse da truffatori, banditi e altri ceffi di quella risma, disincentivando ulteriormente chi ancora avesse avuto una mezza idea di mettersi in viaggio.

Il colpo di grazia lo diede Francis Drake nel 1589. Quando il pirata costeggiò le spiagge spagnole e razziò la città di La Coruña, il vescovo di Compostela perse dieci anni di vita al pensiero che il criminale (oltretutto protestante) potesse avvicinarsi a Santiago e devastarla con pari violenza. Sicché, ordinò frettolosamente di far rimuovere le reliquie del santo nascondendole in luogo sicuro.

Andò a finire che Francis Drake non si avvicinò mai a Santiago – e in compenso il vescovo si perse il santo. Giuro: tanto rocambolesca fu la traslazione delle reliquie che di esse si finì col perdere traccia.
E, giustamente, chi si sarebbe mai messo in viaggio per visitare una chiesa che un tempo custodiva le reliquie di un apostolo?
Esisteva pur sempre la possibilità di lucrare l’indulgenza negli anni santi, quello sì. Ma nell’anno santo del 1867, furono solamente quaranta i pellegrini che si presentarono alla Messa del 25 luglio.

Bisognava fare qualcosa se si voleva salvare Santiago – e quel qualcosa non poteva essere che mettersi nelle mani di san Giacomo.
A trovarle.
E in effetti patì una vera e propria caccia alla ricerca della reliquia dispersa, ‘na roba che un bravo registra potrebbe girarci un film con Indiana Jones. Nel 1879, la cerca diede buon frutto con la scoperta di uno scheletro infilato in uno spazio vuoto tra le pareti dell’abside. Che si trattasse proprio dello scheletro di san Giacomo, lo si dedusse (non irragionevolmente) dall’osservazione per cui il teschio risultava mancante di un piccolo pezzo di osso della tempia, dietro l’orecchio destro. Proprio quello stesso punto dal quale, a suo tempo, era stato asportato un piccolo frammento d’osso da destinare alla cattedrale di Pistoia, che domandava una reliquia del santo.

E così, per la seconda volta, il corpo di san Giacomo fu smarrito e poi fu ritrovato. E sarebbe interessante analizzare i tempi e i modi in cui la Chiesa, alle soglie del Novecento, riuscì a ridare lustro a un pellegrinaggio così antico il cui valore era andato a perdersi col passar dei secoli.
Sarebbe una bella Storia, ma questa è un’altra Storia, e non è questa la cosa che mi sta a cuore in questo momento.

Sì: perché, ora come ora, ciò che più mi sta a cuore è presentare come si deve la collaborazione che proprio oggi, con san Giacomo, prende il via.

Golosi, siete pronti?

Chi mi segue su Instagram ne ha già avuto una anticipazione (perché è cosa buona e giusta seguirmi anche su Instagram: condivido lì un sacco di contenuti extra!). Per chi invece se la fosse persa, ecco a voi un rapido sunto.
Tanto per cominciare: conoscete già Michela, la blogger che sta dietro a Mani di pasta frolla?
Se non la conoscete, beh, dovreste: Michela cura su Giallozafferano un blog di ricette che sarebbe riduttivo definire “particolare”. La stragrande maggioranza dei piatti che propone è legata a un filo conduttore: quello di essere ispirato a un personaggio (o momento) storico… oppure, a un santo.

Sì, perché la storia gastronomica d’Europa è strettissimamente legata al calendario liturgico!
Quando le feste religiose erano eventi celebrati in pompa magna; quando il proprio onomastico e le feste patronali erano giorni da evidenziare sul calendario: allora, le famiglie si radunavano attorno al tavolo e gustavano manicaretti fuori dal comune, che spesso venivano preparati quell’unica volta all’anno – cucinati apposta per onorare quel tal santo, quella tal ricorrenza.
Nascono così mille e mille piatti legati alle feste religiose – piatti che, all’epoca, erano probabilmente portati in tavola con un sentimento tutto particolare. Si potrebbe forse dire che, a loro modo, erano una piccola forma di devozione casalinga. O, quantomeno, un modo per far vivere anche tra le mura della propria casa una devozione così sentita da non poter restare chiusa all’interno di un santuario.

Ed è così che io e Michela abbiamo deciso di lanciare una partnership. Una volta al mese, vi presenteremo una di queste ricette e vi racconteremo la tradizione che le sta dietro.
Vale a dire: Michela, sul suo blog, vi presenterà la ricetta. Io, sul mio, mi soffermerò sugli aspetti più storici e agiografici della questione.
Che dite, l’idea vi gusta?

***

“Ci gusterebbe se avessi anche solo lontanamente parlato di cucina in questo articolo!”, potreste dire.
Eh, calma: mo’ la cucina arriva.
Non avrebbe avuto senso presentare la Tarta di Santiago senza tratteggiare la storia di Santiago stessa. E, del resto, potrebbe paradossalmente avere poco senso tratteggiare la storia di una via di pellegrinaggio senza citare (ebbene sì) la cucina.

Come spiega Marina Cepeda Fuentes, autrice di un libro interessantissimo dedicato giustappunto a La cucina dei pellegrini,

l’unica sosta che i viandanti si concedevano durante viaggi spesso molto lunghi era quella intorno al tavolo di un ospizio o di una locanda, o a un fuoco acceso in riva a un fiume. In quelle occasioni si raccontavano leggende, si cantava e si pregava, ci si scambiava notizie e, non ultime, le ricette tipiche dei luoghi di provenienza.
Nacque così una vera e propria “cucina dei pellegrini”

ricca di piatti che, frequentemente, avevano il duplice scopo di ristorare il corpo e l’anima. Non era raro che il nome, la forma, gli ingredienti di un piatto si ispirassero al santuario verso il quale i viaggiatori erano diretti o, meglio ancora, a un santo venerato nel luogo di culto nel quale si trovavano a sostare in quel momento. Per i pellegrini esausti, stanchi dopo la lunga giornata, anche la cucina diventava, a suo modo, una piccola occasione di catechesi.

È proprio pensando a queste piccole e semplici forme di catechesi attorno al tavolo della cucina che io mi sento di dire che ancor oggi potrebbe essere fruttuosa la scelta di portare in tavola un piatto ispirato a un santo. Tra un boccone e l’altro, da cosa nasce cosa e le tradizioni antiche si tramandano alle nuove generazioni.

È proprio per questo che oggi sono felice di presentarvi il primo assaggio della collaborazione tra me e Michela. Oggi, parliamo del piatto che più di tutti rappresenta il Cammino e la devozione compostelana: parliamo della Tarta di Santiago.

Il primo riferimento esplicito a questo dolce risale al 1577, quando fu offerto a Pedro de Porto Carrero in occasione della sua visita all’Università di Santiago. Ma non v’è dubbio che le origini del dolce siano probabilmente molto più antiche: le mandorle sono le protagoniste di tutte le ricette più preziose della pasticceria galiziana medievale.

La croce che rende la torta immediatamente riconoscibile è, invece, una invenzione recente. Si posa sulla superficie zuccherina solo nel 1924, in concomitanza con quella rinascita novecentesca del Cammino cui ho fatto cenno poco fa. L’elemento fu introdotto per la prima volta dalla pasticceria Casa Mora di Santiago, che volle in questo modo omaggiare il caro santo e i pellegrini che – numerosi! – tornavano a onorarlo.

Ambeh: volete scoprire come si prepara?
Niente di più facile: andate sul blog di Michela, che non vede l’ora di spiegarvelo!

7 risposte a "Santiago de Compostela: nascita, splendore, declino e rinascita. Con bonus finale per i golosi!"

  1. Raffaele

    VI RINGRAZIO MOLTO DEL VS INVIO – LEGGO SEMPRE GLI ARTICOLI DE BLOG E LI APPREZZO MOLTISSIMO -INVIO I MIEI + SINCERI ALL’ AUORE/AURICE PER LA SUA INDAGINE CERTAMENTE MOLTO ORIGINALE E COMPLESSA – LA NATURA EP ASSAI MATRIGNA NON REGALA MAI NULLA E PRETENDE SEMPRE UN GRANDISSIMO IMPEGNO DA CIASCUNO DI NOI X SCOPRIRE QUALCHE COSA – NON SOLO CONCEDE IN PESTITO A CIASCUN DI NOI LA VITA E PUO’ TOGLIERLA IN QUALSIASI IMOMENTO – MA LA VITA RAPPRESENTA UN FENOMENO MERAVIGLISO DEGNA DI ESSERE VISSUTA GIORNO PER GIORNO – CARPE DIEM SECONDO IL PREZIOSISSIMO INSEGNAMENTO DEL POETA LATINO ORAZIO .- AUGURO UNA BUONA ESTATE E UN BUON ANNO 2020 NONOSTANTE IL COVID 19 – RAFFAELE DE LUCA

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  2. Murasaki Shikibu

    San Giacomo è uno dei due santi (l’altro era san Carlomagno) che ha supervisionato alla mia tesi – un simpatico pasticcio che toccava un sacco di agomenti fra cui guerra santa e Reconquista. Non sapevo però che la leggenda sulla sua predicazione in Spagna fosse così antica, nel testo su cui lavoravo si parlava di un viaggio in Spagna, dove naturalmente Giacomo aveva evangelizzato l’intera penisola, salvo poi andarsene a Roma per farsi martirizzare. Dopo la morte… ehm… una navicella di cristallo trainata da angeli l’aveva riportato in Spagna dove era stato sepolto in un luogo del tutto isolato – tanto che per fargli fare una bella chiesa fu necessario andare a disturbare niente meno che Carlo Magno, che per l’occasione oltre ad aprire la via dei pellegrini e sconfiggere sonoramente i mori, riconvertì l’intera Spagna.
    In cuor mio ho sempre sospettato che a Roma non credessero davvero che a Compostella ci fossero davvero le ossa di san Giacomo, e che per questo motivo Compostella, pur in possesso in teoria del corpo di un apostolo, non diventò mai arcivescovado ma visto che la tradizione è antica forse non è così.
    La focaccia sembra molto interessante 😃

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    1. Lucia

      E invece, anche io mi sono stupita di scoprire che la storia è un po’ meno campata per aria di quanto sembrerebbe basandosi solamente sulla leggenda più famosa!

      Carlo Magno palesemente non c’entra un tubo con Santiago, con buona pace della leggenda che vuole tirarlo dentro a forza, ed è anche la ragione per cui è molto dubbio che la tomba sia stata scoperta nell’813. Calcolando che Carlo Magno è morto nell’814, non si poteva andare oltre a quella data se si voleva a tutti i costi renderlo pellegrino sulla via di Santiago, ma probabilmente la tomba è stata scoperta ben dopo la morte del re (si ipotizza attorno all’830 o giù di lì, quando comincia ad essere citata da altre fonti).

      Però, la cosa molto curiosa è che la tomba non ha passato nell’oblio tutti quei secoli. C’è la testimonianza curiosa di Evermaro, un nobile frisone, poi divenuto santo, che si dice abbia fatto un pellegrinaggio a Compostela e abbia deciso di farsi monaco attorno al 695, maturando il desiderio di darsi alla vita religiosa proprio di fronte alla tomba di san Giacomo. Vien da pensare che, all’epoca, l’ubicazione della tomba di san Giacomo fosse nota – sicuramente non era oggetto di grandi pellegrinaggi, ma la gente andava comunque a visitarla.
      Se la storia di Evermaro è vera (…ma del resto, perché inventare una agiografia così bizzarra, che “smentisce”, in un certo senso, la storia del ritrovamento miracoloso?), verrebbe da pensare che le reliquie di san Giacomo siano state riscoperte attorno all’830 dopo che se ne erano perse le tracce da qualche decennio, magari in concomitanza con le invasioni barbariche e/o dei Mori.

      Terza sorpresa: pare che scavi archeologici compiuti nel primo dopoguerra sotto la cattedrale di Compostela abbiano portato alla luce dei resti archeologici risalenti al II secolo a.C. che testimoniano l’esistenza di un insediamento urbano in quell’area, probabilmente utilizzato dai celti prima, dai romani poi e dai cristiani dopo. Sono state scoperte tracce di una necropoli che è stata utilizzata fino al V secolo d.C. (alcuni ipotizzano che questa città potesse essere l’antica Asseconia, il cui nome compare in diverse fonti ma di cui non si conosce l’ubicazione).

      Mettendo insieme i vari tasselli, la storia comincia a sembrare molto meno improbabile di quanto appaia se leggi solo la leggenda ufficiale 😛 (che, sì, concordo, fa orrore: io mi domando spesso se gli agiografi medievali non si rendessero conto che si stavano tirando la zappa sui piedi a scrivere quelle boiate 🤣)

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  3. Murasaki Shikibu

    Cercherò di non ingolfarmi troppo e di non tormentarti oltre misura.
    Dunque no, Carlo Magno non c’entra un tubo: venne sì in Spagna, nel 778, ancora piuttosto giovane, ma non si avvicinò nemmeno di striscio alla tomba di san Giacomo, tanto meno la scoprì. La leggenda è tutta francese, e risale all’XI secolo, quando andava di moda appiccicare a Artù e a Carlo Magno qualsiasi leggenda passasse di lì per caso.
    Ai francesi stava molto a cuore il pellegrinaggio per Compostella, sin dal X secolo, e la strada era protetta o comunque costellata di hospicii cluniacensi – e se si chiamava Via Francigena c’era ben il suo motivo.
    Sempre nell’XI secolo i francesi parteciparono (anzi, organizzavano) le cosiddette Crociate Spagnole, che erano anzi leggermente precedenti alle crociate in oriente – pure quelle lanciate da loro. Avevano un sacco di cavalieri irrequieti, all’epoca, e soprattutto quelli che vivevano nel sud della Francia erano molto interessati alla Spagna.
    Quindi Carlo Magno entra in scena nell’XI secolo e ce lo appiccicarono in quel periodo, mentre il culto di san Giacomo aveva fatto da tempo la sua strada, con o senza francesi e rigorosamente senza Carlo Magno.
    I francesi PARTECIPARONO alle crociate spagnole, ma naturalmente la Reconquista ha una storia più complessa ed è soprattutto spagnola. Non è strano che abbiano coinvolto anche san Giacomo, attribuendogli interventi in battaglia già nel IX secolo, ma secondo me sono tutte leggende parecchio posteriori.
    Il pellegrinaggio per Compostella era amato dai francesi, praticato dai francesi, protetto anche da monaci francesi ma esisteva prima che i francesi si interessassero alla questione e continuò anche parecchio dopo.
    La storia di Evermaro non la conoscevo. O meglio: quando la incrociavo saltavo a piè pari perché ero occupata a studiare la leggenda inventata dai francesi, ma un vago ricordo mi era rimasto. C’è anche da considerare che la strada per arrivare a Santiago dalla Francia è sempre stata in mano cristiana, e quindi praticabilissima – per quanto una strada all’epoca fosse praticabile, ma al tempo i viaggiatori erano molto più adattabili.
    Altro particolare: mi colpì la navicella di cristallo tirata dagli angeli perché una navicella molto simile imperversa nella storia del Graal (apparentemente arturiana, ma di mano francese). Probabilmente qualcuno pensò che era un’idea carina e la infilò anche lì. Qualcuno francese, immagino. Molto più pittoresca di un normale viaggio fatto da due normalissimi discepoli su una normalissima nave in legno.
    E a proposito di particolari pittoreschi, c’è una teoria che sostiene che Compostela non deriva da campus stellae (il campo della stella, dove i pastori video eccetera eccetera) ma da composterium, cimitero. Ammetto che nessuna delle due mi convince molto, ma non sono una linguista.

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  4. Laura Zaccaro

    “…E se qualcuno si chiedesse per quale diamine di motivo i due discepoli avessero avvertito questa bizzarra esigenza: beh, sappiate che c’era in realtà una logica…”

    Ed è in questi momenti che so che dovrò rivedere del tutto il mio concetto di logica. 😀

    Per quanto riguarda l’amico incolonnato nel traffico, dici che se la prossima volta a Roma prendo la macchina conta come pellegrinaggio? Potrei provare… 😛

    Grazie per il post, molto interessante! Vorrei provare anche il dolce… sembra buono!

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