Oh no, il mio guardaroba è troppo immodesto per i miei nuovi standard! E ora?

Una delle iniziative che la Fashion Revolution propone ai blogger e agli youtuber che aderiscono al movimento, è la realizzazione di una “Haulternative”.
In una alternativa ai classici haul (dall’inglese “haul”, “bottino”, sono i video con cui le fashion blogger mostrano al pubblico i loro ultimi acquisti), la Fashion Revolution ci invita a fare un haulal contrario. Cioè, a illustrare i nostri trucchetti per ridare nuova vita a vestiti fuori moda, fuori taglia, magari un po’ lisi in alcuni punti, o che semplicemente non ci piacciono più.
Non sono una sarta, e probabilmente non lo sono molte di voi; dunque, mi limiterò a poche soluzioni semplici che richiedano un utilizzo di ago e filo minimo, se non nullo. E, giusto per restare fedele al mio normale campo d’azione, la mia Haulternative sarà una risposta alla tipica domanda che tormenta chiunque si occupi di modest fasion: “mi sono avvicinata da poco al pudore cristiano e adesso sono in crisi, perché il 90% del mio vecchio guardaroba non rispecchia più i miei attuali canoni di modestia. E ora?”.

Non c’è bisogno di buttar via tutto e di aprire un mutuo per rifarsi il look, così come non c’è necessariamente bisogno di rinunciare a quel vestito bellissimo che hai visto in vetrina e vorresti proprio, ma che, mannaggia, così com’è non indosseresti mai.

Haulternative

Oh no! La scollatura è troppo profonda: e ora?

Questo è un problema che mi tocca di frequente, perché amo le scollature a V e il modo in cui si sposano sulla mia figura. Ovvio è che una scollatura troppo profonda non mi fa stare a mio agio, da cui la necessità di coprire in qualche modo… lo spazio intermedio.

Se non ci va un genio a individuare la soluzione più banale (mettere una canottierina accollata al di sotto della scollatura, magari con un bel colore a contrasto), l’escamotage non è sempre di successo. Ad esempio, per mia sfortuna, io soffro tantissimo il caldo, sicché mi risulta del tutto impensabile indossare una canottiera aderente al di sotto di un ulteriore strato di stoffa, se la temperatura esterna supera i 25 gradi.
Na: quello che serve a me è qualcosa che riduca al minimo indispensabile lo strato di pelle coperta al di sotto del vestito scollato. Idealmente, qualcosa che mi copra solo la scollatura lasciandomi, per il resto, libera e fresca. Gira che ti rigira, con un po’ di fatica ho trovato alcune soluzioni, tra cui…

I crop top!
Avete presente quei toppini zozzissimi che gli stilisti pretendono di farci indossare al posto della maglietta, come se fosse normale d’estate andare in giro a pancia in fuori? Questo è un esempio a caso che ho pescato da Asos, ma ne trovate un po’ dappertutto e in qualsiasi fascia di prezzo. Io ne ho un paio acquistati da Tezenis, per dire.

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Con una roba del genere non ci uscirei di casa manco con una pistola puntata alla tempia, ma questi cosini sono la soluzione ideale da indossare sotto una scollatura troppo pronunciata. Sono mediamente abbastanza accollati; sono mediamente abbastanza corti da non tenere troppo caldo; se dovesse capitarvene uno troppo lungo, potete sempre accorciarlo fino a sotto il seno e cucirgli un orlo alla Carlona, tanto nessuno vi vede.
Soluzione perfetta, e con poco sforzo!

Chi soffre il caldo peggio di me e vuole avere ancor meno tessuto addosso, potrebbe trovare grosso sollievo da un aggeggio molto diffuso tra le fashioniste d’Oltreoceano, e che trovate su Amazon con nomi tipo “modesty panel” o “cami secret”.
In pratica, si tratta di un triangolino di stoffa che dovrete attaccare, tramite gli apposti occhielli, alle bretelle del vostro reggiseno: la stoffa, in questa maniera, proteggerà la vostra scollatura… nel modo più fresco e meno invasivo possibile.

Modesty Panel Lace

Per ora non li ho mai testati quindi non posso darvi una recensione di prima mano; il mio timore è che tendano a spostarsi durante la giornata, ma magari è solo una mia impressione. In ogni caso, se cercate online trovate vari tutorial che vi spiegano come crearne uno direttamente in casa, con le vostre stesse mani e con pochissima fatica. Tentar non nuoce!

Oh no! Questo vestito mi lascia le spalle scoperte: e ora?

Io non so esattamente che problemi abbiano gli anglosassoni con ‘sta cosa di andare in giro a spalle scoperte. Sono lietissima che ne abbiano, beninteso!, ma non mi spiego perché proprio le isole britanniche e non la Bible Belt, per dire.
In ogni caso, teniamoci stretta la genialità di due ditte d’oltremanica (una britannica, e una irlandese) e facciamo incetta della soluzione che promette di far svoltare la nostra vita: maniche rimovibili, da indossare sotto ai vestiti smanicati.

Proprio così, questi geniacci ti vendono maniche sfuse. Così:

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In pratica, vi infilate nelle braccia queste maniche e le allacciate sotto al reggiseno. Poi, indossate il vostro bel vestito smanicato. Et voilà!
Quel vestito che non avreste mai potuto usare per andare in chiesa (o che, semplicemente, vi andava di rivoluzionare! O che, ancor più banalmente, senza maniche vi teneva freddo), adesso avrà una nuova vita (e, probabilmente, anche un nuovo aspetto molto più chic).
Le maniche di Canopi Sleeves non sono le più economiche di questo mondo (tutt’altro), ma voglio sperare che i tessuti siano di buona qualità e le rendano adatte anche ad abiti da cerimonia. Le maniche di Wingz costano attorno ai 18 euro, e sono un investimento che senz’altro mi sentirei di fare. (Non l’ho mai fatto per l’unica ragione che, per ora, il problema non mi si pone: ad oggi, non posseggo vestiti smanicati. Ma la prossima volta che m’innamorerò di un capo senza maniche, sarà di grande sollievo sapere che non devo più limitarmi!)

Al volo, vi appiccico altri due link che potrebbero essere d’utilità. Questo, da Amazon, è stato un mio recente e riuscitissimo acquisto: io l’ho comprato come top per coprire scollature troppo marcate, ma ha anche una piccola manichina che potrebbe risolvere pure il problema delle spalle scoperte. Qui, invece, trovate un tutorial che spiega come aggiungere maniche a un vestito utilizzando un paio di leggings. Servono macchina da cucire e un po’ di manualità, ma… se viene bene, l’idea è di una genialità disarmante!

Oh no! La gonna è troppo corta: e ora?

Non ci va un genio a spiegare che le gonne troppo corte si allungano cucendoci sotto un altro pezzo di stoffa, ma potrebbe essere utile avere una voce amica pronta a confortarvi sul fatto che si può fare, e anche con poco sforzo.
Chiaramente, non parlo di minigonne che dovete accorciare di 10 o 20 centimetri; ma se parliamo di quella gonnellina tanto carina, che avete visto in negozio  e v’è piaciuta, epperò mannaggia non vi arriva manco al ginocchio, e oh se solo avesse quei 5 centimetri in più…
Beh: in quel caso la soluzione è semplicissima. Andate in una merceria ben fornita, scegliete una passamaneria (in pizzo, in sangallo, a frange… più scelta vi offrono, meglio è), scucite l’orlo della gonna, e attaccateci sopra la passamaneria. Poca spesa, tanta resa: avrete recuperato quella manciata di centimetri in più (e vi ritroverete probabilmente con una gonnellina ancor più chic di prima).

Gonna Pizzo

È un’operazione talmente semplice che si potrebbe facilmente fare in casa; io, non possedendo una macchina da cucire particolarmente buona, ho sempre preferito far cucire il merletto direttamente alla merceria, per paura di non essere abbastanza precisa nel rifinire i punti. Lo dico, per sottolineare che la mia merceria di fiducia mi ha sempre chiesto un forfait di 7 euro tutto incluso, merletto + cucitura. Insomma, cifre fattibilissime.

Oh no! In piena estate non riesco a indossare le gonne perché le cosce si irritano per lo sfregamento: e ora?

Questa cosa delle cosce che si irritano sfregando tra di loro nei periodi più caldi dell’anno (e cioè, quando si va in giro a gambe nude e, peggio ancora, si suda molto), l’ho sempre considerata una specie di leggenda metropolitana. O un disagio che tutt’al più poteva colpire individui in grave stato di obesità, toh. Fondamentalmente – mea culpa – pensavo che fosse una scusa da parte di quelle che in estate preferiscono i pantaloncini corti, e s’inventano ‘sta storia per spiegare il loro rifiuto delle gonne.
E invece.
E invece, la tragicommedia della mia vita ha voluto che l’estate scorsa, in un periodo di caldo massacrante a 38 gradi, dopo una puntura di zanzara che ha fatto da causa scatenante, io mi ritrovassi con una fastidiosissima irritazione in loco:
–  mentre ero lontana da casa;
–  in una trasferta di lavoro;
– ospite all’interno di un convento;
– maschile;
– con pochissimi abiti con me;
– e senza manco un paio di pantaloni.
Un crescente strazio che peggiorava di giorno in giorno e che non riuscivo ad arginare in ogni modo, anche perché – pur ammettendo di voler approfittare della situazione per fare shopping – collants o pantaloni con 38 gradi su gambe già irritate per il sudore magari anche no, e shorts inguinali in un convento di frati magari anche no all’ennesima potenza.
E poi, in una disperata ricerca su Google, ho fatto La Scoperta.
Le Bandelettes.
Se avete presente una giarrettiera, immaginatevele più o meno così: sono una banda di stoffa leggermente elasticizzata, alta circa 20 centimetri, tenuta ferma da due sottili ma saldissime striscette di silicone. Ve le infilate proprio come fareste con una giarrettiera (o, se vogliamo, come un’autoreggente) e poi vi dimenticate della loro esistenza fino alla sera. Stanno lì, non stringono, non si schiodano, non si muovono di un millimetro; non si vedono sotto ai vestiti; non tengono caldo (alcuni modelli sono di pizzo, quindi particolarmente traspiranti) e fanno divinamente il loro lavoro, proteggendo la pelle dallo sfregamento.

onyx-beige

Vi dirò: ero molto scettica sulla loro reale efficacia; più che altro, le ho comprate perché in quel momento ero abbastanza disperata. Mai fatto un acquisto migliore in tutta la mia vita: hanno risolto il mio problema nell’arco di dieci minuti; ero commossa.
Le potete comprare direttamente dall’America sul sito ufficiale; a un prezzo decisamente maggiorato (ma con la garanzia di una spedizione lampo e niente spese di dogana) le potete anche trovate su questo e-shop italiano, che è quello da cui mi sono fornita io.
(Amo, a questo punto, sottolineare l’ineffabile bellezza di questa scena: io che mi faccio spedire presso un convento maschile un indumento intimo a forma di giarrettiera da un negozio che si chiama Red Velvet Lingerie. Qualche Santo in Paradiso deve aver ascoltato la mia preghiera, perché il tutto m’è arrivato in anonimo pacco azzurrino).
Trovate prodotti simili a prezzo inferiore anche su Amazon, ma io, a pelle, vi suggerirei di diffidare dalle imitazioni. O quantomeno: circa il prodotto originale, io vi posso assicurare che non irrita la pelle, non si sposta di un millimetro nemmeno camminando, e non si rovina dopo pochi utilizzi. Sulle imitazioni, non so garantire, quindi… se vi deludono, non venite a lamentarvi con me, come si suol dire!

***

Sono poche dritte semplici, niente di trascendentale; soluzioni di buon senso e marchi che, probabilmente, molte di voi già conoscevano… ma riunirle in un unico post poteva comunque essere d’aiuto, secondo me. In fin dei conti, anche questa è una Fashion Revolution: utilizzare quello che già si ha (o arrangiarsi con quello che le mode del momento ci fan trovare in giro, che ci piaccia o no)… e industriarsi per renderlo più adatto ai nostri canoni di modestia. Affinché niente vada sprecato.

I miei cinque suggerimenti per il niubbo della Messa in Latino

Dicesi “niubbo”, nello slang internettiano, l’utente appena sbarcato su una comunità virtuale di cui non conosce né regole né consuetudini, e che, con volenterosa umiltà, mostra di volersi migliorare. Non a caso, “niubbio” è la storpiatura dell’inglese “newbie”.

Viste le domande seguite al mio ultimo post, mi è sembrato il caso di stilare un piccolissimo vademecum per tutti i potenziali niubbi della Messa in Latino.

Non siete mai andati a una Messa in forma straordinaria, e vorreste provare?
Vorreste provare ma non avete il coraggio, perché avete paura di far brutte figure?
Vorreste provare, avete il coraggio, ma concretamente non sapete dove/come/quando?

Al volo, ecco qui cinque suggerimenti molto terra-a-terra che, secondo me, potrebbero essere d’aiuto.

1) Per l’amor del cielo, assicurati di essere in buona compagnia!

Se la “buona compagnia” include un qualche amico, già frequentatore della Messa in Latino e desideroso di accompagnarti, questo senz’altro aiuta a rompere il ghiaccio. Io ho passato anni a corteggiare l’idea di una Messa in forma straordinaria, ma ho fatto il grande passo solo quando un mio amico mi ha detto “oh, io domani alle 9:00 sto a Messa in quella in chiesa là: ci andiamo assieme?”.

Ma la compagnia di un amico è solo un utile “di più”. Io in realtà vi suggerisco di controllare MOLTO MOLTO BENE che sia un compagno affidabile il sacerdote oltre la balaustra. Le Messe in forma straordinaria, tipicamente, sono officiate da tre tipi di persone:

a) bravi e santi sacerdoti dalle rette idee e dalla specchiata morale;
b) bravi sacerdoti dalla specchiata morale, che però purtroppo non sono in comunione con Roma;
c) sacerdoti svirgolati completamente fuori di testa, in completa rottura con Roma, proprio a livelli di scisma aperto.

Ecco, come dire. Cercate di accertarvi che il sacerdote che officia la vostra Messa appartenga alla tipologia A.

Se la Messa è officiata da un sacerdote diocesano, e/o appartenente a un istituto religioso degno di fiducia, e/o a una fraternità sacerdotale apertamente tradizionalista ma in comunione col Santo Padre (due esempi tra tutti: la Fraternità Sacerdotale San Pietro, o l’Istituto Cristo Re Sommo Sacerdote), dovreste stare in una botte di ferro.
Altri due esempi tra tutti: la Fraternità Sacerdotale San Pio X e l’Istituto Mater Bonii Consilii, sono, a vario titolo, in rottura con Roma. Io, alle loro Messe, proprio non ci andrei.

Detto ciò: vorreste trovare una Messa in forma straordinaria vicino a voi, ma non sapete dove? A questo indirizzo dovreste trovare un elenco abbastanza aggiornato. Evitate, se volete il mio consiglio, le Messe indicate con la freccettina gialla, che sono quelle officiate dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X.

2) Studia!

Magari voi siete meno scrupolosi di me; ma se, come me, siete Miss Perfettina, un pensiero che potrebbe mettervi fortemente a disagio è l’idea di andare a Messa in Latino per la prima volta, non saper come fare, e combinare qualche vergognoso pasticcio.
È per questa ragione che io vi consiglio fortemente (se non altro per la vostra serenità psicologica) di arrivare in chiesa… “preparati”. Per quanto la totalità delle chiese in cui tiene la Messa in Latino mettano gratuitamente a disposizione dei fedeli dei sussidii utili a seguire la liturgia, io vi consiglierei di arrivare già pronti, portando sottobraccio un messalino che avrete già consultato prima.

Personalmente, io mi sono trovata molto bene con il Messale Festivo Tradizionale “Summorum Pontificum” edito da Fede & Cultura: rispetto ad altri che ho sfogliato, ha il grandissimo merito di accompagnare il testo della Messa a indicazioni pratiche (“qui ci si inginocchia”; “qui ci si fa il segno della croce”).

3) Studia… ma senza troppa ansia

Sì, perché per tutti noi c’è stata una prima volta, e nessuno di noi frequentatori fissi se l’è dimenticato.
Se anche capitasse di fare pasticci; se anche capitasse di perdere il filo; se anche capitasse di restare in piedi quando tutti sono in ginocchio, o, peggio ancora, di restare in ginocchio e rendersi conto che tutti gli altri son già tornati in piedi da mo’… no panic.
Lo dico da frequentatrice ormai abituale: tutti, prima o poi, hanno sbagliato qualcosa; e c’è anche chi sbaglia di proposito (perché magari gli sembra una genialata stare in ginocchio durante il Vangelo, o altre bizzarrie del genere).
Se proprio vi sentite in imbarazzo all’idea di fare qualcosa di sbagliato, mettetevi nelle ultime file e studiate i movimenti degli altri: ma, davvero, è solo un timore vostro e nulla più.

4) Personalmente, suggerisco di cominciare da una Messa semplice

Ve lo spiego in soldoni, confidando che tanto leggerete meglio sul vostro messalino: le Messe in forma straordinaria possono essere di due tipi: semplice (o “Messa letta”) e solenne (o “Messa cantata”).
In buona sostanza, la Messa cantata viene, per l’appunto cantata; di norma, il sacerdote è accompagnato dal diacono e dal suddiacono, e, globalmente, l’atmosfera è molto più solenne.

Tantissimi siti si sperticano in lodi spassionate per la Messa solenne: se volete un grandioso primo impatto, andata a una Messa cantata, e allora sì che assaporerete davvero cosa vuol dire il sacro!
Meh.
Io amo le Messe solenni, ma non so se le suggerirei come primissimo impatto. Una Messa che viene in larga parte cantata (in Latino) (magari, anche da un coro a più voci) può commuovere fino alle lacrime, può far venire i brividi, può suscitare nei fedeli una specie di sindrome di Stendhal… ma può anche risultare un po’ dispersiva e difficile da seguire, soprattutto se è proprio la tua prima-prima-volta.

Io ho cominciato a frequentare la Messa in forma straordinaria ascoltando delle semplicissime “Messe lette”: il sacerdote parlava, io lo seguivo dal messalino, ascoltavo buona buona, ed è andata tanto bene così. Solo quando ho sentito di avere una certa dimestichezza con la struttura della Messa sono passata al livello superiore: Messe in canto, Messe solenni, Messe pontificali.
Ed è stato meraviglioso, e da brividi, e commovente fino alle lacrime – ma sospetto che non le avrei apprezzate così tanto, se non avessi già avuto modo di prendere dimestichezza con la Messa in Latino tout court.

Poi, oh, fate vobis. Per come sono fatta io, il mio suggerimento personale è questo.

5) Per le signore: nel dubbio, siate pronte a coprirvi i capelli

Il velo muliebre alla Messa in Latino è notoriamente una vexata quaestio: è un relitto del passato? È un rigurgito maschilista? È segno di vanità vezzosa? È davvero indispensabile?

Nel 2011, come prefetto della Signatura Apostolica, il Cardinal Burke rispondeva alla domanda di un fedele specificando:

Non viene chiesto alle donne di indossare un velo muliebre quando assistono alla Santa Messa nella forma ordinaria del rito romano. Ci si aspetta, tuttavia, che le donne che assistono alla Santa Messa secondo la forma straordinaria del rito romano siano a capo coperto, poiché era questa la pratica in vigore ai tempi del Missale Romanum del 1962. Non è, tuttavia un peccato, partecipare alla Santa Messa nella forma straordinaria a capo scoperto e senza indossare un velo.

Quindi, in sostanza: quello che vi mettete, o non vi mettete, in testa, sono fatti vostri. Sarebbe forse carino se le signore usassero la cortesia di venire tutte a capo coperto (non necessariamente da un velo, eh: va benissimo pure un berretto di lana), ma quello sta tutto alla vostra discrezione.
Io vi suggerisco di essere sempre pronte a coprirvi il capo, non tanto per una questione di coscienza, ma per una questione di… conformismo.

Conosco comunità in cui parte delle signore indossano il velo, parte delle signore non lo indossano affatto, parte delle signore lo indossano solo quando si ricordano di metterlo in borsa prima di uscir di casa… e quindi: come va, va. Conosco comunità in cui quasi tutte le signore vengono a Messa a capo scoperto, e le donne che indossano il velo sono una minoranza spesso risibile.
Però, conosco anche comunità in cui tutte le donne sono rigorosamente velate, e… beh: se siete voi le uniche a non avere niente in testa, correte seriamente il rischio di sentirvi un po’ fuori posto.
Just in case, almeno la prima volta, siate pronte a ogni evenienza.

Se siete della scuola “poca spesa, massima resa”, ho visto centinaia di ragazze usare a mo’ di velo una qualsiasi sciarpina autonnale di cotone, delle quali sono pieni tutti i nostri guardaroba.
Se vi scoccia andare in giro velate come la Madonna, siete fortunate ché stanno arrivando i primi freddi: un qualsiasi cappellino o berretto di lana sarebbe perfetto per coprire il capo senza farvi sembrare troppo bislacche.
Se invece siete delle fan dei veli muliebri e non vedete l’ora di indossarne finalmente uno: ce sono millemila, in vendita, e anche a pochi euro!
Se siete Romane o avete occasione di passare da Roma, a Borgo Pio ve ne tirano dietro a partire da 10-15 euro. Sennò, potete tranquillamente cercare su Internet, usando chiavi di ricerca come “mantilla” e “chapel veils”.
Verrete indirizzati su un sacco di e-shop statunitensi, perché lì la pratica di velarsi a Messa è molto più comune. Se volete fare acquisti in area UE per evitare spese di dogana, ci sono diversi siti inglesi (tipo questo, o questo) che hanno bellissime cosine.

***

Allora!
Che mi dite?
Queste dritte sono servite a qualcosa?

Naturalmente, se aveste altri dubbi… non avete che da chiedere!

Le dieci ragioni, non strettamente liturgiche, per cui mi piace la Messa in latino

701b66fb67ae1ab2c24127c78f34e6d5C’è voluto un trasferimento a Roma, perché io diventassi una estimatrice della “Messa in Latino”. Ciò che prima era sempre stato un vago punto nella mia wish list, a Roma è improvvisamente diventato una possibilità concreta: praticamente a due passi da casa, avevo una chiesa che officiava in forma straordinaria.

E fu così che, un bel dì, ascoltai la mia prima “Messa in Latino”. E poi la seconda, la terza, la quarta.
Dopo quasi due anni da quella ‘prima volta’, penso di potermi definire a buon diritto una habitué. Una habitué, peraltro, non esclusiva: se ho occasione di frequentare la Messa in Latino, ne sono felice; se non ho occasione, mi sta benissimo la Messa “normale”.

Curiosi di sapere come mai la forma straordinaria mi piace così tanto?
Per (almeno) dieci valide ragioni.

1) Trovi addirittura preti cattolici, a officiarla!

I die-hard della Messa in Latino staranno ridacchiando – “eh già: per trovare un prete cattolico che fornisca insegnamenti ortodossi, oggigiorno l’unico modo è frequentare le comunità tradizionaliste!”.
No, col cavolo, io sto dicendo un’altra cosa. Sto dicendo che puoi trovare preti cattolici addirittura a una Messa in Latino; ovverosia: la Messa in Latino non è appannaggio di gruppi scismatici, più o meno ereticali. Se pensate che siano i lefebvriani gli unici a officiare in forma straordinaria, fortunatamente vi sbagliate di grosso: più o meno in ogni diocesi, esistono bravissimi preti diocesani che offrono questo servizio in accordo col loro vescovo. Gruppi come l’Istituto Cristo Re Sommo Sacerdote o la Fraternità Sacerdotale San Pietro sono, a loro volta, in piena comunione con Roma.

Per frequentare la Messa in Latino, non c’è bisogno di mescolarsi con scismatici, eretici, o svirgolati. Certo, ci sono anche quelli – ma basta scegliere con criterio la chiesa in cui andare, e dovreste essere in una botte di ferro.

2) Se non stai super-attento a quello che succede sull’altare, va a finire che non ci capisci niente

Per molti, questo è un difetto: “buuuhh, è noto a tutti che nelle Messe in Latino i fedeli perdono il filo!”.
No: con un buon messalino, sei perfettamente in grado di seguire.
Indubbiamente, se hai la (s)ventura di perdere il filo, può effettivamente volerci un po’ a recuperarlo.

E questo dettaglio secondo me è meraviglioso: perché, sapete cosa? Io a Messa mi distraggo. Non dico che passo la Messa a farmi i fatti miei, ma faccio il mea culpa: talvolta mi capita, di distrarmi. E visto che, tutto sommato, quando mi distraggo non succede niente, continuo a distrarmi qua e là a cuor leggero.

Cosa succede se, invece, mi distraggo a una Messa in Latino? Con i lunghi silenzi di cui è pervasa, rischio seriamente di passare dieci minuti a fissare perplessa il prete, nel disperato tentativo di capire a quale punto si sia arrivati. Mi è già successo; non è stato bello.

Per la precisione: mi è già successo, una volta sola… perché dalla seconda volta in poi mi sono auto-imposta la massima attenzione, proprio evitare inconvenienti di questo tipo. Durante la Messa in Latino, la mia attenzione è al massimo per tutta la durata della celebrazione, proprio perché “so” che non posso permettermi di farla calare.

Il risultato è che, durante la Messa in Latino, io personalmente mi concentro più a lungo e meglio.

3) Eppure, è facile da seguire

C’è un po’ questo mito da sfatare: se vai alla Messa in Latino, il prete parla da solo dandoti la schiena e tu non ci capisci niente.
Beh, pianino a dare giudizi affrettati. Se ti compri un buon sussidio che ti aiuti a seguire la Messa; se lo leggi con attenzione; se rimani concentrata per tutta la cerimonia… in realtà, segui eccome. E segui bene, senza problemi.

Forse è vero che ai tempi dei nostri nonni non erano così diffusi messalini ben fatti, e il popolino, abbandonato a se stesso, non ci capiva un cavolo di niente. Oggidì, esistono millemila sussidi per chi ne ha bisogno: se si vuole seguire, si segue benone eccome.
Non c’è nemmeno bisogno di padroneggiare il Latino alla perfezione (i messalini hanno sempre una agevole traduzione a fronte).

4) Alle donne viene dato un ruolo tutto speciale

È noto che, durante le Messe in Latino, le donne sono invitate a coprirsi il capo.
Almeno ai miei lettori di vecchia data, è noto anche che, a causa di romanzesche vicende che non starò qui a dettagliare, io e il mio fidanzato siamo stati costretti ad anticipare di molto la data del matrimonio, organizzando la cerimonia suppergiù in due settimane.
All’altare ci siamo andati con gli stessi vestiti che qualche giorno prima avevamo usato per andare in ufficio; l’unico elemento che gridava “SPOSA!” nel raggio di dieci chilometri era il bellissimo velo di pizzo che io portavo in testa.

Ricordo che il mio parroco, finita la cerimonia, mi ha sussurrato “chi è che ti ha fatto questo bel velo in così poco tempo?” (evidentemente pensando di doversi complimentare con una qualche mamma).
E ricordo anche che, colta alla sprovvista, io l’ho preso per scemo. “Eh?? No… è il solito velo da Messa che metto sempre alla Messa in forma straordinaria”.

Il velo muliebre è qualcosa che va capito; e in tempi di femminismo post-sessantottino e di veli islamici imposti con la forza, è ovvio che non è così facile capirlo.
Ma un segno che ha il potere di conferire a tutte le donne la radiosa dignitosità di una sposa che va all’altare, non è proprio possibile definirlo “maschilista” e “patriarcale”.
Anzi.

5) È come partecipare a una rievocazione storica – con la differenza che è tutto vero!

Ammetto che per me – appassionata di Storia – è piuttosto emozionante pensare che la celebrazione a cui sto assistendo si ripete sempre uguale da diverse centinaia d’anni; che gli stessi canti, le stesse preghiere che scivolano fuori dalle mie labbra sono stati intonati e recitate da generazioni prima di me.
È un po’ come essere in una rievocazione storica di real history, solo che qui il “real” è reale per davvero.
Una motivazione senz’altro futile per frequentare la Messa in Latino – però, ammetto che è stata la ragione principale che mi ha spinto ad andarci la prima volta.

6) Se conosci un po’ di Storia, è bellissimo vederla all’opera

Ad esempio: vi è mai capitato di sentir parlare del “bacio della pace” (nei libri di Storia, su questo blog…)?
Non vi è mai venuta la curiosità di vedere come concretamente si attuasse nella liturgia questa bizzarra pratica, con preti che si baciano tra di loro nel bel mezzo della Messa?
Ecco: andare a una Messa in Latino vi permette di vedere in azione tutte quelle curiosità liturgiche che avreste detto relegate alle pagine di un manuale di Storia della Chiesa.
Anche quella è un’esperienza da non perdere!

7) Se non conosci affatto la Storia della Chiesa, potrebbe venirti voglia di approfondire

Non vi è mai capitato di sentir parlare del “bacio della pace”, quindi non vi capacitate di cosa caspita sia quello strano balletto che i preti mettono in atto a un certo punto della Messa, facendo mosse senza senso con l’atteggiamento più ieratico di questo mondo?
Delle due, l’una: o li prendete per scemi, oppure andate a prendervi un libro in grado di spiegarvi cosa caspita stava succedendo.
E anche questa è cultura!

8) È arricchente, riscoprire certe vecchie tradizioni

Indubbiamente è cultura anche il riscoprire certe tradizioni, tanto care ai nostri nonni quanto ignote ai nostri figli.
Baciare le mani di un sacerdote il giorno della sua prima Messa; pregare per i raccolti con le rogazioni; recitare la preghiera a San Michele Arcangelo con la stessa disinvoltura con cui si snocciola sovrappensiero un’Ave Maria…
Non è che io vada alla Messa in forma straordinaria per fare un corso accelerato di Storia del Cattolicesimo in real time. Però capita, ed anche quello è un arricchimento in più. Sarebbe un’esperienza da fare, di tanto in tanto, anche solo per sapere da dove veniamo.

9) Sono le riunioni di cattolici con l’età media più bassa in assoluto

Sei un giovane cattolico e fatichi a trovare coetanei che la pensino come te – o, peggio ancora, coetanei con cui avviare un serio progetto di vita? Lascia perdere i gruppi estivi e le riunioni parrocchiali del movimento ggiovani: io non ho mai visto così tanti cattolici under-35 come alle Messe in Latino che ho frequentato!
Seria, eh. Potrei citare una comunità in cui l’età media dei frequentatori, a occhio e croce, si aggira attorno ai 12 anni (includendo in ciò: amorose coppie sulla quarantina, con figlioletti che seguono devotamente Messa a mani giunte).

Non sto suggerendo di usare la Messa in Latino come un sito per incontri (ci mancherebbe altro), ma vedere tutti questi giovani, così motivati, macinarsi magari mezz’ore di automobile con figli piccoli pur di arrivare immancabili a quell’appuntamento domenicale, e proprio a quello… beh: scalda davvero il cuore, e fa pensare che non tutto è perduto.
Una terapia anti-depressiva che non tutte le comunità sono in grado di offrire.

10) Se guardi i sacerdoti, pensi che, dopo tutto, la Chiesa sta in una botte di ferro.

I preti che officiano in forma straordinaria, te li immagineresti come dei nostalgici ottuagenari attaccati al ricordo del tempo che fu.
Niente di più lontano dal vero, almeno per quanto riguarda la mia esperienza: ovunque io sia andata, ho sempre trovato, oltre la balaustra, sacerdoti giovanissimi, ferventi, palesemente motivati, capaci di controbilanciare la ieraticità della liturgia con omelie ‘all’acqua di rose’ perfette  for dummies; pronti nell’aiutare i nuovi arrivati bisognosi di chiarimenti; dolci e caritatevolmente fermi nelle confessioni.
Grazie a Dio è pieno di preti che rispondono all’identikit anche nelle chiese “normali” chiese (e ci mancherebbe altro!), ma la concentrazione di giovani vocazioni in queste fraternità sacerdotali è tale e tanta da strapparti davvero un sorriso. Se persino in questi tempi di magra c’è un tripudio di bravi, giovani, volenterosi sacerdoti, persino per certi cammini di fede old-style… allora, possiamo davvero sentirci in una botte di ferro. Ci sarà pure crisi, e tanta, ma la situazione non è disperata.

La mia esperienza con eShakti, il sito di moda etica che ti cuce i vestiti proprio come li vuoi tu

eShakti è arrivato in Italia – e se anche voi leggete i blog di modest fashion statunitensi, vi sarete immediatamente rese conto della portata della notizia.
Per chi non conosce eShakti e si chiede cos’abbia di così speciale da essersi addirittura aggiudicato un post a tema, ecco qui una breve presentazione.

Eshakti Home

eShakti è un sito di e-commerce dedicato alla moda femminile, con un vastissimo catalogo di capi d’abbigliamento. Fin qui niente di strano, la cosa interessante viene ora: con un sovrapprezzo di 9 euro, eShakti vi permette di personalizzare interamente il capo che state comprando. Il che vuol dire: voi vi misurate con un metro da sarta e compilate un form con le vostre misure, ed eShakti cuce il vestito esattamente sulle vostre forme.
Ma la meraviglia non finisce qui: inclusa nel sovrapprezzo di cui sopra, vi aggiudicate anche la possibilità di modificare il vestito come volete voi.

Vi piace quel modello, ma, mannaggia, la gonna a metà polpaccio vi sta malissimo? No problem, potete chiedere di avere una gonna al ginocchio.
Avete adocchiato un vestitino delizioso, ma, mannaggia, è senza maniche, e invece voi preferite avere sempre le spalle coperte? No problem, potete far aggiungere le maniche – a sbuffo, svasate, al gomito, come vi pare.

Eshakti Banner

Mi direte: e vabbeh, ma chissà quanto costa un abito sartoriale fatto su misura!
Vi rispondo: ve la cavate con circa 40 euro tutto incluso.

Mi direte: e vabbeh, ma allora ‘sti vestiti saranno cuciti col sangue di poveri bambini del Terzo Mondo sfruttati fino al midollo.
Vi rispondo: li cuciono per voi delle sarte indiane maggiorenni, pagate il 70% in più rispetto ai minimi salariali suggeriti dai sindacati.

Ho deciso di condividere la mia esperienza su eShakti perché, prima di fare il mio ordine, ho cercato recensioni in giro, e non sono riuscita a trovarne da parte di utenti italiani. (Del resto, il sito è sbarcato nel Bel Paese solamente da pochi mesi: prima, operava esclusivamente in USA). Poiché io avevo alcuni dubbi molto specifici relativi alla situazione italiana (tipo: come stiamo messi con le spese doganali?), le recensioni delle blogger statunitensi mi aiutavano solo fino a un certo punto.
Così, ho fatto un ordine un po’ alla cieca, ne sono rimasta soddisfattissima, e ho pensato di scrivere questo post per chiarire i punti che interessavano a me (e, immagino, qualsiasi potenziale acquirente).
Tutto qui. Questo non è un post sponsorizzato, il customer care di eShakti non sa nemmeno che esisto, e non mi ha remunerata in alcun modo per questo post (…ma magari!!).
Questa è la mia esperienza pura e semplice.
Se non siete interessati saltate pure questo post fuori degli schemi, ma tenete conto che questa chicca potrebbe potenzialmente interessare tutti, maschi inclusi, anche perché eShakti offre la possibilità di comprare buoni regalo.
E se siete alla ricerca di un regalo originale per una delle “vostre donne”, io vi dico che, secondo me, un gift coupon da eShakti è qualcosa che si farà ricordare molto a lungo

***

Ricominciamo: eShakti è un sito di e-commerce che permette di personalizzare interamente i propri capi di abbigliamento.
In teoria è  anche possibile acquistare i vestiti così come li si vede sull’e-shop, senza modifiche. Personalmente trovo che la cosa non abbia senso: a ‘sto punto ti compri un vestito in un negozio a caso, e tanti saluti.

Le modifiche che possono essere apportate sono tantissime, ma non illimitate. Ovvero: non vi capiterà mai di personalizzare un vestito secondo il vostro estro personale, per poi scoprire che, mannaggia, quelle maniche a sbuffo che avete fatto aggiungere non c’entrano niente col resto dell’abito. Ogni capo presenta un tot. di possibilità di modifica, pre-selezionate dallo stilista stesso: se decidete che la scollatura non la volete a barchetta ma la preferite a V, state pur certe che il risultato finale sarà gradevole.

E allora, facciamo un esempio molto concreto e vediamo quale vestito ho ordinato io.

Uno dei punti di forza di eShakti è la straordinaria quantità di stoffe diverse, che spesso presentano stampe molto originali.
Attratta per l’appunto dalla stoffa con cui è confezionato, io decido che voglio questo vestito qua:

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Come ben sa chi mi legge da tempo, i miei personali standard di modestia includono spalle coperte e gonne lunghe fino al ginocchio. Dunque, allungo la gonna di qualche centimetro e ci aggiungo due belle maniche (al gomito, giusto per star sicuri). Già che ci sono, decido anche di cambiare la scollatura e di farla quadrata, tanto per variare un po’.

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Le varie opzioni tra cui potevo scegliere nel personalizzare il mio vestito

Prendo le mie misure e le inserisco nell’apposito form, che peraltro è straordinariamente dettagliato. Il sito richiede informazioni tipo “circonferenza della parte alta del braccio con i bicipiti in tensione” (!): con tutti i dati che devo fornire, mi aspetto un vestito che calzi come un guanto.

Dico subito che lo scoglio contro cui si sono parzialmente scontrate le mie aspettative è la conversione da centimetri a pollici. Il sito vi costringe a fornire le vostre misure in pollici: poco male, potete misurarvi in centimetri e poi usare uno dei tanti convertitori automatici su Internet – sennonché, vi sconsiglio di fare come ho fatto io, che, nel caso di dubbio, ho sempre arrotondato per eccesso.
90 cm. sono 35,43 pollici? Massì dai, facciamo 36, meglio troppo largo che troppo stretto.
Col senno di poi, arrotondare per eccesso potrebbe non essere sempre la strategia migliore. Suggerirei semmai di andare a buon senso: arrotondate per eccesso laddove avete interesse che il vestito cada morbido (es. sulla vita: nessuno vuole un vestito che tira in vita) e arrotondate per difetto dove invece desiderate che aderisca bene (es. sul seno, mi verrebbe da pensare).

Fornite le mie misure e selezionate le modifiche che voglio apportare, veniamo alle dolenti note: il pagamento.
In realtà sono note molto meno dolenti di quanto pensiate!

Intanto, eShakti deve avere una strategia di marketing tipo “prendiamola per la gola offrendo continuamente promozioni”.
A tutti gli utenti che fanno il loro primo ordine, il sito offre un buono sconto di 25 dollari, più un bonus per azzerare le spese di spedizione.
Agli utenti che hanno già acquistato in passato, va meglio ancora: in questo momento, il sito mi offre il 15% di sconto su tutta la collezione, e in più, a seguito del mio primo ordine, ho ricevuto un buono di 30 dollari (!!) da utilizzare sul mio prossimo acquisto.

Indicativamente, con 40 – 45 euro tutto compreso riuscite a portarvi a casa un vestito di fattura sartoriale cucito su misura per voi.

“E ma poi ci sono le spese di dogana”.
E invece no!
O meglio: i prezzi che voi vedete navigando sul sito sono, effettivamente, IVA esclusa. Ma quando mettete un abito nel carrello e dite che volete farvelo spedire in Italia, ecco che il sito aggiorna il prezzo finale facendovi pagare anche l’IVA al 22% necessaria per l’importazione.
Questo vuol dire che il vostro pacco non sarà soggetto ad alcuna spesa extra: posso confermarvi che il mio vestito è stato fermato per controlli sia in uscita dall’India, sia entrando in area Schengen, sia in Italia per attendere la bolla doganale, e io non ho dovuto pagare neanche un centesimo.
Non ci ho creduto fino all’ultimo, ma tant’è.

Comunque: piazzo il mio ordine, pago con carta di credito (è possibile usare anche il circuito PayPal per maggior tranquillità), recito una muta preghiera al santo patrono delle dogane… e aspetto. I tempi di consegna previsti vanno dai 13 ai 19 giorni, il che mi pare equo per un vestito che viene cucito su misura per te dall’altra parte del mondo. Il sito stima una consegna prevista per lunedì 19 giugno, e nel frattempo mi tiene costantemente aggiornata sui progressi della lavorazione.

Eshakti progresso ordine

Dopo una dozzina di giorni dal mio ordine, ricevo una mail in cui mi si comunica che DHL International ha preso in carico il mio pacco. L’e-mail automatica mette pure le mani avanti dicendo che la policy aziendale di DHL è di anticipare per conto del cliente eventuali spese doganali allo scopo di accelerare il più possibile la consegna (quindi, niente storie e cacciate fuori i dindi quando il corriere vi suona alla porta).
Quando DHL fa trillare il mio campanello (puntualissimo, lunedì 19 giugno come previsto) chiedo subito: “devo pagare qualcosa?”.
No, le spese di importazione sono state interamente assolte da eShakti: lo sottolineo ancora una volta perché era il mio timore principale, ma non un centesimo di più vi verrà chiesto.

E dunque eccomi qui rimasta sola col mio pacco e col mio unico timore residuo: ma non è che sto per prendermi ‘na sola?
Ok ok, Internet è pieno di commenti positivi, ma sai, magari sono sponsorizzati, magari non è tutto vero…

Apro il mio pacco.
Dentro alla scatola di cartone, giace il mio vestito, morbidamente avvolto in un foglio di carta velina.
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S’è fatto un viaggio Nuova Delhi – Torino senza sgualcirsi minimamente: perché non perdesse la forma mentre veniva sballottato da un continente a un altro, le signore di eShakti l’hanno addirittura fissato con delle mollettine trasparenti. Piccoli dettagli che cominciano a tranquillizzarti.

Prendo in mano il mio vestito.

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Qui uno potrebbe anche provare a vendervela bene, dire: eh, la foto fa schifo ma è tutto voluto, è che il post è sull’abito e non sul mio corpo… No: è che c’avevo 37 gradi in camera, stavo crepando dal caldo, la macchina non memorizzava le impostazioni che le davo, a un certo punto mi son depressa, ho preso la foto meno peggio, e ho pensato “mbeh, si arrangino”.

La stoffa è esattamente come da fotografia. 100% poliestere, non il massimo mi direte voi: sì, ma io (costretta a frequenti trasferte di lavoro) ho bisogno di tessuti sintetici che non si stropiccino in valigia. Il catalogo di eShakti offre anche abiti in lino, cotone…
Lo provo: è esattamente come l’ho voluto, con l’unica differenza che, in alcuni punti, calza più largo di quanto mi aspettassi. Qui mi prendo interamente la colpa e sbuffo per la mia decisione di arrotondare sempre eccesso nella conversione da cm a inches: là dove il vestito va grosso, è dove io sono stata di manica larga nelle equivalenze.
Poco male, in ogni caso: questione di millimetri!

La scollatura è alquanto più profonda di quanto immaginassi (rapido appunto mentale: optare sempre per scollature molto contenute), e, nonostante la dicitura “lightweight” nella descrizione della stoffa, l’abito è certamente estivo, ma mica tanto fresco…
(Ma in fin dei conti: in condizioni normali, quale persona sana di mente deciderebbe di indossare un abito in poliestere con maniche lunghe, in una stanza non condizionata, con una temperatura ambiente di 37 gradi?)

Le cuciture sono invisibili e precise, il vestito è interamente foderato, e la fattura ti delizia con quei dettagli sartoriali a cui la fast fashion ci ha disabituati.

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Gonne a prova di effetto Marilyn!

Esempio?
I famosi piccoli pesetti à la Kate Middleton che, messi sull’orlo delle gonne, impediscono loro di sollevarsi al primo colpo di vento.
Oppure: uno strato di stoffa sotto la cerniera, per impedire che i dentini metallici irritino la pelle della schiena.
O ancora: due asole all’altezza delle spalle in cui far passare le spalline del reggiseno, per evitare che, con movimenti improvvisi, la scollatura si sposti lasciando intravvedere la biancheria intima.

È ridicolo definire “di fattura sartoriale” un vestito cucito sulle tue misure e secondo i tuoi desiderata, ma, davvero: non troverei un altro aggettivo per descriverlo.

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I “bra straps” che le blogger americane decantavano così tanto e definivano così utili alla modestia – non capivo onestamente che funzione potessero avere, prima di averli visti in azione.

Sono soddisfatta?
Pienamente: così tanto che ho deciso di scomodarmi per questa recensione.

Acquisterò di nuovo da eShakti?
Dopo aver preso in mano l’abito, mi ero già data la risposta “assolutamente sì”. Diciamo che, avendo in saccoccia un buono sconto da 30 euro, mi sento estremamente tentata dall’acquistare di nuovo entro breve tempo…

Consiglierò eShakti ad altre persone?
Sicuramente sì; in particolare, ve lo consiglio proprio dal cuore
–          se avete una fisicità diversa dalla norma, tipo mia mamma che accumula grasso solo sulla pancia e non su seno e fianchi, sicché è molto difficile trovare nei negozi qualcosa che le calzi a pennello;
–          se globalmente siete una taglia forte… molto forte, di quelle che spesso hanno reali difficoltà a trovare abiti carini a prezzi non esorbitanti;
–          se avete standard di modestia molto rigidi, tipo “maniche fino al gomito e gonne fino al polpaccio”, da cui altre difficoltà concrete nel fare shopping nella grande distribuzione;
–          se ci tenete ad essere perfette per la Grande Occasione, ma non volete spendere un occhio della testa in una boutique;
–          se avete l’uggia di organizzare un matrimonio all’americana con la schiera di damigelle vestite tutte uguali, perché il sito offre una vasta sezione di abiti alla bisogna… e in effetti è perfetto, per avere look uniformi ma non identici.

Soddisfatta?
Assolutamente sì!
E dopo questa, non ditemi che non è possibile seguire determinati standard di modestia “perché nei negozi non si trova niente, e che è, mica posso farmi confezionare i vestiti su misura!”.

Paragoniamo questo servizio a un vestito elegante di un qualsiasi brand di fascia media, e poi vediamo qual è quello col miglior rapporto qualità/prezzo…

Cos’è davvero il “bacio colombino” (e perché Agostino ritiene moralmente lecito baciare in bocca amici, conoscenti e preti)

Da quando il mio blog ha cominciato a occuparsi di castità prematrimoniale, ogni tanto mi capita di ricevere e-mail sul tenore di “vorrei fare col mio ragazzo la cosa X (o XXX). Secondo te, va bene?”-
Ora (siete liberi di non credermi la ma è la sorprendente verità): una delle domande che più frequentemente mi viene posta è: “è davvero così peccaminoso scambiarsi il bacio colombino prima del matrimonio?”.

Ehm…?

La mia prima (e seconda, e terza…) reazione è stata, comprensibilmente, sulle linee di “ma che cavolo sarebbe un bacio colombino??”. Pensavo di essere vittima di un trollaggio di massa, quando ho provato a digitare “bacio colombino” su Google, e mi si è aperto tutto un mondo.
A quanto pare, in un certo linguaggio chiesastico, il “bacio colombino” sarebbe il termine utilizzato per indicare una pratica talmente abominevole da non potersi descrivere più esplicitamente, ovverosia (aehm) il bacio sulle labbra (e/o “alla francese” – con la lingua, per capirci).
E, a quanto pare, esistono alcuni siti (anche di area cattolica, anche scritti da Italiani) in cui la pratica del bacio colombino è fermamente condannata prima del matrimonio. A detta dei webmaster, un gesto così intimo e profondo scatenerebbe inevitabilmente impulsi così forti e insopprimibili che:

a) di lì a cinque minuti ti ritrovi automaticamente a rotolarti nelle lenzuola;
b) se anche riesci ad autocontrollarti, il gesto è comunque così sensuale da doversi evitare punto e basta.

Ora, io trovo anche leggermente imbarazzante essere nella situazione di dover dire a dei liceali se il bacio sulle labbra sia da evitarsi oppure o no. A naso, io direi che se ‘sto benedetto bacio colombino vi causa davvero tutti gli sconquassi di cui sopra, allora, boh, forse ci starei attenta, per una questione più che altro precauzionale. Però a quel punto cercherei anzitutto di fare un lavoro serio su di me e sul mio autocontrollo, perché secondo me l’optimum a cui mirare è raggiungere un grado di purezza di cuore per cui un bacio sulle labbra del proprio fidanzato è una dolce manifestazione d’affetto, e non un costante precipizio verso baratro della lussuria.

Just my two cents, eh.
Ma giustamente, a domanda rispondo.

Ora, accantonata la questione “si fa, non si fa?”, vorrei dedicarmi al vero punto d’interesse della questione, cioè il quesito su cui mi arrovello ormai diversi anni anni: ma che cavolo è il bacio colombino???

Acclarato che con “bacio colombino” intendiamo il bacio sulle labbra, chi diavolo è che si è inventato questo termine, e soprattutto cosa si era fumato prima di farlo?
Vuoi pudicamente alludere al fatto che parliamo di bacio sulle labbra? Parlami di “bacio degli amanti”, “bacio romantico”, “bacio dei volti”; sarei persino disposta a tollerare un “bacio del serpente”, che almeno ha la linguetta lunga. Ma “bacio delle colombe”… boh?

A suo tempo, ho provato a fare qualche ricerca su Google: sono riuscita a risalire indietro fino a manuali di morale sessuale di inizio ‘800, in cui la pratica deplorevole del “columbine kiss” era per l’appunto condannata come foriera di sventure. Prima di quella data, niente (o niente di indicizzato su Google).
E io rimanevo lì ad arrovellarmi: ma ‘sto bacio colombino, chi se lo è inventato e soprattutto perché?
E poi, qualche tempo fa, la Rivelazione.
Nella sala di lettura di un convento, mi è capitato sotto gli occhi un vecchio numero (4/2014) della Rivista Liturgica, interamente dedicato a Il bacio rituale. Tra culto, cultura e tradizioni.
Immaginate la mia emozione, quando – preso in mano il volumetto per darci un’occhiata curiosa – ho scoperto l’esistenza di un intero capitolo dedicato al bacio colombino nella teologia (principalmente agostiniana)!
E… surpise: è qualcosa di completamente diverso da quanto mi aspettavo.

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Illustrazione di Puuung (se non la conoscete, cercatela sui social: i suoi lavori sono deliziosi!)

Insomma, ripartiamo da capo: cosa diamine è il bacio colombino??
Sorpresona: ne parlava la liturgia di domenica scorsa, laddove San Paolo (in 2 Cor 13, 11-13) esortava i fedeli:

Fratelli, siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi. Salutatevi a vicenda con il bacio santo. Tutti i santi vi salutano.

Le colombe non sono menzionate, ma fidatevi: come vedremo, stiamo parlando della stessa cosa. E il fatto che San Paolo (non esattamente un lassista in fatto di morale sessuale) esortasse i fedeli a scambiarsi il bacio colombino, perdipiù definendolo “santo”, dovrebbe lasciarci intendere che c’è decisamente qualcosa che non torna.

E dunque procediamo con ordine: che è ‘sto bacio santo, che San Paolo esorta a darsi a vicenda?

Orbene: numerose fonti testimoniano come, nelle prime comunità cristiane, fosse prassi comune salutare i correligionari con un bacio sulle labbra. Si trattava di un gesto evidentemente privo di connotazioni erotiche: il bacio era visto come segno di comunione tra tutti i fratelli in Cristo, uniti da un legame così grande e totalizzante da portare a questo estremo gesto di affetto e di uguaglianza. “Uguaglianza”, dico bene: a differenza del bacio sulla fronte, sulle mani, o sui piedi, il bacio sulle labbra pone le due parti in una posizione di assoluta parità. “Non c’è più giudeo né greco, non c’è più schiavo né libero, non c’è più uomo né donna, perché tutti siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3, 28).

I primi cristiani erano forse pazzi furiosi, per inventarsi un tale segno di saluto?
No: Erodoto, ad esempio, testimonia che già i Persiani si baciavano sulla bocca con lo scopo di sottolineare suppergiù lo stesso messaggio. E, del resto, esistono ancor oggi numerose culture in cui un bacio sulle labbra è un normale segno di saluto (pensate anche solo alla Russia, per non cercare paragoni più esotici).

Un altro potente significato del bacio sulle labbra nasce in ambito monastico: in questo caso, il bacio è segno di piena accoglienza dell’altro.
Siccome, non so voi, ma io non sarei molto entusiasta all’idea di baciare in bocca un tizio che mi sta antipatico, ecco che l’accogliere il pellegrino con un leggero bacio sulle labbra indica simbolicamente accettarne (con gioia!) la presenza all’interno del proprio convento. (Da sempre, la tradizione monastica insiste affinché il forestiero sia visto come immagine di Cristo che bussa alla nostra porta). La Regula Benedicti, ad esempio, parla esplicitamente del bacio sulle labbra da impartire a chi giunge in monastero (suggerendo al religioso di pregare per qualche istante prima di abbandonarsi a questi convenevoli: “Pacis osculum non prius offeratur nisi oratione praemissa, propter inlusiones diabolicas”).

Bacio della pace
Il momento del “bacio della pace” in una Messa in forma straordinaria

A un certo punto, il bacio tra correligionari assume un valore tale da trasformarsi in gesto liturgico ed essere inserito nelle celebrazioni eucaristiche. Laddove noi ci scambiamo una pudica stretta di mano obbedendo al prete che ci dice “scambiatevi un segno di pace”, i primi cristiani si davano un letterale bacio in bocca: fedeli tra fedeli, clero tra clero (!). Coloro che frequentano la liturgia in forma straordinaria possono ancora godere un’eco di questa antica tradizione nel bizzarro “balletto” che, nelle Messe solenni, i sacerdoti iniziano al momento Pax vobiscum, accennandosi a vicenda un fraterno abbraccio e un bacio sulla guancia (…ché sulla bocca era un po’ troppo equivoco, e a un certo punto i liturgisti hanno avuto il buon senso di correre ai ripari).

Sì, il “bacio della pace” è esistito nella nostra liturgia quantomeno fino alla riforma post-conciliare. E su questo bel gesto si potrebbero scrivere pagine e pagine, sennonché a me adesso interessa tornare al bacio sulla bocca come segno di saluto… anche perché è proprio di quest’ultimo che parla Agostino, coniando il termine di “bacio delle colombe”.

***

Ahò: ‘sta cosa di baciarsi in bocca in segno di uguaglianza e accettazione, se ci pensate, è una roba potente e forte.
Così tanto forte che a me farebbe schifo, ma il messaggio di fondo è decisamente molto potente: io ti bacio sulle labbra, io accetto di avere con te un contatto così profondamente intimo – e lo faccio perché ti amo di caritas cristiana, e perché riconosco in te un mio prezioso fratello in Cristo.

Se lo fai seriamente, e credendo davvero a tutto questo, il “bacio santo” delle prime comunità cristiane è di una potenza dirompente.
Se lo fai solo per convenzione, o trattenendo a malapena il disgusto, o peggio ancora animato da desiderio di lussuria… beh

Agostino ci teneva molto che i suoi fedeli comprendessero il significato profondo del bacio santo. Già nell’omelia 277, tenuta ai neofiti che erano appena stati battezzati, osservava:

quel che esprimono le tue labbra dev’essere nella coscienza; ossia come le tue labbra si accostano alle labbra del tuo fratello, così il tuo cuore non sia lontano dal suo cuore.

Ma il testo in cui il vescovo riflette più lungamente sull’uso del bacio santo è senz’altro l’Omelia 6.

In questo caso, Agostino si sta indaffarando per spiegare ai fedeli come mai lo Spirito Santo venga tradizionalmente rappresentato sottoforma di colomba.
L’addentellato principale è il testo di Rm 8,26:

poiché noi non sappiamo cosa chiedere nella preghiera, né come bisogna chiederlo, lo stesso Spirito intercede per noi con gemiti inesprimibili.

Questa visione dello Spirito, che con “gemiti inesprimibili”, ci viene in aiuto nel momento del bisogno, è oggettivamente molto dolce.
Agostino esorta dunque i fedeli a immaginare lo Spirito come una colomba, che dolcemente geme (cioè tuba) per intercedere in nostro favore. E poiché la colomba notoriamente tuba quando è in amore, ecco allora come l’immagine dello Spirito in veste di colomba innamorata e amante sia particolarmente calzante. In fin dei conti, lo Spirito non è forse l’amore di Dio, che geme d’amore amandoci, e nei nostri cuore infonde un gemito d’amore?
Fuor di metafora: non è forse vero che l’amore che lo Spirito Santo infonde nei nostri cuori ci eleva sempre più dai nostri desideri e bisogni terreni, proiettandoci verso quelli eterni?
E dunque – scrive sant’Agostino –

non è cosa da poco che lo Spirito Santo ci insegni a gemere: è così che ci fa sentire pellegrini quaggiù e ci insegna a sospirare verso la patria; e questo desiderio ci fa gemere. […] Chi sa di essere esule dal Signore (2 Cor 5, 6), e di non possedere ancora quella perpetua beatitudine che ci è stata promessa, ma di possederla solo nella speranza […]: colui che sa tutto questo, geme. E il suo gemito è buono: è lo Spirito che gli ha insegnato a gemere, è dalla colomba che ha imparato a gemere.

Anzi: ci sarebbe da preoccuparsi, se non albergasse nei nostri cuori questo gemito di santa nostalgia:

Chi si trova bene in questo mondo (o piuttosto crede di starvi bene), chi si diletta nei piaceri della carne, nell’abbondanza dei beni temporali e in una felicità illusoria, costui ha la voce del corvo; e il corvo gracchia, non geme.
Chi sono i corvi? Quelli che cercano i propri interessi.
Chi sono le colombe? Quelli che cercano gli interessi di Cristo.

Ed è a questo punto che Agostino introduce il concetto di “bacio della colomba”, cioè il bacio casto e affettuoso che si scambiano i cristiani spinti dall’amore reciproco.

Il rapporto tra i fedeli dev’essere sempre improntato al santo amore di due colombe che si “baciano” tubando. Se manca questo sentimento di affetto puro e di unione, allora il bacio che i cristiani si scambiano per saluto non è più un vero bacio: è una grottesca parodia del bacio. È bugia, è falsità ipocrita, tanto più grave poiché coinvolge un’area e una gestualità così intime.
Non è più il bacio casto e dolce tra due colombe in amore,

Bacio colombino

ma è semmai il morso violento di un corvo, che dilania le carni a cui è riuscito ad avvicinarsi con l’inganno.

Corvo cibo

Esiste anche il bacio dei corvi, ma la loro pace è falsa, mentre quella della colomba è vera.
Non chiunque dice “la pace sia con voi” è da ascoltare come colomba.

Non dimentichiamo che siamo negli anni delle grandi eresie, divisione per eccellenza all’interno della Chiesa – divisione tanto più insidiosa quanto più l’eresia riesce a “mascherarsi bene”, ponendosi come riforma santa e illuminata.

E allora,

Come si distingue il bacio del corvo dal bacio della colomba?
Il corvo, quando bacia dilania. E dove dilania, il bacio non può essere simbolo di vera pace: la vera pace è solo quella che posseggono coloro che non dilaniano la Chiesa.

Inoltre, 

I corvi si pascono di cadaveri, cosa che non fa la colomba: essa vive dei frutti della terra, […] non si nutre uccidendo. Quelli che dilaniano la Chiesa si pascono di morti.

Dio è potente: preghiamo affinché ritornino alla vita quelli che sono divorati da costoro e non se ne rendono conto. Molti se ne rendono conto, perciò tornano alla vita; e ogni giorno abbiamo di che rallegrarci nel nome di Cristo per il loro ritorno.

***

‘nsomma, credo proprio di aver ricostruito l’etimo di questo pericolosissimo “bacio colombino”, che, alla prova dei fatti, non c’entra niente con il bacio sulla bocca (o meglio: è un bacio sulla bocca, ma decisamente privo di ogni connotazione sessuale).
Con ogni probabilità voi non vi siete mai arrovellati sulla questione, né tantomeno sull’etimologia del termine, ma, ripeto: provate a digitare “bacio colombino” in un motore di ricerca, e preparatevi a fare tanto d’occhi per tutto quello che ne verrà fuori.

A conti fatti, e conoscendo ora il significato primigenio di “oscula columbarum” nel testo agostiniano: il bacio colombino è peccaminoso?
Ma proprio per niente: è “santo” per definizione, e, metaforicamente, dovremmo sforzarci di scambiarlo con chicchessia – col fidanzato, con la mamma, col prete, col capufficio, con collega antipaticissimo, con lo sconosciuto che si siede vicino a noi a Messa…

Anzi: se interpellata ancora sulla vexata quaestio “ma il bacio colombino è peccato, fuori dal matrimonio?”, io penso che risponderò: ma certo che no! Anzi, è segno di santità!
A patto che sia un vero bacio colombino… Ché le sozzerie son capaci a farle anche le peggiori bestie.

Quando il gioco si fa duro: suggerimenti casti, etici e pudici per la cattolica che deve rifarsi il guardaroba estivo

Ciao amici, io sono Lucia (dite tutti in coro: ciaaaao Lucia!, come si fa agli alcolisti anonimi) e sono l’incubo di tutte le commesse dei negozi di abbigliamento.
Fin da quando ne ho memoria, compongo il mio guardaroba con un occhio di riguardo verso il sesto comandamento: ho dei miei personalissimi criteri sul concetto di “pudore cristiano”, e mi ci attengo con lo stesso attaccamento con un cui una patella si accozza allo scoglio.
Come se ciò non bastasse, da qualche tempo m’è pure venuta la malsana fissazione di selezionare i miei abiti in base a criteri etici e di giustizia sociale (id est: voglio smettere di alimentare quel mercato della moda low-cost che, pur di abbassare i prezzi, sfrutta i lavoratori del Terzo Mondo manco fossimo nell’era dello schiavismo 2.0).

Capite bene che donna che si auto-impone questi vincoli stilistici, o sta accampando scuse per diventare una nudista, o è inevitabilmente destinata a soffrire.

Casomai qualcuno fosse nella mia stessa barca, e magari pure a corto d’idee,
casomai qualcuno volesse abbracciare più rigidamente il concetto di “pudore cristiano nel vestire”, ma non sapesse da dove iniziare,
casomai qualcuno fosse intenzionato a finanziare brand che producono abiti in maniera etica, pagando il giusto ai lavoratori,
ecco dunque il mio tradizionale post sul tema “come ha da vestirsi una donna cattolica, d’estate, per rispettare il pudore cristiano senza sembrare una pazza furiosa?”.

Il problema non è da poco.

Se una donna ha deciso, come me, di aderire in maniera rigida ai tradizionali criteri di modestia cristiana, l’estate può essere un periodo difficile. D’inverno, è facile coprirsi in maniera adeguata; ma d’estate, quando le vetrine dei negozi si riempiono di manichini seminudi, può realmente essere difficile trovare qualcosa di adatto.
E, peggio ancora, può realmente esser difficile indossare abiti consoni senza dar troppo nell’occhio – ché essere additati come “la fissata bacchettona che si concia una suora ottantenne” è sgradevole per il singolo e pure dannoso per la causa.
Ebbene: anche quest’anno, a grande richiesta, ecco a voi il tradizionale di suggerimenti dedicati!

Sì vabbeh, ma dopo tutto questo discorso io non ho ancora capito quali sono esattamente questi tuoi fantomatici canoni di modestia cristiana.
In sintesi, io mi vesto tutti i giorni come se stessi per entrare in chiesa. Quindi: spalle coperte; gonne al ginocchio; scollature contenute; niente trasparenze.

E secondo te, una donna che non segue esattamente questi canoni si sta vestendo immodestamente e pecca poiché mette a dura prova la libido maschile?
No, ma sta di fatto che io mi sento a mio agio nell’aderire a queste regole… e quindi, why not?

In questo post non vedo uno straccio di pantalone: sei ideologicamente contraria all’uso di abbigliamento dal taglio maschile?
No, per carità! È che io d’estate soffro moltissimo il caldo, e i pantaloni proprio non li reggo: per me sono off limits da maggio a ottobre.

Ma ti rendi conto dei prezzi dei vestiti che proponi? Ma tu dai per scontato che tutti noi possiamo spendere queste cifre in abitini?!
Come dicevo sopra: da un po’ di tempo ho deciso di acquistare solo abiti che provengono da filiere produttive etiche e solidali, e questo, purtroppo, evidentemente si paga. Personalmente cerco di contenere i costi comprando in saldo o nei grandi outlet online (tipo Privalia o Saldiprivati).
Poi, insomma, i miei sono solo esempi. Senz’altro si possono trovare capi simili e dello stesso stile in qualsiasi catena low-cost.

Vabbeh. Ok. Cominciamo!

Regola numero 1 – Un vestitino semplice, dalla linea basic, non dà mai troppo nell’occhio

Quando mi trovo in un contesto in cui voglio vestirmi modestamente ma senza attirare su di me tutti gli sguardi, stile “ma come si è intabarrata questa povera pazza?”, scelgo la via più facile e opto per vestitini basic, monocolore, dal taglio semplice, senza pretese. Con queste premesse, la manichina che copre le spalle non si nota quasi: è la mia “scelta sicura”, ad esempio, per quando sono al mare in vacanza attorno a Ferragosto, e obiettivamente correrei il rischio di sembrare quella stramba, sfoggiando un abitino elaborato mentre tutte le altre sono in bikini e pareo.
Con cosine semplici e senza pretese, invece, mai capitato di attirare sguardi.
Proprio vero che a volte la semplicità paga!

BasicCasti2017

  1. Abito GiraeRigira (Etsy), € 79,40
  2. Cotton Dress Coline, € 23,50
  3. Abito di cotone Hessnatur, € 24,95
  4. Dress Viscose Coline, € 24,90

Regola numero 2 – È la stagione dei grossi fioroni stampati sui vestiti: (se non temi di sembrare il copridivano di tua nonna), sfruttali a tuo favore!

C’è chi li ama e chi li odia: a me non dispiacciono, quindi hip hip hurrà!
Se una donna che si aggira in una località turistica, in piena estate, avvolta in un mesto abitino nero, corre davvero il rischio di sembrare un’orfanella in lutto, le mega-stampe floreali che vanno tanto di moda quest’estate sono sicuramente un grosso aiuto per non sembrare troppo barbose.
Colorate, ironiche, estive: vi aiuteranno senz’altro a sembrare donne cool all’ultima moda senza per questo costringervi a scoprirvi troppo.
Per la cronaca: la gonna numero 2 io ce l’ho davvero, e la amo.

FioroniCasti

  1. Abito “Danielle” People Tree, € 99,00
  2. Gonna a portafoglio “Fiorenza” King Louie, € 79,95
  3. Abito in cotone biologico Hessnatur, € 47,95
  4. Abito “Tropicana” King Louie, € 94,95

Regola numero 3 – Stampe anni ’70: ecco un altro trend che urla “estate” da ogni dove

Avete presente quelle inconfondibili piastrelle anni ’70 con motivi geometrici dai colori accesi, che all’epoca erano un must in tutti i bagni e in tutti i cucinini?
Io non gradisco stoffe con questo tipo di stampe (salvo rare eccezioni), eppure il trend sta innegabilmente diventando di moda.
Se vi piacciono i colori accesi e i contrasti forti, se siete fan del vintage e vi intriga imitare il look delle vostre mamme quando avevano la vostra età: beh, anche questo può essere uno stile che fa per voi.
Vale quanto detto per le stampe floreali: è un trend alla moda, giocoso, giovanile, decisamente inadatto a suscitare commenti tipo “anvedi ‘sta bigotta, sempre vestita da suora…”.

Siamo Noi 2
Io tutta presa dalla mia peroratio sul digiuno mentre il prete mi fissa con il tipico sorriso di condiscendenza riservato ai matti ;-)

(Non a caso, è stato lo stile che ho scelto quando mi han chiamata in televisione a dire cose impopolari tipo “nel Triduo di Pasqua, amo fare un digiuno completo per 48 ore di fila bevendo solo liquidi”).

CastiAnni70

  1. Abito “Maes” King Louie, € 99,95
  2. Abito “Alaina” People Tree, € 99,00
  3. Gonna in cotone bio Hessnatur, € 69,95
  4. Abito in cotone bio Hessnatur, € 199,00
  5. Abito “Emmy” King Louie, € 99,95
  6. Gonna in fantasia vintage GiraeRigira (Etsy), € 50,55

Regola numero 4 – I vestiti coloratissimi e le stampe giocose possono, semmai, farti sembrare “bimba”, ma decisamente non “suora barbosa”.

Piccola curiosità dal backstage della succitata intervista in TV: un altro vestito che avevo preso in considerazione era quello che vedete qui sotto al n. 2,  poi scartato a malincuore (nel senso che la domanda era se comprarlo o no, e con gran dolore non l’ho comprato).

Personalmente, ritengo che le stampe giocose (di animaletti, frutta, oggettini…) siano accettabili solo fino a una certa età, e solo a dosi omeopatiche: il rischio è sembrar vestite come scolarette delle elementari (…che è comunque sempre meglio del sembrar vestite come bigotte tristone in lutto).
Se vi piace lo stile e ve lo potete ancora permettere senza sembrar ridicole, anche questa è una soluzione di sicuro impatto (magari dosata con cautela, come dicevo: gonnellina a stampe e maglietta basica, o viceversa).

ColoratiCasti2017

  1. Abito “Danielle” People Tree, € 99,00
  2. Abito “Riviera” King Louie, € 99,95
  3. Abito Ikat Auteurs du Monde, prezzo non indicato ma attorno ai 60 euro se non ricordo male; gonna cortina ma con un lunghiiissimo orlo che si può facilmente allungare
  4. Abito in maglina Coline, € 39,50
  5. Abito a voile Coline, € 29,90

Regola numero 5 – Nel dubbio, le gonnelline sono sempre la scelta perfetta

…anche perché, a seconda di come le abbini, puoi utilizzarle in mille modi diversi. Una gonna floreale di cotone può essere ok a un matrimonio con un top elegante e le scarpe giuste, ma diventa improvvisamente molto easy se abbinata a una T-shirt di cotone e con un paio di sandaletti bassi. È solo un esempio fra i tanti, perché io trovo che le gonne possano essere reinterpretate davvero in infiniti modi, rendendole un acquisto particolarmente fruttuoso. In stile etnico, in tinta unita, floreali, a disegnini… ce n’è davvero per tutti i gusti e per tutte le occasioni. E allora, perché lasciarsele scappare?

GonneCaste2017

  1. Gonna a portafoglio GAP, € 59,95
  2. Gonna damascata Nomads Clothing, € 31,50
  3. Gonna a portafoglio “Havana” King Louie, € 79,95

Note di corredo per i lettori interessati alla moda etica

I capi di cui sopra non sono selezionati a caso, ma provengono da brand che – a vario livello, e con differenti gradi di impegno – si danno daffare per promuovere un concreto cambiamento nel mondo dell’industria tessile, a vantaggio dei lavoratori (e, in molti casi, anche dell’ambiente).

Nello specifico:
GAP è una scelta facile, con i suoi negozi fisici presenti in diverse città italiane. Fonti esterne ed imparziali assicurano che la ditta è una delle più attente nel rispettare i diritti dei lavoratori, se paragonata alle altre multinazionali dell’abbigliamento.
King Louie è un brand olandese deliziosamente retrò che aderisce alla Fair Wear Foundation, collaborando con appaltatori e sub-appaltatori di moralità sicura e comprovata. Se non si fosse capito, è uno dei miei marchi preferiti.
La linea Auteurs du Monde in vendita presso tutte le botteghe Altromercato è “etica” al di là di ogni ragionevole dubbio, inserendosi direttamente nel filo nel commercio equo-solidale certificato.
People Tree (balzato agli onori della cronaca, anni fa, per essersi accaparrato come modella una giovanissima Emma Watson) è un marchio inglese che produce abiti etici (dal punto di vista umano) e sostenibili (dal punto di vista ambientale).
Hessnatur invece viene dalla Germania: il suo focus sono la sostenibilità ambientale e i materiali bio, ma un brand che ha così a cuore l’ambiente tiene in alta considerazione anche i diritti umani dei lavoratori (e ci mancherebbe).
Nomads Clothing arriva dalla ridente Albione e collabora con piccole industrie tessili sparpagliate in remoti villaggi indiani, dove le sarte hanno la possibilità di guadagnare un dignitoso stipendio ma anche di esportare all’estero la loro cultura: i capi sono quasi tutti ad ispirazione etnica.
Coline è un brand francese (con prezzi decisamente abbordabili, una volta tanto!) che ha un vasto assortimento di vestiti un po’ etnici, un po’ gipsy, un po’ in stile Desigual – per tutti i gusti o quasi.
Etsy è sostanzialmente l’e-Bay degli artigiani, con ampia scelta di vestiti (e oggetti) di produzione propria (e/o vintage di qualità). Se volete evitare le spese di dogana, dovrete fare lo slalom tra i venditori statunitensi per trovare i (relativamente pochi) europei, ma è pur sempre un buon modo di incoraggiare la piccolissima imprenditoria: quindi, perché no!

Cinque consigli per un guardaroba più etico, per sentirsi meno in colpa quando si va a far shopping

Non aspettavo tanti commenti e tanto interesse per il mio ultimo pezzo incentrato sulla moda etica!
Yey! Bello sapere che il tema vi sta a cuore!

Quello che invece certamente immaginavo, dopo aver pigiato il tasto “Pubblica”, è che sarei stata sommersa di giuste domande tipo: ok, bellissimo… ma concretamente dove compri i tuoi vestiti?
Premesso che io sono una “convertita” molto recente, e peraltro di moralità non integerrima (leggasi: il mio guardaroba è ben lungi dal potersi dire 100% etico), ecco le strategie che sto adottando ultimamente, quando voglio fare shopping… sentendomi a posto con la coscienza. 

1) Puntare dritto all’obiettivo, e comprare nella filiera del commercio equo e solidale

Sia messo agli atti che io amo, amo, amo la linea di moda etica Auteurs du Monde, creata da Marina Spadafora per Altromercato, la più grande organizzazione italiana nel campo del commercio equo e solidale.
Amo amo amo gli abiti di Auteurs du Monde, non solo perché sono obiettivamente molto bellini ma anche perché è facile trovarli in un negozio fisico: sono in vendita in tutte le botteghe Altromercato, presenti in numerosissime città d’Italia. Per chi vuole farsi un’idea di cos’è Auteurs du Monde, qui trovate il catalogo online… e anche un mezzo e-shop. “Mezzo” perché non tutti i capi di abbigliamento sono in vendita tramite Internet , ahinoi (però, potete sbizzarrirvi facendo shopping di accessori e bijoux).
Come tutte le case di moda, Auteurs du Monde ha una collezione primavera/estate ed una autunno/inverno (solo per donna), e secondo me merita davvero di esser presa in considerazione. Mal che vada, se entrate in negozio e non trovate niente che vi ispira, potete sempre salvarvi dall’imbarazzo comprando una barretta di cioccolato solidale (buonissimo!)

Altri marchi che si ispirano apertamente al commercio equo e solidale e che potrebbero forse interessarvi: i jeans Par.co, confezionati in provincia di Bergamo con cotone 100% biologico; i giubbotti e le felpe di Quagga, azienda italiana molto attenta all’etica e all’ecologia. Sia Par.co che Quagga hanno un e-shop; invece, sono e-shop Trame di Storie e Altramoda, due negozi online con vasto assortimento (di ogni prezzo) per uomo/donna/bambino. Il primo è più attento all’etica umana; il secondo calca la mano sulla questione ambientale… fatto sta che nessuno dei due alimenta lo schiavismo.

2) Comprare un po’ di meno, ma comprare nel posto giusto

Sono tra le più entusiaste fan del commercio equo e solidale, ma non è che il fair trade sia l’unica strada per trovare capi d’abbigliamento prodotti con un minimo di rispetto umano.
Possibili alternative: il Made in Italy, per cominciare con un po’ di sano campanilismo. Sappiamo fin troppo bene che, in certi casi, dietro a un’etichetta “Made in Italy” si celano lavorazioni svoltesi chissà dove e in chissà da chi… ma diciamo che con le aziende piccine, con i laboratori artigianali, con le piccole realtà locali, dovremmo andare abbastanza sul sicuro. Hopefully.
Anche le bancarelle dei mercatini, le vendite di lavori missionari che ogni tanto vengono proposte dalle parrocchie, i piccoli e-shop di sartine su Etsy dovrebbero essere garanzia di un lavoro equamente retribuito.

Se parliamo invece di brand “normali” (nel senso che hanno una politica aziendale “normale”, vengono venduti in negozi “normali”, etc), dovremmo tenere sempre sott’occhio l’elenco dei marchi che hanno aderito alla Fair Wear Foundation, impegnandosi a garantire condizioni di lavoro dignitose per tutti gli operatori coinvolti nella produzione dei capi.

N.B. Giacché la Fair Wear Foundation è un ente internazionale, non tutti i brand che vi aderiscono commerciano anche in Italia. Alcuni sì, però. Cercate (magari spulciando i siti Internet dei singoli marchi), e troverete!
N.B. numero 2. Giacché la Fair Wear Foundation è un ente internazionale, monitora le condizioni dei lavoratori di diversi Paesi, Italia inclusa. Ha un nonsocché di tragicomico leggere il report per cui gli Italiani se la passano indubbiamente meglio rispetto agli schiavi bengalesi… purtuttavia, questa faccenda del precariato sta diventando un “growing issue”.

3) Comprare il meno peggio, e/o premiare le iniziative lodevoli dei grandi brand

Possono davvero il mondo della fast fashion e del low cost conciliarsi con un sistema produttivo equo e sostenibile?
Personalmente ne dubito, anche perché se il tuo modo di catturare clienti è creare ogni anno cinquantadue micro-collezioni con prodotti venduti a prezzi stracciato… beh… qualcuno che lavora come un pazzo, a monte, non può non esserci.
Però, nel corso degli ultimi anni, alcuni dei grandi marchi hanno cominciato a interessarsi al tema. Che sia una reale convinzione, una strategia di PR, un modo per ottemperare a regole più rigide entrate in vigore in certi Stati europei, poco importa. O meglio: importa sì; ma forse, nell’immediato, è ancor più importante incoraggiare queste iniziative, se non altro per dimostrare ai big che c’è una fascia di mercato a cui davvero stanno a cuore queste problematiche.

H&M è ancora molto lontana dal garantire ai suoi operatori condizioni di lavoro umane e ben retribuite, ma forse proprio per questo la sua linea “Conscious” andrebbe sostenuta anche con i nostri acquisti.
GAP (con i suoi sottomarchi Old Navy, Piperline, Athleta e Banana Republic) è stata insignita nel 2015 del titolo di “World’s Most Ethical Company”. Anche in questo caso: siamo lontani da una produzione etica al 100%, ma sicuramente l’azienda meno peggio di altre.
Nel Regno Unito, poco prima di diventare primo ministro, Theresa May aveva fatto diventare legge un Modern Slavery Act che, tra le altre cose, costringe le compagnie a rendere pubbliche le loro politiche aziendali riguardo l’esternalizzazione dei processi produttivi. Implicitamente, la legge incoraggia le imprese a stabilire codici di condotta sulla tutela dei lavoratori da far sottoscrivere a tutti i sub-fornitori coinvolti nel processo. E, se non altro, questo ha portato a una maggiore trasparenza sulla filiera di produzione dei grandi marchi britannici.
Se avete in progetto una vacanza in Inghilterra (o se potete ammortizzare le spese di spedizione facendo un mega-ordine), potrebbe interessarvi sapere che Marks & Spencer ha preso posizioni apprezzabilmente rigide, su questi punti.
Ancor meglio ha fatto ASOS, che, oltre a rendere più trasparenti le sue politiche aziendali in generale, ha lanciato una linea di abbigliamento equo e solidale Made in Kenya.
Buone notizie per le amanti degli accessori (e per le mamme che abbisognano di vestiti da cerimonia per i loro bimbi): anche l’inglese Accessorize (con annessa linea abiti Monsoon) ha preso una posizione piuttosto forte in questo senso.
Last but not least: J. Crew, non esattamente a buon mercato (e disponibile in Italia solo su Zalando, a quanto so io). Anche in questo caso: siamo ancora molto lontani da una filiera etica al 100%, ma anche questa ditta è da apprezzare per l’impegno che ci mette.

4) Non sottovalutare i mercatini dell’usato!

Effettivamente, io posseggo una blusa di J. Crew. Non l’ho comprata su Zalando né men che meno in un negozio fisico: l’ho pagata la bellezza di 2 euro a un mercatino dell’usato.

Qui in Italia c’è un certo pregiudizio (non esito a chiamarlo tale) sul mercato dei vestiti di seconda mano. E parlo di “pregiudizio” perché non è mica tanto normale che noi Italiani siamo lì con la puzza sotto al naso a brontolare “noooo, gli scarti degli altri nooo!”, mentre in Inghilterra (per dirne una) i charity shop sono presi d’assalto da signore di ogni ceto sociale, ivi compresa Kate Middleton la futura regina consorte.
Non voglio fare la morale a nessuno, ma penso che noi Italiani dovremmo davvero abbandonare questa spocchia nostrana secondo cui i vestiti di seconda mano sono solo una roba per accattoni. Peraltro, io vedo il second hand come una scelta etica, perché
1) ti permette di comprare abiti “sostenibili” che, a prezzo pieno, potrebbero essere al di fuori della tua portata;
2) indipendentemente dal brand che stai acquistando, ti permette comunque di dare nuova vita ad abiti che, diversamente, sarebbero destinati al macero (aumentando il problema ambientale, rendendo ancor più inutile il lavoro dei poveri sarti bengalesi sottopagati, e alimentando ulteriormente il mercato malato della moda usa-e-getta). Insomma: una scelta di acquisto alternativa, per salvare il salvabile di un sistema malato che considera “scarti” dei capi di abbigliamento ancora perfettamente utilizzabili.

Vi fa schifo mettervi a frugare nei cumuli di “abiti usati 5 euro al pezzo” che si trovano pressoché in ogni mercato? A me no, ma posso capire, e allora vi consiglio qualche realtà che offre un primo impatto un po’ più chic.
Humana (quella dei contenitori gialli lungo la strada che raccolgono abbigliamento usato) seleziona i capi migliori per rifornire negozi a tutti gli effetti, che si dividono in “Humana Second Hand” (per tutti i gusti e per tutte le tasche) e “Humana Vintage” (con capi più raffinati, anni ’60 – ’80). Io ho visitato il negozio “Humana Vintage” di Roma, e posso assicurarvi che i capi messi in vendita erano in condizioni perfette, e proposti in un ambiente più che accattivante.
Mani Tese è una ONG  con iniziative a favore del Sud del Mondo che da sempre si sostiene con mercatini dell’usato, organizzati dalle varie sede locali che trovate sul suo sito Internet. Le comunità Emmaus dell’Abbé Pierre possono piacere o non piacere, ma anche loro propongono mercatini solidali in cui possono trovare meraviglie.
La lista è necessariamente incompleta, perché sicuramente anche nella vostra città ci sono mercatini benefici con prodotti di seconda mano gestiti da realtà locali che io non conosco. Vi dico solo di darci una chance e di non arrendervi al primo eventuale insuccesso, perché anche a me è capitato talvolta di imbattermi in roba zozza infeltrita e lisa… così come mi è capitato di fare ottimi acquisti, che ho poi sfoggiato in ogni contesto.

Sul versante delle vendite online, so che esistono diversi siti dedicati alla vendita (o allo scambio) di vestiti usati, ma non ne ho mai provato nessuno. Una menzione speciale però la riservo a l’Armadio Verde, che permette di acquistare/scambiare vestiti per bambini (fino ai 16 anni) a costo decisamente ridotto. Per qualche misteriosa ragione, Zuckemberg ha deciso che è una buona idea impestarmi la home di Facebook con continui banner pubblicitari di questo sito. Chiamiamolo, se volete, un segno del destino: è stato così che ho scoperto questo e-shop, assieme alle recensioni di centinaia di genitori entusiasti che ne decantano le lodi. Passaparola a tutti gli interessati.

5) Mai cestinare un vestito a cuor leggero

Sembra una banalità, ma quante di noi buttano via una maglietta non appena si slabbra, invece di tentare di recuperarla in qualche modo?
Se la maglietta l’hai pagata 5 euro, posso capire l’impulso di cestinarla e tanti saluti; però, dovremmo davvero recuperare la parsimonia delle nostre nonne, che rammendavano, rappezzavano, riutilizzavano, riadattavano…
Un vestito il cui corpetto ha cominciato a starti stretto, può facilmente essere trasformato in gonna. Un paio di pantaloni strappati sulle ginocchia dopo una caduta possono diventare un paio di deliziosi shorts estivi. Una T-Shirt rovinata può essere riciclata come canottiera, d’inverno, sotto i vestiti. Una blusa che non ti calza più a pennello dopo che hai preso quei due chili in più, si può allargare con due spacchetti laterali in maniera tale che non ti segni i fianchi.
Per chi non è in grado di fare da solo questi lavoretti, segnalo che i sarti costano molto meno di quanto comunemente si creda, e per piccole riparazioni di questo tipo chiedono una manciata di euro e poco più. Se non conoscete direttamente un sarto, provate a chiedere recapiti in merceria o in tintoria: in genere, hanno collaboratori di fiducia da cui indirizzarvi.

Se poi avete un po’ più di manualità (e/o sognate di averla), potete sempre prendere in mano ago e filo (…e, possibilmente, una macchina da cucire che sia decente) e darvi alla produzione propria. Per chi vuole imparare a cucire (o a lavorare a maglia, o all’uncinetto…) esistono un sacco di supporti in ogni edicola. Io segnalo, per i neofiti, un bel libretto intitolato La gonna che visse due volte: in questo caso, lo scopo è rinnovare il guardaroba dando nuova verve a quella maglietta messa e rimessa che ormai sta cominciando a stufarci… ma che non merita certo di essere buttata solo per questa ragione! Insomma: piccoli lavoretti per modifiche di poco conto, ma stimolanti. Un ottimo modo per cominciare a familiarizzare con ago e filo!

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Che dite: qualcuna di queste dritte vi ispira? Se sì, non mancate di farmi conoscere gli esiti del vostro prossimo shopping!
E, soprattutto, non mancate di farmi conoscere altri siti, altri marchi, altre soluzioni a cui non ho pensato. Come vedete, non è sempre facile costituire un guardaroba a prova di… dottrina sociale della Chiesa – però, non è neanche così difficile come può sembrare!