La modestia nel vestire? Conta – e quanto conta!

Tra le tante cose che non sono, non sono nemmeno una psicologa.
Però so leggere. E ho trovato veramente interessante la lettura di L’abito non mente, un agile saggio che la dottoressa Gaia Vicenzi ha dedicato a Il ruolo dell’abbigliamento nel definire chi siamo, cosa facciamo e come pensiamo.

Un libro interessante per davvero, fra parentesi. L’autrice è una psicoterapeuta, ma il suo saggio (pur rigoroso e documentatissimo) è assolutamente alla portata di tutti. Se vi piace il genere, la definirei una buona lettura estiva: impegnata, ma non troppo impegnativa.
Ambeh: nell’ambito della sua professione, la dottoressa Vicenzi ha dedicato particolare attenzione all’abbigliamento come strumento di lavoro psicologico. Il che, di per sé, non è niente di così strano: scopro ad esempio che la fashion therapy può essere di grande aiuto alle donne che vedono il loro corpo cambiare a seguito di cure oncologiche. I pazienti affetti da demenza sembrano trarre beneficio dal continuare a indossare abiti curati – e, del resto, chi di noi non sceglie con attenzione l’abito “giusto”, nel tentativo di controllare l’ansia causata da eventi stressanti (primo giorno di lavoro; andare a conoscere i futuri suoceri, etc.)?

Insomma: un libro ricco di spunti, che consiglio a tutti coloro i quali si interessano di moda – e soprattutto a coloro i quali si interessano di modest fashion. Il libro della Vicenzi, di per sé, non parla di modestia nel vestire (parla di abbigliamento in generale), ma offre spunti di riflessione che potrebbero essere davvero interessanti in un discorso dedicato al pudore.

Ad esempio?

1) C’è poco da farci: l’abbigliamento influenza l’idea che gli sconosciuti si fanno di noi

Chiamatelo “pregiudizio”, se volete, ma possibilmente senza dare al termine una accezione negativa. È normale, succede ogni giorno, sarebbe allarmante se non succedesse: di fronte a un individuo che non conosciamo e che vediamo per la prima volta, ognuno di noi formula, in meno di mezzo secondo, valutazioni anche molto complesse (Olovola e Todorov, 2010). L’aspetto fisico, la postura, il tipo di abito indossato e il modo in cui l’abito si adatta al corpo sono gli elementi che, più di tutti, ci permettono di formulare un primo giudizio sulla persona (Gurney et al., 2016), permettendoci ad esempio di immaginarne la personalità e il suo “ruolo” nel mondo (clochard? Manager in carriera? Neomamma stressata? Studentessa universitaria?).

Può piacere o non piacere, ma è un dato di fatto – assodato il quale, diventa chiara la necessità di prendere consapevolezza del messaggio che i nostri abiti mandano al resto del mondo.

Nel 1991, Behling e Williams hanno condotto un esperimento sociale tra gli studenti di una scuola. I ragazzi (maschi e femmine) sono stati divisi in due gruppi: al primo gruppo è stato chiesto di indossare un paio di jeans corti e una maglietta; al secondo gruppo è stato chiesto un look un po’ più formale. Ogni studente è stato fotografato, dopodiché la fotografia è stata mostrata a un gruppo di insegnanti e agli altri ragazzi che partecipavano all’esperimento.
Non solo gli insegnanti, ma addirittura i coetanei!, tendevano a giudicare più intelligenti e con miglior rendimento scolastico i ragazzi che indossavano il look più serio.

Nel 2005, un esperimento simile (Glick et al.) ha visto protagoniste delle donne in carriera con posizioni manageriali: anche in questo caso, le professioniste sono state fotografate e gli scatti sono stati mostrati a un campione eterogeneo di volontari, con la richiesta di valutare la professionalità delle lavoratrici. Le donne che indossavano un abito provocante tendevano ad essere ritenute meno competenti rispetto alle colleghe che indossavano abiti più coprenti (non necessariamente più formali). Un pre-giudizio che ritroviamo anche nel lavoro di Griffiths (2009): l’esperimento, in questo caso, riguardava le musiciste – rivelando che le violiniste che si esibiscono indossando un abito elegante da concerto tendono ad essere ritenute “più brave” (cioè: più abili e più tecnicamente preparate) rispetto alle violiniste che salgono sul palco indossando un abito da nightclub.

E non è un problema esclusivamente femminile! Bell (1991) e Howlett et al. (2013) hanno dimostrato che un uomo che indossa un completo formale tende ad essere ritenuto intelligente, sicuro di sé e capace di ottenere uno stipendio alto – tutte caratteristiche che non gli vengono attribuite se quello stesso uomo si spoglia dei suoi abiti da ufficio mostrandosi in un completo casual da tutti i giorni.

A proposito di maschi e femmine, pare sia noto agli studiosi un grosso problema di fondo.
Un abito sexy, va da sé, NON può in alcun modo giustificare la molestia, ma molti esperimenti (es. Lennon et al., 1999; Grafh, 2012) evidenziano un marcato stacco tra il messaggio che le donne credono di mandare con un certo look (es. “io sono una donna moderna, al passo con i trend della moda”) e il messaggio che gli uomini effettivamente ricevono (es. “quella dev’essere una donna audace, alla ricerca di avventure”).  

Mi spiace, ma è così che stanno le cose.
Quando scegliamo i nostri vestiti, stiamo ben attente (anzi, attenti: maschi inclusi) a non trasmettere messaggi che non vorremmo dare.

2) È scientificamente mostrato che i nostri abiti influenzano il comportamento che gli altri hanno verso di noi

Non si tratta solo di pre-giudizi che rimangono lì, a livello di pensiero, nella testa degli sconosciuti. La psicologia dimostra che, in molti casi, il pensiero si concretizza in opere (o omissioni) vere e proprie.

Un esempio innocente? Nel 1977, Nash ha dimostrato che i runner vestiti in modo simile tendono a interagire tra di loro più di quanto non interagiscano con i runner che indossano abiti diversi.
Un altro esempio? Chaiken et al., nel 1974, hanno notato che, durante una raccolta firme (per petizioni, referendum etc.) i volontari tendono a ricevere un maggior numero di adesioni da parte dei passanti che vestono secondo il loro stesso stile.
Nel 2007, Johnson e colleghi hanno condotto una analisi sulla (sterminata) letteratura scientifica dedicata all’influenza che l’abbigliamento di un individuo esercita su coloro i quali lo circondano. Passando in rassegna tutta la letteratura sul tema, Johnson ha notato che l’abbigliamento modifica in maniera significativa il comportamento altrui nell’85,3% dei casi, influenzando sentimenti come: onestà, istinto di aiuto, disponibilità all’ascolto.
Ma non solo: vengono influenzati dagli abiti anche il comportamento dei pazienti di fronte a un medico; l’erogazione di un servizio di assistenza ai clienti più o meno curato; la tendenza, da parte di estranei, a “invadere il territorio” già occupato da uno o più individui.

A mio giudizio, questi dati dovrebbero costituire un enorme campanello di allarme per tutti i giovani (e i giovani credenti) che stanno cercando una relazione.
Non lasciamoci ingannare dalla frottola per cui bisogna essere seducenti per trovare un partner (e che bisogna essere sessualmente provocanti per affascinare). Ovviamente, un abito provocante non può e non deve giustificare mancanze di rispetto – epperò, è probabile che un abito provocante porti alcuni bravi ragazzi a giudicare negativamente la signorina che hanno di fronte (“oh no, ma che è questa bagascia? Non è certamente il tipo di donna che mi interessa”).  

Che ci piaccia o no: ecco un’altra cosa da sapere. Soprattutto se siamo alla ricerca di un partner, vestiamoci in un modo che possa ben disporre quel tipo di persona che speriamo di attirare. Sennò finiremo col passare messaggi sbagliati e attrarre persone diverse da quelle che stiamo cercando.

3) Incredibile ma vero, i vestiti che indossiamo influenzano anche il nostro comportamento

I primi esperimenti di psicologia sociale che hanno messo in luce questo aspetto sono stati condotti nel 1969 dal professor Zimbardo e poi replicati nel 1979 da Johson e Downing.
E tenetevi forte perché sono ‘na roba inquietantissima, davvero ai livelli di manipolazione mentale: ai volontari che avevano accettato di sottoporsi all’esperimento era stato chiesto di somministrare scariche elettriche di intensità crescente a un povero malcapitato, qualora lui avesse commesso degli errori nello svolgimento di un compito prestabilito. Il malcapitato era, in realtà, un attore complice dello sperimentatore, che a un certo punto avrebbe dovuto cominciare a lamentarsi per il dolore, millantando addirittura problemi cardiaci.

I soggetti incaricati di somministrare le scosse erano stati divisi in due gruppi. Nell’esperimento del 1969, i due gruppi si dividevano tra gente vestita normale e gente a cui era stata fatta indossare una lunga cappa nera simile a quella dei bad guy dei film. Nell’esperimento del 1979, i due gruppi erano composti da gente vestita normale e gente a cui era stato fatto indossare un camice da infermiere.
Ci credereste? Rispetto ai soggetti vestiti normalmente, i soggetti con la cappa da bad guy risultarono più propensi a infliggere scariche elettriche, persino quando il finto torturato iniziava a chiedere pietà. Rispetto ai soggetti vestiti normalmente, i soggetti con il camice da infermiere mostrarono un disagio maggiore nel compiere la stessa operazione.

Questo esperimento è inquietantissimo, ma non è l’unico a giungere a conclusioni simili. Per esempio, Fredrickson et al. (1998) hanno scoperto che le donne che indossano un bikini tendono a mangiare di meno rispetto alle donne che indossano un copricostume ampio. Ma non solo! Dolorosamente, tendono addirittura a commettere più errori se viene chiesto loro di risolvere un esercizio di matematica.

Curiosissimo, a mio giudizio, l’esperimento condotto nel 2009 da Lohmus. A venticinque ragazze è stato chiesto di indossare, in rapida successione, tre outfit radicalmente diversi: un abito da sera elegante e sexy; un completo casual da tutti i giorni; un tutone dimesso e un po’ trasandato. A ogni cambio look, le ragazze sono state fotografate, con la raccomandazione di adottare sempre la stessa posa e di mantenere un’espressione neutra.
Dopodiché, Lohmus ha ritagliato le fotografie per isolare solamente i volti delle ragazze e ha mostrato il set di tre scatti a un campione di uomini, chiedendo loro di indovinare in quale scatto la ragazza indossasse cosa.

Incredibile ma vero, la maggior parte degli uomini fu in grado di accoppiare correttamente le tre fotografie, intuendo che – in questo caso – la ragazza indossava un abito sexy nel primo scatto, un completo casual nel secondo, un abito dimesso nel terzo.
Per la cronaca, anche io mi sono divertita a proporre lo stesso esperimento sui miei canali Facebook e Instagram, nei giorni scorsi, e posso confermare che anche in questo caso le accoppiate sono state indovinate a grande maggioranza (addirittura da bambine di otto anni!!!)

Secondo Lohmous, ciò dimostra che le donne fotografate avevano (involontariamente, inconsapevolmente) modificato la loro postura e la loro mimica facciale per rispecchiare il tipo di abito che indossavano in quel momento (o meglio: le emozioni che trasmetteva loro l’abito che avevano indosso). Sicché, ad esempio, indossare un abito trasandato le portava inconsapevolmente ad avere un’espressione più dimessa, mentre l’abito da sexy le spingeva a sorridere in modo seducente.

Chiaramente non saranno una minigonna e un toppino in latex a trasformare in femme fatale una timida fanciulla – ma potrebbe essere un vestito romantico a fiorellini (o qualsiasi cosa suggerisca il suo personale gusto, evidentemente) a ricordare a una giovane qual è il modello di donna cui vuole tendere.

***

Sì: L’abito non mente è un libro che ho trovato sommamente interessante.
Di per sé – ripeto – non sfiora neanche di lontano il tema della modest fashion. Eppure, a suo modo, mi ha aiutata a elaborare un concetto che vagava nella mia testa già da molto tempo. E cioè che la modest fashion – per come la vedo io – non è solamente una questione di centimetri di pelle scoperta e di tentazione sessuale.

Non è solo questo: è molto di più. Per me, è anche e soprattutto una questione di rappresentazione. Cristianamente, potremmo dire: “di testimonianza”.
Un abito “modesto” e selezionato con cura ci mostra al mondo per ciò che siamo e ricorda a noi per primi ciò che aspiriamo ad essere.

Che non è mica poco, per un vestito!

111 risposte a "La modestia nel vestire? Conta – e quanto conta!"

  1. klaudjia

    Io nell’abbigliamento includerei trucco/parrucco, accessori e tatuaggi. Una minigonna (non eccessiva) può sembrare anche modesta a seconda dell’età e del fisico della ragazza. Se però nello stesso outfit aggiungiamo tatuaggi, capelli azzurri/rosa, brillocchi e trucco pesante cambia tutto l’impatto.

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    1. Lucia

      Assolutamente sì.
      E dirò di più: ci sono alcuni tipi di trucco che riescono a far sembrare volgare anche una donna che, di per sé, indossa abiti normalissimi e “modesti”.

      (A “infastidirmi”, personalmente, è soprattutto il trucco, ci sono alcuni tipi di trucco che mi sembrano proprio volgari senza se e senza ma. Capelli strani, tatuaggi e accessori vari: anche, sicuramente. Ma ci sono alcuni trucchi che proprio non reggo 🤣🤣)

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  2. blogdibarbara

    Io porto il bikini, mangio a volontà e sono sempre stata un asso in atematica (HAHA!)
    Le tre foto le ho indovinate anch’io.
    Totalmente d’accordo sul resto (e sperimentato di persona)
    Volevo scaricare il libro, ma c’è solo cartaceo.

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    1. Lucia

      Eh sì, fra l’altro l’editore dev’essere molto piccino, non l’avevo mai sentito nominare.

      La cosa del bikini ha incuriosito molto anche su Instagram: passi la tendenza a mangiare di meno, di cui tutti possiamo comprendere il meccanismo; ma che il bikini abbia influenza sulle capacità cognitive/di concentrazione di una donna è abbastanza stupefacente (e sconfortante).
      Chissà come mai succede. L’ipotesi che va per la maggiore (tra i miei lettori eh, non tra gli psicologi) è che le donne, essendo molto consapevoli dell’essere poco vestite, dedichino almeno parte della loro attenzione alla necessità di controllare di non star facendo vedere niente di sconveniente, col risultato di concentrarsi di meno rispetto alle donne che hanno un vestito normale.
      Però boh?

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      1. blogdibarbara

        No, non mi torna: se non sono intenzionata, o almeno disposta, a lasciare che qualcosa rischi di scappare fuori, non mi metto un microbikini, semplicemente. Se l’ho comprato perché in cabina di prova sembrava una cosa ma appena in spiaggia comincio a muovermi la situazione cambia, il problema lo avrò quel giorno, e poi ovviamente non lo metto più e pazienza per i soldi buttati via. Ma poi, scusa, c’è gente che gira per le spiagge a proporre problemi di matematica alle donne in bikini e a quelle in costume intero per veder la differenza? E come fanno a sapere se una è un genio della matematica dalla nascita o una di quelle persone negate che per fare 2+2 devono prendere la calcolatrice? E se in bikini non ti so fare all’istante il quadrato di 25, poi appena mi alzo dal lettino e infilo il vestito ti sparo 625 in 4/100 di secondo? Dai, su!

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          1. blogdibarbara

            So come funziona il doppio cieco coi farmaci, ma non ho idea di come sarebbe impostato con un test di matematica in bikini. E poi come fai a sapere se ho il bikini lavorando in cieco?

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        1. Lucia

          No vabbeh, mica sono andati a somministrare test di matematica alle bagnanti in spiaggia così a caso 🤣🤣

          Ho cercato su Internet il paper dell’esperimento, non posso linkarlo adesso perché sono da cellulare.

          Le partecipanti erano studentesse dell’Università del Michigan che ricevevano crediti formativi per la loro partecipazione all’esperimento. I test si sono svolti in un locale dell’università, non in spiaggia, e (nel caso specifico del test di matematica) hanno comportato la somministrazione di alcuni esercizi di matematica presi da un libro di esercizi per il test di ingresso al corso di laurea di livello superiore.
          La performance delle varie partecipanti nel risolvere gli esercizi di matematica è stata confrontata con la performance che le partecipanti stesse dichiaravano di aver avuto, in media, nello svolgere precedentemente (e per i fatti loro) esercizi matematici dello stesso tipo.

          Quindi non è che fossero andati proprio all’arrembaggio facendo fare problemi di algebra alle signore sedute in spiaggia 🤣

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          1. blogdibarbara

            E poi hanno chiesto loro se in spiaggia indossavano il bikini o il costume intero? E hanno per caso anche verificato se usavano la mutanda normale o il tanga col filo interdentale? E hanno fatto il confronto con quelle che preferivano il topless? E quelle che frequentavano le spiagge per nudisti? E con gli uomini, come siamo messi? Hanno messo a confronto quelli con lo slippino striminzito appiccicato e quelli con la braghetta a mezza coscia? Uhm…
            Ma poi, se erano all’università immagino che non saranno state in costume. E anche quando avevano fatto gli altri esercizi usati per il confronto, all’università, saranno state vestite normali. E allora come viene fuori la storia del bikini? E poi perché le performance precedenti le hanno dovute dichiarre le studentesse? Non potevano verificarlo gli esaminatori? E hanno poi controllato se le dichiarazioni delle studentesse erano rispondenti al vero o mendaci? Lo vedi, non c’è niente che torna!

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          2. Lucia

            No no, aspetta: l’esperimento consisteva proprio nel far risolvere esercizi matematici, all’interno dell’università, a ragazze in bikini.
            Le volontarie erano state divise in due gruppi: al primo gruppo era stato fatto indossare un abito normale, al secondo era stato fatto indossare un bikini. Poi le ragazze sono state sottoposte a una serie di prove, tra cui appunto gli esercizi matematici, e sono state omaggiate con un buffet finale (che in realtà era ancora parte dell’esperimento – donde la considerazione che quelle in bikini tendevano a mangiare di meno).

            Il punto non era valutare la bravura matematica delle ragazze che indossano il bikini nel tempo libero. Il punto era valutare se l’outfit che si indossa in un dato momento può influenzare le capacità cognitive e di concentrazione. Le ragazze a cui era stato fatto indossare un abito normale hanno avuto una performance molto migliore.
            (Ho scoperto ieri leggendo il paper – il libro della Vicenzi non lo diceva – che in effetti anche un gruppo di maschi fu sottoposto allo stesso esperimento. Anche in quel caso ci fu un certa differenza tra la performance di quelli in costume e la performance di quelli vestiti normali, ma con uno stacco meno marcato rispetto a quello registrato tra le donne).

            Sul perché le performance “pre-esperimento” siano state solo dichiarate dalle volontarie, e non verificate a loro volta: in effetti, me lo sono chiesta anch’io. Credo che non fosse quello il punto della questione; nel senso: lo scopo dell’esperimento non era valutare le differenze tra prima/dopo.
            Questa è una supposizione mia, ma credo che “l’autodichiarazione” dei punteggi-medi ottenuti in test analoghi sia servita agli sperimentatori solo per assicurarsi di suddividere omogeneamente le ragazze tra i due gruppi, invece di collocare accidentalmente in un unico gruppo le migliori della classe.

            Il paper si può scaricare qui: That swimsuit becomes you: sex differences in self-objectification, restrained eating, and math performance 🙂

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          3. Murasaki Shikibu

            Ho letto una volta che, per quel che riguardava le prove di matematica, le donne rispondevano peggio quando venivano mandati segnali “negativi” sulle loro capacità. Questi segnali negativi però possono essere anche inconsapevoli, immagino.
            L’argomento è interessante e andrebbe studiato con cura.

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          4. Lucia

            Io, fra l’altro, sarei molto curiosa di sapere se ci sono studi che evidenziano se e come le divise scolastiche abbiano effetto sulla performance e/o la “socialità” degli studenti che le indossano.

            A me piacciono molto le divise scolastiche (specie quando lo studente ha una piccola rosa di opzioni tra cui scegliere. Conosco una scuola in cui è permesso “comporre” di giorno in giorno la propria divisa scegliendo se indossare gonna o pantaloni, maglioncino chiuso o cardigan aperto, etc. Tutti i capi fanno parte della divisa, ma è data facoltà agli studenti di combinarli come meglio credono: hanno un mini-guardaroba tra cui scegliere, diciamo).
            Come dicevo: personalmente, a me piacciono molto le divise. Risolvono in un colpo solo il problema delle differenze sociali e dell’abbigliamento inappropriato al contesto. Sarei curiosa di sapere se l’essere in una classe nella quale tutti vestono alla stessa maniera influenza in qualche modo le dinamiche di gruppo e magari addirittura la performance scolastica 🤔

            Del resto, da noi le divise sono un’eccezione ma in altri Paesi sono la norma, quindi chissà: magari qualche studio è stato fatto. Chissà!

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          5. Francesca

            Secondo me non hanno valutato bene un fattore: la temperatura dell’ambiente in cui si svolgeva il test. (Ne parla il paper?)
            Questo spiegherebbe anche lo scarto percentuale rispetto ai maschi – i quali notoriamente soffrono meno il freddo.
            Se c’è un qualche disagio fisico legato alla temperatura (troppo fresco/freddo o troppo caldo) gli esseri umani non riescono a concentrarsi benissimo… In questo caso, la sedia stessa che “ghiaccia” i sederi quasi-nudi appena le persone si siedono, a me sembra un dato importante.
            Per fare un esperimento “alla pari” con le ragazze vestite avrebbero dovuto alzare la temperatura nella stanza di quelle in bikini. IMHO.

            (Magari l’hanno fatto, non lo so…)

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          6. Lucia

            Uhm, no, non ne parla.
            A rigor di logica spero bene che abbiano avuto il buonsenso di non piazzare donne in bikini in una stanza gelida 🤣 però non si parla del fattore temperatura, no.

            In compenso, my fault! rileggendo il paper alla ricerca di dati sulla temperatura mi sono accorta di aver commesso un errore io, prima (lo avevo detto mezza addormentata a tarda notte 😅). E’ vero che erano stati testati anche dei maschi, ed è vero che anche i maschi avevano mostrato delle differenze (non molto marcate) tra la performance in costume da bagno e la performance coi vestiti normali. Ma in realtà in quel caso erano stati i maschi in costume da bagno ad avere risultati leggermente migliori.

            Adesso correggo anche il mio commento precedente, per chiarezza 🙂

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          7. Francesca

            Beh, stanza gelida magari no, ma hai presente durante l’inverno, anche in una stanza con buona temperatura… quando rimani 1 minuto in mutande? 😅😭 (diciamo, poco prima di entrare nel pigiama con gli orsacchiotti? 😁 ). Non è che il primo pensiero vada alla matematica, e probabilmente neanche alla filosofia (tomista 😁 )

            Oppure anche… A me veniva in mente l’aria condizionata che “vige” negli Stati Uniti durante l’estate. Secondo me non ci pensano neanche di striscio ad abbassarla per un qualsivoglia motivo…

            Adesso però hai cambiato il dato sui maschi… e il mistero s’infittisce 😶

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          8. blogdibarbara

            Ok, adesso la situazione è chiara, però a me sembra anche chiaro il motivo dei risultati peggiori: erano state messe in una situazione palesemente anomala! Cioè, stare in bikini in spiaggia è normale e, come tutte le donne in bikini, mi ci sento perfettamente a mio agio (anche nel caso in cui si verifichi la situazione della battuta di quell’attrice: “Ho le cosce flaccide. Per fortuna c’è la pancia che le copre”), stare in bikini seduta a un banco in un’aula universitaria non ha proprio niente di normale! Per fare un confronto almeno vagamente equo la prova dovrebbe essere ripetuta su una spiaggia assolata, un gruppo in bikini e uno completamente vestite. Ma quando leggo di questi “esperimenti” mi chiedo: ma quanto devono essere bacate le menti di questi sedicenti ricercatori?! E mi viene in mente, anche se in tutt’altro campo, questa cosa qui
            https://ilblogdibarbara.wordpress.com/2017/11/23/buone-notizie-ragazze/
            (dettagli, precisazioni e documentazione nei commenti).

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          9. Lucia

            Più che altro, secondo me potrebbe essere interessante ripetere l’esperimento creando più gruppi e facendo indossare alle ragazze altri abiti decisamente anomali, ma meno scoprenti.

            Che ne so: bikini; abito da sposa; costume di Carnevale; pigiama. Sarei curiosa di vedere se anche in quel caso le ragazze in bikini hanno una performance peggiore rispetto a quelle che indossano (che ne so) un costume da vichinga.

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          10. blogdibarbara

            Ok, ma perché solo la matematica? Perché non la traduzione da una lingua conosciuta, la comprensione di un testo, l’apprendimento a memoria di una pagina sconosciuta?

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          11. Lucia

            🤣
            Sì, anche io scrivendo mi sono chiesta se fosse il caso di precisare “un abito da sposa romantico e non scollacciato“, sennò si ricade sempre nel novero degli abiti sessualmente provocanti 🤣

            Per il tipo di prova da sottoporre alle volontarie: ah beh, sì, penso che potrebbe essere un qualsiasi tipo di test che ne metta alla prova le capacità cognitive e di concentrazione. Forse il test di matematica era quello più facile da valutare per gli sperimentatori, ma penso che il tipo di test sia in effetti indifferente.

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          12. blogdibarbara

            Quello che non capisco, di quel genere di abiti da sposa – e ti assicuro che quelli che ho messo non sono il peggio che mi è capitato di vedere – è il senso: se mi piace esibire il mio corpo, ci sono miliardi di occasioni per farlo, perché devo mettermi nuda proprio al mio matrimonio? Se lo scopo è di fare invidiare lo sposo che si porta a casa un tale pezzo di supergnocca, o di far crepare di invidia le invitate donne (anche se poi ho visto certe latterie – più da mucca che umane – traboccare da corpini striminziti che davvero non so a chi potrebbero fare invidia), se ho l’abitudine di vestirmi a quel modo, sicuramente non saranno mancate in passato e non mancheranno in futuro le occasioni. Boh.

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          13. Lucia

            Giuro che me lo sono chiesta più e più volte.

            A parte il fatto che abiti del genere sono fortemente inappropriati e offensivi nel caso di un matrimonio in chiesa: ma francamente, li trovo fortemente inappropriati anche nel caso di un matrimonio in comune.

            Ma che è? Ma perché? E’ una cosa seria, il matrimonio.
            Ti stai prendendo un impegno serio, per la vita, con una persona. Non dico di vestirsi in tailleur o con una tunica monacale, ma le ragioni per cui una donna debba trovare normale andare a sposarsi mezza nuda, a me proprio sfuggono.

            Così come del resto mi sfuggono le ragioni per cui una coppia dovrebbe voler buttare in caciara la giornata presentandosi con nasoni da clown, pose comiche e altre cose di tal fatta (visto davvero).

            Non è il momento, per l’amor del cielo.

            La mia ipotesi che è oggigiorno il matrimonio tenda ad essere percepito come “celebrazione dell’amore” punto e basta: sbrighiamo quella noiosa parte burocratica che non interessa a nessuno e poi festeggiamo il matrimonio per quello che è, cioè la giornata dedicata all’ammmmore.

            In quell’ottica, posso vagamente capire che una coppia decida di voler celebrare il suo ammmore in chiave sexy, scherzosa, nerd o vattelapesca. Il problema, dal mio punto di vista, è che il matrimonio è anche un atto giuridico, e uno dei più vincolanti e seri che si possano prendere nella vita. Qualsiasi vestito eccessivamente “estroso” a me stona di brutto, in quel contesto.

            Come dici tu, sicuramente ci sarebbero altre occasioni.

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  3. Dolcezze

    Ho seguito il tema sui tuoi social e non posso non condividere il concetto che “l’abito fa il monaco”, sia per noi stessi che per gli altri. Girovagando, però, sui vari profili che toccavano l’argomento, mi è parso di notare un certo atteggiamento manicheo (gonna sì, pantaloni no, manica lunga sì, giromanica no) e questo mi ha abbastanza colpito (o dovrei dire meglio infastidito). Per formazione familiare, culturale e spirituale ho sempre avuto un abbigliamento “modesto” : mai abiti provocanti, mai bikini, mai gonne corte, proprio per il rispetto di me, in primo luogo. Ma io porto i pantaloni e li porto per comodità e a volte per necessità e non mi sento per nulla immodesta o impudica nel farlo. Un vestito a giro manica non offende né Dio né i fratelli e, a meno di menti malate, non induce neanche in tentazione. Morigeratezza sì, pudicizia pure, ma esagerazione no, grazie.

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    1. Lucia

      Eh. Concordo moltissimo.

      Ovviamente non mi permetto di giudicare le scelte delle “colleghe” 😛 che parlano di modestia, tantopiù che la scelta dei propri abiti è (ovviamente) una questione di gusti, e ovviamente mi sta bene che esistano donne che sentono di non rispecchiarsi nei pantaloni e preferiscono indossare solo gonne, che sentono più “nelle loro corde”.

      Ecco, concordo sul fatto che sarebbe probabilmente utile e auspicabile mantenere questa scelta nell’alveo della “questione di gusti” senza farla sfociare in una dimensione sulle linee di “i pantaloni e i capelli corti sono peccato” 😅

      Peraltro è un fenomeno tutto italiano. Ad esempio mi è capitato rarissimamente di vedere pagine simili negli USA, dove la modest fashion è un tema molto più discusso (peraltro, da una vasta ed eterogenea massa di blogger che spaziano dal cattolicesimo al protestantesimo più conservatore, quindi con “dress code” anche molto diversi l’uno dall’altro).

      Il grosso problema italiano è che da noi si parla pochissimo di modestia, quindi c’è poca varietà nel modo in cui viene affrontato il tema.
      Fino a qualche mese fa, credo che gli unici siti che di tanto in tanto ne parlavano fossero il mio e Stile di vita di una folle donna cattolica, tutti e due su posizioni molto “moderate”, per così dire.
      Negli ultimi mesi (che bello!) sono nate tante pagine dedicate alla modestia, che credo però siano in gran parte gestite da signore provenienti dai cosiddetti ambienti “tradizionalisti” (es. Messa in forma straordinaria, etc).
      In quegli ambienti (che pure frequento a mia volta e con piacere, di tanto in tanto) è effettivamente molto diffusa tra le donne la consuetudine di tenere i capelli lunghi e di indossare solamente gonne, sicché non mi stupisce che le pagine provenienti da quell’ambiente vadano in quella stessa direzione. Però effettivamente non è il modo in cui io affronterei il tema, e posso assolutamente capire che la lettura di queste pagine suoni fortemente destabilizzante per chi è lontano da quegli ambienti.

      E lo dice una donna che frequenta con piacere la Messa in forma straordinaria indossando il suo velo muliebre, preferisce esteticamente le gonne ai pantaloni (ma ha un sacco di pantaloni nell’armadio che usa senza il minimo problema!) e solo al mare indossa abiti a giromanica (questa è più che altro una mia fissazione, ma 13 anni di scuola cattolica mi hanno fatta abituare a questo dress code, che fra l’altro è richiesto/gradito anche in molti dei posti cattolici dove lavoro adesso).

      Per dire: gira e rigira, il mio stile non è molto diverso da quello di queste signore 🤣 ma ad essere molto diversi sono i punti di partenza e, diciamo, concordo molto con i punti che tu sollevi 🙂

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    2. Lucia

      Ah: a titolo di completezza, alcune delle raccomandazioni che vengono fatte in questo tipo di ambienti (es. solo gonne e niente pantaloni; meglio i capelli lunghi di un taglio corto) sono motivate non tanto da ragioni di modestia in sé e per sé (tipo: i capelli corti sono impudichi) ma da ragioni di “femminilità” (tipo: è bene che una donna sia sempre femminile, non è bene che sfoggi mode tipicamente maschili). Capita di leggere (non sulle pagine italiane appena aperte, ma su blog esteri che pure seguo) frasi tipo: “è molto triste che, oggigiorno, una donna vista di spalle possa essere scambiata per un uomo, e questo costume offende Dio”.

      E’ una linea di pensiero che era effettivamente diffusa nel Cattolicesimo degli anni ’20 e ’30 (e anche del primo dopoguerra, ma con minore insistenza) (fra l’altro, ne avevo parlato qui), ed evidentemente continua ad affascinare in alcuni degli ambienti cosiddetti “tradizionalisti”.

      Non ho idea se sia solamente una moda che si diffonde tra le signore, o se queste linee di modestia siano effettivamente suggerite in forma ufficiale. Io frequento con piacere la Messa in forma straordinaria (celebrata da “normali” sacerdoti diocesani e, quando vivevo a Roma, dall’Istituto di Cristo Re nello specifico) ma non ho mai partecipato a ritiri, catechesi etc.
      Però anche solo dando una occhiata ai vestiti delle altre signore a Messa, la tendenza a evitare i pantaloni, ad esempio, si vede proprio.

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      1. Dolcezze

        Mia nonna, quella che nel blog chiamo la Nonna Devota, era perfettamente in linea: capelli lunghi raccolti, vesti a metà polpaccio, calze e maniche lunghe anche in estate, veletta in chiesa nonostante il concilio e litanie in latino. Ma era nata nel 1903. A casa mia (viveva con noi) c’era una grandissima cura nel vestire in modo semplice e non appariscente, i cosmetici, di fatto, erano banditi (io non mi so truccare, tanto per dire), ma persino lei era più aperta di vedute e non considerava certo “immodesto” un paio di pantaloni anzi, con la saggezza che la caratterizzava, conveniva che, in determinati contesti, erano consigliati. Comunque grazie : prima di questi post avevo rimosso che lei parlava di “vestire modesto”. Che fosse una forma di testimonianza di fede era sottinteso.

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      2. Celia

        A parte concordare con questo ed il tuo precedente commento, trovo questi esempi perfetti per svelare su cosa non ha senso insistere: capelli corti e pantaloni non sono maschili o femminili in modo predeterminato, sono e sono stati alternativamente entrambi nel corso della storia e – per dirla con un’espressione abusata ma corretta – culturalmente determinati.
        Del resto, posto che diversi fattori concorrono all’identificazione (ed è interessantissimo discuterne!), a mio avviso se una donna coi capelli corti di spalle viene scambiata per un uomo, i casi sono solo due:
        a) la tipa ha una corporatura e/o una postura, degli atteggiamenti ambigui, anche involontari;
        b) l’osservatrice è un po’ miope e tendenziosa 😉

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        1. Lucia

          🤣

          In particolar modo, questa frase l’ho sentita usare come critica alle donne che indossano tutoni informi e felpe ampie dal taglio maschile. In questo caso, sono convinta che a dispiacere sia proprio la scarsa femminilità di questi abiti (anche perché, a livello di pudore, penso concorderemo tutti nel dire che un tutone così largo da non far nemmeno vedere le forme di una signora è oggettivamente alquanto pudico).

          Che dire? E’ una mentalità che ho ritrovato spessissimo nei libri di Chiesa degli anni ’20 e ’30, per l’appunto. Fra l’altro, non ho la minima simpatia per la Chiesa degli anni ’20 e ’30, che in molti casi, spaventata dal rapidissimo cambiamento dei costumi, si è arroccata su posizioni ridicolmente rigide verso aspetti assolutamente marginali.

          Ho letto (non in Italia) omelie infuocate contro il cucinino. Il cucinino come causa della dissoluzione della famiglia moderna. Per dire.

          In generale, mi sta benissimo se ci sono donne che si sentono rappresentate da un abbigliamento vintage, che ritengono adatto a rappresentare lo stile di vita cui tendono, e per questa ragione inorridirebbero al solo pensiero di tagliare i capelli o di infilarsi un paio di jeans.
          Ecco, sì: su queste cose io non insisterei troppo, se non altro per una questione, come dire, “comunicativa” 😉

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          1. Lucia

            Perché, con i suoi spazi ridotti e le ridotte possibilità di stoccaggio cibo, induceva le donne a dedicare meno tempo alla cucina, spingendole a comprare cibi pronti e/o semilavorati, fra l’altro con conseguente dispendio economico.
            Il cucino inoltre ha senso solo in una casa in cui anche la donna lavora e dunque passa poco tempo in casa (una vera massaia non accetterebbe mai di vivere in una casa con un cucinino!!), dunque diventa segno della degenerazione dei tempi moderni e (Dio non voglia!) sprone a passare meno tempo in casa, più tempo fuori e a diventare sempre più moderna.

            🙄

            Ma mica ce l’avevano solo col cucinino, eh. Vogliamo parlare dei gravi pericoli morali costituiti dall’orologio da polso che era stato distribuito indiscriminatamente a tutti coloro che erano andati in guerra e che adesso gli ex-soldati si ostinavano a indossare anche dopo la fine del conflitto, senza più averne bisogno e adagiandosi nella mollezza di quel lusso inutile? 😆

            Ma veramente eh, si fissavano su questo tipo di cose. Da storica, dovrei dire che chiaramente avevano difficoltà a venire a patti con una società che stava cambiando rapidissimamente e ne erano spaventati (ovviamente non tutti, ma questo è ovvio).
            Però, addentrarsi in certe carte d’archivio anni ’20 è una roba da far venire il latte alle ginocchia 🙄🙈

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          2. Elisabetta

            Prossimo post: cosa la mia bisnonna negli anni ’20 trovava sconveniente…il cucinino! E altre cose bizzare.
            Oppure sempre animali antropomorfi medievali e vittoriani

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          3. Francesca

            No!
            Lista migliori siti dove comprare magliette 😁
            Pleaaaaase 😭
            Con spiegazione di taglie e vestibilità dei marchi non italiani

            E volendo, anche consigli per l’intimo: solo cotone 100% e reggiseni senza ferretto. Quali sono i migliori marchi facilmente trovabili?
            Se per caso ti occupi anche di questo, io leggo volentieri

            (Comunque lascio la precedenza alle richieste di Elisabetta)

            P.s. che ne pensate dei “sandalotti” della Birkenstock (e similari) ?
            Si possono considerare come facenti parte della filosofia modesty?
            (Ne ho un sacco, ehm…)
            Una volta ho visto una ragazza (35/40enne) vestita molto elegante, un po’ “british”, con un sabot Birkenstock ai piedi. A me sembrava un buon abbinamento… anche se finora personalmente non ho mai provato quella soluzione, preferendo piuttosto (per indossare i sandalotti) lo stile semplice di genere campagnolo/francescano… coi pantaloni larghi di lino

            (Scusate se il post non va a posizionarsi nella discussione giusta, ma era per fare la battuta con le richieste di Elisabetta)

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  4. Anonimo

    Ciao! Sono un pò in disaccordo sulla chiosa finale nel secondo punto (ma forse perchè non l’ho ben capita io), mi spiego: l’uomo è molto più “visivo” della donna che invece viene affascinata dalle parole e dal comportamento.
    Non per niente, voi vi truccate per farvi belle e noi creiamo poesie o compiamo pazze imprese per voi.
    Non c’è niente di male se una donna usa bene la “visualità” dell’uomo di cui è interessata, per spingerlo a farsi avanti e quindi sfoderi “l’artiglieria pesante” per colpirlo.
    Ovviamente una donna che la sfoderi sempre, solo per sentirsi apprezzata (non importa da chi), denuncia insicurezza di sè e poi finisce per lamentarsi che “gli uomini pensano solo ad una cosa”.
    Ma questo è un altro paio di maniche.

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    1. Lucia

      Ciao! 😀

      Nel mio caso specifico, credo che il mio allora-fidanzato (ora-marito) mi abbia vista “tirata a lucido” per la prima volta dopo circa un anno da quando ci eravamo messi assieme – e per l’unica ragione che dovevamo partecipare assieme a un evento elegante, in occasione del quale mi sarei comunque acconciata con particolare cura. Per il resto, nelle prime fasi della nostra relazione sono sempre stata molto attenta a presentarmi volutamente con un look “da tutti i giorni” (quello che userei normalmente per andare al lavoro, tipo: curato il giusto, ma niente “artiglieria pesante”).
      A onor del vero, lo facevo principalmente perché non volevo correre il rischio di abituarlo troppo bene 🤣 (cioè, di abituarlo a standard irrealistici che non ho la minima intenzione di mantenere nella vita quotidiana), ma credo che questa sia essenzialmente una questione di carattere e di dinamiche di coppia.

      Ma, al di là del mio caso specifico, forse in effetti non mi sono spiegata bene.
      Nel senso.
      Che una donna si prepari con particolare cura per l’appuntamento galante col tizio che le piace, mi sta benissimo. Quello che volevo dire che è che ci sono molti modi per prepararsi con particolare cura: si può essere molto curate e molto affascinati anche senza essere sessualmente provocanti.
      Se io dovessi “sfoderare l’artiglieria pesante” per un primo appuntamento, credo che indosserei un vestito lungo e accollato che mi dona particolarmente, una bella messa in piega dei capelli, un trucco curato ma molto naturale e magari qualche accessorio scelto con cura. Modestamente 😅 sono convinta che potrei essere molto bella e, al tempo stesso, per nulla provocante da un punto di vista sessuale.
      E del resto sono convinta che non sia per forza necessario sfoderare uno stacco di coscia per affascinare un uomo. Le donne hanno sempre sfruttato la “visualità” dell’uomo per affascinarlo, ma l’hanno sempre fatto in molti modi, anche più complessi del banale “mostro la scollatura”.

      Fra l’altro, ho appena interpellato mio marito il quale mi ha confermato che, effettivamente, gli avrei fatto una pessima impressione se io gli avessi messo in mostra tutta la mercanzia al primo appuntamento. Nell’immediato, magari avrebbe anche gradito 🤣 ma si sarebbe anche fatto qualche domanda sulla mia serietà e sul mio senso del pudore. Ergo, probabilmente non mi avrebbe richiamata, e/o sarebbe stato comunque un partire col piede sbagliato.

      Evidentemente non tutti ragionano come lui, ed evidentemente non tutte le donne che si mettono in mostra al primo appuntamento sono delle persone poco serie. Ma se io mi fossi presentata scollacciata al mio primo appuntamento solo perché “bisogna fare così”, sarebbe stata una pessima, pessima idea 😨

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      1. contedduca1983

        Nel primo commento mi sono dimenticato di accedere risulto anonimo. Stavolta mi rivelo.

        Hmmm..forse stavolta è toccato a me spiegarmi male.
        Tu hai parlato di primo appuntamento, non so come vi siate conosciuti, ma il primo appuntamento è già un passo avanti rispetto alla scenetta a cui io alludevo. 🙂
        Pensavo più a quella situazione in cui lui ti piace, ma non ti nota, perchè magari tu sei una di quelle convinte di dover trovare l’uomo che “non pensa solo a una cosa”, e quindi ti vesti sformata perchè “deve notare la mia intelligenza”.
        Oppure in cui vi conoscete, a te piace e vuoi trovare un modo per “spingerlo” a farsi avanti.
        Ecco, il fatto che voi foste già al primo appuntamento, vuol dire che quello step di seduzione (inteso come “conduzione a sè”) era già bello e superato.

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        1. Lucia

          Oh mamma, ancora peggio 🤣
          Lo scenario che descrivi non l’avevo proprio preso in considerazione, perché, ehm, effettivamente non mi sembra di grande efficacia. Nel senso che… vestire provocante nella speranza di attirare l’attenzione di uno che magari manco ti si fila (e che magari conosci poco)… meh.
          Mi sembra davvero un comportamento a rischio, che comporta appunto il duplice rischio di mandare messaggi sbagliati alla persona a cui miri, se è un ragazzo minimamente serio, e anche alle persone a cui non miri affatto, che però potrebbero fraintendere.
          Insomma, io non lo farei e non lo consiglierei ad una amica.

          Fra l’altro, se mi venisse in mente di “sfoderare l’artiglieria pesante” per attirare un collega (immagino che molte delle conoscenze in età adulta nascano in ufficio, se non altro per statistica), minimo minimo verrei guardata storta dal mio datore di lavoro 🤣 Non tutti i posti di lavoro hanno un dress code rigido come quelli in cui lavoro io, ok, ma vedo anche un problema pratico: dov’è che vai in giro vestita provocante, se speri di attirare uno col quale non sei nemmeno ancora arrivata al livello di “andiamo a prenderci un caffè”?
          Non so, non mi convince proprio 🤣
          Se volessi sedurre un collega / compagno di studi, punterei forse sull’estetica con un look più curato del solito, sì… ma nel senso che dicevo prima: vestiti che mi donino e un trucco che mi illumini. Abiti provocanti, meh: francamente, a me non sembra proprio una buona idea.

          Nel caso specifico, io e mio marito ci siamo conosciuti in modo particolare perché eravamo entrambi due blogger cattolici, quindi ci leggevamo e commentavamo già da anni prima che lui si trasferisse per lavoro vicino a casa mia e ci venisse spontaneo vederci per un caffè (per pura e semplice amicizia). Poi, da lì, la frequentazione si è pian piano evoluta.
          Diciamo che, se avessi voluto fare colpo su di lui, probabilmente sarebbe stato comodo puntare sull’aspetto fisico visto che effettivamente non mi aveva mai vista in faccia. Ma effettivamente il nostro è stato un po’ atipico, come modo per conoscersi 🙂

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          1. Celia

            Credo che Contedduca immaginasse più una ragazza genericamente attraente, che provocante e con mezza zinna di fuori 😉
            Ma magari sbaglio eh!

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        2. sircliges

          Ciao conteduca, sono l’allora-fidanzato-tuttora-marito di Lucia, dal momento che sono stato direttamente chiamato in causa, intervengo portando il mio punto di vista maschile.
          Secondo me, uno deve porsi preliminarmente il problema di cosa voglia ottenere con questo benedetto appuntamento. Se il fine è quello della semplice compagnia per vedersi, senza secondi pensieri del tipo “magari è quella giusta” (che viene qualche gradino prima del “devo provarci devo provarci devo provarci!!!”), oppure se i secondi pensieri ci sono. Posto che in linea di principio questi secondi pensieri sarebbero più adatti al SECONDO appuntamento (appunto), ma se uno è in fase di ricerca ansiosa, la verità è questi secondi pensieri a volte vengono prima dei primi…
          Detto questo, se l’appuntamento (primo o secondo) è quello del tipo “magari è quella giusta”, allora nel mio caso una donna che mette “troppo” in mostra (non stiamo a contare i centimetri, ma penso che chiunque abbia un testa una nozione intuitiva di cosa è “troppo”) sarebbe stata assolutamente controproducente, perché avrei perso immediatamente interesse.
          Semplicemente, non ero interessato a considerare “quella giusta” una donna disposta a svelare troppo di sé al mondo.
          N.B. questo è un discorso che potrebbe essere allargato ad altri ambiti ben più importanti che i centimetri di corpo: “troppo di sé” include anche le emozioni, i fatti privati, i sogni e gli incubi, insomma tutto il bagaglio personale che oggi in epoca di social tanta gente mette in piazza senza troppi problemi (e secondo me troppo imprudentemente). In effetti i centimetri di seno, in questo bagaglio personale, sono forse la cosa meno importante… ma qui andiamo in un discorso assai più ampio.
          Si potrebbe obiettare “ma mica vuole mostrare al mondo, vuole mostrare solo al tizio cui lei è interessata”.
          Il problema è che tendenzialmente lui e lei non vivono in un deserto. Per stare all’esempio della collega che vuole incoraggiare il collega a proporsi: o lavorano solo lui e lei nell’ufficio (ma non so quante siano le situazioni così), oppure lei se lo porta con qualche scusa nello sgabuzzino “mi aiuti a prendere i toner della stampante, sono pesantissimi!” (questa mossa però potrebbe avere controindicazioni di altro tipo), oppure, banalmente, se ti presenti con la profondissima scollatura, non sarò solo io a vederti ed apprezzarti, ma anche tutti gli altri. E torniamo al discorso di prima.
          Stessa cosa per il mitologico primo appuntamento, che o si svolge in un luogo ampiamente spazioso come un giardino o un parco, o invece si svolge tendenzialmente in un caffè / pizzeria / ristorante / altro con presenza di camerieri, altri avventori, eccetera.
          In queste circostanze, magari a lui o lei farebbe piacere far scattare l’allarme antincendio per provocare un fuggi fuggi nel locale e “finalmente soli!”.
          Temo però che siano soluzioni scarsamente praticabili nella vita reale.

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      2. Elisabetta

        Hai fatto bene, quanto ti capisco!! Mi presentarono un ragazzo a una cerimonia elegante .io avevo già capito che non eravamo adatti, in effetti la volta dopo quando ci siamo visti per un the l ‘ho visto guardare mio abbigliamento ( camicia e pantaloni) che rilevava le mie vere forme (non vi preoccupate, ero modesta!!), trucco naturale, anche denotante un livello sociale non certo all’altezza dell’evento elegante a cui ero stata invitata per una serie di fattori.
        Mai più sentito.

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        1. Lucia

          😅

          Nel mio caso, c’era anche (e soprattutto) la necessità di voler evitare quel circolo vizioso per cui lui s’è abituato a vedersi sempre in tiro, ergo tu “devi” continuare a stare sempre in tiro (e/o correre il rischio di fargli pensare “ammazza oh, questa s’è proprio lasciata andare dopo il matrimonio”).

          Ogni tanto leggo frasi tipo “la donna deve sempre essere bella e curata e con un filo di trucco, anche in casa, per piacere a suo marito”… e mi vien l’ansia anche solo a pensare a questo scenario 😅
          Per carità, ognuno ha le sue dinamiche di coppia e son contenta se ci sono coniugi che si trovano bene così, ma io morirei se dovessi badare a ‘ste cose 😂 Io voglio dormire col pigiama con gli orsetti, passare mesi senza farmi l’henné perché tanto c’è il lockdown e non mi vede nessuno e andare in giro con le occhiaie per casa senza dover nascondere che sono stanca, sfatta e malaticcia.

          Stanti così le cose, meglio presentarsi subito con un look tranquillo “da tutti i giorni” e non con un look da vamp, sennò davvero poi senti i mariti lamentarsi in giro che “dopo il matrimonio si è lasciata andare, oh” 😅

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  5. Lurkerella

    Salve, è la prima volta che commento, in effetti preferisco i post di storia, ma ho trovato questo interessante e anche inquietante. Trovo “modestia” un termine detestabile (la associo forse a torto, alla sottomissione) preferisco sobrietà o serietà e amo vestirmi sobriamente, in pantaloni, naturalmente, dato che coprono di più e con una bella tunica coordinata sono anche eleganti – sarà per quello che ho indovinato solo il tutone? Purtroppo la modestia è a senso unico, cioè sembra riguardare solo le donne, tanto che hai dovuto specificare che vale anche per i maschi, ed è difficile far rientrare nell’immodestia certe canottiere da denuncia, che pure andrebbero evitate. Anche gli speedo, grazie. Credo che la chiave sia il rispetto di sé e l’amore per il proprio corpo, mentre sia modestia che moda esigono che le donne, fin da giovanissime, si vergognino di sé, sempre: troppo piatte, troppo formose, troppo timide, troppo assertive, non devono essere mai contente, mai ricordarsi che siamo fatte a Sua immagine.
    Conoscevo gli esperimenti con le scariche elettriche, terribili, ma non sapevo che anche i vestiti influissero, anche se ha senso. Nell’esperimento, altrettanto famoso, con gli studenti divisi in guardie e prigionieri anche le uniformi hanno giocato il loro ruolo.
    Leggo sempre con piacere il tuo blog, è molto ben fatto e interessante, brava!

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    1. Elisabetta

      Allora la modestia da Chiesa ha regole ben precise, e cioè spalle e petto coperto e pantaloni o gonna almeno al ginocchio, e questo vuol dire anche no a trasparenze.
      Probabilmente noi e specialmente le nuove generazioni queste regole le dobbiamo un po’ imparare, credo che donne di altre generazioni le eleborassero in modo più naturale perchè tutte si uniformavano e chi non lo faceva era mal considerata.
      Per esempio io fatico a vedere il giro manica, cioè la canotta larga (purchè l’occhiatura non sia così larga fa far vedere dentro il vestito) come immodesto, avendo sempre coniderato chic il tubino o il completo alla Jackie, e infatti fuori dalla chiesa a volte sono sbracciata. Allo stesso modo come dice Klaudia la mini su una ragazza giovane, anche se non adatta in chiesa, e purchè non cortissima e attillata non mi scandalizza. In chiesa però non ci si può rimettere al buon gusto, quindi questi capisaldi a mio avviso vanno difesi e non solo nelle cattedrali. Quindi per me riguardo l’abbigliamento da Chiesa non c’è discussione, c’è pashmina. Dopo 30 chiese e altrettante pashmine vedrai che scatta almeno la gonna lunga e la maglia a manica corta.

      La modestia come stile di vita che resti relegata a discussione fra signore che sono rimaste al rito tridentino è forse fuori dal tempo e a mio avviso costruttiva solo se ti fa mettere in discussione il tuo stile eccessivamente “scoperto”…
      Un tempo valeva il buon gusto, infatti fra le signore spesso si sentivano come commenti “è una vera signora” “è fine” oppure “è volgare” , e ricordo discussioni dalla sarta quando andavo con mia madre su cosa fosse “appropriato” per una certa occasione e cosa no. Tutte frasi oggi nel dimenticatoio. Capisco che sia liberatorio poter scegliere liberamente l’abbigliamento, ma poichè così non è , perchè l’abbigliamento modesto ha più stoffa, è meno richiesto e dunque costa di più, e per le pressioni sulle adolescenti a uniformarsi agli standard svestiti del momento, è necessario forse riflettere se questa libertà e mancanza di regole non ci stia portando a diventare un popolo di straccioni. Non lo dico con snobismo, credetemi, perché anche le case di moda ormai propongono vestiti straccescenti. Io poi non sono sicuramente la classica ragazza habillè da aperitivo né la neo hippie con gonnoni… Detto ciò io con le signore tridentine me la farei una chiacchierata , sono sicura che ci sia qualche regola di stile da imparare, ma sono le nuove generazioni che non capiscono il nodo, e la colpa è anche delle nostre generazioni che non lo stiamo insegnando. La parola chiave è “buon gusto”, come un ideale a cui tendere, che oggi non è più sul piatto delle conversazioni. E non è solo una questione di stile, perché la moda scoperta è anche più sessualizzata. A me non piave vedere 12enni con il seno spuntato l’altro ieri con i corsetti o i top o il trucco da diva. E questo è sessualizzare la donna. È una falsa libertà.

      “Non per niente, voi vi truccate per farvi belle e noi creiamo poesie o compiamo pazze imprese per voi” bellissimo pensiero, purtoppo a parte qualche baronetto vecchio stile non penso che nelle nuove generazioni funzioni così.

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      1. Anonimo

        Certo…nelle nuove generazioni la parità di sesso e di genere che vuole abbattere gli stereotipi sta omologando anche il comportamento.
        Ma io parlavo della vera felicità, della vera realizzazione, staccata dalle nuove ideologie degli ultimi due secoli.
        La scomparsa della cavalleria, del galateo, del corteggiamento
        ma anche il fatto che uomo e donna oggi DEBBANO lavorare entrambi.
        Ma sappiamo tutti che la coppia in cui l’uomo si è fatto avanti, l’uomo protegge e fa sentir sicura la donna, la famiglia in cui l’uomo porta il pane a casa e la donna si occupa dei figli è ciò che si avvicina di più alla realizzazione personale di entrambi.
        Quel DOVERE di prima, ovviamente fa il paio con “la donna DEVE badare alla casa e ai figli e l’uomo DEVE portare i soldi a casa”.
        Entrambi i modi di pensare, sono gli estremi opposti dello stesso teorema, quello di un ordine dato dall’alto che l’uomo deve interpretare e applicare.
        Il verbo “dovere” rimanda per forza di cose ad un ordine delle cose prefissato a cui dobbiamo obbedire altrimenti non ci sarebbe più religione.
        Ma non è cosi!
        Ogni dovere deve derivare dalla scelta personale che ognuno di noi fa in libertà assoluta, ubbidendo all’unico ordine stabilito ovvero XX e XY. Maschio e femmina.
        Maschi e femmine sono diversi?
        Non si può negare che il sì a questa domanda sia una risposta ovvia.
        Ma diverso significa diseguale?
        Altrettanto ovvio è il no di risposta a questa seconda domanda.
        Non possiamo negare che se nel XXI secolo esiste un ministero delle pari opportunità, che spinge e muove a favore dell’uguaglianza, significa che c’è una forza contraria che le si oppone: ovvero il consenso condiviso e indiscusso che per secoli ha regolato l’ordine naturale tra uomo e donna, composto da idee tramandate nel corso dei secoli, fornendo un modello di distribuzione degli uomini e delle donne in società abbastanza scontato. Queste idee, nella nostra società erano sicuramente “androcentriche”.
        Poco a poco questi preconcetti sono stati abbattuti, anche grazie all’apporto del movimento femminista e dei “Women’s studies”.
        Uomini e donne sono uguali in dignità, ma inopinatamente diversi in tutto il resto.
        La diversità è solo fisica? Oppure si propaga anche a livello psicologico e neurobiologico?
        Dal momento che sappiamo che la direzione giusta è la seconda, allora è chiaro che maschi e femmine hanno la stessa finestra sul mondo (i 5 sensi) ma vedono un panorama diverso.
        Gli stereotipi non sono cose stupide da abbattere e cancellare, sono in realtà delle idee generali che permettono di fare collegamenti più veloci, indovinando nella grande maggioranza dei casi.
        Le differenze vanno valorizzate, non negate. Perché negando differenze e talenti a risentirne è la stessa società.

        Scusate il papello! 🙂

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      2. Pensieri Di Minoranza

        In effetti (rispondo a Elisabetta, con il telefono ho sempre paura che il commento non finisca al posto giusto) io non davo moltissima importanza alla modestia, fermo restando che non ho mai ecceduto nell’altro verso, ma ultimamente facendo il cambio di stagione primavera/estate ho notato che ho tantissimi top senza maniche e poche maglie a maniche corte (e quelle poche sono T-shirt troppo informali per essere abbinate a una gonna o pantaloni eleganti). Infatti uno dei prossimi obiettivi di vestiario è possedere più magliette/camicette a manica corta che siano abbastanza carine ed eleganti o anche semplicemente a tinta unita 🤣 in modo da poter creare qualche “outfit da messa” senza dover per forza ricorrere a coprispalle e simili (che poi io soffro il caldo e sono disordinata, non li trovo mai quando ne ho bisogno: meglio essere già coperta a sufficienza senza dover indossare un altro capo!)
        Inoltre la manica corta, anche fuori di Chiesa, mi protegge anche dai problemi dovuti a un improvviso colpo di vento o all’aria condizionata che qualcuno sente di dover sparare al massimo (soffro il caldo sì ma ancora meno sopporto gli spifferi 😂)

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        1. Francesca

          @pensieri di minoranza

          La mancanza di “belle” magliette con manica corta è un problema della moda degli ultimi (circa) 10 anni. Forse anche 15.
          Difficilissimo trovarle, trovarle di buona qualità, o di un buon rapporto qualità/prezzo… di buoni materiali, ecc.
          Spesso mi sono trovata a fare il tuo stesso proposito: trovare t-shirt decenti con le quali sentirsi “in ordine”.

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        2. Lucia

          Adesso arrivo a rispondere anche a questa discussione, che per chissà quale ragione avevo lasciato indietro 😅
          Ma inizio col dare qualche consiglio terra-a-terra sulla questione magliette, perché è un dramma che condivido. Negli ultimi dieci anni, ho davvero fatto fatica a trovare magliette carine a mezza manica, il che costituiva per me un problema molto serio perché (fra l’altro) le spalle coperte mi sono richieste nella maggior parte dei posti dove lavoro.

          Qualche consiglio pratico sperando di fare cosa gradita:

          Intrend (ex Diffusione Tessile: ha un e-commerce e diversi punti vendita fisici). E’ l’outlet del gruppo Max Mara (vende capi smarchiati di Max Mara, Marella, Sportmax, etc, a prezzi decisamente molto arrivabili, specie in periodo di saldi).
          Ha magliette a mezza manica davvero deliziose che spaziano dallo sportivo al decisamente elegante. Consigliatissimo!

          – marchi inglesi. Io compro spesso abbigliamento inglese, un po’ per mio gusto personale e un po’ per il fatto che sono legata al Paese avendo un parente che vive lì da anni. Curiosamente, pare che le donne inglesi si facciano un sacco di complessi sulle braccia (cicciottelle, flaccide, segnate dagli anni e bla bla bla. A quanto pare, le braccia sono una parte del corpo che le donne britanniche tendono a voler coprire), sicché i marchi inglesi hanno la consuetudine di mettere in collezioni capi di abbigliamento provvisti di maniche. Pensa un po’!.
          Per lo stile che ho io mi trovo molto bene con marchi tipo Collectif, Boden, Dorothy Perkins, Joules, Seasalt. Il rapporto qualità/prezzo è molto buono anche quando il prezzo sale, ho delle magliette di Seasalt che uso da anni e non si sono mai slabbrate.

          Ma prima di andare a fare ordini transnazionali, provate a dare una occhiata da Intrend perché davvero c’è di tutto 😆

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    2. Lucia

      Ciao Lurkerella!
      Scusa se rispondo solo adesso, ma soprattutto… delurkati più spesso, se fai commenti così profondi 😃

      Forse ti stupirà, ma concordo con te sulla maggior parte delle cose che dici 😆

      Il termine “modestia” non piace neanche a me, lo trovo poco rappresentativo e potenzialmente ingannevole. Fra l’altro (per fare un esempio tra i mille) i vestiti di gala di Kate Middleton non mi trasmettono certamente una impressione di modestia (dal dizionario: “coscienza del limite delle proprie possibilità, che si manifesta per lo più attraverso un atteggiamento schivo, disinteressato o timido; sobrietà imposta da un senso di misurata e dignitosa parsimonia”) ma sono decisamente pudichi nella maggior parte dei casi.
      Purtroppo ormai è questo il termine che viene comunemente utilizzato per indicare questo stile, ma non piace nemmeno a me. Se fosse per me, parlerei in effetti di “sobrietà” o meglio ancora “decoro” o “appropriatezza”, ma se uso questi termini rischio che non mi capisca nessuno 😅

      Concordo sul fatto che si parli di modestia quasi esclusivamente in senso femminile, e che questo non sia solamente insensato e ingiusto ma sia anche un’arma a doppio taglio.
      E’ vero che, mediamente, le mode femminili sono più provocanti di quelle maschili, ma è altrettanto vero che esistono delle mode maschili decisamente inappropriate e qualcuno dovrebbe decisamente parlarne. In America c’è qualche blogger (maschio) che lo fa, a onor del vero, ma in effetti sono eccezioni.

      Concordo (ahimè!) sul fatto che molto spesso la modestia sia presentata in toni molto cupi e giudicanti: “copriti zozzona!, oppure indurrai al peccato i maschi che ti guardano ed essi bruceranno tra le fiamme dell’inferno per colpa tua!”. Che mi sembra una tecnica di comunicazione alquanto controproducente 👀, peggio ancora se accompagnata a posizioni eccessivamente rigide su cosa sia “modesto”.

      Secondo me, i punti fermi da chiarire per fare un buon discorso sulla modestia dovrebbero essere:

      1) La modestia non è solo un problema femminile (e, fra le donne, non è solo un problema di quelle giovani e piacenti);
      2) La modestia non può e non deve essere lo scudo dietro al quale si nasconde un rapporto poco sano con la propria fisicità (e sessualità);
      3) La modestia non vuol dire vestire in modo dimesso, trascurato e/o fuori dal tempo;
      4) La modestia non è solo questione di pelle scoperta, ma è anche questione di atteggiamento, linguaggio, etc;
      5) La modestia non è qualcosa che ci tocca fare per non scaraventare i maschi all’inferno, ma è qualcosa che è buono e giusto fare innanzi tutto per il valore che noi diamo al nostro corpo (sicché non lo mettiamo in mostra al primo che capita). (Poi, è sicuramente un gesto gentile nei confronti del nostro collega evitare di sbattergli in faccia il nostro stacco di coscia col rischio di metterlo in situazioni imbarazzanti, ma non direi che sia questo il punto su cui si fonda il discorso della modestia).

      Ahimè, concordo con te nel dire che non sempre il discorso è presentato in questa luce 😅 (soprattutto, non qui in Italia. Negli USA, i blog di modest fashion sono molto più diffusi e si trovano ottime blogger che affrontano il tema sotto questo punto di vista).
      Quando ne parlo, io cerco di parlarne proprio in questi termini, ma, come giustamente mi fai notare 😝, non posso nemmeno allargarmi troppo con questo tipo di post, ché qui è pieno di gente che mi segue per altre ragioni.
      Ne parlo un po’ più di frequente su Instagram e in effetti sto valutando di parlarne ancor di più, su quel social, visto l’interesse che l’argomento ha suscitato 🤔

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      1. Lurkerella

        Hai ragione, dare un significato punitivo a qualcosa che è mero buon senso, prima ancora che buon gusto, è insensato e controproducente. Per le magliette a mezze maniche, e anche con la manica al gomito (chè le inglesi non sono le sole a preferirsi a braccia coperte) trovo cose carine alla bonprix, che ha anche una collezione sostenibile, e dice di pagare le operaie e non usare manodopera infantile – ma non dovrebbero farlo tutti? C’è modo di verificare se è vero? È una ditta tedesca, hanno una vasta scelta per le taglie forti, ma anche una selezione di capi di una bruttezza inenarrabile, lovecraftiana, che però ha un suo bieco fascino

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        1. Lucia

          Conosco Bonprix, dalla quale mia mamma (taglia forte) ha comprato negli anni, e con grande godimento, dei vestitini niente male. Anche io ho qualcosa di Bonprix, in effetti la qualità non è male. E hanno una vasta scelta di costumi da bagno perfetti per tutti i gusti (e tutti i canoni di modestia)!

          Che Bonprix dica di pagare bene le operaie e di non usare manodopera infantile, invece, non lo sapevo e in effetti non riesco nemmeno a trovarlo nel sito Internet 🤣
          Mi sono presa oggi qualche minuto per guardare. A quanto pare, Bonprix ha preso molte iniziative per creare una collezione sostenibile dal punto di vista della sostenibilità ambientale, che è indubbiamente una bellissima cosa (ed è una cosa relativamente facile da controllare). Ma sul versante dei diritti dei lavoratori, scrive:

          Riceviamo abbigliamento, mobili e tessili per la casa da oltre 400 fornitori da più di 30 nazioni di tutto il mondo. Con i nostri partner più importanti collaboriamo in media da 10 anni. […] Il secondo passo è quello di portare trasparenza anche ai livelli più profondi della catena di distribuzione: ci siamo posti l’obiettivo, assieme a 5 dei nostri produttori più importanti, di identificare i loro subfornitori. Solo allora potremo individuare i rischi più grossi a livello sociale, ecologico e economico nelle prime fasi della catena produttiva e porvi assieme rimedio. La catena di distribuzione tessile è comunque sempre molto complessa. Assieme ai nostri produttori abbiamo cominciato a rispondere alle prime domande e tante altre devono ancora trovare una risposta. Con i nostri partner chiariremo le prime fasi importanti della catena e svilupperemo una procedura che possa essere trasferita anche agli altri produttori“.

          Quindi, tecnicamente, loro dichiarano di avere stilato un protocollo di tutela dei diritti umani in accordo con i con i loro fornitori più grandi, ma il grosso problema è che (come sempre capita nel mondo della moda) questi fornitori sub-appaltano ad altre realtà aziendali alcune fasi di lavorazione. In genere è proprio a questi livelli della catena di distribuzione che succedono le peggio cose, perché questi sub-fornitori sono tanti, piccoli, sparpagliati sul territorio e, spesso, oberati di ordini, sicché (per minimizzare i tempi di lavorazione e massimizzare il guadagno) costringono i dipendenti a turni massacranti o a lavorare in ambienti poco salubri.

          Quindi, ad oggi, mi sembra che Bonprix dica (con ammirevole onestà, NdR) che l’intenzione di monitorare la situazione c’è, ma per il momento non sono neanche lontanamente vicini all’obiettivo finale. A quanto pare ci stanno lavorando, che è già qualcosa, ma niente ci garantisce che le nostre magliette di Bonprix non siano state confezionate da uno schiavo-bambino o simili, per il momento :-\

          https://www.bonprix.it/corporate/responsabilita-aziendale/produzione/catena-di-distribuzione/

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          1. Elisabetta

            A me le cose di Bonprix stanno tutte larghe…l’ho scoperto durante il lockdown perchè avevo bisogno di qualcosa da portar in casa di comodo e di cotone. In effetti si trovano diversi capi modest ma molte cose da “zia” e altre starccettose.
            Anche io ho letto della linea sostenibile, fatta in Africa anzi: pensavo meglio, grazie per l’ approfondimento.

            Per le gonne, c’è un sito che si chiama Chezblanchette di ragazze romagnole che fa capi con materiale “ritrovato”, vi consiglio di sbirciare.

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          2. Lucia

            Elisabetta: sono una GRANDE fan di https://www.blomming.com/it/chezblanchette Chez Blanchette! 🤩
            Ne parlo spessissimo su Instagram (dove questi discorsi di moda, marchi etc sono all’ordine del giorno :P)

            Personalmente, trovo carine le gonne di Chez Blanchette ma trovo FENOMENALI i loro panta basic. Una taglia unica che davvero sta bene a tutte, una selezione di colori bellissima e allegra e un modello che, fra l’altro, secondo me è perfetto per essere declinato sia in modo casual che in modo più elegante, da ufficio. Fra l’altro costano anche relativamente poco, siamo al livello di un pantalone di Zara o Mango direi.
            Fantastici. Io ne ho comprato uno, anni fa, in saldo, abbastanza scettica (un pantalone taglia unica che veste dalla 40 alla 48? MAH), giusto per provare. Mi aspettavo una sòla, invece adesso sono a quota 5 panta basic e ho contagiato con la stessa mania anche altre mie parenti e amiche.

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          3. Francesca

            E infine queste 2 domande

            https://www.bonprix.it/corporate/responsabilita-aziendale/produzione/associazioni/

            Alla fine… non è malaccio, considerato che le filiere del tessile sono sempre difficilmente controllabili al 100% , perfino per i più virtuosi e certificati
            (beh, non solo il settore tessile)

            Su Bonprix mi sono ricreduta dopo anni… Me lo ricordavo più pacchiano… Invece qualcosa di serio nelle attuali collezioni c’è.
            Io non sono poi molto esigente (mi dovete ancora dire che cosa ne pensate di chi, come me, indossa volentieri i Birkenstock 😂 ). Riguardo le mega taglie, è proprio quello che mi piace: portare capi tendenzialmente oversize in casa.

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          4. Lucia

            Francesca: no, no, assolutamente, non è malaccio!
            Lo specificavo, solo perché se uno legge genericamente “programma sostenibile, diritti umani rispettati, bla bla bla” può illudersi di avere a che fare con una ditta in cui tutta la filiera di produzione è controllata, un po’ come succede per i capi con certificazione FairTrade o FairWear Foundation. In questo caso, come Bonprix ammette con molta trasparenza, non gli è ancora possibile certificare il rispetto di questi protocolli nelle fasi iniziali della produzione.
            Ma rispetto ad altri marchi ci sarebbe da metterci la firma!, ed è molto apprezzabile l’onestà con cui hanno scritto il report.

            Sulle Birkenstock, stai parlando con una la cui famiglia è fedele alle Scholl’s da generazioni, temo che un insanabile conflitto si celi tra la mia gente e la tua gente 🤣🤣

            Scherzi a parte: personalmente, non sono una grande fan del “classico” look dei sandali Scholl’s/Birkenstock/similari. Per l’utilizzo in città, preferisco sandali col cinturino dietro, e a causa di una vecchia cicatrice non posso mettere scarpe che salgano troppo sul collo del piede (quindi ad esempio i modelli con due “fasce” sul davanti a me danno fastidio. Oltre a non piacermi particolarmente a livello estetico). La cosa buona della Scholl’s è che quasi ogni anno mette in produzione almeno un modello di sandali bassi ma col cinturino (e, spesso, con una linea un filino più elegante) (anche se nel 70% dei casi sono modelli che salgono molto sul collo del piede e io resto a bocca asciutta 😩).

            Ma non mi stonano affatto, se visti addosso ad altri, specie con un abbigliamento adeguato. Di certo non li definirei immodesti, semmai la leggenda vuole che facciano l’effetto opposto 🤣🤣
            Io peraltro sulle scarpe ho la tendenza a dire “se ci cammini bene, usala e stop”: purtroppo ho dei problemi a un piede e, nella scelta delle scarpe, posso attingere da un numero di modelli relativamente limitato (e limitante). I vestiti e gli accessori sono una questione di stile ma le calzature sono (dovrebbero essere) innanzi tutto una cosa funzionale – poi, se riesci a trovarne una che oltre a funzionale è pure carina, ovviamente tanto meglio. Ma, per la mia storia personale, tendo a guardare alle scarpe “brutte” come a un apparecchio acustico o a una calza a compressione graduata 🤣 non sarà il massimo dell’eleganza, ma se ti fa stare bene lo indossi punto e basta 🤣

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          5. Francesca

            Sulla sostenibilità intesa nel senso di rispetto dei diritti umani:
            volevo dire che forse Bonprix intendeva qualcos’altro. O meglio, a questo punto non sono sicura di quello che intenda col discorso che tu hai copiaincollato
            (vuole dire che vuole fare meglio dei soliti protocolli umanitari? O che nessuno in realtà può arrivare a garantire certe filiere fino in fondo? O che la Bonprix non riesce a garantire laddove altri riescono?) ,
            perciò ti avevo messo gli altri link che sembrano affermare cose un po’ diverse.

            Vedi poi anche questo
            https://www.bonprix.it/categoria/donna-sostenibilita-cosa-stiamo-facendo/
            nella parte riguardante le coltivazioni di cotone

            Non sono un’esperta dei diversi protocolli, anche se l’argomento mi è sempre interessato, e una certificazione in più la preferisco rispetto ad una in meno.
            La domanda è: i migliori protocolli che citi partono proprio dall’inizio (cioè dalla coltivazione dei campi di cotone e dal rispetto garantito degli agricoltori) oppure partono dalla lavorazione dei tessuti?
            Grazie

            Ho l’impressione che quello che scrive Bonprix, sulla difficoltà a controllare ogni “piega” della filiera, possa essere un problema comune a tutti i protocolli… O mi sbaglio?

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          6. Lucia

            No, sono proprio certificazioni diverse, eventualmente sovrapponibili.
            Alcune (le più diffuse, perché più facili da attuare) si occupano esclusivamente del tessuto (cioè di che cosa succede dal momento in cui il seme di cotone viene piantato nel campo al momento in cui la stoffa di cotone arriva in fabbrica per il taglio e il confezionamento).
            Altre si occupano di che cosa succede in fabbrica da quel momento in poi.
            Le certificazioni che riguardano il tessuto si dividono a loro volta in certificazioni che verificano esclusivamente la sostenibilità ambientale (tipo: il nostro cotone è biologico! In che condizioni lavorino i contadini nei campi non è cosa presa in esame) e quelle che guardano anche alle condizioni di lavoro dei contadini.

            Non mi è chiaro in quale posizione si situi Bonprix, perché ho solamente letto molto velocemente le pagine linkate qui sopra e non conosco i protocolli che cita. Però, in moltissimi casi, quando nella grande distribuzione si vede una linea di abbigliamento “sostenibile” e “certificata”, a leggere attentamente “le note a piè di pagina” si scopre che questa sostenibilità si ferma al livello tessile/ambientale.
            Ovviamente, è relativamente facile ed economico dire “toh guarda, per questa collezione compro solo cotone biologico e fibre ottenute da materie plastiche riciclate” – e questo intanto ti permette di appiccicare ai capi il tuo bollino di “sostenibilità” (che non è una bugia, beninteso!). Anche se poi, magari, a livello umano, succedono le peggio cose in quelle fabbriche che confezionano le tue magliette in bellissimo e sostenibilissimo cotone bio.

            Nel gergo di noi appassionati di moda etica 😅 questa procedura viene criticamente chiamata “greenwashing”, nel senso che si usa a mo’ di specchietto per allodole una certificazione di sostenibilità ambientale, inducendo il consumatore disattento a pensare che questa sostenibilità riguardi ogni processo della produzione.

            Per contro, ci sono delle certificazioni (Social Accountability International, FairTrade, FairWear…) che si focalizzano sulle condizioni di lavoro di tutti i lavoratori coinvolti nel processo di produzione, su tutta la filiera produttiva. In genere, non si interessano minimamente del lato ambientale (nel senso che ti possono certificare pure un vestito fatto con un cotone OGM coltivato con l’uso di pesticidi, a patto che i contadini siano trattati bene) – per la mia esperienza, in genere le aziende che le vantano si sono dotate anche di una certificazione di tipo ambientale, per soddisfare una clientela palesemente attenta a questi aspetti.

            Esiste anche una roba (non so come definirla 🤣) che si chiama Ethical Trading Initiative. In questo caso, le aziende aderenti si impegnano a far sottoscrivere a tutti i loro fornitori, sub-fornitori e sub-sub-fornitori un “Codice di Condotta” nel quale viene chiesto al ogni singola realtà di trattare i dipendenti in un certo modo, dando loro certe garanzie, etc. La reale adesione al codice di condotta, però, viene lasciata al buon cuore di ogni fornitore, nel senso che non esiste un organismo che vada a fare ispezioni per certificare che tutto si svolga davvero come “sulla carta”.

            Leggendo (molto velocemente e superficialmente) le parole di Bonprix… io onestamente ho l’impressione che si sia ancora al di sotto di questo livello, perché, per sua stessa ammissione, Bonprix non sa nemmeno chi sono i suoi 400 sub-fornitori sparsi in giro per il mondo. Da una lettura veloce, io capisco che Bonprix ha stilato un protocollo con i suoi partner commerciali più grandi (i fornitori principali) e assieme a loro sta cercando di capire chi sono esattamente i sub-fornitori, in modo da poter eventualmente intervenire anche a un livello più capillare.

            Effettivamente anche io trovo un po’ contraddittorie le pagine che linki tu e quella che ho linkato io. A logica, secondo me vuol dire che Bonprix fa tutte queste belle cose solo con i partner grandi (che dice di conoscere) ma non può garantire che le stesse condizioni siano applicate anche nelle aziende più piccole alle quali i partner sub-appaltano la produzione. Credo eh, mi sembra la spiegazione più ragionevole 🤔

            Comunque sì, le certificazioni migliori riescono ad arrivare anche ai singoli sub-appaltatori.

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          7. Francesca

            P.s.
            o forse intende che alcuni capi Bonprix sono garantiti fino in fondo e altri no?
            Sul sito, alcuni capi sono “targati” sostenibili, anche col marchio programma del cotone africano di cui sopra, mentre su altri non c’è scritto nulla.

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          8. Lucia

            Restando col dubbio di che cosa voglia dire esattamente “sostenibile” secondo le linee guida di Bonprix, il marchio Cotton made in Africa invece è assegnato da un organismo esterno che ha linee-guida molto precise.
            Wikipedia ne parla qua
            A quanto pare, è una bella iniziativa che promuove la piccola imprenditoria locale (selezionando cotone proveniente da appezzamenti di terreno relativamente piccoli in mano a singoli contadini, e non da grandi latifondi in mano alle multinazionali) incoraggiandola a vario livello con numerose iniziative a favore dei contadini e mettendo alcuni paletti sulle condizioni di lavoro.
            Tutto molto bello, indubbiamente, ma – appunto – non ci dice che cosa succede a ‘sto cotone una volta che arriva in fabbrica.
            Di sicuro è sempre meglio che uno sputo in faccia, come si dice dalle mie parti 🤣

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          9. Francesca

            Grazie per le info!
            Il concetto di “sostenibile” per Bonprix lo scrivono al seguente link (il mio telefono non riesce a copiaincollare il testo, perciò ti metto il link)
            https://www.bonprix.it/corporate/responsabilita-aziendale/prodotti/prodotti-sostenibili/
            ed è appunto la “sostenibilità ambientale” (attraverso alcune certificazioni che esibiscono, spiegate meglio in altre pagine). In più, in quel concetto, aggiungono il Cotton made in Africa – per la parte ambientale e per quella che chiamano tutela dell’uomo (sempre nel senso di salubrità derivante da ambiente salubre). …Anche se poi ovviamente il Cotton made in Africa significa anche altro come hai spiegato.

            Per il resto, sembra proprio che le iniziative, programmi e/o marchi che presenta Bonprix si rifacciano a quella Ethical Trade Initiative che dici tu. Ed ecco il perché della difficoltà ad arrivare ad un controllo capillare e ad una “garanzia garantita” (visto che la garanzia è un accordo su carta o su parola, o su programmi da sviluppare).

            Ti dirò… Io conosco meglio le problematiche delle varie certificazioni alimentari (nello specifico quelle riguardanti le allergie/intolleranze), e il settore della cosmetica, detersione e cura della persona. In questi settori, se escludiamo il problema sempre notevole delle condizioni dei lavoratori agricoli alla base della filiera alimentare, … ci rimane poi quello sanitario e quello ecologico-ambientale. Ora, quello sanitario in Italia , credo che non abbia pari in altre parti del mondo, come severità e rigorosità, protocolli e controlli. Mentre quello ecologico (e anche il comparto del cibo biologico) si allinea al resto del mondo. Il che significa che è ‘na giungla. Il che significa, anche, ad esempio, che un detersivo, se vuole, può definirsi “ecologico” o “a basso impatto ambientale” (nel claim dell’etichetta, mica nelle certificazioni chimiche) se solo è contenuto in un flacone di plastica riciclata. Oppure se l’azienda lo produce in uno stabilimento che utilizza energie da fonti rinnovabili (in pratica se il capannone ha i pannelli solari 😂 ). Cioè: basta poco per essere “ecologici” nelle etichette di oggi.
            Per la parte della composizione chimica, che dire? Se dal punto di vista igienico sanitario non abbiamo problemi… sul fronte dell’impatto ambientale (e anche su quello dell’impatto sulla pelle e su quello che assorbi attraverso la pelle) c’è da dire che la gente conosce poco le certificazioni del cosiddetto eco-bio e perciò cade nei fraintendimenti che spiegavi tu nelle questioni dell’ambito del tessile.
            Il “greenwashing” nell’alimentare, nella cosmetica e nella detersione… fa un baffo a quello che hai poc’anzi esposto sul tessile.
            Con la moda dell’eco-bio abbiamo assistito all’utilizzo indiscriminato di una certa terminologia nelle etichette di creme e detersivi: “naturale”, “biologico”, “ecologico”, “verde”, “amico dell’ambiente”, “neutro sulla pelle”, eccetera… anche nei casi in cui il biologico e l’ecologico (il naturale ancora meno) c’entrano poco o nulla. Un caso emblematico è il celeberrimo Bio Oil® che addirittura si autoattribuisce determinate caratteristiche nel nome stesso, ma che non è diverso da un qualsiasi oliazzo del valore di 1 euro che puoi trovare in qualsiasi supermercato… Anzi oggi nei supermercati si può trovare buona (e vera) roba eco o bio o eco-bio, a prezzi ragionevoli, magari con meno pretese, però almeno è pretesa giustificata dalla composizione effettiva che leggi in etichetta (INCI).

            Ancora diversa e problematica è la questione della filiera delle sostanze chimiche. Soprattutto di quelle composite. Generalmente provenienti da ogni parte del globo. Un esempio sono quelle denominate parfum (che trovi nelle creme e detergenti e detersivi). Ecco: quella è una delle giungle più intricate del settore. Della vasta gamma di conservanti poi, non ne parliamo.

            Certo che oggi, se volessimo essere dei “consumatori consapevoli” … dovremmo essere plurilaureati prima di lavarci, spalmarci creme, mangiare e vestirci. Già l’evitamento dello sputo nell’occhio è la conquista di un diplomino di tutto rispetto 😂😁😇

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          10. Elisabetta

            Allora le Birkenstock a me personalmente non piacciono perchè non è fermata la caviglia e non minpiacciono infradito . Non penso siano immodeste. Forse per il materiale sono un po’sfascevoli.

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          11. Francesca

            Hahah 😁
            No, non porto i modelli infradito, non piacciono neanche a me. Porto i sandalotti più “classici”, …ed è vero che purtroppo negli ultimi circa 15 anni è quasi impossibile trovare in vendita quelli che si allacciano dietro e che mi piacevano tanto. Gli ultimi con l’allaccio mi erano durati perfetti inalterati per circa 20 anni…

            Però se sono Birkenstock originali, o una qualche ditta “consorella” o corrispondenti italiani con la stessa qualità, sono molto stabili, al pari di un sandalo, spesso di più di tanti sandali.. anche se poi è una ciabatta.
            Sfascevoli? … no, sono abbastanza indistruttibili, è per quello che ne ho accumulati un po’ 😄
            (riconosco che non si possono definire eleganti, e che vanno adeguatamente abbinati all’abbigliamento… se non si vuole fare l’effetto di quella che è uscita di casa per sbaglio con le ciabatte 😂 )

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          12. Lucia

            Negli ultimi circa 15 anni è quasi impossibile trovare in vendita quelli che si allacciano dietro e che mi piacevano tanto“.

            *Coff coff*
            Passa dal lato oscuro della forza, Scholl’s non ti tradirà mai!

            https://www.scholl-shoes.com/it_it/kyria.html

            Ma anche ad esempio questo, se uno vuole qualcosa di un pelino più elegantino

            https://www.scholl-shoes.com/it_it/monique.html

            Trovo che davvero abbiano molta più scelta, a livello di modelli!

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          13. Francesca

            Ah ah!
            Ah!
            Dr Scholl’s non mi avrai mai!
            È proprio un altro concetto, un altro concetto, non ci capiamo, non ci capiamo… 😅😅😅
            Poi studio meglio il sito, grazie! Magari per sbaglio c’è qualche imitazione di Birken o di Betula 😁

            Invece è probabile che mi avete rovinata con l’altro link…
            Non conoscevo la storia dell’omni-pantalone, ma in pratica ero già culturalmente pronta con la storia dei capi oversize con coulisse, laccetti, elastici morbidi che vestono almeno 3 taglie e che si possono sistemare, tirando o smollando, in base all’occasione.
            (A volte esagero con l’over e passo qualcosa a mia mamma 😁 che a sua volta ci sta comodissima anche se è qualche taglia sopra la mia)

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          14. Francesca

            Aggiornamento…

            Questo perché tu sappia che non sapevo che Scholl’s oggi facesse anche cose del genere:

            Con cinturino
            https://www.scholl-shoes.com/it_it/sale-1/kaory-sandal-14745.html

            Senza cinturino
            https://www.scholl-shoes.com/it_it/sale-1/ranja-2-0.html

            E anche altri modellini carini…
            Grazie a te ora lo so. E con lo sconto i prezzi sono pure buoni!

            Se per caso hai tempo di fare anche un’altra consulenza…
            Domande sui pantaloni a taglia unica di cui sopra:

            1) a) il modello “basic” , nelle foto, presentano in fondo un risvolto.
            È fissato/cucito in quel modo? O è solo risvoltato a mano?
            b) se non è cucito, come si presenta la gamba se viene “srotolata”? È un pantalone dritto o piuttosto si chiude a sigaretta?

            2) hai sperimentato anche i pantapalazzo? Li hai trovati migliori o peggiori dei basic?

            3) hai mai acquistato un pantalone nel tessuto Sangallo? Sono adatti a 40° all’ombra nell’afa padana?
            E gli altri modelli in cotone estivo sono comunque abbastanza leggeri? O è necessario informarsi dalle produttrici di volta in volta?

            4) eventuali altri consigli con do’s e dont’s per acquistare un paio di quei pantaloni

            Grazie per qualsiasi suggerimento, anche generico per orientarsi meglio nell’acquisto

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          15. Lucia

            Eccomi qua 😁

            Allora: il risvolto dei pantabasic è semplicemente fatto a mano, non è fissato in alcun modo. Anzi, quando ti arrivano a casa i pantaloni non ce l’hanno proprio, il risvolto, eventualmente lo devi fare tu.
            La gamba è leggermente chiusa a sigaretta: non una cosa esagerata, resta comunque ampio spazio attorno alla caviglia, ma, sì, la linea si chiude.

            Non ho mai comprato i pantapalazzo perché in genere è un modello che a me non dona, quindi su quel frangente temo di non poter aiutare, MA ho comprato un vestito nel tessuto sangallo (bellissimo, peraltro). È tipo la cosa più fresca che io abbia mai indossato, e sicuramente è uno dei capi che mi metterei addosso con 40° gradi all’ombra.
            Riguardo ai *pantaloni* in sangallo ho però due perplessità (e lo dico perché ho riflettuto a lungo se prenderli o meno 😅):
            1) la stoffa è così fresca e leggera che non so fino a che punto possa reggere la sollecitazione cui è sottoposto un pantalone, se le gambe strofinano nell’interno coscia. A me le gambe si toccano quando cammino, e ho paura che una stoffa così sottile potrebbe facilmente diventare lisa dopo un utilizzo prolungato;
            2) tieni conto che i pantaloni non sono foderati e i buchini di quel sangallo sono abbastanza grossi. Cioè, io personalmente ho idea che si possano vedere le mutande attraverso i buchi 🤣 sarei davvero curiosa di provarmeli questi benedetti pantaloni, perché attirano molto anche me ma secondo me ti si vedono le gambe attraverso 🤣

            3b) in compenso ho diversi pantaloni in cotone estivo, e quando loro ti dicono che è “estivo” vuol proprio dire che è leggero, estivo. Io in estate tendo a mettere solo le gonne perché mi tengono più fresco, ma ho due dei loro pantaloni estivi e sono i pantaloni estivi più freschi che abbia. (Il cotone in questo caso è fresco ma decisamente resistente, non mi ha mai dato i problemi di usura che temo invece per il sottilissimo sangallo).

            Altri consigli: se può servire, tieni conto che la modella che li indossa dell’eshop (la sorella di una delle sarte) è una taglia 38 molto bassa e mingherlina. Loro lo sottolineano spesso, per dire che una persona “normale” avrà probabilmente una vestibilità meno ampia di quanto non appaia in foto.

            In compenso, per farsi una idea della vestibilità a seconda delle varie taglie/fisicità/etc. io suggerisco di farsi un giro su Instagram, dove le tre sorelle sono molto attive. Spesso la loro pagina viene “taggata” nelle foto di clienti che se ne vanno a spasso con i loro capi, e questo offre in effetti una bella panoramica di come vesta un certo modello a seconda dell’altezza, della taglia, etc. Questo a me è stato molto utile nei primi acquisti (…anche perché non so fino a che punto siano distribuite nei negozi fisici, se non nella loro regione. Fino all’era ante-Covid facevano spesso mercatini in giro per l’Italia ma ovviamente adesso è saltato tutto…)

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          16. Francesca

            Mille grazie ad entrambe!
            Aaaah ecco, vista la foto della signora, ho capito finalmente come scendono i basic.

            Sì, sul sito c’è la mail è anche l’invito a fare domande, però ho pensato che qui con voi probabilmente facevo più in fretta 😁

            “tieni conto che i pantaloni non sono foderati e i buchini di quel sangallo sono abbastanza grossi. Cioè, io personalmente ho idea che si possano vedere le mutande attraverso i buchi”

            Nella mia domanda era implicito tale dubbio 😅
            Nel senso che pensavo… : se era puro e semplice Sangallo mi veniva in mente la possibilità dei buchi… che sarebbero anche formidabili prese d’aria, se non fossero imbarazzanti 😂
            E così ho pensato che magari vi aggiungessero una fodera interna, e allora non sarebbe più stato un pantalone tanto fresco…

            Tertium? Speravo in un qualche tertium 😁😇

            Comunque ho l’impressione anch’io che una produzione del genere faccia fatica ad essere distribuita “lontano” dal luogo di produzione e/o dalla supervisione diretta delle creatrici. Dovrebbero pure alzare non poco i prezzi per pagare un negoziante intermedio…

            I capi che personalmente preferisco (a vederli così “via foto”) rimangono i due modelli di pantaloni.
            Grazie!

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          17. Elisabetta

            Allora di chez blanchette i panta non ho mai osato prenderlo però li ho visti indossati dalla negoziante e potrei dire che sono leggermente a sigaretta.
            Le gonne non ha sottogonna, quindi devi metter sottoveste se sono leggere. Il sangallo che chiedi tu, se è come quello della gonna blu che provai io forse è molto leggero. Difficile dirlo perchè ogni anno cambiano tessuto.

            Perchè non mandi una mail e chiedi se qualche negozio vende nella tua città loro capi? Così la prima volta riesci a provarli.

            Io ero tentata dal famoso abito a fiocco ma non so se esiete ancora ,non ho mai capito poi quanto fosse lungo.

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  6. Pingback: L’abito fa il monaco. Psicologia e modestia – non solo bigotte

  7. klaudjia

    Ho sempre creduto (come la maggior parte delle persone fuori dai blog cristiani) che il fatto che il pantalone non dovesse essere portato dalle donne perché simbolo dell’autorità maschile. Che il pantalone evidenziasse il sedere e le gambe l’ho imparato a 26 anni da un anziano usciere che in un ente istituzionale (laico) mi disse come i tempi fossero cambiati guardando i miei pantaloni! Il concetto che mostrare il lato B piu’ di tanto è inopportuno è stato dimenticato., anzi mostrare il sedere è l’ossessione del nostro tempo. Per quanto mi riguarda Adoro le gonne e le indosso spessissimo. All’uscita di scuola sono praticamente l’unica!! Alle altre mamme mi è capitato di spiegare che (oltre al mio gusto personale) le gonne sono freschissime l’estate e gli abiti da un pezzo di permettono di vestirti in un minuto la mattina. Questo perché una “donna con la gonna” è vista come quella che si fa bella e vuole attirare l’attenzione. I parametri sono invertiti. Ho fatto notare che molte ragazze che si definiscono ‘”semplici” perché “metto un jeans e una maglietta” dimenticano che il jeans spesso è così attillato da sembrare un adesivo (si vede pure il Camel toe) e le magliette sembrano reggiseni. Questo discorso l’ho ritrovato in una vignetta musulmana (forse inglese o americano) dove le ragazze vestite all’occidentale ma con il velo criticavano una ragazza con i capelli sciolti e la gonna sotto al ginocchio. La ragazza ribatteva che la sua gonna era più modesta dei loro attillatissimi jeans e magliette abbinate ad un velo.

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    1. Lucia

      Concordo tantissimo sull’inversione dei parametri riguardo al perché una donna possa voler indossare la gonna al posto dei pantaloni.

      In uno dei primi posti dove ho lavorato (un ambiente “normale”, non una realtà cattolica in quel caso) mi era stato chiesto di non indossare gonne, perché alla responsabile della sicurezza faceva impressione sapermi salire e scendere dalle scale a pioli dell’archivio indossando le gonne. Temeva che la gonna potesse costituire un pericolo portandomi a cadere dalle scale (eventualità peraltro che io trovo decisamente improbabile nel caso di una normale gonna al ginocchio: il rischio sussiste con le gonne più lunghe, ma come fai a pestare inavvertitamente una gonna al ginocchio? Vabbeh 🤣)

      Fatto sta che, prendendomi da parte per chiedermi la cortesia di indossare pantaloni, la signora mi diceva con molta delicatezza: “è solo un problema di sicurezza eh, non prenderlo come un rimprovero per l’abbigliamento inappropriato, noi siamo contenti se vuoi essere carina sul posto di lavoro, puoi sempre cambiarti in bagno prima di uscire se ritieni…”.
      E ero lì che la guardavo con questa faccia: 😶 A un certo punto mi son sentita in dovere di precisare che non me ne importava un tubo di essere carina: io portavo la gonna perché in estate muoio dal caldo con i pantaloni addosso, punto e basta. (E infatti per me è stato un grosso problema ottemperare alla richiesta: alla fine ho risolto con una serie di gonne pantalone abbastanza ariose da tenermi fresco – che alla mia responsabile andavano inspiegabilmente bene, nonostante secondo me costituissero lo stesso livello di rischio delle gonnelline che avevo prima, visto che giust’appunto erano molto svasate a loro volta 🤣)

      Vabbeh: tutto ciò, solo per confermare che davvero c’è gente che considera la gonna come qualcosa da indossare per essere piacente (mentre invece per me è essenzialmente una questione di comodità, specie in estate).

      Concordo con te sul fatto che, indubbiamente, certi tipi di pantalone possono effettivamente risultare molto immodesti. Io, ad esempio, quando indosso i pantaloni, li abbino quasi sempre a una tunichetta lunga a mezza coscia.
      E’ uno stratagemma che adotto innanzi tutto per questioni estetiche (ho cosce larghe e un grosso sederone: se riesco a coprirli, è solo tanto di guadagnato 😆) ma che effettivamente mi piace anche per ragioni di modestia. Certe natiche fasciate da jeans super aderenti sono indubbiamente un sacco di cose, ma indubbiamente non modeste.

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        1. Lucia

          Yes.

          Se parli di arrossamenti nell’interno coscia (un problema che affligge anche me) ho la soluzione perfetta: le bandelettes.

          Sostanzialmente, sono delle fasce elastiche che tu indossi attorno alle cosce, nel punto di sfregamento, e che stanno su come se fossero delle autoreggenti.
          MI-RA-CO-LO-SE.
          Hanno risolto alla radice il mio problema, non ci potevo credere. Fra l’altro ero molto scettica quando le ho comprate, ma mi sono ricreduta dopo il primo utilizzo. Sono stabili, non si arrotolano, non si spostano quando cammini, non tengono caldo, non fanno sudare: sono perfette. Io le indosso al mattino prima di uscire, le tolgo la sera verso le 18 quando torno a casa dal lavoro, le porto in vacanza, ci faccio lunghe passeggiate: stanno lì, non si spostano di un millimetro e fanno il loro santo lavoro.

          Attenzione però: bisogna necessariamente prendere le originali (esistono delle imitazioni a basso costo, che però mi dicono essere di migliore qualità) e bisogna prendere benissimo la propria misura, perché ovviamente la fascia deve calzare a pennello. I modelli in pizzo sono deliziosi (e anche piuttosto sexy, giusto per esser pudiche 🤣) ma io preferisco i modelli unisex. Questo perché, nei giorni molto caldi, le bandelettes di pizzo mi fanno arrossare la pelle che rimane scoperta dai “buchini” del pizzo.

          Veramente, per me sono state una svolta.
          Se tu riesci a sopportare i pantaloni in estate, probabilmente potresti trovarti molto bene anche con le mutande in cotone della Sloggi che hanno la forma di un paio di pantaloncini da ciclista, cioè coprono le cosce. A me tengono caldo, ma probabilmente chi è abituato ai pantaloni li sopporterebbe.

          Io, in estate, con le gonne faccio TUTTO.
          Tieni conto che non posseggo un singolo paio di pantaloni estivi. O meglio, ne ho alcuni di cotone leggero, ma non li metto se la temperatura supera, diciamo, i 25 gradi. Da giugno a settembre, vivo dentro una gonna e ci faccio qualsiasi cosa senza il minimo problema 🙂

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          1. Lucia

            Guarda, non mi fidavo nemmeno io (e avevo sempre temporeggiato, anche perché sono la classica cosa che compri, paghi e poi non hai nemmeno modo di riutilizzare se ti rendi conto che non funziona 😂).

            Ma su di me hanno risolto il problema da così a così, ero quasi commossa 😅

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      1. Murasaki Shikibu

        A questo punto interviene l’insegnante delle scuole medie.
        Sorpresa! L’abbigliamento standard della ragazza per bene alla scuola media è pantaloni e maglietta (e capelli lunghi. Solo capelli lungh). Qualche pallida gonna, mai lunga, entra in scena solo all’arrivo dell’estate, che qua in provincia di Firenze è materia decisamente CALDA. Le poche eccezioni usano la gonna unita a un abbigliamento del genere “provocante” che diventa serio argomento di discussione ai consigli di classe (con la prof Murasaki che si trasforma in tigre rifiutando minimanente di questionare sull’argomento e insiste a deviare la questione sul profitto, la regolarità dello studio eccetera).
        Insomma, il pamtalone per la ragazzina in crescita è la divisa neutra. Quasi sempre, in classe, l’unica gonna è la mia!
        Così ho trovato la situazione vent’anni fa quando sono entrata in classe e così è tuttora, le uniche varianti riguardano la vita alta e la vita bassa dei pantaloni e l’eventuale maglietta corta (da qualche tempo in declino).
        Quindi i pantaloni, almeno in una fase della vita – in cui comunque lo sviluppo sessuale è ormai ampiamente avviato – sono l’abbigliamento modesto per eccellenza.

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        1. Lucia

          🤣

          Mi hai fatto venire in mente un aneddoto che avevo completamente rimosso.
          Quando io andavo alla scuola media, usavo le gonne quasi sempre, estate e inverno. Ero un’eccezione, ma non così tanto. Io ho frequentato le scuole medie dal 1999 al 2002, e in quegli anni (specie i primi due) andavano molto di moda (quantomeno a Torino) dei gonnelloni lunghi fino ai piedi, simili ai maxidress così gettonati adesso.
          Nella mia classe, ero l’unica ragazzina a portarli (o comunque a portarli sistematicamente), ma ogni mattina, aspettando l’apertura dei cancelli della scuola, c’erano almeno altre dieci-dodici ragazzine che le indossavano. Diciamo che era una moda marginale, ma comunque era una moda. A me piaceva particolarmente, perché a quell’epoca ero in fissa con un telefilm ambientato nell’Ottocento e quei gonnelloni mi facevano sentire come la mia beniamina 😛

          Vabbeh: dopo un periodo in cui, evidentemente, ero andata a scuola per parecchie settimane di fila indossando solo le gonne, è capitato che un bel dì io mi sia presentata in classe indossando i pantaloni. Nell’intervallo (eravamo rimasti in classe solo io, lui e la nostra professoressa, che si era attardata a compilare il registro) un mio compagno di classe mi ha chiesto (del tutto innocentemente, o almeno è così che io l’ho percepita) “ehi, Lucia! Come mai oggi i pantaloni?”.

          Apriti cielo! La professoressa è saltata su e ha cominciato a sgridarlo, dicendogli che non si doveva permettere di farmi queste domande, che ogni ragazza è libera di vestirsi come meglio crede, che non deve interessare a nessuno se vado in giro con la gonna, coi pantaloni o col costume da bagno, che non doveva permettersi mai più di farmi simili domande.

          Io e il mio compagno di classe eravamo così: 😐
          Lui ha giurato e spergiurato che non aveva la minima intenzione di offendere o di provocare, si era solo stupito vedendomi in pantaloni – e, del resto, se c’era un intento insultante nella sua domanda, io giuro che non l’avevo proprio colto. Col senno di poi, ripenso all’episodio e mi vien da ridere, perché secondo me in quel caso era stata la professoressa adulta a “sessualizzare” la questione gonna/pantaloni, attribuendo probabilmente alla domanda del mio compagno dei retrosignificati che noi ragazzini non avevamo assolutamente dato (eravamo in prima media, all’epoca).

          😅

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          1. Murasaki Shikibu

            Convintissima anch’io che la domanda del tuo compagno fosse dettata da pura curiosità davanti a un fatto insolito. Come quando si nota che qualcuno si è finalmente messo in maniche corte all’arrivo dei quaranta gradi (o, nel mio caso, quando per un giorno non porto gli orecchini 😄)
            Qualche volta tra l’altro questi improvvisi cambiamenti segnalano uno stacco, un cambio d’umore o anche l’inizio di una nuova fase, e chi ti vede tutti i giorni spesso se ne rende conto)

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        2. Lucia

          Comunque, che i pantaloni siano percepiti come l’abbigliamento modesto per eccellenza è assolutamente vero.

          Mia mamma mi raccontava, tempo fa, di aver avuto un confronto tra mamme con la madre di una mia coetanea quando noi due avevamo quattordici anni o giù di lì. Le nostre due famiglie andavano in vacanza nella stessa località, e una volta le due mamme si erano messe a chiacchierare sotto l’ombrellone discorrendo di quanto fosse difficile trasmettere a noi giovani figlie degli ideali di pudore.

          La cosa veramente comica è che ognuna delle due mamme riteneva immodesto l’abbigliamento dell’altrui figlia.
          La mamma n. 2 riteneva che mia madre dovesse senz’altro soffrire molto nel vedermi andare in giro per il lungomare con dei vestitini romantici. Ohimè, ohimè, è chiaro che Lucia si veste così per essere bella e piacere ai ragazzi.
          Il vestito incriminato era un abitino di cotone leggero, gonna al ginocchio e mezza manica, accollato, col quale mia madre non aveva il minimo problema.

          In compenso, semmai, mia madre riteneva che fosse molto più immodesta la “divisa” estiva di questa mia amica quattordicenne, che ogni giorno usciva con un paio di pantaloncini corti molto corti e una canotta sopra al costume. D’accordo che eravamo al mare e al mare va bene tutto, ma oggettivamente la mia amica metteva in mostra molta più pelle di quanta non ne mostrassi io.

          Però l’altra mamma riteneva più sfrontato (perché più femminile? Boh?) il mio vestitino accollato, mentre comprava a sua figlia mini-shorts “che sono una cosa sportiva, non attirano nessuno”.

          Detta così sembra una litigata passivo-aggressiva tra due pepie che si odiano e si insultano vicendevolmente le figlie 😂 in realtà anche le nostre mamme erano molto amiche e il loro era stato un confronto tranquillissimo. Però davvero partivano da due punti di vista completamente diversi!

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          1. Elisabetta

            Io credo di non essere mai uscita dall’abbinamento jeans o comunque pantalone e maglione delle scuole medie.🙃
            Il pantalone fa modestia a 11-14 anni perchè purtroppo c’è da dire che non si insegna a portar la gonna. Si sa che le ragazzine corrono e si siedono per terra, e spesso si vede la biancheria sotto, a meno che appunto non siano gonnoni o qualcuno ti abbia detto come sederti. Inoltre quasi messuna porta la sottoveste. Quindi a questo punto un jeans può rassicurare il genitore.

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          2. Elisabetta

            Negli anni ’80 abbondavano tailleur-gonna e per bambine vestituzzi con fiori e maniche a sbuffo, quindi portare la gonna non era certo considerata voler essere “carina”. Credo che la moda polo + bermuda dell’epoca ( con maglione per la sera annodato sulle spalle) abbia contribuito allo sdoganamento del pantalone come “modesto”. Infatti all’epoca il pantalone era sportivo, largo, come i bermuda e la gonna pantalone.
            A 11 anni mi fecero persino entrar in San Pietro con suddetto abbigliamento, e canotta ( ma larga e con spalla molto scesa)😱😱😱 ignoro come mai fossi vestita in modo così poco adatto, credo mi abbiano lasciato passare perchè ero una cinnina.

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          3. Celia

            Se partiamo dall’assunto (non indiscutibile, ma oggettivamente frequente) che l’uomo NON guarda il tipo di vestito MA piuttosto quali forme evidenzia e quanta pelle lascia osservare comodamente, gonna o pantaloncini non fa differenza: di fatto, un pantaloncino corto che segna la chiappa ed una canotta attirano di più lo sguardo di un vestito accollato con gonna al ginocchio, fosse pure fucsia fosforescente. (In tal caso ti guarderebbero, ma non certo pensando a quanto sei sexy…).
            Lo dico da donna che il caldo lo patisce molto, che non ci trova nulla di ostentato nel mettere (praticamente soltanto) vestiti smanicati e canotte, nonché un “sotto” il più corto e leggero possibile.
            E’ una constatazione che mi pare addirittura ovvia, quale che sia la nostra scelta 😉

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          4. Murasaki Shikibu

            Qui rispondo a Elisabetta. “Non si insegna a portare la gonna” è una frase illuminante Teniamo conto che la gonna che necessita di un addestramento è un tipo di abito molto recente, prima le gonne erano lunghe e soprattutto larghe. Per le ultime generazioni sono una roba complessa da vestire, e che si porta dietro una gran serie di considerazioni complicate. E dunque sì, adesso mi è chiaro perché per la vita di tutti i giorni si usano soprattutto pantaloni.

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          5. Lucia

            E questa è una sacrosanta verità, infatti.
            Ed è anche la ragione per cui, secondo me, è “importante” abituare fin da piccole le bambine a indossare la gonna con regolare frequenza (per carità, ci sono urgenze educative più gravi 🤣 però effettivamente spiace vedere la figlia adolescente che si mette i suoi primi vestitini ed è a disagio perché non sa portarli).

            Peraltro le bambine non sono sceme.
            Anni fa ho frequentato per lavoro una scuola cattolica molto posh della capitale, nella quale le studentesse indossavano una divisa composta da gonnellina al ginocchio, camicia e giacchetta. Ricordo una Messa all’aperto nel quale a un certo punto ha cominciato a tirare un po’ di vento, col rischio di sollevare le gonne di cotone leggero.
            Queste bambine di scuola elementare, evidentemente abituate a portare la gonna ogni giorno della settimana, hanno padroneggiato la situazione con la stessa elegante naturalezza con cui la padroneggiavo io a trent’anni, senza che la situazione generasse grattacapi, battute, ilarità, natiche al vento (o particolari paranoie). Semplicemente, queste bambine portavano la gonna con regolarità da anni e ormai erano perfettamente in grado di gestirla.

            Quindi sì: mi sono ovvie le ragioni per cui esistano genitori che preferiscono i pantaloni come scelta “sicura”, ma ahimè mi sono anche ovvie le ragioni per cui le figlie di questi genitori abbiano spesso difficoltà pratiche nel domare le prime gonne che indossano attorno ai diciott’anni o giù di lì.

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  8. Pellegrina

    Mah, storie vecchie e abbastanza note, declinate però con una casistica più vasta e in chiave catechistica.
    Non ci vestiamo come nel I secolo e questo dovrebbe essere il primo punto da tenere presente.
    Ad ogni modo: se un uomo mi giudica come gli spauracchi qui agitati farebbero, sono io la prima a NON volere avere una relazione con lui, soprattutto una relazione seria, perché si manifesta come persona superficiale e legata all’apparenza anziché all’essenza di una persona. Di gente così non saprei che farmene, grazie.
    Dopo tutta questa lettura l’unica cosa che resta in mente sono Arlene e Richard Feynman, coppia felicissima fino alla morte di lei per tbc, con il loro motto: « Che t’importa di ciò che dice la gente? ».

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    1. Lucia

      Sul fatto che non ci vestiamo come nel I secolo concordo assolutamente. Nei commenti precedenti, infatti, si discuteva proprio sul fatto che è (a mio gusto) un po’ stonato anche proporre stili e capigliature come quelli che venivano ritenuti modesti cent’anni fa (criticando ad esempio l’uso dei pantaloni – cosa che alcune fanno).
      Personalmente, amo i vestiti vintage e non mi dispiace affatto lo stile anni ’50 😆 però, sì: la modestia non resta immutata nel tempo, né è ragionevole pensare che così possa essere.

      Per il resto… beh: a me, ad esempio, importa veramente pochissimo di ciò che dice di me la gente, eppure ritengo sia cosa buona e giusta “porsi” nei confronti della gente in un modo che rispecchi il nostro sistema di valori, per così dire. Un modo che passa attraverso il linguaggio, il comportamento, la cortesia… e altre mille cose, tra cui anche l’abbigliamento.

      Mio marito apprezza moltissimo i miei canoni di modestia e giusto questo pomeriggio mi confermava che non sarebbe stato interessato a proseguire la nostra conoscenza se al primo appuntamento mi fossi presentata in un completo sessualmente provocante, ritenendolo appunto un escamotage non consono al suo tipo di donna ideale. Magari dopo gli chiedo di intervenire per dare il suo punto di vista maschile 😛

      Io, personalmente, ti posso dire con la massima tranquillità che manderei decisamente in bianco chiunque decidesse di provarci con me sfoggiando (ad esempio) jeans strappati, tutoni informi da rapper del Bronx, T-shirt super-aderenti, camice sbottonate con petto depilato a vista o (peggio ancora!!) tatuaggi, piercing, gel tra i capelli.
      Ma non perché io badi all’apparenza più che all’essenza: perché il modo in cui una persona sceglie di apparire è legato al suo carattere. E il tipo di uomo a cui io sono interessata è quel tipo di uomo che, nel tempo libero, indosserà probabilmente qualcosa sulle linee di: mocassini di pelle, pantaloni di velluto a coste, maglioncino da nonnetto e camicia stirata che spunta da sotto.

      Capisci che se mi arrivi tatuato, coi jeans strappati e la maglietta di Gucci super-aderente, è piuttosto evidente che tu non sia il tipo di uomo che sto cercando 🤣

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      1. Celia

        Concordo sul principio… anche se poi, personalmente, l’unico che escluderei dalla lista che fai di possibili “uomini appetibili” è quello con la camicia sbottonata… ma non per la camicia. Perché è depilatooo! O.o XD

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    2. sircliges

      Ciao Pellegrina, sono l’allora-fidanzato-tuttora-marito di Lucia, e posso purtroppo confermarti che.. gli spauracchi esistono.
      Tu hai ragione a dire che non bisogna legarsi all’apparenza, ma all’essenza.
      Il problema è che, come dice la volpe al piccolo principe, “l’essenziale è invisibile agli occhi”.
      Di tutte le cose che esistono, noi non vediamo mai direttamente la sostanza, ma solo l’apparenza. POI, dopo aver visto l’apparenza, deve scattare la scintilla che ci fa pensare “allora, se questa è l’apparenza, la sostanza è…”. Ma si parte sempre dall’apparenza. Senza apparenza non si arriva all’essenza.
      (scusate se vado nel filosofico spinto, ma oggi è San Domenico e mi parte il lato tomista…)
      Certo poi chi guarda deve avere anche la capacità di non fermarsi alla PRIMA apparenza e andare anche oltre. Ovviamente una prima apparenza può ingannare. Per esempio, se io incontrassi a un primo appuntamento una donna vestita in modo provocante, potrei fare da questo dettaglio delle ipotesi sulla sua personalità, ma queste ipotesi potrebbero anche essere sbagliate: magari la tizia ha scelto proprio quella volta per sperimentare un look diverso dal solito. In questo caso, se decidessi di essere interessato NONOSTANTE l’abbigliamento, potrei anche provare a combinare un secondo appuntamento, magari cercando sottilmente (ma ora non saprei proprio immaginare come!) di far passare il messaggio “possibilmente con un altro vestito”. Oppure potrei anche decidere che mi è bastato il primo appuntamento per farmi un’idea più o meno chiara della persona (ovviamente questo non dipende solo dall’abbigliamento, ma da cosa si è fatto, di cosa si è parlato, etc).
      Siccome però questo procedimento – guardare le persone cercando di capire la loro essenza – non è immediato, costa tempo, fatica, a volte denaro… insomma, curare la propria apparenza è anche, in un certo senso, una gentilezza che facciamo agli altri.
      “Sono così e te lo faccio capire subito, così ti alleggerisco la fatica”
      N.B. incuriosito dalla menzione di Feynman, un famoso fisico quantistico, sono andato a cercarlo e ho trovato questo suo libro autobiografico
      https://en.wikipedia.org/wiki/What_Do_You_Care_What_Other_People_Think%3F
      che adesso mi punge curiosità di leggere

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  9. mariluf

    Molto interessante, come sempre! Io confesso di preferire i pantaloni, per ragioni di praticità soprattutto, e perchè d’inverno sono più caldi. D’estate, qualche volta uso le gonne, perchè sono più fresche. Ciao!

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    1. Lucia

      In inverno, anche io uso quasi sempre i pantaloni (nel mio caso, principalmente per la comodità di non dovermi infilare di prima mattina dentro ai collant spessi e aderenti – richiedono un livello di cura che non sono pronta ad avere alle 6:30 del mattino poco prima di buttarmi sotto la pioggia gelida per andare al lavoro 🤣🤣).
      (E infatti, ho notato che tendo a indossare le gonne nei giorni in cui non lavoro e/o quando entro al lavoro più tardi e ho più tempo per un risveglio lento).

      Come dicevo, li indosso quasi sempre abbinati a tunichette lunghe a mezza coscia, anche se in realtà è un accorgimento dato da ragioni estetiche, più che altro. Ho le cosce molto larghe e non mi piacciono particolarmente, se riesco a nasconderle è tanto di guadagnato 🤣
      Posto che i pantaloni non mi sembrano immodesti in sè, devo dire che questo escamotage è comunque molto comodo anche per chi dovesse sentirsi a disagio con un paio di pantaloni addosso, temendo di mostrare troppo le sue forme.

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      1. Elisabetta

        Anche io pur amando di più le gonne, metto spesso pantaloni, specialmente in inverno e sempre al lavoro , dove li trovo comodi (per chi ha lavoro movimentato) . Dramma ovviamente trovare jeans con vita normale, gamba a palazzo e non stretti.
        Mi viene il dubbio xhe ti avessero chiesto di non metter la gonna perchè da sotto alla scala qualcuno potesse guardare 😱

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        1. Elisabetta

          Mio babbo mi fa spesso notare che sono una donna senza gonna , e all’epoca mia mamma non mi fece tagliare i capelli fino alla fine del liceo…

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        2. Lucia

          🤣
          No, non poteva essere per quello. Le scale in questione erano in un deposito d’archivio nel quale non c’era nessun altro a parte me, il mio lavoro era addentrarmi nei meandri del deposito per andare a prendere il materiale richiesto a consultazione, ma ero sola. Era davvero una preoccupazione dettata da motivi di sicurezza.

          Se ci fosse stata gente sotto la scala manco io ci sarei salita con una gonna 🤣🤣🤣🤣

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  10. Murasaki Shikibu

    Sono abbastanza d’accordo col commentatore che ha scritto che una donna che vesta in modo, diciamo “non modesto” soprattutto sul posto di lavoro tradisca una certa insicurezza, e talvolta pure un certo grado di masochismo (i tacchi a spillo, poniamo, che sono davvero complicati da gestire). Dietro a una roba così complicata come il trucco e l’abbigliamento c’è un gioco talmente complicato di segnali, controsegnali, condizionamenti e (talvolta) autoinganni, per tacere dei pregiudizi talvolta inconsapevoli di chi ti guarda che secondo me è sempre meglio lasciarsi aperte diverse possibilità di valutazione 🤗

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    1. Lucia

      Ah, ma quello di sicuro!
      Forse non l’ho sottolineato a sufficienza, ma questo è chiaro anche per me lo accennavo nel post, parlando di “inganno” in cui cadono molte donne.
      Indubbiamente ci va una certa sicurezza nel decidere di sfoggiare uno stile che – diciamo – non è quello che mediamente si vede addosso alle donne belle e di successo (cioè attrici, cantanti etc 🤣).

      Anche io credo che moltissime donne che si vestono in modo “immodesto” lo facciano in realtà perché sono poco sicure di sé. Certo che spiace (forse spiace ancor di più rispetto a quando si veste in modo provocante una donna che – puro e semplice – vuole provocare).
      Fra l’altro, qualsiasi sia la motivazione che ti spinge a indossare certi abiti, resta il fatto che un look “poco modesto” rischia di essere fortemente inappropriato al contesto, rischia di passare i messaggi sbagliati e rischia appunto di farti sembrare una persona diversa da quella che sei.

      Ma che ci sia una forte componente di insicurezza in molti aspetti del modo di porsi femminile, questo è chiaro. E’ una considerazione talmente banale che mi vergogno a scriverla, ma la scrivo lo stesso 🤣 al di là dell’abbigliamento: una donna che è ossessionata dalla forma fisica, si trucca anche solo per andare a buttare la spazzatura e si lamenta se la tagghi in fotografie in cui non è venuta benissimo, nella maggior parte dei casi non è vanitosa: è probabilmente molto insicura.

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  11. Pensieri Di Minoranza

    Tutto molto interessante. Mi sembra però che tutto questo discorso sulla modestia riguardi principalmente ragazze giovani, diciamo, da adolescenti a trentenni al massimo.
    Come la vedi “dopo una certa età“? La signora di 70 anni che porta il vestito sbracciato è immodesta? Non parliamo dei capelli corti, perché quasi tutte le signore a una certa età tagliano i capelli corti. E proprio ieri mia madre (67 anni) mi diceva che lei non si sente più a suo agio con la gonna e quando vuole essere elegante indossa un completo pantalone, tenendo i vestiti solo “per stare in casa”. Tra l’altro da giovane io ricordo che indossava solo gonne. Mia madre è particolare, ha sempre lavorato in un campo maschile e un po’ capisco il fatto che si veda meglio con abiti maschili (comunque noi diciamo maschili ma sono ovviamente pantaloni da donna, non da uomo 😄) ma fatico a vedere dell’immodestia…

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    1. Lucia

      No ma forse dovrei precisare 🤣 in inverno io porto frequentissimamente i pantaloni e ho i capelli a caschetto (“avevo” in realtà: durante il lockdown sono cresciuti e adesso ne sto approfittando per lasciarli crescere ancora un po’, giusto per variare).

      Non considero assolutamente immodesti né i capelli corti, né un normale paio di pantaloni. Ciò che davvero trovo immodesto sono: scollature profonde; trasparenze; abiti eccessivamente aderenti; gambe nude dal ginocchio in su; abbigliamento sessualmente connotato (es. jeans super-aderenti con toppino corto indossati allo scopo di mettere in mostra il sedere; T-Shirt con messaggi allusivi; etc).
      Diciamo che queste cose le troverei fortemente inappropriate su una signora di settant’anni, ma più che altro perché decisamente non sono il tipo di abbigliamento che mi sembra consono per una signora in quella fase della vita 🤣 escludo che una settantenne con la tutina in latex possa indurre in tentazione i ragazzotti per strada, ma come minimo si rende un po’ ridicola e farebbe meglio a cercare uno stile più adatto.

      Se ci fosse una signora che a settant’anni va in giro con la scollatura vertiginosa perché si sente fiera della sua forma fisica e vuole ancora ostentarla con lo stesso spirito con cui la ostentava a trenta: probabilmente sì, riterrei immodesto il suo abbigliamento, anche se, all’atto pratico, è fortemente improbabile che quella signora possa indurre in tentazione. A livello di rappresentazione di sé e testimonianza, non sta comunque passando un grande messaggio.
      Ma direi che sono casi veramente molto isolati 😂 e immagino che non sia il caso di tua mamma 😜

      Comunque, non concordo sul fatto che il discorso della modestia riguarda solo le giovani e le giovani donne. Ahimè, io vedo anche tante quarantenni e cinquantenni andare in giro con abiti provocanti (soprattutto se hanno un bel fisico di cui sono giustamente orgogliose, e – ingiustamente – scelgono quel modo per metterlo in mostra).
      Improbabile che una cinquantenne madre di figli adolescenti possa indurre in tentazione la gente per strada, eppure il reggiseno nero sotto il toppino bianco ti si vede anche se hai appena compiuto mezzo secolo, ed è e resta inappropriato.

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  12. Pensieri Di Minoranza

    Concordo in pieno. Non mi sono spiegata bene, intendevo che quando se ne parla (nei vari post) ci si riferisce spesso negli esempi a adolescenti e giovani donne. Da ormai quarantenne, mi piacerebbe di più un discorso più ampio, che declini di più come praticare la modestia da donna sposata, da madre ecc. (le occasioni di immodestia/tentazione sono diverse da quelle di una ragazza molto giovane, ma sicuramente ci sono ancora). A 70 anni magari no, e concordo sulla tua osservazione sul senso del ridicolo (anche se conosco una signora che si fa i capelli rosa ma tutto sommato è nel suo stile e non sta neanche male 😄)

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    1. klaudjia

      Sinceramente credo che al giorno d’oggi non si possa più dire che una donna induca qualcuno in tentazione con il proprio abbigliamento, quando nella tasca tutti hanno uno smartphone dal quale possono vedere qualunque immagine porno. Ho visto ad una manifestazione sportiva una ballerina di pole dance che faceva di tutto con addosso un minuscolo slip e reggiseno. Davanti a lei c’erano dozzine di ragazzi di circa 20/25 anni che …giocavano a biliardino! Non la degnavano neppure di uno sguardo!! Per la moda “modesta” io ne faccio piu che altro una questione personale di decoro e di come ci si ponga soprattutto dopo una certa età.

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      1. Lucia

        Sì, beh. E’ molto vero quello che dici (io credo, ad esempio, che sia francamente impossibile che un uomo venga turbato dalla vista di una sconosciuta in bikini in spiaggia. Io, il bikini, non lo metto comunque, ma che un uomo normale possa sconvolgersi chissà quanto a vedere una tizia in bikini, mah).
        D’altro canto, è pur vero che è come minimo un atto di gentilezza non sventolare la propria scollatura di fronte al collega di ufficio o di fronte al ragazzotto in tempesta ormonale seduto davanti a te sul treno. Non penso sia efficace parlare di modestia facendo leva sul senso di colpa della donna “tentatrice”, ma penso che la modestia possa effettivamente essere anche una gentilezza che facciamo agli altri.

        E di decoro personale, certamente.
        Però la cortesia nei confronti degli altri la trovo comunque un elemento pur presente 🙂

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  13. Pingback: La modestia nel vestire? Conta – e quanto conta! — Una penna spuntata « Il sito di Alberto

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