In tempo di epidemia, tu mostra le caviglie!

O tempora, o mores! Tra le tante paure, più o meno razionali, che ci paralizzano in questi giorni, non siamo ancora riusciti a farcene venire una che invece atterriva le generazioni prima di noi.

E cioè, la paura dei vestiti infetti che diffondono l’epidemia.

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Cinque capi di abbigliamento che arrivano dal mondo militare

Verrebbe da pensare che la moda sia un fatto puramente estetico: roba da stilisti con un metro da sarta al collo che si muovono leggiadri in atelier pieni di scampoli e di sete. No?

No. O meglio: non sempre. Talvolta, si impongono nel mondo della moda capi di abbigliamento con origini molto più… spartane.

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Il guardaroba di mia mamma ci racconta un Sessantotto diverso e meno conosciuto

Se sbircio nel guardaroba sessantottino di mia mamma, mi trovo davanti a capi di abbigliamento che io non metterei, per uscire, nemmeno con una pistola puntata alla tempia… ma non perché siano troppo provocanti – perché, conciata così, manco la mia trisnonna.

Se pensiamo al Sessantotto, la nostra mente va subito a Woodstoock, al sesso libero, all’LSD come stile di vita.
Eppure, nel Sessantotto, sono esistiti, per così dire, tanti Sessantotto. E quello che mi raccontano i vestiti di mia madre… vi dirò: a me, piace un sacco!

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Perché d’estate ci si veste di bianco?

Probabilmente mi risponderete citando la teoria per cui i colori chiari, d’estate, tengono più fresco, grazie alla loro capacità di riflettere e rispedire al mittente il calore dei raggi solari. In realtà, pare che sia una mezza bufala.

E dunque, perché proprio il bianco?

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In che senso, un vestito può dirsi “sostenibile”?

Va bene che adesso l’ambientalismo è (finalmente!) di moda, ma va meno bene che passi il messaggio che “il problema della fashion industry è che inquina”, ma che “se ti compri il mio vestito di tessuto riciclato, allora sei una consumatrice accorta con la coscienza a posto”.

Un vestito veramente sostenibile è molto, molto più di un vestito “che non inquina”.

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Quando la fashion industry rese matto il Cappellaio

La questione è dibattuta, e gli esperti dell’opera di Lewis Carroll non hanno ancora trovato un consenso. Ma tra le tante ipotesi che sono state avanzate in anni recenti, vi è pure questa: il celebre personaggio del Cappellaio Matto sarebbe stato ispirato da una reale forma di malattia neurologica che interessava, a livello endemico, i cappellai dell’Inghilterra vittoriana.

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