Il viola dei re: il colore di un monarca in lutto

Se c’è una cosa che abbiamo imparato grazie alla morte della regina Elisabetta è che le tradizioni dal sapore antico continuano ad affascinare incredibilmente. In questi giorni ho parlato con molte persone che, pur non avendo mai nutrito particolare interesse per le vicende della famiglia reale inglese, sono state rapiti da quella cerimoniosità solenne e antica che il Regno Unito sta mettendo in scena in questi giorni. E, in effetti, davvero si ha l’impressione di essere appena usciti da una macchina del tempo, nel guardare le immagini di arcieri in kilt e cavalieri in armatura che notte e giorno vegliano un feretro dentro a un castello medievale.

È stato stimolante profittare dell’occasione per raccontare un po’ di tradizioni legate alla monarchia britannica (per chi se le fosse perse, qui trova un riepilogo); e mentre a Londra volgono al termine questi giorni di lutto nazionale, potrà forse essere interessante dare la risposta a un altro quesito. Vale a dire: perché il feretro della regina Elisabetta è stato posato su un catafalco di colore viola, ed è viola anche il cuscino su cui è adagiata la corona che la rappresenta? Se il nero è il colore del lutto per eccellenza, ed è da una settimana che attorno a quella salma si muove gente vestita di nero da capo a piedi, perché mai la scelta di ornamenti di colore viola? Tanto valeva scegliere altro nero, no? Per armonia.

Ma il punto è proprio questo: l’armonia non è desiderabile, nel funerale di un monarca; perché “la morte è una livella” e lo sappiamo tutti, ma nessuno vuole calcar troppo la mano sul concetto mentre si accinge a seppellire un re con ogni onore. E con quel viola, la famiglia reale inglese ci sta regalando un assaggio di una antichissima tradizione che data fino ai tempi di Carlo Magno (e forse anche prima); e cioè, quella per cui il nero è indubbiamente colore del lutto… a meno che non si sia il re: nel qual caso, si usa il viola.

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Storicamente, pareva inopportuno che un re ostentasse troppo il suo dolore. Non lasciamoci ingannare dalla regina Vittoria e dai suoi quindici anni di lutto stretto e sconsolatissimo: in questo, la donna spezzò una tradizione antica, che le avrebbe suggerito di fare semmai l’esatto opposto. In molte famiglie reali, capitava addirittura che il re non prendesse parte ai funerali dei parenti stretti, optando piuttosto per un saluto privato nella discrezione della camera ardente.
Globalmente, l’idea di fondo era qualcosa sulle linee di: non è bene che un re affronti il lutto nello stesso modo in cui lo affronta la gente normale. Nulla vieta di manifestare un dolore discreto e composto in occasione della morte di un congiunto, ma nessuno vuole avere l’impressione di essere governato da un poveraccio che è completamente annichilito dal suo dramma personale e che, col suo amato, ha sepolto anche la gioia di vivere (e, Dio non voglia!, la capacità di giudizio).
Sicché, i re europei furono sempre assai discreti quando le circostanze li costringevano a entrare in lutto. E, fra le tante accortezze messe in atto per mostrare un dolore presente, ma controllabile, adottarono anche un artifizio di natura modaiola: smisero di indossare i tradizionali abiti da lutto di colore nero e iniziarono a indossare abiti da lutto adatti a un re – e cioè, tinti d’una caratteristica tonalità di viola scuro. Esattamente quella che possiamo vedere in questi giorni nella camera ardente della regina Elisabetta.

Entro le prime decadi dell’età moderna, il viola-da-lutto-di-re era già moda diffusa in tutte le grandi corti europee. In realtà, testimonianze sparse ci fanno sospettare che l’usanza possa essere ben più antica: per citare un caso celebre, anche Carlo Magno fu avvolto in un sudario di seta viola, delicatamente ricamato con motivi di elefanti.
Ma perché proprio il viola? Una spiegazione eloquente ci viene fornita da un cortigiano che, nel 1547, descrivendo gli abiti da lutto indossati in Francia da re Enrico II in occasione della morte suo padre, ci descrive il viola del suo manto come “un color porpora regale, molto più scuro del solito, ma non tendente al nero”. Insomma: quel tono di viola era stato scelto perché consisteva nella versione scura (e quindi più sobria e più luttuosa) di quello splendente color porpora che da sempre veniva indossato in segno di regalità.

Non aveva nulla a che vedere con lo slavato color malva che, alla metà dell’Ottocento, fu concesso alle donne vezzose che si trovavano a vivere l’ultima fase del lutto (e che, secondo i libri di galateo, avrebbe dovuto declinarsi nelle tonalità di un grigio chiaro, leggermente ammorbidito da qualche pennellata di rosa spento). Né tantomeno voleva essere un richiamo al viola penitenziale dei paramenti sacerdotali che oggi vengono indossati da molti parroci italiani durante le celebrazioni dei funerali: non per altro, ma questa è un’innovazione recentissima: fino a qualche decennio fa, erano rigorosamente neri i paramenti che venivano usati durante le esequie.

No: il viola-da-lutto-di-re era una tonalità completamente diversa; era un viola profondo e acceso, ottenuto a partire da un color porpora, appena appena scurito da una punta di nero. Non era il viola cristiano della penitenza, bensì il colore purpureo di un monarca che, certamente, è in lutto… ma con gran regalità.

La famiglia reale inglese, che in questi giorni ci sta regalando un assaggio di quest’usanza antica, ha consegnato alla Storia una vasta serie d’esempi di abiti da lutto realizzati secondo questi principi. Gli inventari dei beni posseduti dalla regina Elisabetta I ci descrivono una vasta collezione di abiti adatti al lusso confezionati in velluto viola, bordati di ermellino, ricamati con dettagli d’oro. Nel 1660, il diarista Samuel Pepys ebbe modo di vedere e di descrivere i sontuosi abiti da lutto color viola indossati da re Carlo II, che poche settimane prima aveva perso suo fratello. E questa serie ininterrotta di abiti di colore viola affollò i guardaroba dei monarchi del Regno Unito grossomodo fino all’epoca della regina Vittoria, che una volta per tutte pose fine a questa moda, decidendo di onorare la memoria del marito con le gramaglie nere di un lutto strettissimo e feroce, volutamente ostentando il dolore di una qualsiasi vedova che ha perso l’amato.

E tuttavia, con buona pace della defunta, quando la regina passò a miglior vita, i suoi cortigiani le organizzarono il funerale nel modo in cui avevano sempre fatto: tingendo di viola tutti gli oggetti (drappi, catafalchi, feretri, cuscini…) che sarebbero venuti in contatto col suo corpo, e tappezzando di striscioni viola tutte le vie di Londra lungo le quali sfilò la processione funebre. Ché se un re non può farsi piegare dal lutto mentre è in vita, a maggior ragione le sue spoglie dovranno ostentare regalità fino all’ultimo momento!

A suo modo – ovviamente – era anche un modo per rimarcare l’alterità del re rispetto alla massa della plebe. Come spiega Lou Taylor in un saggio dedicato al Mourning Dress, “nessun altro suddito avrebbe mai osato utilizzare quel colore. E nemmeno le più nobili tra le famiglie aristocratiche avrebbero mai avuto la sfacciataggine di indossare il viola a un funerale”. Quel colore, per l’appunto, era unicamente riservato al re: quello appena morto, e quello appena proclamato.

Una tradizione che, con ogni evidenza, la famiglia reale inglese è determinata a conservare (almeno a metà). Regalandoci ancora un po’ di quella ritualità dal sapore antico che, sotto sotto, ci affascina incredibilmente.

Le insegne regali di Elisabetta II vengono deposte sull’altar maggiore della St George Chapel di Windsor, ritornando metaforicamente a Dio nell’attesa che il nuovo re le riceva da Lui di nuovo, nel corso della cerimonia di incoronazione

Per approfondire: per l’appunto, il saggio di Lou Taylor dedicato al Mourning Dress. A Costume and Social History (Routledge, 1983)

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