Lifestyle cristiano · Personale

La mia esperienza con eShakti, il sito di moda etica che ti cuce i vestiti proprio come li vuoi tu

eShakti è arrivato in Italia – e se anche voi leggete i blog di modest fashion statunitensi, vi sarete immediatamente rese conto della portata della notizia.
Per chi non conosce eShakti e si chiede cos’abbia di così speciale da essersi addirittura aggiudicato un post a tema, ecco qui una breve presentazione.

Eshakti Home

eShakti è un sito di e-commerce dedicato alla moda femminile, con un vastissimo catalogo di capi d’abbigliamento. Fin qui niente di strano, la cosa interessante viene ora: con un sovrapprezzo di 9 euro, eShakti vi permette di personalizzare interamente il capo che state comprando. Il che vuol dire: voi vi misurate con un metro da sarta e compilate un form con le vostre misure, ed eShakti cuce il vestito esattamente sulle vostre forme.
Ma la meraviglia non finisce qui: inclusa nel sovrapprezzo di cui sopra, vi aggiudicate anche la possibilità di modificare il vestito come volete voi.

Vi piace quel modello, ma, mannaggia, la gonna a metà polpaccio vi sta malissimo? No problem, potete chiedere di avere una gonna al ginocchio.
Avete adocchiato un vestitino delizioso, ma, mannaggia, è senza maniche, e invece voi preferite avere sempre le spalle coperte? No problem, potete far aggiungere le maniche – a sbuffo, svasate, al gomito, come vi pare.

Eshakti Banner

Mi direte: e vabbeh, ma chissà quanto costa un abito sartoriale fatto su misura!
Vi rispondo: ve la cavate con circa 40 euro tutto incluso.

Mi direte: e vabbeh, ma allora ‘sti vestiti saranno cuciti col sangue di poveri bambini del Terzo Mondo sfruttati fino al midollo.
Vi rispondo: li cuciono per voi delle sarte indiane maggiorenni, pagate il 70% in più rispetto ai minimi salariali suggeriti dai sindacati.

Ho deciso di condividere la mia esperienza su eShakti perché, prima di fare il mio ordine, ho cercato recensioni in giro, e non sono riuscita a trovarne da parte di utenti italiani. (Del resto, il sito è sbarcato nel Bel Paese solamente da pochi mesi: prima, operava esclusivamente in USA). Poiché io avevo alcuni dubbi molto specifici relativi alla situazione italiana (tipo: come stiamo messi con le spese doganali?), le recensioni delle blogger statunitensi mi aiutavano solo fino a un certo punto.
Così, ho fatto un ordine un po’ alla cieca, ne sono rimasta soddisfattissima, e ho pensato di scrivere questo post per chiarire i punti che interessavano a me (e, immagino, qualsiasi potenziale acquirente).
Tutto qui. Questo non è un post sponsorizzato, il customer care di eShakti non sa nemmeno che esisto, e non mi ha remunerata in alcun modo per questo post (…ma magari!!).
Questa è la mia esperienza pura e semplice.
Se non siete interessati saltate pure questo post fuori degli schemi, ma tenete conto che questa chicca potrebbe potenzialmente interessare tutti, maschi inclusi, anche perché eShakti offre la possibilità di comprare buoni regalo.
E se siete alla ricerca di un regalo originale per una delle “vostre donne”, io vi dico che, secondo me, un gift coupon da eShakti è qualcosa che si farà ricordare molto a lungo

***

Ricominciamo: eShakti è un sito di e-commerce che permette di personalizzare interamente i propri capi di abbigliamento.
In teoria è  anche possibile acquistare i vestiti così come li si vede sull’e-shop, senza modifiche. Personalmente trovo che la cosa non abbia senso: a ‘sto punto ti compri un vestito in un negozio a caso, e tanti saluti.

Le modifiche che possono essere apportate sono tantissime, ma non illimitate. Ovvero: non vi capiterà mai di personalizzare un vestito secondo il vostro estro personale, per poi scoprire che, mannaggia, quelle maniche a sbuffo che avete fatto aggiungere non c’entrano niente col resto dell’abito. Ogni capo presenta un tot. di possibilità di modifica, pre-selezionate dallo stilista stesso: se decidete che la scollatura non la volete a barchetta ma la preferite a V, state pur certe che il risultato finale sarà gradevole.

E allora, facciamo un esempio molto concreto e vediamo quale vestito ho ordinato io.

Uno dei punti di forza di eShakti è la straordinaria quantità di stoffe diverse, che spesso presentano stampe molto originali.
Attratta per l’appunto dalla stoffa con cui è confezionato, io decido che voglio questo vestito qua:

MiovestitoEshakti

Come ben sa chi mi legge da tempo, i miei personali standard di modestia includono spalle coperte e gonne lunghe fino al ginocchio. Dunque, allungo la gonna di qualche centimetro e ci aggiungo due belle maniche (al gomito, giusto per star sicuri). Già che ci sono, decido anche di cambiare la scollatura e di farla quadrata, tanto per variare un po’.

Eshakti possibilità modifica
Le varie opzioni tra cui potevo scegliere nel personalizzare il mio vestito

Prendo le mie misure e le inserisco nell’apposito form, che peraltro è straordinariamente dettagliato. Il sito richiede informazioni tipo “circonferenza della parte alta del braccio con i bicipiti in tensione” (!): con tutti i dati che devo fornire, mi aspetto un vestito che calzi come un guanto.

Dico subito che lo scoglio contro cui si sono parzialmente scontrate le mie aspettative è la conversione da centimetri a pollici. Il sito vi costringe a fornire le vostre misure in pollici: poco male, potete misurarvi in centimetri e poi usare uno dei tanti convertitori automatici su Internet – sennonché, vi sconsiglio di fare come ho fatto io, che, nel caso di dubbio, ho sempre arrotondato per eccesso.
90 cm. sono 35,43 pollici? Massì dai, facciamo 36, meglio troppo largo che troppo stretto.
Col senno di poi, arrotondare per eccesso potrebbe non essere sempre la strategia migliore. Suggerirei semmai di andare a buon senso: arrotondate per eccesso laddove avete interesse che il vestito cada morbido (es. sulla vita: nessuno vuole un vestito che tira in vita) e arrotondate per difetto dove invece desiderate che aderisca bene (es. sul seno, mi verrebbe da pensare).

Fornite le mie misure e selezionate le modifiche che voglio apportare, veniamo alle dolenti note: il pagamento.
In realtà sono note molto meno dolenti di quanto pensiate!

Intanto, eShakti deve avere una strategia di marketing tipo “prendiamola per la gola offrendo continuamente promozioni”.
A tutti gli utenti che fanno il loro primo ordine, il sito offre un buono sconto di 25 dollari, più un bonus per azzerare le spese di spedizione.
Agli utenti che hanno già acquistato in passato, va meglio ancora: in questo momento, il sito mi offre il 15% di sconto su tutta la collezione, e in più, a seguito del mio primo ordine, ho ricevuto un buono di 30 dollari (!!) da utilizzare sul mio prossimo acquisto.

Indicativamente, con 40 – 45 euro tutto compreso riuscite a portarvi a casa un vestito di fattura sartoriale cucito su misura per voi.

“E ma poi ci sono le spese di dogana”.
E invece no!
O meglio: i prezzi che voi vedete navigando sul sito sono, effettivamente, IVA esclusa. Ma quando mettete un abito nel carrello e dite che volete farvelo spedire in Italia, ecco che il sito aggiorna il prezzo finale facendovi pagare anche l’IVA al 22% necessaria per l’importazione.
Questo vuol dire che il vostro pacco non sarà soggetto ad alcuna spesa extra: posso confermarvi che il mio vestito è stato fermato per controlli sia in uscita dall’India, sia entrando in area Schengen, sia in Italia per attendere la bolla doganale, e io non ho dovuto pagare neanche un centesimo.
Non ci ho creduto fino all’ultimo, ma tant’è.

Comunque: piazzo il mio ordine, pago con carta di credito (è possibile usare anche il circuito PayPal per maggior tranquillità), recito una muta preghiera al santo patrono delle dogane… e aspetto. I tempi di consegna previsti vanno dai 13 ai 19 giorni, il che mi pare equo per un vestito che viene cucito su misura per te dall’altra parte del mondo. Il sito stima una consegna prevista per lunedì 19 giugno, e nel frattempo mi tiene costantemente aggiornata sui progressi della lavorazione.

Eshakti progresso ordine

Dopo una dozzina di giorni dal mio ordine, ricevo una mail in cui mi si comunica che DHL International ha preso in carico il mio pacco. L’e-mail automatica mette pure le mani avanti dicendo che la policy aziendale di DHL è di anticipare per conto del cliente eventuali spese doganali allo scopo di accelerare il più possibile la consegna (quindi, niente storie e cacciate fuori i dindi quando il corriere vi suona alla porta).
Quando DHL fa trillare il mio campanello (puntualissimo, lunedì 19 giugno come previsto) chiedo subito: “devo pagare qualcosa?”.
No, le spese di importazione sono state interamente assolte da eShakti: lo sottolineo ancora una volta perché era il mio timore principale, ma non un centesimo di più vi verrà chiesto.

E dunque eccomi qui rimasta sola col mio pacco e col mio unico timore residuo: ma non è che sto per prendermi ‘na sola?
Ok ok, Internet è pieno di commenti positivi, ma sai, magari sono sponsorizzati, magari non è tutto vero…

Apro il mio pacco.
Dentro alla scatola di cartone, giace il mio vestito, morbidamente avvolto in un foglio di carta velina.
19490256_10213385001489460_1913387416_o

S’è fatto un viaggio Nuova Delhi – Torino senza sgualcirsi minimamente: perché non perdesse la forma mentre veniva sballottato da un continente a un altro, le signore di eShakti l’hanno addirittura fissato con delle mollettine trasparenti. Piccoli dettagli che cominciano a tranquillizzarti.

Prendo in mano il mio vestito.

Eshaktivestitoluminoso
Qui uno potrebbe anche provare a vendervela bene, dire: eh, la foto fa schifo ma è tutto voluto, è che il post è sull’abito e non sul mio corpo… No: è che c’avevo 37 gradi in camera, stavo crepando dal caldo, la macchina non memorizzava le impostazioni che le davo, a un certo punto mi son depressa, ho preso la foto meno peggio, e ho pensato “mbeh, si arrangino”.

La stoffa è esattamente come da fotografia. 100% poliestere, non il massimo mi direte voi: sì, ma io (costretta a frequenti trasferte di lavoro) ho bisogno di tessuti sintetici che non si stropiccino in valigia. Il catalogo di eShakti offre anche abiti in lino, cotone…
Lo provo: è esattamente come l’ho voluto, con l’unica differenza che, in alcuni punti, calza più largo di quanto mi aspettassi. Qui mi prendo interamente la colpa e sbuffo per la mia decisione di arrotondare sempre eccesso nella conversione da cm a inches: là dove il vestito va grosso, è dove io sono stata di manica larga nelle equivalenze.
Poco male, in ogni caso: questione di millimetri!

La scollatura è alquanto più profonda di quanto immaginassi (rapido appunto mentale: optare sempre per scollature molto contenute), e, nonostante la dicitura “lightweight” nella descrizione della stoffa, l’abito è certamente estivo, ma mica tanto fresco…
(Ma in fin dei conti: in condizioni normali, quale persona sana di mente deciderebbe di indossare un abito in poliestere con maniche lunghe, in una stanza non condizionata, con una temperatura ambiente di 37 gradi?)

Le cuciture sono invisibili e precise, il vestito è interamente foderato, e la fattura ti delizia con quei dettagli sartoriali a cui la fast fashion ci ha disabituati.

DSCN7509
Gonne a prova di effetto Marilyn!

Esempio?
I famosi piccoli pesetti à la Kate Middleton che, messi sull’orlo delle gonne, impediscono loro di sollevarsi al primo colpo di vento.
Oppure: uno strato di stoffa sotto la cerniera, per impedire che i dentini metallici irritino la pelle della schiena.
O ancora: due asole all’altezza delle spalle in cui far passare le spalline del reggiseno, per evitare che, con movimenti improvvisi, la scollatura si sposti lasciando intravvedere la biancheria intima.

È ridicolo definire “di fattura sartoriale” un vestito cucito sulle tue misure e secondo i tuoi desiderata, ma, davvero: non troverei un altro aggettivo per descriverlo.

DSCN7516
I “bra straps” che le blogger americane decantavano così tanto e definivano così utili alla modestia – non capivo onestamente che funzione potessero avere, prima di averli visti in azione.

Sono soddisfatta?
Pienamente: così tanto che ho deciso di scomodarmi per questa recensione.

Acquisterò di nuovo da eShakti?
Dopo aver preso in mano l’abito, mi ero già data la risposta “assolutamente sì”. Diciamo che, avendo in saccoccia un buono sconto da 30 euro, mi sento estremamente tentata dall’acquistare di nuovo entro breve tempo…

Consiglierò eShakti ad altre persone?
Sicuramente sì; in particolare, ve lo consiglio proprio dal cuore
–          se avete una fisicità diversa dalla norma, tipo mia mamma che accumula grasso solo sulla pancia e non su seno e fianchi, sicché è molto difficile trovare nei negozi qualcosa che le calzi a pennello;
–          se globalmente siete una taglia forte… molto forte, di quelle che spesso hanno reali difficoltà a trovare abiti carini a prezzi non esorbitanti;
–          se avete standard di modestia molto rigidi, tipo “maniche fino al gomito e gonne fino al polpaccio”, da cui altre difficoltà concrete nel fare shopping nella grande distribuzione;
–          se ci tenete ad essere perfette per la Grande Occasione, ma non volete spendere un occhio della testa in una boutique;
–          se avete l’uggia di organizzare un matrimonio all’americana con la schiera di damigelle vestite tutte uguali, perché il sito offre una vasta sezione di abiti alla bisogna… e in effetti è perfetto, per avere look uniformi ma non identici.

Soddisfatta?
Assolutamente sì!
E dopo questa, non ditemi che non è possibile seguire determinati standard di modestia “perché nei negozi non si trova niente, e che è, mica posso farmi confezionare i vestiti su misura!”.

Paragoniamo questo servizio a un vestito elegante di un qualsiasi brand di fascia media, e poi vediamo qual è quello col miglior rapporto qualità/prezzo…

Cose cristiane · Lifestyle cristiano

Quando il gioco si fa duro: suggerimenti casti, etici e pudici per la cattolica che deve rifarsi il guardaroba estivo

Ciao amici, io sono Lucia (dite tutti in coro: ciaaaao Lucia!, come si fa agli alcolisti anonimi) e sono l’incubo di tutte le commesse dei negozi di abbigliamento.
Fin da quando ne ho memoria, compongo il mio guardaroba con un occhio di riguardo verso il sesto comandamento: ho dei miei personalissimi criteri sul concetto di “pudore cristiano”, e mi ci attengo con lo stesso attaccamento con un cui una patella si accozza allo scoglio.
Come se ciò non bastasse, da qualche tempo m’è pure venuta la malsana fissazione di selezionare i miei abiti in base a criteri etici e di giustizia sociale (id est: voglio smettere di alimentare quel mercato della moda low-cost che, pur di abbassare i prezzi, sfrutta i lavoratori del Terzo Mondo manco fossimo nell’era dello schiavismo 2.0).

Capite bene che donna che si auto-impone questi vincoli stilistici, o sta accampando scuse per diventare una nudista, o è inevitabilmente destinata a soffrire.

Casomai qualcuno fosse nella mia stessa barca, e magari pure a corto d’idee,
casomai qualcuno volesse abbracciare più rigidamente il concetto di “pudore cristiano nel vestire”, ma non sapesse da dove iniziare,
casomai qualcuno fosse intenzionato a finanziare brand che producono abiti in maniera etica, pagando il giusto ai lavoratori,
ecco dunque il mio tradizionale post sul tema “come ha da vestirsi una donna cattolica, d’estate, per rispettare il pudore cristiano senza sembrare una pazza furiosa?”.

Il problema non è da poco.

Se una donna ha deciso, come me, di aderire in maniera rigida ai tradizionali criteri di modestia cristiana, l’estate può essere un periodo difficile. D’inverno, è facile coprirsi in maniera adeguata; ma d’estate, quando le vetrine dei negozi si riempiono di manichini seminudi, può realmente essere difficile trovare qualcosa di adatto.
E, peggio ancora, può realmente esser difficile indossare abiti consoni senza dar troppo nell’occhio – ché essere additati come “la fissata bacchettona che si concia una suora ottantenne” è sgradevole per il singolo e pure dannoso per la causa.
Ebbene: anche quest’anno, a grande richiesta, ecco a voi il tradizionale di suggerimenti dedicati!

Sì vabbeh, ma dopo tutto questo discorso io non ho ancora capito quali sono esattamente questi tuoi fantomatici canoni di modestia cristiana.
In sintesi, io mi vesto tutti i giorni come se stessi per entrare in chiesa. Quindi: spalle coperte; gonne al ginocchio; scollature contenute; niente trasparenze.

E secondo te, una donna che non segue esattamente questi canoni si sta vestendo immodestamente e pecca poiché mette a dura prova la libido maschile?
No, ma sta di fatto che io mi sento a mio agio nell’aderire a queste regole… e quindi, why not?

In questo post non vedo uno straccio di pantalone: sei ideologicamente contraria all’uso di abbigliamento dal taglio maschile?
No, per carità! È che io d’estate soffro moltissimo il caldo, e i pantaloni proprio non li reggo: per me sono off limits da maggio a ottobre.

Ma ti rendi conto dei prezzi dei vestiti che proponi? Ma tu dai per scontato che tutti noi possiamo spendere queste cifre in abitini?!
Come dicevo sopra: da un po’ di tempo ho deciso di acquistare solo abiti che provengono da filiere produttive etiche e solidali, e questo, purtroppo, evidentemente si paga. Personalmente cerco di contenere i costi comprando in saldo o nei grandi outlet online (tipo Privalia o Saldiprivati).
Poi, insomma, i miei sono solo esempi. Senz’altro si possono trovare capi simili e dello stesso stile in qualsiasi catena low-cost.

Vabbeh. Ok. Cominciamo!

Regola numero 1 – Un vestitino semplice, dalla linea basic, non dà mai troppo nell’occhio

Quando mi trovo in un contesto in cui voglio vestirmi modestamente ma senza attirare su di me tutti gli sguardi, stile “ma come si è intabarrata questa povera pazza?”, scelgo la via più facile e opto per vestitini basic, monocolore, dal taglio semplice, senza pretese. Con queste premesse, la manichina che copre le spalle non si nota quasi: è la mia “scelta sicura”, ad esempio, per quando sono al mare in vacanza attorno a Ferragosto, e obiettivamente correrei il rischio di sembrare quella stramba, sfoggiando un abitino elaborato mentre tutte le altre sono in bikini e pareo.
Con cosine semplici e senza pretese, invece, mai capitato di attirare sguardi.
Proprio vero che a volte la semplicità paga!

BasicCasti2017

  1. Abito GiraeRigira (Etsy), € 79,40
  2. Cotton Dress Coline, € 23,50
  3. Abito di cotone Hessnatur, € 24,95
  4. Dress Viscose Coline, € 24,90

Regola numero 2 – È la stagione dei grossi fioroni stampati sui vestiti: (se non temi di sembrare il copridivano di tua nonna), sfruttali a tuo favore!

C’è chi li ama e chi li odia: a me non dispiacciono, quindi hip hip hurrà!
Se una donna che si aggira in una località turistica, in piena estate, avvolta in un mesto abitino nero, corre davvero il rischio di sembrare un’orfanella in lutto, le mega-stampe floreali che vanno tanto di moda quest’estate sono sicuramente un grosso aiuto per non sembrare troppo barbose.
Colorate, ironiche, estive: vi aiuteranno senz’altro a sembrare donne cool all’ultima moda senza per questo costringervi a scoprirvi troppo.
Per la cronaca: la gonna numero 2 io ce l’ho davvero, e la amo.

FioroniCasti

  1. Abito “Danielle” People Tree, € 99,00
  2. Gonna a portafoglio “Fiorenza” King Louie, € 79,95
  3. Abito in cotone biologico Hessnatur, € 47,95
  4. Abito “Tropicana” King Louie, € 94,95

Regola numero 3 – Stampe anni ’70: ecco un altro trend che urla “estate” da ogni dove

Avete presente quelle inconfondibili piastrelle anni ’70 con motivi geometrici dai colori accesi, che all’epoca erano un must in tutti i bagni e in tutti i cucinini?
Io non gradisco stoffe con questo tipo di stampe (salvo rare eccezioni), eppure il trend sta innegabilmente diventando di moda.
Se vi piacciono i colori accesi e i contrasti forti, se siete fan del vintage e vi intriga imitare il look delle vostre mamme quando avevano la vostra età: beh, anche questo può essere uno stile che fa per voi.
Vale quanto detto per le stampe floreali: è un trend alla moda, giocoso, giovanile, decisamente inadatto a suscitare commenti tipo “anvedi ‘sta bigotta, sempre vestita da suora…”.

Siamo Noi 2
Io tutta presa dalla mia peroratio sul digiuno mentre il prete mi fissa con il tipico sorriso di condiscendenza riservato ai matti ;-)

(Non a caso, è stato lo stile che ho scelto quando mi han chiamata in televisione a dire cose impopolari tipo “nel Triduo di Pasqua, amo fare un digiuno completo per 48 ore di fila bevendo solo liquidi”).

CastiAnni70

  1. Abito “Maes” King Louie, € 99,95
  2. Abito “Alaina” People Tree, € 99,00
  3. Gonna in cotone bio Hessnatur, € 69,95
  4. Abito in cotone bio Hessnatur, € 199,00
  5. Abito “Emmy” King Louie, € 99,95
  6. Gonna in fantasia vintage GiraeRigira (Etsy), € 50,55

Regola numero 4 – I vestiti coloratissimi e le stampe giocose possono, semmai, farti sembrare “bimba”, ma decisamente non “suora barbosa”.

Piccola curiosità dal backstage della succitata intervista in TV: un altro vestito che avevo preso in considerazione era quello che vedete qui sotto al n. 2,  poi scartato a malincuore (nel senso che la domanda era se comprarlo o no, e con gran dolore non l’ho comprato).

Personalmente, ritengo che le stampe giocose (di animaletti, frutta, oggettini…) siano accettabili solo fino a una certa età, e solo a dosi omeopatiche: il rischio è sembrar vestite come scolarette delle elementari (…che è comunque sempre meglio del sembrar vestite come bigotte tristone in lutto).
Se vi piace lo stile e ve lo potete ancora permettere senza sembrar ridicole, anche questa è una soluzione di sicuro impatto (magari dosata con cautela, come dicevo: gonnellina a stampe e maglietta basica, o viceversa).

ColoratiCasti2017

  1. Abito “Danielle” People Tree, € 99,00
  2. Abito “Riviera” King Louie, € 99,95
  3. Abito Ikat Auteurs du Monde, prezzo non indicato ma attorno ai 60 euro se non ricordo male; gonna cortina ma con un lunghiiissimo orlo che si può facilmente allungare
  4. Abito in maglina Coline, € 39,50
  5. Abito a voile Coline, € 29,90

Regola numero 5 – Nel dubbio, le gonnelline sono sempre la scelta perfetta

…anche perché, a seconda di come le abbini, puoi utilizzarle in mille modi diversi. Una gonna floreale di cotone può essere ok a un matrimonio con un top elegante e le scarpe giuste, ma diventa improvvisamente molto easy se abbinata a una T-shirt di cotone e con un paio di sandaletti bassi. È solo un esempio fra i tanti, perché io trovo che le gonne possano essere reinterpretate davvero in infiniti modi, rendendole un acquisto particolarmente fruttuoso. In stile etnico, in tinta unita, floreali, a disegnini… ce n’è davvero per tutti i gusti e per tutte le occasioni. E allora, perché lasciarsele scappare?

GonneCaste2017

  1. Gonna a portafoglio GAP, € 59,95
  2. Gonna damascata Nomads Clothing, € 31,50
  3. Gonna a portafoglio “Havana” King Louie, € 79,95

Note di corredo per i lettori interessati alla moda etica

I capi di cui sopra non sono selezionati a caso, ma provengono da brand che – a vario livello, e con differenti gradi di impegno – si danno daffare per promuovere un concreto cambiamento nel mondo dell’industria tessile, a vantaggio dei lavoratori (e, in molti casi, anche dell’ambiente).

Nello specifico:
GAP è una scelta facile, con i suoi negozi fisici presenti in diverse città italiane. Fonti esterne ed imparziali assicurano che la ditta è una delle più attente nel rispettare i diritti dei lavoratori, se paragonata alle altre multinazionali dell’abbigliamento.
King Louie è un brand olandese deliziosamente retrò che aderisce alla Fair Wear Foundation, collaborando con appaltatori e sub-appaltatori di moralità sicura e comprovata. Se non si fosse capito, è uno dei miei marchi preferiti.
La linea Auteurs du Monde in vendita presso tutte le botteghe Altromercato è “etica” al di là di ogni ragionevole dubbio, inserendosi direttamente nel filo nel commercio equo-solidale certificato.
People Tree (balzato agli onori della cronaca, anni fa, per essersi accaparrato come modella una giovanissima Emma Watson) è un marchio inglese che produce abiti etici (dal punto di vista umano) e sostenibili (dal punto di vista ambientale).
Hessnatur invece viene dalla Germania: il suo focus sono la sostenibilità ambientale e i materiali bio, ma un brand che ha così a cuore l’ambiente tiene in alta considerazione anche i diritti umani dei lavoratori (e ci mancherebbe).
Nomads Clothing arriva dalla ridente Albione e collabora con piccole industrie tessili sparpagliate in remoti villaggi indiani, dove le sarte hanno la possibilità di guadagnare un dignitoso stipendio ma anche di esportare all’estero la loro cultura: i capi sono quasi tutti ad ispirazione etnica.
Coline è un brand francese (con prezzi decisamente abbordabili, una volta tanto!) che ha un vasto assortimento di vestiti un po’ etnici, un po’ gipsy, un po’ in stile Desigual – per tutti i gusti o quasi.
Etsy è sostanzialmente l’e-Bay degli artigiani, con ampia scelta di vestiti (e oggetti) di produzione propria (e/o vintage di qualità). Se volete evitare le spese di dogana, dovrete fare lo slalom tra i venditori statunitensi per trovare i (relativamente pochi) europei, ma è pur sempre un buon modo di incoraggiare la piccolissima imprenditoria: quindi, perché no!

Lifestyle cristiano · Personale

Moda etica e Fashion Revolution – perché non basta che una gonna sia al ginocchio per farmela dire pienamente “cristiana”

true-cost locandinaNon so che cosa mi aspettassi esattamente. Non sono mai stata così ingenua da pensare che i miei vestiti low-cost a 10 euro il pezzo fossero confezionati da operose sartine indiane appena diplomate alla scuola di modisteria, orgogliose e liete di poter finalmente mettere i loro talenti a disposizione della fashion industry internazionale.
Che dietro al mondo della moda ci fossero sfruttamento, e lavoro minorile, e retribuzioni salariali al limite della povertà, lo sapevo da tempo come lo sanno tutti: grazie tante.
Quindi in effetti non saprei ben spiegare perché io abbia ricevuto un tale pugno nello stomaco dalla visione di The True Cost, un bel documentario di Andrew Morgan che indaga il “vero costo” (umano, morale, sanitario…) di quei vestitini tanto bellini che affollano i nostri armadi.

Mi sono imbattuta in The True Cost qualche tempo fa, e in realtà so benissimo perché la sua visione mi abbia colpita così tanto. Era il periodo in cui stavo progettando il “nuovo corso” del mio blog, e, tra le idee che mi ronzavano per la testa, c’era anche quella di dedicare un po’ più di spazio al tema della “modest fashion”. Ma (ammesso e non concesso che si possa parlare di “regole di abbigliamento per cattolici”), la visione di The True Cost mi ha posto una domanda molto prepotente: ma la “cristianità” di un guardaroba si misura solo in centimetri di pelle scoperta, o magari bisognerebbe anche tenere in conto i bambini sottopagati che muoiono di cancro per confezionarmi la gonna?
È stato un salutare pugno nello stomaco. Ed è stata la ragione per cui, da quel giorno, ho cominciato a interessarmi alla “moda etica”.

***

I vestiti nuovi del consumatoreNon sono un’esperta di industria tessile, né tantomeno di finanza internazionale. I miei bignamini per addentrarmi in questo mondo misterioso sono stati il summenzionato documentario The True Cost (che trovate comodamente in catalogo se siete abbonati a Netflix) e il libretto I vestiti nuovi del Consumatore. Guida ai vestiti solidali, biologici, recuperati: per conciliare estetica ed etica nel proprio guardaroba (Deborah Lucchetti, edizioni Altreconomia).
È ovvio che, non essendo in grado di dare un apporto personale a queste indagini, mi limiterò a un pedestre “relata refero”… riferendo però alcuni dati oggettivi, che, non so a voi, ma a me hanno fatto riflettere.

***

Tutto comincia, a quanto pare, il 1° gennaio 2005.
In quella data, decade la validità del cosiddetto “Accordo Multifibre”, che, a partire dal 1974, regolava gli scambi del tessile secondo un sistema di quote assegnate a ciascun Paese. L’effetto più evidente di questa regolamentazione era imporre restrizioni alla quantità di prodotti che i Paesi in via di sviluppo potevano esportare verso l’Occidente.
Ora, io non so se questo Accordo Multifibre fosse un bene o male per l’economia. L’ho già detto: di ‘ste cose non ci capisco niente; se i big del mondo hanno deciso di abolirlo, probabilmente avevano pure le loro ragioni. Fatto sta che, nel 1994, un General Agreement on Tariffs and Trade decide per l’appunto di eliminare tutte le restrizioni preesistenti, portando, nell’arco di dieci anni, a una completa liberalizzazione del settore (e a un’invasione di magliette Made in China).

È una felice coincidenza e nulla più, ma nel 2005 io ero al liceo, avevo da poco stretto amicizia con un paio di compagne di classe, e nei dintorni della nostra scuola stavano aprendo quei grandi store di moda low-cost che prima non c’erano dalle nostre parti (…o, se c’erano, io, bambina, non li conoscevo).
Ricordo quei primi giri di shopping come una esperienza nuova ed elettrizzante: comprare vestiti con le mie amiche, e non con mia mamma, mi faceva sentire improvvisamente molto “adulta”. Inoltre, era piuttosto galvanizzante scoprire di avere un potere di acquisto molto più alto rispetto al solito: facendo il confronto coi prezzi dei negozi di quartiere, in cui avevo sempre fatto shopping fino a quel momento, Zara la vinceva su tutta la linea.

Le “prime volte” dell’adolescenza sembrano sempre sconvolgimenti epocali… ma, col senno di poi, questo lo era davvero.
Nel preciso momento in cui cadono le limitazioni preesistenti, il mondo della moda – giustamente – si adegua alle nuove normative. La legislazione appena entrata in vigore permette ai grandi brand di tagliare i costi, cosicché si sviluppa vertiginosamente il mondo della moda low-cost: quello dei vestitini che costano poco, non durano molto, ma intanto ti permettono di avere un guardaroba che lèvate.
Contestualmente, si sviluppa anche il mondo della fast fashion, cioè la moda dell’ultimo minuto che ti permette di seguire i trend del momento. Se, fino a qualche anno fa, tutti i grandi marchi della moda avevano una collezione “primavera estate”, una “autunno inverno”, e mai si sarebbero sognati di svilupparne altre cinquanta intermedie, adesso il trend è completamente cambiato. Se Kate Middleton ci incanta un martedì mattina con un look fuori dal comune, potete star certi che – tempo due o tre settimane – le vetrine delle grandi catene pulluleranno di vestiti che si ispirano apertamente all’Abito del Momento. È la sirena della fast fashion, che, da un lato, incanta il consumatore permettendogli di avere esattamente ciò che vuole quando lo vuole; dall’altro, lo incatena spingendolo a fare shopping regolarmente (“ma questo vestito bellissimo che c’è in vetrina, non ce lo avevano la settimana scorsa!”) e a comprare istantaneamente tutto ciò che gli piace (“fantastica, ‘sta maglietta! La compro immediatamente, perché settimana prossima non la trovo più!”).

Ora.
Effettivamente, dovrebbe essere piuttosto evidente a tutti che se il brand X, nell’arco di due settimane, riesce a ideare, disegnare, commissionare, tagliare, confezionare, importare e mettere in esposizione su un manichino un vestitino proprio come lo vuoi tu (perdipiù venduto a prezzo stracciato, e neanche poi tanto malaccio quanto a qualità)… beh: o il brand X lavora nel Paese del Bengodi, o sta succedendo qualcosa di poco chiaro.

Il “qualcosa di poco chiaro” è in realtà di una semplicità lampante, se solo ci si pensa sopra. Nel momento esatto in cui sono caduti i limiti alle quote di import-export tra Stati, i grandi marchi della moda hanno delocalizzato tutto il delocalizzabile. Come spiega Deborah Lucchetti,

tutte le funzioni ad alto valore aggiunto come ideazione, ricerca & sviluppo, marketing e distribuzione sono [rimaste] nelle mani dei grandi gruppi internazionali, mentre le funzioni ad alta intensità di manodopera e basso valore aggiunto sono esternalizzate a fornitori e sub-fornitori, che possono offrire eserciti flessibili di lavoratori a basso prezzo insieme a facilitazioni fiscali e ambientali.

E infatti, Paesi come

Cina, Macedonia e India […] hanno aumentato le loro esportazioni verso USA e Europa rispettivamente del 73%, del 56% e del 45%

Per contro, “nella parte fortunata del mondo” succede qualcosa che mi urta ancor più di queste statistiche, perché mi tocca direttamente. E cioè: l’industria della moda ha un fatturato che cresce di anno in anno… e, di anno in anno, abbassa esponenzialmente i prezzi.
Sempre Deborah Lucchetti porta come esempio un paio di jeans modello base della catena inglese ASDA, che nel 1999 era venduto a 23 euro. Tre anni dopo, con l’acquisizione di ASDA da parte di Wal-Mart, lo stesso jeans (stesso taglio, stesso modello) costava 9 euro; nel 2010, il prezzo di cartellino era sceso a 4.

I grandi gruppi della distribuzione hanno acquisito un forte controllo sulle catene di fornitura, sulla formazione dei prezzi e sulla localizzazione dei siti produttivi, […] spingendo i prezzi dei prodotti sempre più in basso per attirare masse crescenti di consumatori.  […] Il consumatore deve trovare il prodotto che cerca al minor prezzo possibile, e quindi tutta la catena di fornitura deve essere tesa a garantirlo

Il che, per il consumatore, è bellissimo e seducente e molto vantaggioso. Ma di nuovo: cosa c’è dietro?
Come faceva osservare in The True Cost un imprenditore bengalese, a capo di una delle tante società che confezionano vestiti per conto terzi, non puoi avere contemporaneamente prodotti di qualità, pronti in tempo record, economici al massimo grado, e confezionati da lavoratori felici e ben remunerati. “Su qualcosa devi tagliare”, osservava l’imprenditore, “e spesso si taglia sugli stipendi e sulla sicurezza dei lavoratori”.

Esattamente quattro anni fa, a Dacca, in Bangladesh, collassava su se stesso un edificio ad otto piani in cui operavano una banca, alcuni negozi, e una fabbrica tessile che confezionava capi di abbigliamento per conto di marchi come Mango, Benetton e Primark (per citare solo i più famosi).
Nei giorni immediatamente precedenti al crollo, erano apparse sullo stabile delle evidenti ed inquietanti crepe, sicché le autorità bengalesi avevano ordinato lo sgombero immediato dell’edificio. La banca e i negozi locali obbedirono immediatamente, ma i lavoratori tessili furono costretti a rimanere sul posto: i manager non volevano assolutamente bloccare il lavoro, col rischio di perdere commesse e scontentare i big della moda.
La conclusione della storia è tragicamente prevedibile: l’edificio crolla su se stesso provocando 1138 morti e oltre 2500 feriti gravi.

Per parare al disastro di immagine che stava per abbattersi su di loro, i marchi come Mango & compagnia bella hanno sostenuto di non avere colpa alcuna nella tragedia: in fin dei conti, loro avevano solo esternalizzato a terzi la produzione; i veri colpevoli sono i manager della fabbrica tessile che aveva sede nel palazzo.
Indubbiamente c’è del vero in questa affermazione, così come c’è del vero nelle repliche di chi dice: ok, ma se tu imprenditore esternalizzi parte dei processi produttivi, non sarebbe quantomeno carino assicurarsi che la gente che lavora sul tuo prodotto non sia relegata in condizioni di semi-schiavitù?

***

Quando ho aperto il mio guardaroba per la prima volta dopo queste riflessioni, ho fatto scorrere il mio sguardo sulle decine di vestiti appesi in fila indiana sulle grucce. E poi mi sono chiesta: ma perché?
No, sul serio: perché?
Perché
, sapendo tutto quello che sta dietro alle mie magliette a 5 euro l’una, continuo insistentemente a comprarle lasciandomi attirare dal prezzo basso, dal modello carino, dalla stampa oh-così-graziosa proprio come piace a me?

Famo a capisse: non è che io abbia bisogno di dieci T-shirt diverse. I nostri nonni avevano molti meno vestiti di noi e se la cavavano benissimo (e dovevano pure fare il bucato a mano). Se noi accumuliamo abiti su abiti, è perché ci piace sfoggiare look diversi invece di andare in giro sempre vestiti uguali: una piccola vanità che, nelle giuste dosi, può anche essere una innocua vezzosità… ma che diventa un po’ più allarmante se comincia a prevalere su tutto il resto.

Con che faccia – mi sono chiesta – io continuo a portare in cassa quella magliettina tanto carina in offerta speciale, di cui in fin dei conti non ho nemmeno bisogno, sapendo che sto alimentando un’industria neanche poi tanto dissimile da quella che si basava sul lavoro degli schiavi negri nelle piantagioni di cotone?
Con che faccia posso nascondermi dietro a un “va beh, ma io che c’entro?”, quando non posso nemmeno illudermi di star scendendo a patti con un male minore? Non è che non ho altra scelta, oh: l’altra scelta sarebbe non comprare quella maglietta, che in fin dei conti non mi serve, e ha come unica funzione quella di appagare il mio senso estetico. Voglio dire: non è che se non la compro mi prendo una polmonite perché non ho nient’altro al mondo con cui proteggermi dal freddo.

E.. no. Personalmente, non credo di essere pronta a lasciar correre su questi temi solo per soddisfare una mia futile vanità.
Lavoratori sottopagati dai paesi del Terzo Mondo ce ne sono, purtroppo, in ogni settore, ma il problema della moda low-cost mi colpisce particolarmente perché, su di me, batte là dove il dente duole. Non tollero di sentirmi una donna così tanto attaccata all’estetica da accumulare vanità a casaccio, senza manco chiedermi  – che so – se qualcuno è morto per confezionarmele.
Non so voi, ma io lo trovo un atteggiamento troppo à la Maria Antonietta per i miei gusti.

***

Da un po’ di tempo a questa parte, quando compro qualche capo di abbigliamento lo faccio con quell’attenzione in più. E devo dire che esco dal negozio col cuore più leggero, rasserenata dal sapere che la mia sessione di shopping non è andata a discapito di povere ragazzine indiane la cui vita sembra uscita da un romanzo di Charles Dickens.
Spendo più di prima, per inseguire questi ideali? Un pochino sì, anche se
– non basta comprare vestiti costosi per essere certi che non ci sia dietro questo schiavismo;
– sareste probabilmente sorpresi dallo scoprire che spendo sì un po’ di più… ma non così tanto come credete.
Last but not least, vi dirò pure che sono addirittura felice di spendere un po’ di più, se un prezzo a due cifre sul cartellino mi spinge a pesare ogni acquisto e a comprare in maniera più consapevole. È un antidoto meraviglioso alle insidie del consumismo.

Se interessa a qualcuno tornerò ancora su questi temi, magari svelando i miei trucchetti per un guardaroba “cristiano, etico e pudico”. Per il momento, mi interessava introdurre l’argomento in concomitanza con la campagna internazionale “Fashion Revolution”, che ogni anno, dal 24 al 30 aprile, “chiama a raccolta tutti coloro che vogliono creare un futuro etico e sostenibile per la moda”, chiedendo anzitutto “maggiore trasparenza lungo tutta la filiera fino al consumatore”.

Il punto della campagna è: ok, non possiamo rivoluzionare dal nulla il mondo della moda, e realisticamente non possiamo nemmeno pretendere che tutti i nostri vestiti siano confezionati in gradevoli atelier da sarte professioniste profumatamente retribuite.
Ma che i grandi ci dicano quali sono concretamente le condizioni di lavoro di chi confeziona le nostre magliette… questo sì: possiamo senz’altro chiederlo. Che il consumatore sia messo nelle condizioni di informarsi sulla filiera produttiva che porta a lui la sua T-shirt, è senz’altro una richiesta ragionevole.

E dunque, la campagna online, alla quale ho scelto di aderire, punta a fare un garbato pressing alle grandi industrie della moda, per sottolineare che una fetta di clienti si pone davvero queste domande. Se qualcuno di voi volesse per caso aderire,

basterà indossare gli abiti al contrario, con l’etichetta bene in vista, fotografarsi e condividere le foto attraverso i social media con l’hashtag #WhoMadeMyClothes.

WhoMadeMyClothesSe poi ci fosse qualcuno che si è davvero appassionato al tema, sappiate che, nel corso di questa settimana, in giro per le città d’Italia potreste trovare tanti eventi ad hoc organizzati da Altromercato, la famosa cooperativa che gestisce i prodotti del commercio equo e solidale. Dateci un’occhiata perché ci sono eventi interessanti, soprattutto a Milano (…e, un po’ in tutti i punti vendita, sconti del 20% sulle linee di abbigliamento e accessori etici).

***

E voi, cosa ne pensate?
Avevate mai riflettuto su questi argomenti?
Siete sensibili a questi temi?

Per chi di voi fosse interessato (…e so che qualcheduno c’è), saluto con la promessa di ritornare di tanto in tanto su questi argomenti (senza per questo snaturare il blog, ça va sans dire)… e anche con un link che potrebbe interessare. Da tempo, l’ottimo blog “Fresh Modesty” di Olivia Williams è nel mio blogroll; oggi, lo rilancio con particolare verve perché incarna perfettamente tutti gli ideali che stanno a cuore anche a me nel parlare di moda “cristiana”. Una moda che sì deve essere “casta” (Oliva nasce come fashion blogger di modest fashion)… ma non solo: una moda che deve essere anche (…o innanzi tutto?) etica.

Cose cristiane · Lifestyle cristiano · Personale · Pillole di Storia

Un abito da bagno “incompatibile coi nostri valori”

Il poliziotto avanzò verso la donna a grandi falcate, con l’andatura goffa di chi cerca di camminare sulla sabbia con calzature non adatte. Quando finalmente fu a poca distanza dalla donna, soffiò nel fischietto per attirare la sua attenzione, chinò leggermente il capo in segno di saluto, e poi si schiarì la voce. “Buongiorno, ma’am”.
La donna, che fino a quel momento si era persa nella contemplazione del bagnasciuga, si girò con un’espressione di educata sorpresa. “Buongiorno…?”, replicò con fare interrogativo.
Il poliziotto si schiarì la voce per una seconda volta, in lieve imbarazzo. “Perdoni se la disturbo, signorina. Devo purtroppo chiederle di allontanarsi dalla spiaggia, o di recarsi nella cabina più vicina per adeguare il suo abbigliamento alle vigenti norme municipali”.
La donna spalancò la bocca (reazione istintiva), ma rinunciò al tentativo di trovare qualcosa di intelligente da rispondere. Sopraffatta dalla sorpresa, si limitò a sgranare gli occhi fissando il poliziotto. “Prego?”.
L’uomo tossicchiò. “È il suo costume da bagno, ma’am. Come senz’altro saprà – gli stabilimenti balneari sono tappezzati di avvisi – la nostra municipalità, e molte delle municipalità vicine, hanno stilato una serie di norme sugli abiti femminili ammessi, o non ammessi, nei nostri stabilimenti balneari. Come le sarà facile appurare, il suo costume da bagno non risponde alla vigente normativa. Devo purtroppo chiederle di allontanarsi, o di utilizzare una delle cabine per indossare un costume da bagno più consono, in linea con il comune sentire”.
“…ma sta scherzando, sì?”, si sentì sfuggire dalle labbra la donna, esterrefatta.
Il poliziotto strinse le labbra e sospirò. “Come certamente potrà appurare dando un’occhiata ai cartelli che sono affissi praticamente in ogni dove” – e adesso c’era una nota di insofferenza nella sua voce – “questa municipalità ha emanato una normativa ben precisa circa l’abbigliamento femminile da adottarsi in uno stabilimento balneare. Per la terza volta, signorina, mi trovo costretto a chiederle di allontanarsi o di…”.
“Questa municipalità legifera sul modo in cui io posso o non posso vestirmi, nel momento in cui decido di andare in spiaggia?”.
“Beh… in effetti sì, fa esattamente quello”, replicò il poliziotto, che adesso stava anche cominciando ad irritarsi. “Se proprio lo vuol sapere, è una normativa che è stata adottata da numerose località turistiche in questo Stato, non si può nemmeno dire che questa municipalità costituisca l’eccezione. Pertanto, signorina…”.
“Numerose municipalità in questo Stato hanno interesse a legiferare se io possa o non possa scoprire le gambe nel momento in cui vado a fare il bagno?”, domandò di nuovo la bagnante, in un tono che abbracciava una ampia gamma di emozioni dallo sdegno allo sconcerto.
“Proprio così”, replicò il poliziotto, con una certa ferocia. “E come, nella sua intelligenza, avrà certamente capito, non si tratta nemmeno di una questione di buon senso, di adeguamento ai costumi locali, di pacifica convivenza: passeggiando sul bagnasciuga con questo capo di abbigliamento, lei, signorina, sta violando una legge. Per l’ennesima volta, sono a pregarla di allontanarsi, e senza fare troppe storie”.
“…mi scusi, buon uomo” – e qui, la donna sembrava sinceramente stupita. “Ma lei si rende conto che è da anni che io vado a fare il bagno con questo capo di abbigliamento e nessuno in nessuna parte del mondo mi ha mai creato problemi per la mia tenuta?”.
Il poliziotto alzò gli occhi al cielo per invocare un po’ di pazienza, dolorosamente consapevole delle centinaia di occhi posati su di lui: i bagnanti stavano seguendo il battibecco mormorando a mezza voce, molto grati per questo imprevisto intermezzo vacanziero. “Signorina: non mi interessa da dove lei arriva, non mi interessa quali sono le leggi degli altri Stati; io ribadisco che non è consentito, in questa municipalità, recarsi sul bagnasciuga con questo abito da bagno. A questo punto, mi trovo costretto ad ordinarle di allontanarsi immediatamente dalla spiaggia, o dovrò chiederle di farsi accompagnare in carcere”.
Seguirono alcuni secondi di silenzio, in cui la donna fissò l’uomo e l’uomo fissò la donna, con aria vagamente truce da poliziotto cattivo.
Per tutta risposta, la donna sferrò un pugno in faccia al poliziotto, prendendolo in pieno naso.
Ma che diavolo…?!”, urlò il poliziotto esterrefatto, mentre dalla spiaggia si levavano boati di sorpresa da parte dei bagnanti che stavano seguendo la scena; ma la donna non si lasciò minimamente impressionare, e subito dopo assestò al malcapitato un sinistro da campione, spaccandogli gli occhiali in faccia.
Mentre il poliziotto annaspava e cadeva a terra, un po’ per la sorpresa e un po’ per l’effettivo dolore causato dalle schegge di vetro sulla faccia, la donna si passò le mani tra i capelli e annunciò, sprezzante: “la città non ha nessun diritto di dirmi quali abiti indossare. Non è in alcun modo affar suo. Preferisco andare in galera, piuttosto che ubbidire a questa legge”.

Come recitava il New York Tribune del 4 settembre 1921,

Stamane, Miss Louise Rosine […] ha annunciato con grande enfasi che “non è in alcun modo un problema della municipalità, se lei indossa le calze arrotolate sotto il ginocchio”, ed è in questo momento ospite del carcere cittadino, mostrando aperta ribellione alle leggi costituite, nonché un paio di ginocchia scoperte. La donna ha annunciato che farà ricorso contro il suo arresto, disposta ad appellarsi, se necessario persino alla Corte Suprema degli Stati Uniti.

Miss Rosine ha fatto la sua comparsa stamattina sulla spiaggia di Virginia Avenue, indossando un paio di calze, arrotolate, che non le coprivano il ginocchio. Il poliziotto di spiaggia Edward Shaw l’ha cortesemente informata del fatto che questa tenuta era contraria ai nostri regolamenti municipali. “Non ho nessuna intenzione di tirarmi su le calze”, ha risposto la donna piccatamente. “La città non ha nessun diritto di legiferare sul modo in cui indosso le calze. Non è affar suo. Piuttosto, vado in galera”.
Il poliziotto, udita la risposta, ha replicato che in effetti avrebbe dovuto condurla proprio lì: mentre lui la prendeva per un braccio invitandola a seguirlo, la donna – a detta dei testimoni – avrebbe lanciato un destro sul volto del poliziotto, quasi buttandolo per terra. Ripresosi, il poliziotto ha chiesto aiuto col suo fischietto: alcuni bagnini hanno risposto all’appello, e, grazie al loro aiuto, si è riusciti infine a caricare la recalcitrante Miss Rosine sulla volante, e poi a condurla in carcere.
L’ufficiale di polizia – occhiali rotti e dignità incrinata – ha spiccato contro Miss Rosine una accusa di percosse, oltre che di condotta disordinata. A una nuova richiesta di tirarsi su le calze, la scrittrice ha risposto con un secco “no”, e sta ora occupando la cella con la gloria delle sue gambe nude, rifiutando anche la possibilità di un rilascio sotto cauzione.

Con buona pace dei belligeranti intenti di Miss Rosine, le tracce del suo passaggio nella Storia si fermano qua, al momento del suo arresto. Alcune testate si spingono a riportare che, una volta condotta in cella, la focosa flapper si spogliò del tutto fissando con aria di sfida il poliziotto malmenato, annunciando che non si sarebbe rivestita fino a che non fosse stata ritirata l’accusa nei suoi confronti.
Come sia andata a finire, non si sa: probabilmente, la belligerante donnina fu condotta a più miti consigli, forse per intervento dei suoi stessi familiari, e non si prese mai la briga di appellarsi davvero alla Corte Suprema.
La storia del suo arresto, insomma, finisce qua, con Miss Rosine nuda come un verme nel carcere cittadino, e un poliziotto malmenato che se l’era prese di santa ragione.

Eppure, nei libri di Storia che analizzano l’evoluzione dell’abbigliamento femminile, l’arresto di Miss Rosine è citato con frequenza, come episodio-simbolo della “lotta” tra una moda sempre più emancipata… e un mondo non ancora pronto per accoglierla.

Per spiegare le ragioni per cui la focosa Miss Rosine finì in carcere rea di aver mostrato le ginocchia in spiaggia, bisognerà spendere due parole sull’evoluzione dei costumi da bagno (femminili, e non), che, fino alla fine del XIX secolo, erano qualcosa di molto, molto pudico.

Se, in Età Vittoriana, gli uomini e le donne andavano a fare il bagno indossando l’equivalente dei nostri pantaloncini & maglietta (comprensivi di minigonna per le esponenti del gentil sesso)

Costumi Vittoriani 1860

la moda comincia gradualmente a cambiare attorno al passaggio del secolo, quando gli abiti da bagno femminili (obiettivamente goffi e scomodi, coi loro gonnellini appesantiti dall’acqua) cominciano ad accorciarsi, trasformandosi in tutine con le mezze maniche e il pantaloncino al ginocchio.

Costumi inizio 900

I cambiamenti di costume che seguono la prima guerra mondiale fanno sì che i pantaloncini si accorcino ancora, però c’era un “però”: nel passaggio tra gli anni ’10 e gli anni ’20, nessuna donna rispettabile si sarebbe mai sognata di esporsi al pubblico ludibrio vestendo un costume da bagno senza indossare un paio di calze.

Swimwear-1920s

In che modo, un paio di calze di seta trasparente potessero rendere più casti dei costumi a mezza coscia, in effetti, è un dettaglio che sfugge anche a me. Eppure, così era, secondo la mentalità dell’epoca. E, se alcuni arditi osavano già sponsorizzare costumi da indossare a gambe nude (in una presa di posizione che doveva essere percepita osè tanto quanto un topless, oggigiorno, in una spiaggia per famiglie),

1920s-jantzen-swimsuit

la “rispettabile” moda dell’epoca insisteva col proporre tute da bagno provviste di reggicalze, come si nota (un po’ a fatica) in questa foto deliziosamente retrò:

Vintage Swimwear, 1920

Ed ecco perché, nell’afoso settembre 1921 (…e chissà se l’ondata di caldo di quei giorni aveva contribuito alla scelta controcorrente…) l’intraprendente Louise Rosine, turista di Los Angeles in vacanza ad Atlantic City, si era improvvisamente trovata nei guai con la legge.
Una tenuta che a Los Angeles doveva essere in qualche modo tollerata (o, quantomeno, non sanzionata dalla legge) era invece esplicitamente vietata da numerose città marittime del New Jersey, che, proprio in quegli anni, avevano emanato una normativa molto rigida sull’abbigliamento che le donne potevano, o non potevano, indossare in spiaggia. Fra le altre cose, era obbligatorio coprire le ginocchia: ed ecco che la tenuta di Miss Rosine, accompagnata dal suo polemico rifiuto a rivestirsi, diventava materia sufficiente per accompagnare in carcere la svergognata nudista.

Arresti costumi indecenti 1922
L’arresto di alcune bagnanti in tenuta indecente (Chigago, 1922)

Fotografie come queste ci fanno morir dal ridere, ma si riferiscono proprio a quel periodo della Storia americana, dove numerose città avevano sentito il bisogno di legiferare in tal senso, tirandosi addosso le ire (e le manifestazione di protesta, e le sceneggiate a favor di camera) di centinaia di attiviste femminili.

Ondata di arresti sulle spiagge di Chicago - primavera 1922
Ondata di arresti sulle spiagge di Chicago – primavera 1922

E se non mi sentissi abbastanza punta sul vivo, a questo punto potrei anche concludere questo post dicendo “ah-ah, che ridere, guardate quest’ultima foto, grasse risate”, sennonché – va bene tutto, e vanno bene i proverbiali corsi e ricorsi della Storia – ma a me fa ridere piuttosto amaramente, pensare che a distanza di cent’anni siamo ancora lì a discutere, a parti solo lievemente inverse, sullo stesso identico problema.

Il buffo succedersi degli eventi non avrebbe potuto avere una tempistica migliore: parto per le vacanze scrivendo un post sui costumi da bagno alternativi al “classico” bikini, scelti per assecondare il senso del pudore che mi deriva (anche) dalla mia religione… e torno dalle vacanze mentre tutt’intorno impazza la polemica, dopo che in Francia sono stati vietati costumi da bagno alternativi al “classico” bikini, scelti da altre donne per assecondare il senso del pudore che deriva dalla loro religione.
A parte che quando ho letto la notizia sui giornali la mia prima reazione è stata ripensare all’episodio storico che ho raccontato pocanzi, e quando accendendo il telegiornale ti vien da pensare a leggi considerate retrograde cent’anni fa, in genere la cosa è percepita come allarmante, siete stati tantissimi a linkarmi ammiccando la notizia… e io che ve devo dì? Cosa volete mai che ne possa pensare?

BurkiniNon mi passerebbe mai per l’anticamera del cervello di indossare un burkini: lo trovo eccessivo persino per il mio senso del pudore, e mi dà anche l’idea che debba tenere un caldo boia. Purtuttavia, aspetto ancora che qualcuno mi spieghi in che modo un vestito del genere (sostanzialmente identico nella foggia a quello che mettiamo noi ogni giorno in autunno per andare al lavoro, cuffietta a parte) possa costituire un pericolo per la sicurezza nazionale (?!): andiamo pure al dunque e diciamo chiaro e tondo che, chi vieta il burkini, lo vieta nel tentativo di rendere illegale la plateale manifestazione esteriore di una religione, che in questo momento gli sta particolarmente antipatica.
Trovo illuminante la sintesi che fa, qui, Daniela Bovolenta:

Si potrebbe rispondere che non tutte le donne che indossano il burkini si sentono libere di fare scelte diverse, per via di forti condizionamenti famigliari e sociali, ma la soluzione allora quale sarebbe: obbligarle a rimanere a casa? Perché questa sarà di fatto la conseguenza delle recenti misure.
E se invece dichiarassero di farlo liberamente? Contro quale sacro principio fondativo delle nostre società andrebbero? Il dovere delle terga esposte?

Manco io amo esporre le terga sul bagnasciuga, mi fa pure ridere ripeterlo perché ne parlavo giusto nello scorso post: e allora? Ho il permesso di scansare il bikini e scegliere abiti da bagno solo perché la mia religione è un po’ meno misogina dell’Islam? E quando qualcuno se ne uscirà dicendo che sotto sotto è misogina uguale (mi vieta addirittura di abortire, di vivere una sessualità nella norma e bla bla bla!) sarò costretta anch’io a vestirmi come impone lo Stato, in virtù di un nuovo proibizionismo moralizzatore?

Tra il serio ed il faceto, e con diversi gradi di invadenza e di insistenza, nel corso della mia breve vita io – ad esempio – sono stata criticata per il fatto di non aver avuto rapporti sessuali prima del matrimonio: comportamento che deriva dalla mia religione.
O per il fatto di essermi sposata senza prima  andare a convivere: comportamento che deriva dalla mia religione.
O per il fatto di adottare una dieta speciale in Quaresima: comportamento che deriva dalla mia religione.
O per il fatto di indossare le mezze maniche anche d’estate con trentacinque gradi (sì, c’è stato chi ha avuto il coraggio di criticare anche il mio guardaroba): comportamento che deriva dalla mia religione (nemmeno indirettamente nello specifico frangente a cui sto pensando, visto che la giornata prevedeva anche la visita a una chiesa).
Sono stata criticata perché “non ti godi la vita”, “ti stai rovinando i tuoi più begli anni”, “ti perdi esperienze importanti nella formazione di un adolescente”, “sei sempre lì a leggere cose barbose”, “a me fanno paura gli estremismi di ogni tipo”.

Il mio stile di vita di cristiana-cattolica (magari un po’ old-fashioned per sua inclinazione personale; ma su molte cose non si tratta di inclinazione personale, si tratta proprio di precetti della Chiesa) è, tutto sommato, molto poco appariscente. Molto easy. Molto innocuo (…a patto che lo Stato continui a considerare innocua per l’ordine costituito una donna che – per dirne una – si ostina a voler mettere al mondo figli handicappati gravi, a carico del sistema sanitario nazionale, perché c’ha ‘sta fissa che non vuole abortire a nessun costo e/o non vuole fare diagnosi pre-impianto).
Eppure, già così, e già solo nel piccolissimo della mia (breve) vita quotidiana, mi è capitato più volte di appurare che il mio stile di vita, derivante dalla mia religione, è in certi punti (in certe inezie!) poco gradito alla società in cui vivo.

Se cominciamo a permettere che lo Stato legiferi per vietare piccole inezie innocue come un burkini islamico in virtù di un preteso aiuto all’integrazione, quanto ci vorrà prima che lo Stato senta il dovere di cominciare ad agevolare anche l’integrazione di noi povere donne cattoliche, sottomesse, vessate, e non padrone del nostro corpo?

Non è nemmeno questione di pudore e basta, e non è nemmeno questione di imporre per legge un abbigliamento estivo sufficientemente succinto (ché già così, e già solo se in ballo ci fosse solamente questo, la notizia farebbe ridere per non piangere).
Il fatto gli è che, a mio modo di vedere, in ballo c’è moltissimo di più. E se lo Stato comincia a legiferare dicendo che “no, tu non puoi seguire la tua religione sotto questo aspetto del tutto innocente, innocuo e privo di ripercussioni, che però a me non mi garba perché stona col pensiero dominante della società moderna”… beh: quando ci vorrà prima che dica la stessa cosa anche a chi non porta il burka ma – che so – il clergyman?

Un ufficiale di polizia misura la distanza tra l'orlo del costume da bagno e le ginocchia delle bagnanti (Chicago, 1922)
Un ufficiale di polizia misura la distanza tra l’orlo del costume da bagno e le ginocchia delle bagnanti (Chicago, 1922)
Lifestyle cristiano

“Ma come mi vesto?” / 2: la modestia sul bagnasciuga

Sarà almeno da una decina d’anni che ogni estate vado in vacanza al mare… senza mai mettere piede spiaggia e senza mai buttarmi in acqua.
Non lo faccio perché ho problemi coi costumi da bagno! Semplicemente, in questa fase della vita, preferisco dedicarmi ad altre attività (tipo passeggiate nell’entroterra, rigorosamente all’ombra, e possibilmente in bassa stagione). Non sono mai stata un “tipo da spiaggia”.
Purtuttavia, se in un domani dovessi decidere che ho di nuovo voglia di passare le giornate sul bagnasciuga, ammetto candidamente che procurarmi un costume da bagno potrebbe costituire un grosso, grosso problema.

Prosegue con questo post il discorso, che avevo avviato nei giorni scorsi, circa il pudore cristiano nel vestire. E qui veniamo alla vexata quaestio che, ogni estate, infiamma i gruppi dedicati alla purezza e alla castità: ma come ha da vestirsi, una donna cristiana in vacanza al mare?

Dal mio punto di vista, si vesta un po’ come le pare. Se ci tieni all’abbronzatura, amica mettiti il bikini e vai con Dio. Se ne facciamo un discorso di “copriti sennò la gente fa brutti pensieri”, io non credo proprio che, oggigiorno, i maschi si turbino per la vista di una donna in bikini in spiaggia (!). Peraltro, esistono sicuramente dei bikini molto “casti”, con mutandine sufficientemente alte e reggiseni sufficientemente coprenti, che non sono niente di troppo estroso o sexy.

Se proprio dovessi dire una cosa che trovo realmente poco “pudica”, è indossare il bikini in qualsiasi contesto che non si riduca agli stretti “fare il  bagno” e “prendere il sole”.
Ovverosia: se devi prendere un aperitivo al bar dello stabilimento, giocare a racchettoni, percorrere a piedi il lungomare nel tragitto albergo-spiaggia, allora sì: in quel caso, a mio modo di vedere, sarebbe decisamente opportuno coprirsi. Un pareo, un prendisole, un caftano, una maglietta, un paio di pantaloncini, qualsiasi cosa – ma l’immagine di una donna in mutande e reggiseno (perché di base, quello è) seduta al bancone di un bar intenta a sorseggiare il coktail… continua a “stridermi” e a sembrarmi abbastanza inopportuna.
Just my two cents, per carità.

Detto ciò: non sono di quelli per cui il bikini è il Male Incarnato… però, un bikini io non l’ho usato mai, né mai lo utilizzerei. Personalmente, mi sentirei fortemente a disagio nell’uscire da casa mia indossando solo quello che, di base, è un completino di biancheria intima – solo, un po’ più colorato del solito, e fatto di una stoffa diversa.
Na: nel momento in cui mi pungerà vaghezza di tornare a crogiolarmi al sole sulla spiaggia, sicuramente io opterò per un costume da bagno che sia un (bel po’) più coprente.
Ma allora, quali sono le alternative verso cui mi orienterei, e che, alla bisogna, potrei consigliare alle mie amiche?

1.      Un modesto tankini

“Modesto” nel senso di “modestia cristiana”, ma anche nel senso di “semplice, poco appariscente”.
Se non vi sentite a vostro agio in un bikini, ma vi tremano le vene e i polsi al pensiero di fare il “grande passo” comprando un costume intero, il tankini potrebbe davvero essere la soluzione che fa per voi.
Di base, un takini è un costume a due pezzi… in cui il pezzo di sopra, però, non ha la forma di un reggiseno, ma bensì di una canottiera (che può essere più o meno).

Personalmente, li trovo una grandissima innovazione.
Se un costume intero vi sembra troppo austero, potreste forse gradire un tankini come il n. 1, che copre, sì, ma senza strafare.
Se non avete problemi all’idea di coprirvi totalmente, ma trovate scomodo il costume intero perché vi costringe a strane acrobazie (per andare in bagno, ad esempio) un tankini come quelli proposti ai numeri 2, 3, 4 e 5 dovrebbe garantirvi il comfort che cercate.
Per non parlare poi di un tankini come quello illustrato al n. 6, che, con le forme morbide della canottiera, secondo me è perfetto per nascondere la pancetta e i rotolini di grasso che sono un cruccio per molte di noi.

E poi, insomma, non sono carini?

Tankini estate casta 2016

1: Takini Monsoon (cioè Accessorize) (€ 34,00)
2: Tankini Bonprix (€ 29,99)
3: Bikini Sunseeker (€ 36,00 per la canotta + € 20,00 per gli slip)
4: Bikini Lascana (€55,00)
5: Bikini Esprit: (€ 30,00 per la canotta + € 20,00 per gli slip)
6: Costume da bagno Lascana (€ 36,00)

2.      Il sempreverde costume intero

Una delle mie ultime foto in spiaggia mi ritrae, adolescente, in piedi sul bagnasciuga, con un improbabile costume intero a fioroni che avrei tranquillamente potuto condividere con mia nonna ottantenne, tanto lo stile era, più o meno, quello.
Fino a qualche anno fa (o almeno: fino all’epoca in cui io stessa andavo a fare shopping concentrandomi sui costumi interi) sembrava che questi capi di abbigliamento fossero riservati solo alle signore avanti con gli anni (e grasse, soprattutto: vecchie e grasse e col seno cadente) e/o ad atletiche signorine che praticavano nuoto agonistico in tenute sportivamente austere.

Per fortuna, negli ultimi anni, le cose stanno cambiando, e giusto qualche giorno fa leggevo una fashion blogger “normale” (cioè: non una che si occupa di modest fashion) decantare la bellezza dei costumi interi, ormai diventati cool e sbarazzini. Rimandandovi all’articolo della fashion blogger per i suggerimenti modaioli per davvero, qui elencherò alcuni modelli che hanno colpito me, scorrendo i cataloghi delle principali case produttrici.
Come noterete, oggigiorno è relativamente facile trovare costumi interi sbarazzini e trendy (n. 4), modaioli (n. 5 e 6), femminilissimi-ma-con-giudizio (n. 2), deliziosamente retrò (n. 3)… per non parlare di tutti i capi di taglio classico, ma resi particolari dalle stampe più svariate (n. 1).

E francamente, io stento a credere che una ragazza con un costume tipo il n. 4 correrebbe il rischio di sembrare una bigotta repressa che si veste come mi’ nonna.
Insomma: se anche voi vi ponete il problema di come vestire “modestamente” in spiaggia, date una chance ai costumi interi, perché, a mio modo di vedere, c’è davvero tanta scelta!

Costume intero estate casta 2016

1: Costume da bagno Violeta by Mango (€ 34,99)
2: Costume da bagno H&M  (€ 14,99)
3: Costume a triangolo Oysho (€ 25,99)
4: Costume intero Diesel  (€ 81,25)
5: Costume intero con frange Bonprix  (€ 29,99)
6: Costume da bagno Michael Kors  (€ 105,00 – ehm, più che altro lo proponevo perché mi piaceva il modello)

3.     Un “audace” abito da bagno

L’ultima volta che ho fatto shopping di costumi, l’abito da bagno non esisteva ancora. Mannaggia.
Eppure, la prossima volta che andrò a fare shopping di costumi, l’abito da bagno sarà sicuramente la mia prima scelta: forse eccessivo per il gusto di molte, ma perfettamente rispondente al mio.

Dicasi “abito da bagno” un costume (perlopiù intero, ma se ne trovano anche formato tankini) in cui la parte di sopra ha il taglio di una canottiera… e la parte di sotto si conclude con una gonnellina o una coulotte.
Invece di prevedere i classici slip sgambati, l’abito da bagno ti garantisce insomma quei cinque-sei centrimetri di pelle coperta in più, proteggendo le cosce con una gonnellina morbida o un paio di pantaloncini che “scendono” di più rispetto, a un normale paio di mutande.
Come vedete, non stiamo parlando di burqini alla musulmana: si tratta di costumi del tutto discreti, che non “danno nell’occhio” più di tanto. Se andassi in spiaggia indossando un modello come il n. 6, penso che molti non si accorgerebbero nemmeno della differenza.

Però, la differenza la noterei io su di me.
Intanto, perché la gonnellina o i pantaloncini sarebbero per me una benedizione: dovrebbero dare la ragionevole certezza che lo slip rimane fermo al suo posto cascasse il modo, anche nel caso di movimenti improvvisi e/o giornate di svago sui giochi d’acqua.
Secondariamente, perché un costume tipo il n. 4 – pur essendo qualcosa che mi sentirei d’indossare senza paura di essere additata da mezza spiaggia – è già qualcosa di decisamente vicino a un vestito. Insomma: radicalmente lontano dal famoso concetto di “andare a spasso in mutande e reggiseno” che, come dicevo, è proprio la cosa che io voglio evitare.
Last but non least: una linea morbida come quella dei costumi n. 3 e n. 6 è davvero una manna dal cielo per nascondere inestetismi di ogni tipo: smagliature, cellulite, pancetta, rotolini di lardo. Non a caso, gli abiti da bagno sono molto presenti nelle collezioni di costumi da bagno per signore in gravidanza: coprono senza stringere, si adattano alle forme del corpo, possono essere riutilizzati anche dopo il parto perché tanto vanno portati “morbidi”…

Non fatico a immaginare che una scelta di questo tipo possa essere eccessiva per molte – e nemmeno io la ritengo l’unica opportuna! Sia chiaro!
Però, per quanto mi riguarda, credo di aver trovato il mio “costume” del cuore.

Abiti da bagno moda casta 2016

1: Abito da spiaggia “Bond Girl” Parah (il sito non indica il prezzo, ma si potrebbe andare a dare un’occhiata!)
2: Costume da bagno Speedo  (€ 55,00)
3: Costume con gonnellina Anne Weynbourn  (€ 50,00)
4: Abito da bagno Bonprix  (€ 39,99)
5: Costume intero Seafolly  (€ 130,00… ehm, anche qui “propongo” lo stile, più che l’acquisto a questi prezzi folli!)
6: Costume intero con gonnellina Tailissime (€ 55,00)

E voi, come vi vestite in spiaggia, se posso chiedere?
Vi siete mai poste il problema? Avete mai trovato soluzioni?
Siete del partito per cui “massì, chi vuoi che si turbi per un bikini” (osservazione sulla quale, in effetti, posso anche concordare), o fate parte di quel gruppo di ragazze che si sentono più a loro agio coprendosi un po’ di più?

Detto ciò, col prossimo post torniamo a parlare di Storia e di Santi, eh!
Ma una volta ogni tanto, una chiacchierata su questi temi mi pare divertente… e, forse, fa anche bene!

Cose cristiane · Lifestyle cristiano

“Ma come mi vesto?” (se fa terribilmente caldo, sei giovane e bella, e hai un rosario nella borsetta)

Dunque.
Non per fare ironie, ché non c’è assolutamente niente da ridere, ma per illustrare fedelmente lo status quo: siamo praticamente all’inizio di agosto, e tutto il mese di luglio è stato un continuo succedersi di tragedie.
Io, è dalla prima settimana di saldi che avevo in cantiere questo post modaiolo, ma ogni volta che mi accingevo a pubblicarlo ne capitava sempre una: sgozzamenti, sparatorie, colpi di stato, morti di massa, ‘na disgrazia dopo l’altra. E ovviamente mica ti metti a parlare di moda femminile mentre c’è in giro una moltitudine di gente che piange sul cadavere ancora caldo di suo figlio morto ammazzato: no?
Ed è così che la pubblicazione di questo post ha continuato ad essere rimandata, e rimandata, e rimandata e rimandata ancora, in attesa di tempi migliori…
…che però, a quanto pare, non stanno arrivando, e intanto siamo già a agosto, e, se aspetto ancora un po’, si perde l’utilità di questo post.

E siccome invece, a questo post, un po’ di utilità ci terrei a dargliela ancora, getto la spugna e lo pubblico così, fatta la doverosa premessa. Magari non ci si aspettano frivolezze femminili da un blog cattolico in giorni come questi, ma… spero che l’indelicatezza non offenda nessuno.

***

Basta sintonizzarsi su un qualsiasi telegiornale (appunto) per notare che – come dire – ci sono problemi più gravi a questo mondo.
Nella piena consapevolezza che questa mia fissazione tocca un aspetto assolutamente marginale (marginale anche nel modo di vivere il cristianesimo, dico), io, anche quest’estate, torno alla carica, riproponendo il tema del pudore cristiano nel vestire.
Qualche settimana fa, in Rete, ha fatto parlare di sé questo video dei Purex, in cui la povera Stefania esprimeva la frustrazione provata in un negozio di vestiti femminili, alla ricerca di un paio di pantaloncini: tutte le offerte consistevano in shorts cortissimi, attillatissimi, sexyssimi.
E che ha da fare una povera donna che – per citare Stefania dei Purex – vorrebbe vestirsi in maniera “decente”, indossando pantaloni “che siano più lunghi di un paio di mutandine”?

Il video, appunto, ha creato un certo scalpore, suscitando commenti tipo “ambeh! Io indosso sempre gli shorts, e non per questo mi sento una cattiva cristiana”.
Certamente no; ma, ad esempio, per quanto riguarda, la mia formazione cristiana mi ha trasmesso, tra le tante cose, anche questa: un elevato senso del pudore. Andare in giro “troppo scoperta”, semplicemente, è una cosa che non mi va. Non dico che sarei automaticamente una cattiva cristiana se andassi in giro con bikini inguinali… ma dico che il mio modo di vivere la mia fede passa anche attraverso l’evitare i bikini inguinali.

Il fatto gli è, che per tutte le signore che hanno una sensibilità simile alla mia, non è sempre così facile trovare in commercio abiti carini, alla moda, e che non lascino troppo scoperte. Soprattutto d’estate, per fare shopping, devi letteralmente fare lo slalom tra gli espositori, sperando di trovare qualcosa che risponda ai tuoi criteri di modestia… e che, possibilmente, non ti faccia sembrare Nonna Abelarda.

E così: dopo un primo post sul tema, pubblicato quasi per caso per aiutare una amica (e che, con mia grande sorpresa, è diventato il mio post più letto di sempre); dopo un secondo post sullo stesso argomento che ha ottenuto un riscontro non minore, eccomi qui, per il terzo anno consecutivo, a dare qualche “dritta” a tutte le signore che vorrebbero approfittare degli ultimi giorni di saldi, ma si sentono un po’ disorientate nell’entrare nel negozio-medio.
Ecco dunque alcuni miei consigli, corredati da alcune proposte concrete tratte dalle collezioni P/E 2016 delle principali marche low-cost. Con un po’ di fortuna, e con una giornata di shopping last minute, potreste ancora trovare in negozio gli stessi identici vestiti di questo post… addirittura, in saldo!

1.      Sfrutta la moda del momento: i maxi dress!

Io amo gli abiti lunghi. Possono avere uno stile sportivo, zingaresco, romantico, tribale, ma fatto sta che io li amo follemente: avere una gonna lunga fino alle caviglie che ondeggia ad ogni passo mi fa tanto ‘signorina bene di fine Ottocento’.
Ci sono stati alcuni anni gloriosi, quando ero alle scuole medie, in cui le gonne lunghe andavano di gran moda (anche d’inverno; anche in città). Adesso, mi sembra che questa moda stia tornando per molti versi, e io non potrei esserne più felice.

Ai fini di questo post, io trovo che i maxi dress siano davvero un’ottima soluzione per essere eleganti, alla moda, e “modeste” allo stesso tempo. Se la gonna è sufficientemente ariosa, il vestito non tiene caldo; in compenso, la gonna lunga protegge – ovviamente – da sguardi indiscreti, scosciature impreviste, venticelli malandrini.
I vestiti lunghi, ad esempio, per me sono un must per le passeggiate in riva al mare nei giorni super-ventosi.

E poi, davvero, non sono così deliziosamente femminili?

Vestiti lunghi moda casta 2016

1: Vestito lungo multicolor Anna Field (€ 40,00 – non in saldo)
2: Vestito turchese Oysho (€ 25,99 in saldo)
3: Vestito lungo Benetton (€ 36,00 in saldo)
4: Abito stampa studio Zara (€ 19,99 in saldo)
5: Maxiabito H&M (€ 14,99 – non in saldo)
6: Vestito estivo Mint & Berry (€ 45,50 in saldo)

2.      Sfrutta la seconda moda del momento: il boho-chic!

Questa la amo ancor più dei maxi-dress.
La moda di quest’estate mi sta dando tantissime soddisfazioni: per una come me (sostanzialmente, una donna vittoriana in pectore) risultano irresistibilmente deliziosi tutti questi vestitini chiari di cotone traforato, sangallo, pizzi e ricamini ton su ton. Quest’anno va davvero tanto di moda il “boho chic”, “country chic”, o come vattelappesca lo chiamino le fashion blogger: insomma, questo stile romantico e retrò che richiama i vestitini estivi della moda di fine Ottocento.

Se ti ispiri a quello stile, ovviamente non puoi creare un vestito romantico, retrò, ottocentesco, e sfacciatamente sexy, quindi il risultato è che gli stilisti hanno immesso sul mercato una vasta serie di abitini deliziosamente casti e femminili.
Probabilmente un po’ stucchevoli per chi non ama il genere, ma assolutamente da sfruttare per chi, invece, si rispecchia molto in questo stile.

Stile Boho Moda casta 2016

1: Vestito estivo Mint & Berry (€ 39,00 in saldo)
2: Vestito estivo Little White Lies (€ 61,75 in saldo)
3: Vestito estivo Mint & Berry (aridaje) (€ 36,00 in saldo)
4: Abito con inserto traforato Mango (€ 17,99 in saldo)
5: Copricostume smanicato OVS (€ 12,00 in saldo)
6: Caftano ricamato Zara (€ 69,95 – non in saldo)

3.      Sii grintosa con un look tribale!

Va bene tutto, ma io ho in mente alcune amiche che, se le vedessi in un vestitino bianco di pizzi e trine svolazzanti, mi verrebbe un attacco di risate che durerebbe mezza giornata. Uno stile come quello di cui sopra può andar bene per molte ragazze, ma decisamente non per tutte.
A tutte le signore che sono abituate a uno stile più casual e “grintoso”, io potrei suggerire di dare un’occhiata alle proposte che si ispirano alla moda etnica. Sfogliando i cataloghi delle catene di abbigliamento, ho notato che anche questo è uno stile che quest’anno va molto, con ispirazioni più o meno marcate a seconda dei casi.

Vestiti di questo tipo, ad esempio, io me li vedo molto bene per una che, essendo in vacanza al mare, vuole un look decisamente “vacanziero” ma vuole anche evitare la solita accoppiata “shorts e canottiera”. Tra stampe paisley, tuniche ricamate, ispirazioni orientali e tessuti grezzi, direi che c’è davvero un vasto campionario che va bene un po’ per tutti i gusti.

Stile etnico moda casta 2016

1: Tunica lunga a stampa etnica Zara (€ 12,99):
2: Tunica con ricamo Oysho (€ 69,99 – non in saldo)
3: Abito con stampa indios Yanamay (€ 39,99 – non in saldo)
4: Vestito estivo Mint & Berry (€ 35,00 in saldo)
5: Abito fantasia Laura Clement (€25,99 in saldo)
6: Abito lungo con scollo a V OVS (€ 20,00 in saldo)

4.      Vai sul sicuro con un maxi-shirt

“Maxi-shirt” sarebbe, tenicamente, un vestito femminile disegnato in maniera da sembrare un camicione molto lungo, o una T-shirt molto lunga e molto larga.
Anche lì: sicuramente esiste il modo di rendere sexy e provocante un camicione lungo e largo; però, è statisticamente probabile l’eventualità di trovare anche vestitini semplici, pudichi e casti, cercando tra gli abiti che hanno questo stile.

Alcuni (a mio gusto) rischiano di fare l’effetto “sacco di patate”; altri (a mio gusto) sono deliziosi nella loro semplicità. Il primo vestito di questa selezione, ad esempio, io l’ho comperato per davvero!

Maxi T-Shirt Moda casta 2016

1: Abito in popeline Zara (€ 19,99 in saldo)
2: Vestito dritto Promod (€ 14,97 in saldo)
3: Abito Mango (€ 6,49 in saldo!!)
4: Vestito chemisier Zara (€ 17,99)
5: Camicia in lino Oysho (€ 22,99 in saldo)
6: Vestito Vila (€ 32,50 in saldo)

5.      E in generale: sfrutta stampe, colori accesi, tagli non banali

Chiaramente non sto dicendo che tutte le donne cattoliche dovrebbero adottare, nel vestirsi, i miei stessi standard di modestia. Però, alla domanda esplicita “ma precisamente, Lucia, quali sono i criteri con cui tu scegli i tuoi vestiti?”, io rispondo: “compro solo vestiti coi quali – per capirci – potrei entrare a San Pietro”.
Ovverosia: non mi sento a mio agio con i pantaloncini corti, non mi piace andare in giro con le spalle scoperte, non ho mai indossato una minigonna in vita mia, e se ho una scollatura troppo profonda la “tampono” con un sottogiacca.
Qualche eccezione a queste “regole” la faccio in vacanza al mare, ma manco tanto, in realtà: per il resto, d’estate vado sempre in giro con una combo di gonne al ginocchio e mezze maniche.
(Pantaloni ne uso? No. Non perché abbia niente contro i pantaloni, ovviamente!, ma perché d’estate mi tengono un caldo della malora e preferisco di gran lunga le gonne, infinitamente più ariose).

Obiettivamente, non è proprio facilissimo trovare vestiti che rispondano ai requisiti di cui sopra. Però, qualcosa del genere farebbe anche piacere avercelo nel guardaroba (se non altro per poter entrare in chiesa senza dover almanaccare ogni volta con foulard e golfini per coprirsi alla bisogna).
Fortunatamente, qualche abito con queste caratteristiche si trova per davvero. E con un po’ di fortuna, si trovano anche modelli che non ti facciano sembrare un’impiegata di banca appena uscita dall’ufficio o una nonnetta che porta particolarmente bene i suoi settant’anni. A mio modo di vedere, basta cercare qualche abito dal taglio particolare (e/o con una bella stampa colorata), e l’effetto noia è scongiurato!

Mezze maniche Moda Casta 2016

1: Vestito estivo Doroty Perkins (€ 39,20 in saldo)
2: Abito stampato apertura spalle Zara (€ 19,90 in saldo – no, non entro in chiesa con gli spacchi a mezza coscia; li ricucio)
3: Vestito di maglina Desigual (€ 52,00 in saldo)
4: Vestito incrociato Promod (€ 13,48 in saldo)
5: Vestito ricamo svizzero Oysho (€ 39,99 – non in saldo)
6: Vestito Tie-Dye Zara (€ 17,99 in saldo – no, non entro in chiesa nemmeno con le gonne di quella lunghezza, ma se siete un po’ più basse della modella il vestito diventa più accettabile)

***

A stretto giro di…post, pubblicherò anche la seconda parte della rassegna: quella dedicata alla vexata quaestio “ma come ha da vestirsi, una donna cattolica in vacanza al mare?”. Bikini no perché si va all’inferno, costume intero nì perché è più casto, tutte coperte col burqini per star sicure…?

Nel frattempo – visto che questa categoria di post riceve sempre migliaia di visualizzazioni, ma quasi sempre nessun commento! – io sarei davvero curiosa di sentire la vostra opinione, se passate di qui e siete interessante (o interessati) al tema.

È davvero così importante che una donna cattolica badi (tra le mille altre cose) (anche) al modo in cui si veste, oppure queste sono un po’ fissazioni vecchio stampo, e, al giorno d’oggi, con quel che si vede in giro, è stupido fossilizzarsi su ‘ste cose (ché tanto ci siamo assuefatti a ben altre nudità, e un paio di shorts inguinali non li nota più nessuno)?

Ma d’altro canto: è proprio così vero che un paio di shorts inguinali non li nota più nessuno, o è vero che certi “abiti non adatti” possono rendere più difficile, per la controparte maschile, esercitare la purezza nello sguardo e nel pensiero, come emergeva da una Modesty Survey condotta anni fa negli USA?

Come già sapete se mi leggete da un po’ di tempo, io personalmente mi situo tra i due estremi.
Se tu, uomo che passi di lì per caso, mi vedi in minigonna, e ti giri a guardarmi le gambe, e poi ci fai pure pensieri impuri, con tutta evidenza sei tu che sei un maiale.
Però, sapendo che, per l’appunto, siamo tutti quanti maiali (e/o variamente peccatori)… io, personalmente, in giro in minigonna non ci vado.

Voi?

Cose cristiane · Lifestyle cristiano

Il pudore in vacanza – edizione 2015. Consigli pratici per la fanciulla che non vuole scoprirsi troppo, in vacanza al mare

Sapete qual è stato il post più letto in assoluto, nella storia di questo blog?
(Intendo, a parte l’immortale Non sono incinta ma sento degli strani colpi all’interno della pancia, cui approdano ogni giorno svariate decine di internauti, dopo aver denunciato a Google tale inquietante sintomatologia).
Ebbene: a parte l’intramontabile pezzone di cui sopra, il mio post più letto in assoluto è stato quella vaga accozzaglia di indicazioni modaiole pubblicate la scorsa estate, al grido di “ma come ha da vestirsi, una casta fanciulla cattolica, quando va in vacanza al mare?”.

Breve riassunto delle puntate precedenti, per chi non conoscesse me e i miei trascorsi.
A me sta molto a cuore, questa faccenda della purezza sessuale. È un tema a me caro; ne parlo spesso.
Fra le tante cose che mi stanno a cuore parlando di questo tema, c’è anche la questione del pudore cristiano (e, di conseguenza, della modestia nel vestire). Indubbiamente ci sono problemi molto più gravi che attanagliano la cristianità, però io ho preso a cuore anche questo: a ognuno il suo, no?

Ebbene: l’anno scorso, dopo tanti anni di vacanza in montagna, una mia cara amica stava progettando un viaggio al mare. La poveretta era rimasta un po’ sconvolta dalle dimensioni (infinitesimali) dei bikini che le venivano via via proposti, al punto che alla fine, disperata, aveva deciso di chiedere aiuto a me: “Lucia, ma tu che vai sempre in vacanza al mare, e che sei sempre così attenta a non scoprirti troppo… concretamente, dove li compri i tuoi vestiti?”.
Eh sì: perché un conto è dire “voglio vestirmi così e cosà”; un conto è entrare un negozio e trovare effettivamente dei vestiti che combacino coi tuoi standard. Non sempre è cosa facile.
Era nato così, la scorsa estate, un post di Consigli pratici per le fanciulle che non vogliono scoprirsi troppo, in vacanza al mare. E si potrebbe anche prendere atto della cosa e poi archiviare la notizia nel dimenticatoio, se non fosse che il suddetto post ha avuto un successo enorme: ha cominciato a girare, ha avuto un sacco di visualizzazioni; apparentemente, è servito a molte.
E quindi… stanti queste premesse, chi sono io per non aggiornarlo all’estate 2015?

Alcune veloci precisazioni prima di cominciare:

1) Ovviamente, non sono stata pagata per fare la pubblicità a determinati marchi.

2) Ovviamente, non sono una fashion blogger. Con questo post, non ho nessuna intenzione di dare consigli di stile (ci mancherebbe!), e, sotto sotto, manco consigli di modestia: molto più banalmente, voglio solo indicare “se hai difficoltà a trovare un costume da bagno così e cosà, ti faccio presente che questi capi sono in vendita nel tal negozio, al tal prezzo. Vedi la se la cosa può interessarti”.

3) Il pudore cristiano è un concetto molto vago, e ci sono tante sensibilità diverse circa il modo in cui dovrebbe vestirsi una brava ragazza cattolica. Conosco donne cattolicissime che non si pongono manco il problema, e conosco donne cattolicissime che rinunciano alla spiaggia, pur di non doversi scoprire troppo.
Proprio per questa ragione, nel tentativo di non scontentare nessuno, ho raccolto in questo post suggerimenti “livello standard”, suggerimenti “livello hardcore” e suggerimenti “livello Nonna Lucia” – cioè, per fissatissime.

4) Nonna Lucia sarei io, casomai non si fosse capito.
Per chi in passato mi ha chiesto, incuriosito, di descrivere i miei standard di modestia nel vestire, li sintetizzo così: scollature (ovviamente) poco pronunciate; spalle coperte; gonna/pantaloni al ginocchio. Questi sono gli standard con cui mi trovo bene io, ma non necessariamente devo andare bene per voi!

5) La marca Desigual mi fa profondamente schifo, non tanto per i suoi vestiti (anzi, alcuni sono molto graziosi), ma perché io non compro da un marchio che si pubblicizza a suon di vibratori e di spot con contenuti filo-abortivi. Infatti avevo deciso di boicottare Desigual e non inserire nemmeno un suo vestito in questa rassegna; poi però ho pensato che un disclaimer tipo questo è molto più potente di un boicottaggio.
Desigual, buuuuhhh!

Detto ciò, procediamo!

***

Situazione numero uno: voglio andare a fare il bagno. Livello standard

Una delle lamentele che sento fare con più frequenza è: “mannaggia, ma certo che questi bikini microscopici si spostano con un niente!”.
Ehm: in effetti, non è bello.
Certi bikini, secondo me, sono progettati solo per chi ha intenzione di stare tutto il giorno immobile sul lettino ad abbronzarsi, senza muovere un muscolo. Ma già solo per chi ha intenzione di fare un bagno, prendere le onde, giocare a racchettoni sulla spiaggia… brr

Per quanto riguarda la parte sopra dei bikini, in commercio si trovano reggiseni di tutti i tipi (sportivo, a fascia, etc.), compresi quelli capaci di dare una certa stabilità. Ma per quanto riguarda la parte di sotto dei bikini, certe mutandine stringatissime danno davvero l’impressione di essere assai poco affidabili…
La soluzione, secondo me, è comprare mutandine meno stringate.
Con un po’ di fatica, se ne trovano, in commercio! Si parte dalle mutandine a vita alta, passando dalle culottes (che però stanno bene a poche, invero), per arrivare fino a veri e propri pantaloncini da bagno, vagamente simili ai boxer da uomo. Più di così…

Bagno slip alti

1) Hotpants Bikini H&M (€ 9, 99)
2) Slip bikini Lolli (€ 92,99)
3) Slip alto Oysho (€ 19,99)
4) Short Donna Replay (€ 65,00)
5) Milonga Slip Yanamay (€ 19,95)
6) Pantaloncini da bagno Twintip (€ 30,00)


Situazione numero uno: voglio andare a fare il bagno. Livello hardcore

Personalmente, non sono una grande fan dei bikini.
Non per criticare chi li porta (percaritàdiddio!), ma io mi ci sentirei fortemente a disagio. In fin dei conti, sono pur sempre un reggiseno e un paio di slip, con l’unica differenza che, rispetto alla biancheria intima, sono fatti di stoffa impermeabile.
Ai bikini preferisco di gran lunga altre alternative, come i bellissimi tankini (a loro volta costumi a due pezzi, con la differenza che la parte “di sopra” è una canottiera, e non un reggiseno).
Peraltro, li trovo anche molto più adatti a valorizzare il corpo femminile (per chiunque non abbia il fisico perfetto da super top-model)!

Bagno Tankini

1) Tankini Banana Moon (€ 43,00)
2) Tankini Oysho (€29,99)
3) Tankini Esprit (€ 54,99)
4) Tankini Bonprix (€29,99)
5) Tankini Marc O’ Polo Bodywear (€44,95)
6) Tankini Huit (€ 48,99)

 

E poi, vabbeh, ci sono anche i costumi interi.
Posso capire che siano più scomodi in determinate circostanze; posso capire che ad alcune donne dia fastidio la sensazione di freddo umido sulla pancia… però, guardate che belli! Eleganti! Chic!
Non sarebbe il caso di rivalutarli?

1) Costume intero modellante H&M (€29, 99)
2) Costume da bagno multi posizione Oysho (€45,99)
3) Costume da bagno Lascana (€75,00)
4) Costume intero Ragno (€74,90)
5) Costume Moschino (€125,00)
6) Costume da bagno Melissa Obadash (€280,00)

Situazione numero uno: voglio andare a fare il bagno. Livello Nonna Lucia

“Ummarò: e che si mette, Lucia, per andare in spiaggia, se ha cassato i bikini e non usa né tankini né costumi da bagno?”.
Ebbene, signori e signore, Lucia utilizza abiti da bagno.
Senza stare a pensare ai burkini delle musulmane: anche in Italia esistono in commercio dei costumi da bagno dotati di un piccolissimo gonnellino (o, in alternativa, dei tankini composti da canotta + pantaloncini).
Non sono eccessivi, non sono vistosi, non danno nemmeno nell’occhio. In compenso, il gonnellino garantisce qualche centimetro di copertura in più (e, oltretutto, aiuta anche a mimetizzare un paio di cosciotte grosse, se necessario).
Non sono nulla di eccessivamente strano, come noterete. E a me piacciono un sacco!

Costumi da bagno Nonna Lucia

1) Tankini Bonprix (€ 34, 99 )
2) Pantaloncino per bikini Bonprix (da abbinare a top a scelta) (€ 17, 99)
3) Abito da bagno Bonprix (€39, 99)
4) Costume intero Decathlon (€35, 95)
5) Costume da bagno premaman SweetMommy (€75,00)
6) Costume con gonnellino Anne Weyburn (€55,96)

***

Situazione numero due: staziono in spiaggia. Livello standard.

Vabbeh: se stazioni in spiaggia spalmata su un lettino perché vuoi abbronzarti il più possibile, vai con Dio e goditi il tuo bagno di sole, ci mancherebbe.
Qui mi rivolgo a chi stazione in spiaggia perché sta leggendo un libro sotto l’ombrellone / costruendo castelli di sabbia coi figli / sorseggiando un aperitivo al bar dello stabilimento / eccetera eccetera eccetera.
Ecco: queste cose io non le farei indossando solo il costume.
Io decisamente mi coprirei un pelino di più, per fare qualsiasi cosa che non sia “fare il bagno” o “prendere il sole”.
Pareo, pantaloncini, prendisole: fate voi, però prendete in considerazione l’idea.
A tal proposito, io mi limito a segnalare a tutte le interessate che esistono in commercio anche dei pareo “a gonnellina” che, a differenza dei classici pareo da legare in vita, si infilano come una gonna (o si annodano da un lato).
Rispetto ai modelli classici, hanno di buono che il nodo non si slaccia, e le gambe sono più coperte.

Pareo gonnellina
1) Pareo SHE Damen Standrock (€ 85,00)
2) Gonna da spiaggia Feba (€ 52, 90)
3) Pareo-gonna La Redoute (€ 3, 98)

Situazione numero due: staziono in spiaggia. Livello hardcore

Le pudiche hardcore a cui non basta un gonnellino possono, ovviamente, ripiegare sui copricostume.
Ce ne sono di tutti i prezzi e di tutti i tipi; quest’anno, a quanto pare, vanno molto di moda anche le tutine da spiaggia, che a me sembrano scomodissime ma che sicuramente sono molto stilose.
Varda qui che scelta!

Sulla spiaggia hardcore

1) Microtutina in mussola Patrizia Pepe (€158,00)
2) Tuta da spiaggia Zeagoo (€13,99)
3) Tuta corta stampata Promod (€36,95)
4) Abito da mare H&M (€ 24,99)
5) Vestito Oysho (€ 39,99)
6) Abito da spiaggia Bonprix (€ 17,99)

Situazione numero due: staziono in spiaggia. Livello Nonna Lucia

Nonna Lucia, in questo specifico frangente, non solo è molto pudica, ma è anche completamente disinteressata all’abbronzatura.
Quelle poche volte che vado in spiaggia (perché io, in realtà, quando sono in vacanza al mare preferisco dedicarmi ad altre attività) tendo sempre a coprirmi con un caftano, dopo il bagno. Personalmente, la trovo una scelta felice per tante ragioni: è molto coprente (quindi puoi muoverti e rilassarti e correre dietro ai bambini con la massima tranquillità, senza l’assillo di stare sempre attenta a non mostrare troppo), ma, al tempo stesso, non dà nell’occhio: non rischi di passare per scema davanti agli occhi degli altri bagnanti, insomma.
Per di più, se piace il genere, puoi anche riutilizzarlo in città a mo’ di tunichetta, sopra un paio di pantaloni.

Caftani Nonna Lucia
1) Kaftano Golden Point (€ 47,99)
2) Caftano Iconique (€69,00)
3) Kaftano Yanamay (€25,95)
4) Abito copricostume Fiorella Rubino (€69,95)
5) Vestito frange Mango (€39,00)
6) Tunica H&M (€29,99)

***

Situazione numero tre: a passeggio su lungomare. Livello standard.

No, dai. A passeggio sul lungomare con bikini e gonnellino, no.
Bikini e gonnellino vanno benissimo sulla spiaggia, nel bar dello stabilimento, quando giochi a racchettoni… ma nel momento in cui si esce dalla spiaggia e si comincia a camminare sul lungomare (o, peggio ancora, nelle vie del paesello!), no. Dai. Non è nemmeno questione di pudore cristiano, secondo me: è proprio questione di decoro urbano.
Un grazioso prendisole tanto carino e tanto estivo, tutto bellino e colorato? No?

Passeggio sul lungomare Standard

1) Vestito Zara (€39,95)
2) Vestito Oysho (€39,99)
3) Vestito Berskha (€35,99)
4) Vestito Desigual (€59,00)
5) Vestito Yumi (€ 70,00)
6) Vestito Zara (€ 49,95)

Situazione numero tre: a passeggio su lungomare. Livello hardcore

Per chi (come me) avrebbe un po’ di paura a girare con questi vestitini corti corti e leggeri leggeri, per paura di far inavvertitamente intravvedere troppo con un attimo di distrazione, segnalo che esistono anche prendisole più coprenti: un po’ meno scollati, un po’ più lunghi al ginocchio…

Passeggio sul lungomare Hardcore

1) Vestito Jennifer (€19,99)
2) Vestito Replay (€79,90)
3) Vestito Promod (€ 39,95)
4) Abito H&M (€14,99)
5) Vestito Stradivarius (€15,95)
6) Vestito Desigual (€69,00)

Oppure, esistono le gonnelline estive!!

Io le adoro, anche perché sono estremamente versatili. Con una canotta, vanno benissimo anche in vacanza, per passeggiare sul lungomare. Ma provate ad abbinarle a una camicetta o a una maglietta un po’ più chic, e potrete serenamente riutilizzarle anche dopo il ritorno a casa, per andare a lavorare.

Passeggio sul lungomare Gonne Hardcore
1) Gonna OVS (€ 24,99)
2) Gonna  Zara (€ 36,95)
3) Gonna Kiabi (€ 18,00)
4) Gonna Stradivarius (€17,95)
5) Gonna Benetton (€ 49,95)
6) Gonna Oysho (€ 35,99)

Per chi non si sente a suo agio con la gonna e preferisce girare in pantaloncini, segnalo che, a cercarli bene, potreste trovare in commercio anche dei pantaloncini corti… aehm… non troppo corti.
I modelli più aderenti mi danno l’idea di tenere un caldo boia, ma ce ne sono anche di morbidi e scampanati…

Passeggio sul lungomare Pantaloni Hardcore
1) Bermuda Violeta by Mango (€ 34,99)
2) Bermuda Promod (€ 26,95)
3) Bermuda Stradivarius (€25,95)
4) Bermuda Bonprix (€ 19,99)
5) Jeans Desigual (€84,00)
6) Bermuda Zara (€ 29,95)

Situazione numero tre: a passeggio su lungomare. Livello Nonna Lucia

Ci sono, poi, donne psicopatiche tipo me che hanno quelle fissazioni cui accennavo sopra: “gonna fino al ginocchio, spalle coperte”, sennò non escono di casa.
Obiettivamente, non è proprio facile restare fedeli a questi standard quando si è in vacanza al mare, perché non è che si possa uscir di casa in tailleur (a meno di non voler esser prese per sceme esibizioniste, intendo).
Però, seppure a fatica, qualcosa si trova. Questi, ad esempio, sono sei vestiti che indosserei con la massima tranquillità, anche a Ferragosto in riva al mare:

Passeggio lungomare Nonna Lucia
1) Vestito Mango (€ 69,99)
2) Abito H&M (€ 24,99)
3) Abito  Zara (€ 49,95)
4) Vestito Ralph Lauren (€ 185,00)
5) Vestito Oysho (€ 39,99)
6) Abito Diffusione Tessile (€ 150,00)

Situazione numero tre: a passeggio su lungomare. Piano B che accontenta tutte

Comunque, c’è sempre il piano B: il lungo!
Credo che, obiettivamente, non ci sia capo di abbigliamento più pudico di una gonna lunga fino ai piedi. Copre quel che c’è da coprire, non rischia di alzarsi per il vento; è pure bella.
E quest’anno, apparentemente, i vestiti lunghi vanno di gran moda! (Per mia grande gioia, che amo follemente le gonne lunghe fino ai piedi – e che, per la cronaca, sono fortissimamente tentata dall’ultimo vestito di questa selezione).
Una gonna lunga, un bel cappello di paglia, una granita in mano, un paio di sandaletti estivi, il sole al tramonto sulle onde del mare… aaaahh!

Passeggio sul lungomare Lunghi
1) Vestito Mango (€ 99,99)
2) Altro vestito Mango (€ 39,99)
3) Abito Diffusione Tessile (€ 68,00)
4) Vestito Bershka (€ 24,99)
5) Abito Diffusione Tessile (€ 73,00)
6) Vestito Stradivarius (€ 35,95)

***

Situazione numero quattro: è sera, andiamo a divertirci! Livello standard

Ovviamente, il concetto di “divertimento serale in vacanza al mare” è molto vago.
Nel posto in cui vado in vacanza io, il più grande divertimento serale per i turisti è passeggiare avanti e indietro sul lungomare, curiosando fra le bancarelle di prodotti tipici.
Ma c’è chi, di sera, passa il tempo davanti al falò sulla spiaggia; c’è chi prende la macchina e va a sballarsi in discoteca; c’è chi viaggia sulla nave da crociera ed è invitato al galà col comandante; c’è chi va a cena al lume di candela e poi si sposta in localini stilosi.
Dipende molto dal tipo di vacanza, ovviamente: io, qui, ho deciso di rivolgermi a chi deve vestirsi per un evento serale mediamente elegante, e non ha voglia di utilizzare il solito mini-abito per le grandi occasioni.

Sì: perché ultimamente sembra che la lunghezza di una gonna sia inversamente proporzionale al suo grado di eleganza: più vuoi essere chic, più devi scoprire le gambe.
Ehm: ma anche no.
Qui, una piccola selezione di abiti (e tutoni) lunghi, adattissimi anche al clima vacanziero:

Sera livello standard

1) Vestito Marciano for Guess (€ 209,00)
2) Vestito Mango (€ 99,99)
3) Salopette Desigual (€ 99,90)
4) Vestito Mango (€ 89,99)
5) Tuta Bershka (€ 24,99)
6) Tuta stampata a volant Oysho (€ 45,99)

Situazione numero quattro: è sera, andiamo a divertirci! Livello hardcore

Visto che già le pudiche di livello standard le ho vestite con una gonna lunga fino ai piedi, alle pudiche di livello hardcore posso solo proporre abiti eleganti e lunghi… ma con bretelline un po’ più spesse e scollature un po’ meno profonde, giusto per stare più tranquille nei movimenti anche quando si va a ballare:

Sera hardcore

1) Vestito Mango (€ 129,99)
2) Tubino Sisley (€ 99,95)
3) Vestito Mango (€ 89,99)
4) Salopette New Look (€ 54,99)
5) Vestito ASOS (€ 115,99)
6) Tuta Diffusione Tessile (€ 65,00)

Situazione numero quattro: è sera, andiamo a divertirci! Livello Nonna Lucia

E per le Nonne Lucie… beh… che ve lo dico a fare?
Cerca e cerca, si possono anche trovare vestitini (non troppo formali) (specie se vengono accessoriati nel modo giusto) che metterebbero a proprio agio anche le più fissate!

Sera Nonna Lucia

1) Tuta Mango (€ 59,99)
2) Vestito Mango (€ 59,99)
3) Vestito Desigual (€ 124,00)
4) Vestito Zara (€ 69,95)
5) Vestito Oysho (€ 49,99)
6) Vestito ASOS (€ 115,99)

***

E, a questo punto, se avete avuto la pazienza di arrivare fin qui, sappiate che io sarei davvero curiosa di conoscere la vostra opinione. La vexata quaestio circa il pudore femmile torna a far parlare di sé ogni estate, nei siti dedicati alla castità e alla purezza sessuale. Spesso, ne nascono sterili discussioni che si limitano alla diatriba “bikini no (sguarldine!)” , “bikini sì (fissati!)”, ma talvolta lo scambio di idee diventa molto più fruttuoso.
Che ne dite: proviamo a vedere cosa succede se cominciamo a discuterne noi?

Perché, in effetti, il problema non è campato in aria: d’estate, per ovvie ragioni, tendiamo a scoprirci molto.
C’è, secondo voi, un limite oltre il quale il “molto” diventa “troppo”?
Oppure è proprio vero che la purezza è negli occhi di chi guarda, quindi anche una donna in un bikini sexy può risultare del tutto indifferente a chi è abituato a custodire il suo sguardo, e/o anche una donna avvolta in un kaftano può diventare oggetto dei pensieri impuri del maniaco di turno?
Voi signore, come vi regolate? Non badate a queste cose, perché tutto sommato omnia munda mundi, o cercate, come me, di non scoprirvi più di un tot.
Ma soprattutto: voi maschetti, come ci consigliereste di regolarci? È poi così importante che noi donne prestiamo tanta attenzione al modo di porci, oppure la visione di una ragazza in costume è diventata così normale che tra bikini sexy e costume intero non c’è più differenza alcuna?

Sì, insomma: voi donne, cosa fate?
E voi maschi, cosa vorreste che noi facessimo?