Un guardaroba estivo “modesto”, etico e allegro? Non è una mission impossible!

Pare proprio che l’estate, infine, sia arrivata. E, immancabili, arrivano con lei gli zampironi di citronella, l’afa appiccicaticcia, gli integratori di magnesio e il mio post sulla modest fashion in versione estiva.

Giacché questa categoria di post è una delle più lette in assoluto su queste pagine, nonché una delle più lette in assoluto da gente che non mi conosce e arriva qui indirizzata da Google, ho deciso che introdurrò l’argomento con un agevole botta-e-riposta tra me e un Perplesso Internauta di Passaggio, capitato di qui per caso.

Perplesso Internauta di Passaggio (PIP per gli amici): ehm, salve! Dove sono capitato?
Una Penna Spuntata (per gli amici UPS, da non confondere con il corriere): benvenuto nel luogo in cui prendono concretezza i miei annuali esaurimenti nervosi per riuscire a vestirmi carina e ammodo, d’estate, ma conciliando due diktat che mi sono auto-imposta in fatto di abbigliamento. E cioè, vestire in modo etico aderendo ai principi della modest fashion.

PIP: eh??
UPS: per convinzioni personali (sono una cattolica un po’ all’antica) sono una aperta sostenitrice della modest fashion, e cioè del vestirsi senza bisogno di scoprirsi troppo. Le mie personalissime regole di modestia (non sto dicendo che chi non ci si adegua è una battona, tanto per capirci) sono sintetizzabili in “vestiti sempre con gli stessi criteri che useresti per entrare in una chiesa”. Cioè: spalle coperte, gonne e pantaloni almeno al ginocchio, scollature e trasparenze molto contenute.

PIP: ah. Sì ma scusa, io su Google stavo cercando marchi di moda etica, mica di vestiti per bigotti.
UPS: e infatti! Un’altra delle mie convinzioni personali mi vede sostenere con passione i marchi di abbigliamento che non sfruttano i lavoratori del Terzo Mondo pur di farci avere una maglietta a prezzo stracciato, ma danno loro una giusta mercede. Ovviamente il prezzo finale si alza un po’, ma io mi sento più a posto con la coscienza (e, comunque, la qualità del prodotto è tendenzialmente migliore e gli permette di durare di più nel tempo).
Ovviamente, se non siete interessati al tema della moda etica e volete spendere di meno, potete limitarvi a prendere ispirazione da questa selezione e darvi allo shopping nelle catene low cost.
Ancor più ovviamente, se siete interessati alla moda etica ma non volete svenarvi, pianificherete per tempo i vostri acquisti e comprerete prevalentemente durante i saldi.

PIP: capito. Quindi questa sarebbe una rassegna di vestiti modesti e fairtrade avente come target…?
UPS: la donna che sta andando in vacanza al mare. Perché io trovo che sia abbastanza facile vestirsi con modestia in città fin tanto che si va in ufficio. Il gioco si fa duro quando si va in vacanza, e giustamente si cerca di non sembrare eccessivamente “fuori dal mondo” in mezzo a signorine scosciatissime e scollate.

Personalmente, io adotto spesso soluzioni di questo tipo, per non venir meno alle mie regole di modestia senza sembrare una schiava dell’Isis.

Uno. La moda ci grazia con un profluvio di maxi dress: sono bellissimi! Approfittiamone!

Fino a qualche anno fa, penso che sarei stata presa per scema, se mi fosse venuto l’uzzolo di uscire di casa con una gonna lunga che mi sfiorava le caviglie.
E invece, in questi ultimi anni, i maxi dress sono tornati di moda. Io li amo, li trovo straordinariamente pratici, e ne faccio un uso intensivo tutte le volte che sono al mare. In città mi sento ancora un po’ a disagio a usarli, forse perché a Torino non mi sembrano ancora così comuni. Voi come state messe, sul versante cittadino?

Intanto, ecco a voi cinque abitini (anzi: abitoni) che a me piacciono molto, tutti quanti etici e solidali!

Maxidress2019

  1. Abito “Bombay” Altromercato, € 75
  2. Vestito lungo con top incrociato by Alis, € 76
  3. Vestito con stampa a vasi Thought £ 89,90
  4. Abito “Artemis”, Gudrun Sjorden, € 149
  5. Maxi Dress Nomads Clothing, £ 99

Due. La moda ci grazia con un dono ancor più grande: lo stile boho! Approfittiamone a man bassa!

“Boho” sarebbe l’abbreviazione di bohémienne, cioè quello stile romantico tutto pizzi e trine che a qualcuno può giustamente sembrare la brutta copia della camicia da notte della prozia Abelarda, ma che a me, prevedibilmente, piace un sacco. Approfittiamone finché dura, mi vien da dire, perché gli abiti boho secondo me sono l’esempio perfetto di modest fashion in salsa estiva. Alcuni sono così bizzarri che non te li metteresti mai in città, ma in una località di vacanza… perché no?

Boho2019

  1. Abito “Bohemian” Blutsgeschwister, € 139,95
  2. Abito “Remì” Boden, £ 90
  3. Abito “Soho” Gudrun Sjorden, £ 120
  4. Abito “Vivienne” People Tree, €195
  5. Tuta con coulisse Progetto Quid, € 109,90

Tre. La camicia da notte di zia Abelarda ti fa orrore? Scatenati con un abito dal taglio etnico o con stampe vistosamente esotiche

Sempre alla voce “roba che non ti metteresti mai in città per andare a lavorare in banca”, gli abiti in stile etnico secondo me sono un ottimo modo per sdrammatizzare un abitino che, se non fosse per la stampa, potrebbe anche sembrare troppo serioso per l’estate.
Io infilo nella stessa categoria anche gli abiti con stampe vistosamente esotiche. Sai: quei palmizi ondeggianti, quei tucani occhieggianti, quei maxi leopardati graffianti che vanno tanto di moda ultimamente.

Etnico2019

  1. Abito a piegoni Made in Castelvolturno, prezzo su richiesta
  2.  Top con tucani Palava, € 59,50
  3.  Abito Janis Sarabù, € 35
  4. Abito in bambù Thought, £ 59,90
  5. Abito “Kendra” Sugarhill Brighton, € 66,95

Quattro. E comunque, in generale, una stampa giocosa e “strong” aiuta sempre a sdrammatizzare!

Chi mi segue su Instagram conosce bene la mia passione per gli abitini con disegni scherzosi. (A proposito: non mi seguite su Instagram? Dovreste! Lo sto usando moltissimo, ultimamente, e condivido molte cose di me che non trovano spazio sul blog).
Ora: mi rendo conto che per andare in giro con delle caffettiere moka stampate sulla gonna (aehm. Sì, lo faccio) siano necessari una certa passione e probabilmente anche una certa età, nel senso che tra qualche anno è possibile auspicabile che anche io cominci a considerare “troppo” questo stile.
Ma se sei giovane, se l’idea ti stuzzica e se ti va di giocare un po’ con i tuoi vestiti, perché non scegliere per il tuo guardaroba da piena estate qualche abitino scherzoso con stampe allegre che gridano “Ferragosto!” a tutta voce?

Sul lungomare, secondo me, questi cosini sono perfetti: magari ti mandano al manicomio, ma stai pur certa che nessuno ti dirà mai che sei vestita da beghina bigotta.

StampeColorate2019

  1. Gonnellina “Ahoi”, Blutsgeschwhister, 59,95
  2. Abito con sirene Sugarhill Brighton, € 56,95
  3. Abito “Aurielle”  Thought, £ 89,90
  4. Gonna Fichi d’India Sweet Dream Creation, prezzo su prenotazione
  5. Gonna “Fiona” Sugarhill Brighton, € 55,95

Cinque. E per la spiaggia vera e propria? Ci sono dei costumi interi de-li-zio-si!

Fino a qualche anno fa, oggettivamente, era difficile trovare costumi interi che non fossero proprio da nonnetta. Oggigiorno (sarà che la moda è cambiata, sarà che Internet ci permette di ampliare la ricerca…) io trovo che esistano dei costumi interi veramente deliziosi, resi allegri da stampe coloratissime oppure chiccosissimi nel loro stile retrò.
Circa i costumi da bagno, si sono spese infinite parole (e anche parecchi insulti) nei gruppi di discussione dedicati alla modest fashion: c’è chi ritiene eccessivamente rigido il diktat “no bikini”, e c’è chi addirittura dice che nemmeno il costume intero è sufficientemente modesto in sé e per sé. Comunque la vediate, tenete conto che ognuno di questi brand etici produce anche un sacco di bikini, e che nulla vieta di mettere una gonnellina sopra a questi costumi interi, se proprio.

CostumiInteri2019

  1. Costume da bagno “Creta” Boden, £ 49
  2. Costume intero panda by Alis, € 68
  3. Costume “Newlook” Individuals, € 98
  4. Tankini “Daphne” Joules, £ 29,95 + 22,5
  5. Costume “Nara” Repainted, € 150

Se volete saperne qualcosa di più sui marchi di cui ho parlato…

Joules è un marchio inglese per uomo, donna, bambino e arredo casa, spacciatore della gran parte dei miei maglioni invernali (nonché passato alla mia storia di Instagram come il brand che è riuscito a farmi anticipare su Internet il look che, di lì a qualche giorno, avrebbe sfoggiato un membro della Royal Family. No, non Kate o Meghan. Luis di Cambridge. Il neonato. Sì: nella scelta dei miei maglioncini invernali, ho evidentemente lo stesso gusto di un neonato inglese della upper class).
Joules, a onor del vero, non è un brand etico al 100%, e anzi ha ancora molta strada da fare per poterlo diventare. Però, mi piace molto (e ritengo lodevole e degno d’essere premiato) il modo in cui sta avvicinando la sua policy aziendale alle linee-guida della Ethical Trading Initiative. E sembra proprio fare sul serio.

Boden offre più o meno le stesse garanzie: membro della Ethical Trading Initative, mostra una notevole attenzione alle tematiche ambientali ma non solo. Molto vicina alle donne che lavorano per il confezionamento dei capi nel Terzo Mondo, offre loro uno stipendio decente e anche occasioni di crescita personale e professionale.

Made in Castelvolturno è, intuibilmente, un piccolo marchio di abbigliamento prodotto a Castelvolturno, in un laboratorio di sartoria sociale volto a dare una occupazione e una giusta paga a donne in condizioni di marginalità. Le stoffe provengono per la maggior parte dell’Africa, così come molte delle sarte: il risultato sono capi coloratissimi e fiammeggianti.

Il Progetto Quid fa più o meno la stessa cosa, ma a Verona. La sartoria gestita dalla omonima Associazione di Promozione Sociale offre impiego a donne con un passato di fragilità che sono alla ricerca di un reinserimento nel mondo del lavoro (e, spesso, anche nella società). Tra tutti i marchi che ho citato, Quid è probabilmente quello con uno stile più “classico”, utilizzabile nella vita di ogni giorno. Insomma dateci un occhio, soprattutto sotto i saldi!

Gudrun Sjödén è un brand scandinavo coloratissimo, allegrissimo, giocosissimo, che nasce oltre trent’anni fa con una vocazione molto precisa: la sostenibilità. Sostenibilità ambientale, innanzi tutto, che si esplica anche attraverso la scelta di materiali tessili non comuni, ma anche sostenibilità umana: i lavoratori vengono pagati il giusto.

Thought, al momento, è uno dei miei marchi preferiti in assoluto, che mi avete spesso visto addosso se mi seguite su Instagram. È un brand inglese (uomo/donna), di cui però trovate una selezione di capi anche in alcuni eshop italiani (per quanto io trovi più conveniente acquistare direttamente dall’Inghilterra, in saldo). In Thought, tutto quanto è pensato: la scelta delle fibre naturali con cui creare i vestiti (alcune delle quali molto particolari: canapa, tencel, bambù…); l’attenzione verso i lavoratori, giustamente remunerati; la gestione dell’invenduto (che viene ceduto a una charity inglese che fornisce abbigliamento elegante “da colloquio di lavoro” a donne che, diversamente, non potrebbero permetterselo). Sono molto pensate anche le stampe dei capi, spesso ispirate ad affreschi inglesi, tessuti vintage d’archivio, etc. Adoro.

By Alis è il brand di Alis, appunto, cioè Alessandra Navetta, una piccola imprenditrice che, per la creazione dei suoi abiti, “non sfrutta alcun lavoratore a parte se stessa”, come spesso ama dire su Instagram alludendo ai prezzi, tenuti il più basso possibile anche a scapito dei suoi ricavi. Mi piace moltissimo: per il suo stile, per le sue stampe colorate e anche per il modo in cui affronta il tema dell’imprenditorialità su Instagram, ad esempio insistendo spesso (giustamente!!) sull’importanza di comprare solo da artigiani che rilasciano regolare fattura. E ha ragione!

Sweet Dream Creation è un’altra piacevolissima scoperta di Instagram. La missione di questa artigiana? Creare gonne (per donne e bambine) con tessuti di arredamento (il che, a seconda delle sensibilità, può voler dire “andare in giro conciata come il divano di mia nonna” o “andare in giro con gonnelline variopinte e coloratissime”). Il marchio non ha un vero e proprio eshop ma vende attraverso Instagram, dovete contattare direttamente la sarta per scegliere la stoffa tra quelle che sono in quel momento disponibili.

Sarabù è un marchio il cui sito… molto work in progress… non deve intimorire. L’eshop è in una fase di “lavori in corso” ma sono contenta che sia stato inaugurato appena in tempo per questa rassegna, perché negli anni passati io sono stata una affezionata e soddisfatta cliente del negozio fisico (anzi: della bancarella) di questo marchio, che vende abiti ricavati da stoffa sari e che sul suo profilo Instagram invia periodicamente foto dello stabilimento indiano in cui i capi sono confezionati, a dimostrazione di trasparenza.

Repainted è un brand di costumi da bagno che costa, eh. Promette anche di valere la spesa, ché il tessuto particolarissimo con cui sono confezionati i costumi (l’Econyl, ricavato da materiali di scarto recuperati nel mare, come ad esempio le reti da pesca) dovrebbe offrire una particolare resistenza al cloro e al sale. Bonus: è tutto fatto al 100% qui in Italia.

Individuals è un altro esempio di made in Italy che giustamente si fa pagare, ma ti offre la certezza di star comprando un capo che aiuta brava “vicina di casa” a pagare le bollette. I tessuti vengono preparati a Como e confezionati a Varese, mentre lo styling avviene a Milano. Insomma: made in Italy!

Sugarhill Brighton, anni fa, mi ha fatta innamorare del suo stile al punto tale da convincermi a superare la mia storica diffidenza per gli acquisti online e spingermi al mio primissimo ordine su Internet. Quale gioia scoprire che, nell’ambito di un radicale rebranding, l’azienda ha deciso di abbracciare principi etici e all’insegna della sostenibilità, promettendo un living wage ai suoi collaboratori e avviando una partnership con numerose charities del territorio.

Blutsgeschwister è un brand tedesco fondato il Mercoledì delle Ceneri (!) del 2001 da un gruppetto di amiche per la pelle (anzi: sorelle di sangue, come dichiara il loro stesso nome) che hanno scelto come logo aziendale i simboli di Fede, Speranza e Carità. Ditemi voi se potevo non innamorarmene alla follia. Il loro stile è coloratissimo, allegro, adatto anche ai bambini (per i quali, non a caso, esiste una linea apposita), e se i loro abiti vi incuriosiscono vi suggerisco di iscrivervi al sito Internet, così sulla fiducia, perché la sezione outlet (visibile solo agli iscritti, giustappunto) offre sconti molto interessanti.

Palava è un altro marchio inglese (l’ennesimo di questa lista. Lo so. No, non prendo mazzette dalla May, è che mi piace tantissimo lo stile british). Alla classica domanda “Who Made My Clothes?” che gli attivisti della Fashion Revolution sono invitati a porre ai grandi brand, in una implicita richiesta di una maggiore tracciabilità, Palava si pregia di poter rispondere: Balbir, Julie e Satnam. Sono loro i capireparto della piccola azienda tessile che ha sede nei dintorni di Londra, e che ogni anno sforna capi vagamente retrò e volutamente senza tempo, fatti apposta per poter durare negli anni senza mai “invecchiare” e passar di moda.
L’unica cosa più adorabile dei suoi vestitini da donna sono i vestitini da bambina coordinati con quelli da donna, di modo che mamma e figlia possano giocare a vestirsi uguali (magari, che ne so, in occasione di una qualche cerimonia).

30 risposte a "Un guardaroba estivo “modesto”, etico e allegro? Non è una mission impossible!"

    1. Lucia

      😀

      In realtà la carità è rappresentata dal cuore. L’associazione sarebbe

      Fede = croce latina
      Speranza = ancora
      Carità = cuore

      La fede e il cuore si spiegano più o meno da soli, l’ancora come simbolo della speranza dovrebbe avere come addentellato questo passo della Lettera agli Ebrei: “Noi, che abbiamo cercato rifugio in [Dio], abbiamo un forte incoraggiamento ad afferrarci saldamente alla speranza che ci è proposta. In essa infatti abbiamo come un’àncora sicura e salda per la nostra vita: essa entra fino al di là del velo del santuario, dove Gesù è entrato come precursore per noi, divenuto sommo sacerdote per sempre secondo l’ordine di Melchìsedek“.

      Anche se l’interpretazione più dolce di questa associazione mentale l’ho letta in un opuscoletto che parlava della religiosità popolare del popolino napoletano nell’Ottocento, popolino che ovviamente la Lettera agli Ebrei manco la conosceva. In quel caso, secondo le donne, l’ancora rappresentava la speranza perché bisogna sperare in Cristo con la stessa arrendevole fiducia con cui le donne di una famiglia di marinai sperano che sia liscio e senza ostacoli il viaggio in mare dei loro mariti, padri e figli.
      Una interpretazione dolcissima, ovviamente campata per aria, ma… dolcissima!

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      1. Anonimo

        Anche senza conoscere la lettera agli Ebrei o le tradizioni marinare, l’ancora rappresenta la speranza per me perché essere senza speranza è effettivamente come essere senza ancora, alla deriva.

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        1. Lucia

          Beh, anche vero.
          Io invece, a pelle, tenderei/tendevo ad associare all’ancora l’idea di fede (tant’è vero che per un bel po’ di tempo ho avuto il dubbio “aspetta, ma esattamente quali sono i tre simboli delle virtù?” e ogni volta dovevo controllare su Google per essere sicura di non far figuracce XD )

          “A pelle”, per me la fede è l’ancora alla quale ci si aggrappa durante le tempeste (e, se proprio, la croce può essere simbolo di speranza).

          ‘nsomma, a me ‘sta ancora ha sempre creato problemi! 😛

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  1. Celia

    Uhm, guarda: i maxi-dress piacciono anche a me, ma a quei prezzi faccio prima a confezionarmene uno con una tenda di casa (che tanto lontano da quelle fantasie lì non siamo) 😀 😉

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    1. Lucia

      XDD

      Eh, sì, i prezzi sono quelli che sono.
      O, come dico sempre, quelli che erano – nel senso che fino a qualche decennio fa (prima dell’avvento del low cost e della delocalizzazione) era comune spendere per un buon vestito una somma equivalente. Fa strano a noi, solo perché ormai noi siamo abituati (oserei dire accecati) dai prezzi stracciati delle catene low cost.

      E infatti i nostri nonni avevano molti vestiti di noi, e molto spesso vestiti più vecchi di noi che però sono ancora perfetti 😛

      Fermo restando che, sì, confezionarsi vestiti da zero sarebbe probabilmente la soluzione migliore e più soddisfacente, e io ho da anni il sogno nel cassetto di fare un buon corso di taglio e cucito per imparare a farmi cartamodelli da zero! (Di mio, cucicchio, ma non mi sono mai cimentata nell’impresa di farmi un vestito dal nulla…)

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      1. Celia

        Diciamo che il low cost è un triste fenomeno, ma anche parteggiando per la qualità si può chiedere di non pagare cifre astronomiche per un pezzo di stoffa (un pezzo lungo, d’accordo 😀 )
        Vestiti risalenti ai miei nonni non credo d’averne, ma dei miei genitori ne ho conservati parecchi: e alcuni di essi me li porterò senz’altro nella tomba, cioè li userò tutta la vita ❤
        A proposito di tagliare stoffe di casa e cimentarmi nella confezione di un abito da zero, in realtà, la mia era SOLO una provocazione; perché anche se volessi provarci non saprei da che parte girarmi… ammiro chi ne è in grado, ma io al massimo potrei pendere un sacco di iuta e ricavarci dei fori per gli arti e la testa O.o

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        1. Lucia

          Beh, anche il pezzo di stoffa comunque ha un suo costo, che tende ad essere più alto di quanto la persona-media immagini. Io non so cucire (decentemente), come dicevo, ma mia mamma aveva fatto alcuni corsi di taglio e cucito quando io ero piccola, sicché per tutta la mia infanzia (grossomodo, fino all’inizio del ginnasio per capirci) è stata lei a cucire i vestitini che mettevo. Andavamo a scegliere assieme le stoffe nel negozio di stoffe (quando non riuscivamo a trovare al mercato scampoli adeguati, molto più economici perché sono “gli avanzi”) e… beh, da quel che ho visto, il costo della stoffa incide!

          Tenendo conto che per cucire un vestito al ginocchio per una donna adulta servono indicativamente 2 metri di stoffa (grossomodo) e tenuto conto del fatto che un buon cotone può costare dagli 8 ai 15 euro circa…
          Aggiungici altri 2 metri di fodera (vuoi mica non metterla?) a circa 5 euro al metro…
          Siamo già arrivati a 40 euro (e stiamo parlando di un abitino estivo di cotone, figurati se invece servono stoffe più pregiate o calde). Mettici il costo della manifattura e, giustamente, un margine di guadagno per l’azienda o l’artigiana di turno, e alla fine si arriva molto facilmente a quei prezzi lì.

          (Molte delle ditte che ho linkato, peraltro, usano stoffe biologiche che hanno un costo più alto, ma che garantiscono che gli addetti alle piantagioni non debbano respirare ogni giorno pesticidi molto forti e molto deleteri per la salute, usati per massimizzare quanto più possibile la resa ma – a quanto pare – con rischi molto concreti nel breve periodo per i lavoratori. Leggevo ad esempio che negli Stati Uniti moltissimi degli addetti a queste piantagioni di cotone contrae il cancro, mi pare ai polmoni, anche in età relativamente giovane. Anche questa è un’altra faccia del low-cost..).

          Comunque, tutto ‘sto papiro per dire: se conosci un pochino il mondo della sartoria (e io lo conosco molto molto poco), alla fine ti rendi conto che certi prezzi non sono poi così esagerati. Cioè per carità: le aziende son fatte per guadagnare e giustamente va tenuto in conto anche il loro margine di guadagno (ci mancherebbe), ma il punto è che davvero la moda low cost ci ha abituati a dei prezzi che non rispecchiano proprio la realtà dei fatti. Almeno, secondo me 🙂

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          1. Laurie

            penso che sia vero, nel senso che è vero che molti vestiti di una volta durano tuttora: io uso regolarmente alcuni vestiti che erano di mia mamma e alcuni addirittura di mia nonna e che hanno quindi molti più anni di me; forse costavano un po’ di più ma erano un investimento. ora (è una mia impressione, magari sbagliata) ho notato che i vestiti di alcune marche “made in Italy”, che una volta costavano (ma non follie), ora sono carissimi, in generale e non solo in rapporto con i low cost
            anche a me piacerebbe saper cucire: risolverei un sacco di problemi come l’etica, il taglio decente e le taglie che per la sottoscritta non sono mai perfette… è nella mia infinita lista delle cose da fare …

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          2. Lucia

            Sui prezzi del made in Italy che sono saliti in modo assurdo, io penso sempre alle Superga.
            Io mi ricordo che quando ero bambina le trovavi al supermercato appese agli espositori dove adesso ci sono le ciabatte, e che le mamme le compravano come scarpine di buona qualità da dare ai bambini per andare all’asilo.
            Adesso la Superga collabora con la Ferragni, c’ha dei negozi nelle vie del centro così bianchi e ipertecnologici che sembra di essere entrati in un Apple Store, svende le scarpe delle collezioni passate su Privalia alla strega – che ne so – di Alessi o Borbonese… e oltretutto non so nemmeno se l’aumento di prezzo è giustificato da un effettivo made in Italy, nel senso che non so mica se il processo di produzione ha ancora luogo in Italia.
            La qualità, a occhio, a me pare la stessa di quando le si comprava al supermercato.

            In questo caso è sicuramente anche una strategia di marketing per sopravvivere all’invasione del low cost, adesso le Superga le vedi ai piedi di Kate Middleton e quindi hai la percezione che sia giusto spendere di più.

            Però… sì. E’ vero, nel mondo della moda adesso ci sono così tanti eccessi a livello di prezzo (sia in un senso che nell’altro) che secondo me è davvero difficile per il consumatore farsi una idea di quale possa essere un prezzo onesto. Forse, una idea te la fai solo se sai cucire o cucicchiare e conosci un minimo il mondo delle mercerie….

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          3. Celia

            Anche perché, ricordiamocelo sempre, la stessa quantità di stoffa la casalinga in merceria la paga un tot., l’azienda all’ingrosso la paga malissimo che vadaun terzo. Ma di solito meno…

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          4. Lucia

            Ah beh, certo.
            Parlavo dei prezzi della merceria per dare l’idea del costo di un cotone decente, poi è ovvio che l’azienda all’ingrosso paga molto di meno (così come è ovvio che ha bisogno di ricavarne un guadagno, al netto dei costi di gestione, delle bollette, dello stipendio dei dipendenti, delle spese di trasporto e marketing, e compagnia bella).

            Insisto, solo per dire che, secondo me, i prezzi dei vestiti di queste catene etiche, made in Europe e magari anche esosostenibili, sono per la maggior parte dei casi giustificabili (se si tiene conto ovviamente del margine di guadagno per l’azienda). Quello che mi risulta già meno giustificabile, ad esempio, è l’azienda “di lusso” che si fa pagare un occhio della testa per una borsa in plastica o un vestitino in poliestere, ecco: in quel caso, davvero…

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  2. Claudia

    Per quanto riguarda il concetto di “modest”, almeno per me, lo risolvo facilmente perché sono appassionata di stile retrò anni 50 (dove non ci sono molte nudità). Per quanto riguarda la moda etica risolvo molto con il second hand ed evitando rigorosamente i marchi di fast fashion.

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    1. Lucia

      Sul versante stile, da un po’ di tempo anche io sono approdata alla moda anni ’50 (fino a qualche anno fa, avrei detto che il mio guardaroba era più sul versante “bohémien contenuto, ma quello lo vedo più adatto a ragazzine-ragazzine e non a giovani adulte. Chissà. Comunque mi sono evoluta, dall’800 sono andata avanti fino a metà secolo XD)

      Ma tu, da appassionata anni ’50, riesci facilmente a trovare dell’usato in quello stile?
      Compri direttamente vintage anni ’50 vero, o riesci a trovare facilmente “usato ispirato a”?
      Facendo mente locale, a me non è mai capitato di trovare abitini anni ’50 nell’usato. Da Humana Vintage trovo spesso del (bellissimo) vintage originale, ma non riesco mai ad andare più indietro degli anni ’70…
      (Con ritrovamenti che comunque a volte sono dei capolavori, ho un vestitino invernale pagato 15 euro che sembra uscito da una puntata di Mad Men!)

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      1. claudia

        Trovare il vintage anni 50 è molto raro. Si riconoscono dai tessuti, dalla mancanza di etichette ecc. ma sono mosche bianche. Mi vesto prevalentemente ai retrò che si ispirano agli anni ’50. Ora vorrei farmi fare una gonna a ruota plissé da una sarta di mia fiducia. Mi devo ancora informare sul prezzo, ma le gonne a ruota hanno il vantaggio di richiedere poca manifattura (per chi è del mestiere ovviamente), niente di paragonabile ad un tubino. Non dovrebbe, quindi, venire molto.
        Cercando moda anni ’50 mi sono imbattuta spesso nei siti degli evangelici che hanno dei veri e propri cataloghi di “moda cristiana feminina” anche su you tube e che sono chiaramente ispirati agli anni ’50.

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  3. Laurie

    sempre buoni consigli! 🙂

    direi che sono un po’ meno “modest” di te, nel senso che uso i bikini (ma coprenti, in tutti i sensi!!) e non ho problemi a andare in giro senza maniche (ma per la messa mi copro le spalle) et similia 😉
    comunque il fatto dell’etica mi sta veramente a cuore e spesso mi è difficile trovare vestiti che non siano fatti sulla pelle di qualche poveretto…

    per quanto riguarda maxi-dress e gonne lunghe, da me si vedono molto anche in città e penso che ormai sia difficile sentirsi ridicoli in qualunque modo si vada vestiti in giro perché si vede di tutto e di più: dagli inguardabili abbinamenti di pantaloni da tuta e tacchi a spillo, ai pellicciotti a fine aprile, alle felpe lunghe usate come vestitini mini con collant, (rigorosamente rotti!) e sneakers da skate-board, alle lauree vestiti da discoteca … quindi, se ci vestiamo decentemente come vogliamo, nessuno può permettersi di fiatare!!! 🙂

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    1. Lucia

      😉
      Sul versante modestia, io sono ferma alle regole che ho “dovuto” seguire (e voluto seguire… ma anche proprio dovuto, nel senso che erano il mio dress code obbligatorio) per tutti i miei anni di scuola cattolica, fino alla maturità. Lì, le regole erano quelle e ormai le ho interiorizzate, apprezzandone oltretutto il senso e la praticità.
      (Ad esempio, coi vestiti senza maniche io non mi ci trovo proprio. Quando al mare decido di… fare uno strappo alla regola, vivo nella costante paranoia che le spalline del reggiseno possano scivolare e intravvedersi oltre il vestito, cosa che trovo molto sgradevole. Insomma, ormai mi sono abituata così, è più forte di me :P)

      Quanto ai maxi dress… guarda: ieri, dopo aver letto il tuo commento, mi son messa a osservare apposta tutte le signore che incontravo tornando a casa dal lavoro, e, niente da fare: a Torino, i maxi dress sembrano ancora una rarità. Ricordo di averli usati tantissimo, ad esempio, a Roma, nelle due estati che ho trascorso lì. Qui, per il momento, mi sentirei ancora una mosca bianca…
      Chissà, magari mi ci butto in piena estate (tanto, passerò agosto al lavoro, sigh sob). Magari lancio una moda XD

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      1. Laurie

        da me iniziano a vedersi anche d’inverno: mai avrei pensato di andare in giro con un vestito o una gonna lunghi fino a qualche anno fa ma, poi, hanno iniziato a sdoganarsi in estate ed ora in inverno!! c’è speranza 😉
        prova a lanciare la moda: secondo me ti seguono!

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        1. Lucia

          Io invece mi ricordo con molta chiarezza un periodo glorioso della mia pre-adolescenza, corrispondente ai miei primi due anni di scuola media (quindi, eravamo attorno al 2000) in cui le ragazzine della mia età mettevano quasi tutte le gonne lunghe (ma lunghe fino alla caviglia eh!), soprattutto in inverno. D’estate se ne vedevano di meno, ma in inverno andavano per la maggiore (almeno, a Torino).
          E infatti io avevo queste quattro gonne lunghe fino alla caviglia che adoravo e che mi ricordo ancora (anzi, credo persino di averle ancora conservate da qualche parte nella speranza di un ritorno della moda). Che penso, peraltro, fosse una moda diffusa per davvero, perché non me la vedo, mia mamma, a farmi andare in giro con vestiti eccentrici solo perché erano di mio gusto…

          Mh! Prima o poi allora mi getterò e rilancerò la moda XD
          A onor del vero, adesso ho un sacco di belle gonne “midi” (che, oltretutto, per me sono più lunghe che per le modelle, essendo io bassina), e le metto con disinvoltura.
          Ma io bramo proprio quei bei vestitoni lunghi alla caviglia che fanno tanto “damina ottocentesca”, ecco: quelli XD

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  4. mariluf

    Io l’ho usato il Maxi dress a Torino, e lo uso ancora qualche volta, in alternativa ai pantaloni che trovo decisamente più pratici. Ma io non faccio testo… comunque adesso potresti lanciarti: si vede in giro di tutto! E quelli di cui hai messo l’immagine sonoproprio bellini.

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  5. blogdibarbara

    Le gonne lunghe ho cominciato a portarle a 22 anni, cioè 46 anni fa, e non ho mai smesso. Non per modestia – ho sempre portato anche la minigonna – ma perché le trovo bellissime. Al mare, in città, in montagna, dappertutto. Poi avendo vissuto un anno in Somalia ho ancora il baule di vestiti locali che mi sono portata a casa da lì, larghi e freschissimi che fanno circolare l’aria. Delle tue proposte, fra i maxi mi piacciono 1 e 5, Boho 4, etnici 4 e poi basta. Quanto ai costumi, non riesco a rinunciare a prendere più sole possibile. C’è stato un tempo in cui pensavo che a cinquant’anni sarei passata al costume intero, poi ho spostato il limite ai sessanta, adesso sono vicinissima ai settanta ma ancora non sento che il momento sia arrivato.

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  6. Ele

    Ciao a tutte! Da persona che si intende di sartoria, posso dire che si può fare un bell’abitino, prendendo magari stoffa in saldo o scampoli, al prezzo di circa 20 euro ( d’estate se il tessuto non é trasparente si può anche non usare la fodera), ma dipende poi da quanto viene pagata la manodopera. A volte anche rivolgersi alla sarta si può pensare che sia costoso, ma in realtà costerebbe uguale all’acquisto dell’abito, col vantaggio di potersi acquistare la stoffa e farsi fare l’abito su misura. Poi dipende da quanto si fa pagare la sarta! Al prezzo di 80 euro però penso che un vestitino estivo possa farlo senz’altro!

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    1. Lucia

      Ciao Ele! Grazie per la testimonianza “informata”, intanto 😀

      Eh… 80 euro, la cifra che dicevi tu, è in effetti grossomodo in linea con quella dei due prodotti artigianali che avevo postato qui sopra, il maxidress e il costume by Alis. Metti, appunto, il costo della manodopera, magari anche il costo dell’affitto se la sartoria è collocata in una zona “buona”, e direi che il prezzo finale è abbastanza equo.

      Comunque, confermo, andare da un sarto è meno costoso di quanto si pensi. Io, anni fa, ero letteralmente impazzita per trovare un vestito così e cosà che mi serviva per un evento importante in cui bisognava seguire un certo protocollo: alla fine l’avevo trovato, ma di una taglia più grande, e avevo bisogno di importanti modifiche. Vabbeh: sono andata da un sarto e me lo sono fatta aggiustare, e, nel frattempo, gli avevo anche chiesto per curiosità quanto sarebbe costato farmelo fare ex novo da lui (mentre gli raccontavo quanto fossi impazzita per trovare quello che avevo). E in effetti lui mi aveva detto che, a spanne, con un’ottantina di euro me la sarei cavata, magari anche meno se, avvisandolo con ampio preavviso, gli avessi dato modo di cercare con calma “l’occasione” tra le svendite di stoffa eccetera (a suo dire, il più grande problema degli abiti su misura sono le clienti che spuntano dal nulla chiedendoti un vestito entro poche settimane, e come tempi di lavoro ci sta anche, ma è molto difficile a quel punto riuscire a risparmiare sulla stoffa: prendi la prima che trovi e ciao, senza tante storie).

      Ma infatti a me spiace che adesso le sarte stiano scomparendo, sostituite tutt’al più dalle sartine che però fanno solo riparazioni. Al di là di tutto, chi ha fisicità particolari o anche solo gusti particolari farebbe molto prima a trovarsi una sarta di fiducia senza troppe pretese, invece che impazzire a cercare nei negozi il capo giusto…

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  7. Elisabetta

    Ciao.
    Immagino nel blog siano già state poste queste domande, ma mi perdonerete la ripetizione.
    Personalmente potrei definirmi modesta se non fosse per vestiti sbracciati o magliette un po’ più scollate che in chiesa copro con stole e cardigan.
    Mi sono sempre chiesta come mai anche con canotte che coprano il petto, la spalla sia considerata irrispettosa. Non lo dico in modo polemico, ma chiedo quali sono le ragioni per cui quella zona sia rimasta nei secoli scoveniente da mostrare…la stessa cosa non succede nella cultura protestante. Se pensiamo ai famosi vestiti di Audrey o di Jackie, molti sono sbracciati.

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    1. Lucia

      Ciao Elisabetta! 😀

      In effetti una domanda così non era mai stata posta, e ti dirò: mi hai ispirata a dare un’occhiata su Internet alla ricerca dell’evoluzione storica delle linee guida di modestia cattolica… e ho scoperto tante cose interessanti, penso che a breve ci scriverò un post! Grazie per l’ispirazione 😉

      Detto ciò, anticipo i my two cents.
      E dico subito che la domanda è interessantissima. Parlare di regole di modestia per i protestanti è probabilmente un po’ vago, perché ci sono anche delle confessioni protestanti che hanno standard rigidissimi quasi simili a quelli musulmani. Però comunque sì, le regole di modestia cattolica sono così particolari, con la loro “via di mezzo”, da essere curiose.

      Secondo me (mia personalissima opinione), la spiegazione sta nel fatto che la chiesa cattolica è una, unica, diffusa capillarmente, e fortemente gerarchizzata, cosa che non è (nella stessa misura) per le chiese protestanti. A partire da fine anni ’20, e poi via via fino a inizio anni ’60, la Chiesa è tornata più volte sul tema della modestia, talvolta stilando dei veri e propri dress code da seguire e spesso rivolgendosi ai vari enti enti cattolici sul territorio (scuole/oratori/parrocchie/etc) per esortarli a far rispettare a tutti i costi, almeno entro le loro mura, le comuni regole di modestia. E’ stata una attività talmente martellante e generalizzata che, alla fine, ha portato i suoi frutti, perché, come giustamente fai notare, il concetto di “regole di modestia” per i cattolici è rimasto.

      E, oltretutto, è rimasto inalterato.

      Secondo me la risposta alla tua domanda sta proprio nel fatto che, verso fine anni ’50, la Chiesa ha smesso di pronunciarsi sulla modestia “in forma ufficiale”, e quindi il dress code è rimasto fermo a quell’epoca lì. Quando appunto i vari vescovi suggerivano linee guida tipo: gonne al ginocchio e maniche fino all’avambraccio – che era, grossomodo, il normale dress code per una donna rispettabile.
      (Sì, Audrey Hepburn si metteva già i pantaloncini a mezza coscia e i vestiti smanicati, ma non è che fosse uno stile già molto comune o molto accettato per la donna-qualunque-madre-di-famiglia).

      Quando le diocesi hanno smesso di scrivere “questo sì, questo sì, questo no”, la cattolicità, nel dubbio, deve aver prudentemente deciso di attenersi alle ultime regole “ufficiali”.

      …quando ci si atteneva, perché nel frattempo c’è anche stato un periodo di mezzo in cui ognuno faceva un po’ come gli pareva secondo la sua personale idea di decoro. Di Jackie Kennedy ci sono foto con delle combo esilaranti, come quelle in cui lei esce dalla chiesa col velo in testa ma a braccia nude

      o altre in cui “si salva” usando lo stratagemma che a me fa storcere il naso quando lo vedo su una sposa, cioè braccia nude ma velo lungo che le copre parzialmente

      Oggigiorno una figura pubblica che andasse in chiesa così susciterebbe probabilmente un vespaio di polemiche, e invece… 😀

      E comunque sì. La mia personalissima (e magari sbagliata) interpretazione, è che finché la Chiesa si è espressa in forma ufficiale sulle regole da seguire, ha sempre ordinato di coprire le spalle perché era un canone di decenza abbastanza comune per l’epoca. Quando ha smesso di esprimersi in forma ufficiale, nessuno si è azzardato a cambiare le regole, una situazione che probabilmente per le chiese protestanti non si è verificata.

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    2. Lucia

      La mia personalissima motivazione sul perché io non metta mai abiti senza maniche, invece, è:

      1) sicuramente abitudine, in tredici anni di scuola cattolica sono sempre stata tenuta ad avere le mezze maniche e ho interiorizzato la regola;
      2) soprattutto, sarà che non sono abituata e mi faccio paranoie inutili, ma di fronte all’idea di andare in giro con un abito senza maniche ho sempre paura che, spostandosi (magari sotto il peso della tracolla della borsa, etc), la bretella lasci intravvedere la biancheria di sotto. E questo lo trovo proprio sgradevole e, potenzialmente, anche “suggestivo” da un punto di vista sessuale.

      Poi magari sono io pazza e nella vita normale non capita 😀 però questa potrebbe essere una osservazione molto concreta e terra-a-terra.

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      1. Elisabetta

        Mi è venuto in mente anche un altro argomento! La spalla scoperta espone più facilmente l’ascella che è un logo dove crescono (crescevano quando non so usava depilarla) i peli e questi rimandano senz’altro a una dimensione intima. Anche la depilazione e il fatto che ormai l’ascella forse perché sempre depilata può aver portato allo sdoganamento di vestiti sbracciati…
        Mia nonna mi diceva che il sommo scalpore era andar a messa in pantaloni e col rossetto!

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        1. Lucia

          Anche!
          Sì, è una spiegazione molto probabile. Unita forse alla considerazione che i primi abiti per signore senza maniche erano abiti da sera (e ci metto dentro sia gli abiti da sera anni ’20, sia quelli ottocenteschi senza maniche e senza spalline, tipo quelli di Sissi, per capirci).
          Quella quantità di pelle scoperta che era concessa di sera in occasioni di gala, probabilmente veniva percepita come molto fuori luogo di giorno e in un contesto religioso. Una volta la distinzione tra abito da giorno e abito da sera era molto sentita, e una donna che fosse andata in chiesa a spalle scoperte sarebbe (forse, mia ipotesi) stata percepita come una che si metteva un vestito provocante e comunque non adatto al contesto.

          I pantaloni, per un bel po’ di tempo, sono stati criticatissimi sulle donne in effetti. Venivano giudicati abbigliamento da uomo, una carnevalata per donne che non si vestono da donne. I critici dei pantaloni di un tempo, oggi probabilmente gli accosterebbero alla teoria gender 😉

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