Lifestyle cristiano

Cinque consigli per un guardaroba più etico, per sentirsi meno in colpa quando si va a far shopping

Non aspettavo tanti commenti e tanto interesse per il mio ultimo pezzo incentrato sulla moda etica!
Yey! Bello sapere che il tema vi sta a cuore!

Quello che invece certamente immaginavo, dopo aver pigiato il tasto “Pubblica”, è che sarei stata sommersa di giuste domande tipo: ok, bellissimo… ma concretamente dove compri i tuoi vestiti?
Premesso che io sono una “convertita” molto recente, e peraltro di moralità non integerrima (leggasi: il mio guardaroba è ben lungi dal potersi dire 100% etico), ecco le strategie che sto adottando ultimamente, quando voglio fare shopping… sentendomi a posto con la coscienza. 

1) Puntare dritto all’obiettivo, e comprare nella filiera del commercio equo e solidale

Sia messo agli atti che io amo, amo, amo la linea di moda etica Auteurs du Monde, creata da Marina Spadafora per Altromercato, la più grande organizzazione italiana nel campo del commercio equo e solidale.
Amo amo amo gli abiti di Auteurs du Monde, non solo perché sono obiettivamente molto bellini ma anche perché è facile trovarli in un negozio fisico: sono in vendita in tutte le botteghe Altromercato, presenti in numerosissime città d’Italia. Per chi vuole farsi un’idea di cos’è Auteurs du Monde, qui trovate il catalogo online… e anche un mezzo e-shop. “Mezzo” perché non tutti i capi di abbigliamento sono in vendita tramite Internet , ahinoi (però, potete sbizzarrirvi facendo shopping di accessori e bijoux).
Come tutte le case di moda, Auteurs du Monde ha una collezione primavera/estate ed una autunno/inverno (solo per donna), e secondo me merita davvero di esser presa in considerazione. Mal che vada, se entrate in negozio e non trovate niente che vi ispira, potete sempre salvarvi dall’imbarazzo comprando una barretta di cioccolato solidale (buonissimo!)

Altri marchi che si ispirano apertamente al commercio equo e solidale e che potrebbero forse interessarvi: i jeans Par.co, confezionati in provincia di Bergamo con cotone 100% biologico; i giubbotti e le felpe di Quagga, azienda italiana molto attenta all’etica e all’ecologia. Sia Par.co che Quagga hanno un e-shop; invece, sono e-shop Trame di Storie e Altramoda, due negozi online con vasto assortimento (di ogni prezzo) per uomo/donna/bambino. Il primo è più attento all’etica umana; il secondo calca la mano sulla questione ambientale… fatto sta che nessuno dei due alimenta lo schiavismo.

2) Comprare un po’ di meno, ma comprare nel posto giusto

Sono tra le più entusiaste fan del commercio equo e solidale, ma non è che il fair trade sia l’unica strada per trovare capi d’abbigliamento prodotti con un minimo di rispetto umano.
Possibili alternative: il Made in Italy, per cominciare con un po’ di sano campanilismo. Sappiamo fin troppo bene che, in certi casi, dietro a un’etichetta “Made in Italy” si celano lavorazioni svoltesi chissà dove e in chissà da chi… ma diciamo che con le aziende piccine, con i laboratori artigianali, con le piccole realtà locali, dovremmo andare abbastanza sul sicuro. Hopefully.
Anche le bancarelle dei mercatini, le vendite di lavori missionari che ogni tanto vengono proposte dalle parrocchie, i piccoli e-shop di sartine su Etsy dovrebbero essere garanzia di un lavoro equamente retribuito.

Se parliamo invece di brand “normali” (nel senso che hanno una politica aziendale “normale”, vengono venduti in negozi “normali”, etc), dovremmo tenere sempre sott’occhio l’elenco dei marchi che hanno aderito alla Fair Wear Foundation, impegnandosi a garantire condizioni di lavoro dignitose per tutti gli operatori coinvolti nella produzione dei capi.

N.B. Giacché la Fair Wear Foundation è un ente internazionale, non tutti i brand che vi aderiscono commerciano anche in Italia. Alcuni sì, però. Cercate (magari spulciando i siti Internet dei singoli marchi), e troverete!
N.B. numero 2. Giacché la Fair Wear Foundation è un ente internazionale, monitora le condizioni dei lavoratori di diversi Paesi, Italia inclusa. Ha un nonsocché di tragicomico leggere il report per cui gli Italiani se la passano indubbiamente meglio rispetto agli schiavi bengalesi… purtuttavia, questa faccenda del precariato sta diventando un “growing issue”.

3) Comprare il meno peggio, e/o premiare le iniziative lodevoli dei grandi brand

Possono davvero il mondo della fast fashion e del low cost conciliarsi con un sistema produttivo equo e sostenibile?
Personalmente ne dubito, anche perché se il tuo modo di catturare clienti è creare ogni anno cinquantadue micro-collezioni con prodotti venduti a prezzi stracciato… beh… qualcuno che lavora come un pazzo, a monte, non può non esserci.
Però, nel corso degli ultimi anni, alcuni dei grandi marchi hanno cominciato a interessarsi al tema. Che sia una reale convinzione, una strategia di PR, un modo per ottemperare a regole più rigide entrate in vigore in certi Stati europei, poco importa. O meglio: importa sì; ma forse, nell’immediato, è ancor più importante incoraggiare queste iniziative, se non altro per dimostrare ai big che c’è una fascia di mercato a cui davvero stanno a cuore queste problematiche.

H&M è ancora molto lontana dal garantire ai suoi operatori condizioni di lavoro umane e ben retribuite, ma forse proprio per questo la sua linea “Conscious” andrebbe sostenuta anche con i nostri acquisti.
GAP (con i suoi sottomarchi Old Navy, Piperline, Athleta e Banana Republic) è stata insignita nel 2015 del titolo di “World’s Most Ethical Company”. Anche in questo caso: siamo lontani da una produzione etica al 100%, ma sicuramente l’azienda meno peggio di altre.
Nel Regno Unito, poco prima di diventare primo ministro, Theresa May aveva fatto diventare legge un Modern Slavery Act che, tra le altre cose, costringe le compagnie a rendere pubbliche le loro politiche aziendali riguardo l’esternalizzazione dei processi produttivi. Implicitamente, la legge incoraggia le imprese a stabilire codici di condotta sulla tutela dei lavoratori da far sottoscrivere a tutti i sub-fornitori coinvolti nel processo. E, se non altro, questo ha portato a una maggiore trasparenza sulla filiera di produzione dei grandi marchi britannici.
Se avete in progetto una vacanza in Inghilterra (o se potete ammortizzare le spese di spedizione facendo un mega-ordine), potrebbe interessarvi sapere che Marks & Spencer ha preso posizioni apprezzabilmente rigide, su questi punti.
Ancor meglio ha fatto ASOS, che, oltre a rendere più trasparenti le sue politiche aziendali in generale, ha lanciato una linea di abbigliamento equo e solidale Made in Kenya.
Buone notizie per le amanti degli accessori (e per le mamme che abbisognano di vestiti da cerimonia per i loro bimbi): anche l’inglese Accessorize (con annessa linea abiti Monsoon) ha preso una posizione piuttosto forte in questo senso.
Last but not least: J. Crew, non esattamente a buon mercato (e disponibile in Italia solo su Zalando, a quanto so io). Anche in questo caso: siamo ancora molto lontani da una filiera etica al 100%, ma anche questa ditta è da apprezzare per l’impegno che ci mette.

4) Non sottovalutare i mercatini dell’usato!

Effettivamente, io posseggo una blusa di J. Crew. Non l’ho comprata su Zalando né men che meno in un negozio fisico: l’ho pagata la bellezza di 2 euro a un mercatino dell’usato.

Qui in Italia c’è un certo pregiudizio (non esito a chiamarlo tale) sul mercato dei vestiti di seconda mano. E parlo di “pregiudizio” perché non è mica tanto normale che noi Italiani siamo lì con la puzza sotto al naso a brontolare “noooo, gli scarti degli altri nooo!”, mentre in Inghilterra (per dirne una) i charity shop sono presi d’assalto da signore di ogni ceto sociale, ivi compresa Kate Middleton la futura regina consorte.
Non voglio fare la morale a nessuno, ma penso che noi Italiani dovremmo davvero abbandonare questa spocchia nostrana secondo cui i vestiti di seconda mano sono solo una roba per accattoni. Peraltro, io vedo il second hand come una scelta etica, perché
1) ti permette di comprare abiti “sostenibili” che, a prezzo pieno, potrebbero essere al di fuori della tua portata;
2) indipendentemente dal brand che stai acquistando, ti permette comunque di dare nuova vita ad abiti che, diversamente, sarebbero destinati al macero (aumentando il problema ambientale, rendendo ancor più inutile il lavoro dei poveri sarti bengalesi sottopagati, e alimentando ulteriormente il mercato malato della moda usa-e-getta). Insomma: una scelta di acquisto alternativa, per salvare il salvabile di un sistema malato che considera “scarti” dei capi di abbigliamento ancora perfettamente utilizzabili.

Vi fa schifo mettervi a frugare nei cumuli di “abiti usati 5 euro al pezzo” che si trovano pressoché in ogni mercato? A me no, ma posso capire, e allora vi consiglio qualche realtà che offre un primo impatto un po’ più chic.
Humana (quella dei contenitori gialli lungo la strada che raccolgono abbigliamento usato) seleziona i capi migliori per rifornire negozi a tutti gli effetti, che si dividono in “Humana Second Hand” (per tutti i gusti e per tutte le tasche) e “Humana Vintage” (con capi più raffinati, anni ’60 – ’80). Io ho visitato il negozio “Humana Vintage” di Roma, e posso assicurarvi che i capi messi in vendita erano in condizioni perfette, e proposti in un ambiente più che accattivante.
Mani Tese è una ONG  con iniziative a favore del Sud del Mondo che da sempre si sostiene con mercatini dell’usato, organizzati dalle varie sede locali che trovate sul suo sito Internet. Le comunità Emmaus dell’Abbé Pierre possono piacere o non piacere, ma anche loro propongono mercatini solidali in cui possono trovare meraviglie.
La lista è necessariamente incompleta, perché sicuramente anche nella vostra città ci sono mercatini benefici con prodotti di seconda mano gestiti da realtà locali che io non conosco. Vi dico solo di darci una chance e di non arrendervi al primo eventuale insuccesso, perché anche a me è capitato talvolta di imbattermi in roba zozza infeltrita e lisa… così come mi è capitato di fare ottimi acquisti, che ho poi sfoggiato in ogni contesto.

Sul versante delle vendite online, so che esistono diversi siti dedicati alla vendita (o allo scambio) di vestiti usati, ma non ne ho mai provato nessuno. Una menzione speciale però la riservo a l’Armadio Verde, che permette di acquistare/scambiare vestiti per bambini (fino ai 16 anni) a costo decisamente ridotto. Per qualche misteriosa ragione, Zuckemberg ha deciso che è una buona idea impestarmi la home di Facebook con continui banner pubblicitari di questo sito. Chiamiamolo, se volete, un segno del destino: è stato così che ho scoperto questo e-shop, assieme alle recensioni di centinaia di genitori entusiasti che ne decantano le lodi. Passaparola a tutti gli interessati.

5) Mai cestinare un vestito a cuor leggero

Sembra una banalità, ma quante di noi buttano via una maglietta non appena si slabbra, invece di tentare di recuperarla in qualche modo?
Se la maglietta l’hai pagata 5 euro, posso capire l’impulso di cestinarla e tanti saluti; però, dovremmo davvero recuperare la parsimonia delle nostre nonne, che rammendavano, rappezzavano, riutilizzavano, riadattavano…
Un vestito il cui corpetto ha cominciato a starti stretto, può facilmente essere trasformato in gonna. Un paio di pantaloni strappati sulle ginocchia dopo una caduta possono diventare un paio di deliziosi shorts estivi. Una T-Shirt rovinata può essere riciclata come canottiera, d’inverno, sotto i vestiti. Una blusa che non ti calza più a pennello dopo che hai preso quei due chili in più, si può allargare con due spacchetti laterali in maniera tale che non ti segni i fianchi.
Per chi non è in grado di fare da solo questi lavoretti, segnalo che i sarti costano molto meno di quanto comunemente si creda, e per piccole riparazioni di questo tipo chiedono una manciata di euro e poco più. Se non conoscete direttamente un sarto, provate a chiedere recapiti in merceria o in tintoria: in genere, hanno collaboratori di fiducia da cui indirizzarvi.

Se poi avete un po’ più di manualità (e/o sognate di averla), potete sempre prendere in mano ago e filo (…e, possibilmente, una macchina da cucire che sia decente) e darvi alla produzione propria. Per chi vuole imparare a cucire (o a lavorare a maglia, o all’uncinetto…) esistono un sacco di supporti in ogni edicola. Io segnalo, per i neofiti, un bel libretto intitolato La gonna che visse due volte: in questo caso, lo scopo è rinnovare il guardaroba dando nuova verve a quella maglietta messa e rimessa che ormai sta cominciando a stufarci… ma che non merita certo di essere buttata solo per questa ragione! Insomma: piccoli lavoretti per modifiche di poco conto, ma stimolanti. Un ottimo modo per cominciare a familiarizzare con ago e filo!

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Che dite: qualcuna di queste dritte vi ispira? Se sì, non mancate di farmi conoscere gli esiti del vostro prossimo shopping!
E, soprattutto, non mancate di farmi conoscere altri siti, altri marchi, altre soluzioni a cui non ho pensato. Come vedete, non è sempre facile costituire un guardaroba a prova di… dottrina sociale della Chiesa – però, non è neanche così difficile come può sembrare!

Lifestyle cristiano, Personale

Moda etica e Fashion Revolution – perché non basta che una gonna sia al ginocchio per farmela dire pienamente “cristiana”

true-cost locandinaNon so che cosa mi aspettassi esattamente. Non sono mai stata così ingenua da pensare che i miei vestiti low-cost a 10 euro il pezzo fossero confezionati da operose sartine indiane appena diplomate alla scuola di modisteria, orgogliose e liete di poter finalmente mettere i loro talenti a disposizione della fashion industry internazionale.
Che dietro al mondo della moda ci fossero sfruttamento, e lavoro minorile, e retribuzioni salariali al limite della povertà, lo sapevo da tempo come lo sanno tutti: grazie tante.
Quindi in effetti non saprei ben spiegare perché io abbia ricevuto un tale pugno nello stomaco dalla visione di The True Cost, un bel documentario di Andrew Morgan che indaga il “vero costo” (umano, morale, sanitario…) di quei vestitini tanto bellini che affollano i nostri armadi.

Mi sono imbattuta in The True Cost qualche tempo fa, e in realtà so benissimo perché la sua visione mi abbia colpita così tanto. Era il periodo in cui stavo progettando il “nuovo corso” del mio blog, e, tra le idee che mi ronzavano per la testa, c’era anche quella di dedicare un po’ più di spazio al tema della “modest fashion”. Ma (ammesso e non concesso che si possa parlare di “regole di abbigliamento per cattolici”), la visione di The True Cost mi ha posto una domanda molto prepotente: ma la “cristianità” di un guardaroba si misura solo in centimetri di pelle scoperta, o magari bisognerebbe anche tenere in conto i bambini sottopagati che muoiono di cancro per confezionarmi la gonna?
È stato un salutare pugno nello stomaco. Ed è stata la ragione per cui, da quel giorno, ho cominciato a interessarmi alla “moda etica”.

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I vestiti nuovi del consumatoreNon sono un’esperta di industria tessile, né tantomeno di finanza internazionale. I miei bignamini per addentrarmi in questo mondo misterioso sono stati il summenzionato documentario The True Cost (che trovate comodamente in catalogo se siete abbonati a Netflix) e il libretto I vestiti nuovi del Consumatore. Guida ai vestiti solidali, biologici, recuperati: per conciliare estetica ed etica nel proprio guardaroba (Deborah Lucchetti, edizioni Altreconomia).
È ovvio che, non essendo in grado di dare un apporto personale a queste indagini, mi limiterò a un pedestre “relata refero”… riferendo però alcuni dati oggettivi, che, non so a voi, ma a me hanno fatto riflettere.

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Tutto comincia, a quanto pare, il 1° gennaio 2005.
In quella data, decade la validità del cosiddetto “Accordo Multifibre”, che, a partire dal 1974, regolava gli scambi del tessile secondo un sistema di quote assegnate a ciascun Paese. L’effetto più evidente di questa regolamentazione era imporre restrizioni alla quantità di prodotti che i Paesi in via di sviluppo potevano esportare verso l’Occidente.
Ora, io non so se questo Accordo Multifibre fosse un bene o male per l’economia. L’ho già detto: di ‘ste cose non ci capisco niente; se i big del mondo hanno deciso di abolirlo, probabilmente avevano pure le loro ragioni. Fatto sta che, nel 1994, un General Agreement on Tariffs and Trade decide per l’appunto di eliminare tutte le restrizioni preesistenti, portando, nell’arco di dieci anni, a una completa liberalizzazione del settore (e a un’invasione di magliette Made in China).

È una felice coincidenza e nulla più, ma nel 2005 io ero al liceo, avevo da poco stretto amicizia con un paio di compagne di classe, e nei dintorni della nostra scuola stavano aprendo quei grandi store di moda low-cost che prima non c’erano dalle nostre parti (…o, se c’erano, io, bambina, non li conoscevo).
Ricordo quei primi giri di shopping come una esperienza nuova ed elettrizzante: comprare vestiti con le mie amiche, e non con mia mamma, mi faceva sentire improvvisamente molto “adulta”. Inoltre, era piuttosto galvanizzante scoprire di avere un potere di acquisto molto più alto rispetto al solito: facendo il confronto coi prezzi dei negozi di quartiere, in cui avevo sempre fatto shopping fino a quel momento, Zara la vinceva su tutta la linea.

Le “prime volte” dell’adolescenza sembrano sempre sconvolgimenti epocali… ma, col senno di poi, questo lo era davvero.
Nel preciso momento in cui cadono le limitazioni preesistenti, il mondo della moda – giustamente – si adegua alle nuove normative. La legislazione appena entrata in vigore permette ai grandi brand di tagliare i costi, cosicché si sviluppa vertiginosamente il mondo della moda low-cost: quello dei vestitini che costano poco, non durano molto, ma intanto ti permettono di avere un guardaroba che lèvate.
Contestualmente, si sviluppa anche il mondo della fast fashion, cioè la moda dell’ultimo minuto che ti permette di seguire i trend del momento. Se, fino a qualche anno fa, tutti i grandi marchi della moda avevano una collezione “primavera estate”, una “autunno inverno”, e mai si sarebbero sognati di svilupparne altre cinquanta intermedie, adesso il trend è completamente cambiato. Se Kate Middleton ci incanta un martedì mattina con un look fuori dal comune, potete star certi che – tempo due o tre settimane – le vetrine delle grandi catene pulluleranno di vestiti che si ispirano apertamente all’Abito del Momento. È la sirena della fast fashion, che, da un lato, incanta il consumatore permettendogli di avere esattamente ciò che vuole quando lo vuole; dall’altro, lo incatena spingendolo a fare shopping regolarmente (“ma questo vestito bellissimo che c’è in vetrina, non ce lo avevano la settimana scorsa!”) e a comprare istantaneamente tutto ciò che gli piace (“fantastica, ‘sta maglietta! La compro immediatamente, perché settimana prossima non la trovo più!”).

Ora.
Effettivamente, dovrebbe essere piuttosto evidente a tutti che se il brand X, nell’arco di due settimane, riesce a ideare, disegnare, commissionare, tagliare, confezionare, importare e mettere in esposizione su un manichino un vestitino proprio come lo vuoi tu (perdipiù venduto a prezzo stracciato, e neanche poi tanto malaccio quanto a qualità)… beh: o il brand X lavora nel Paese del Bengodi, o sta succedendo qualcosa di poco chiaro.

Il “qualcosa di poco chiaro” è in realtà di una semplicità lampante, se solo ci si pensa sopra. Nel momento esatto in cui sono caduti i limiti alle quote di import-export tra Stati, i grandi marchi della moda hanno delocalizzato tutto il delocalizzabile. Come spiega Deborah Lucchetti,

tutte le funzioni ad alto valore aggiunto come ideazione, ricerca & sviluppo, marketing e distribuzione sono [rimaste] nelle mani dei grandi gruppi internazionali, mentre le funzioni ad alta intensità di manodopera e basso valore aggiunto sono esternalizzate a fornitori e sub-fornitori, che possono offrire eserciti flessibili di lavoratori a basso prezzo insieme a facilitazioni fiscali e ambientali.

E infatti, Paesi come

Cina, Macedonia e India […] hanno aumentato le loro esportazioni verso USA e Europa rispettivamente del 73%, del 56% e del 45%

Per contro, “nella parte fortunata del mondo” succede qualcosa che mi urta ancor più di queste statistiche, perché mi tocca direttamente. E cioè: l’industria della moda ha un fatturato che cresce di anno in anno… e, di anno in anno, abbassa esponenzialmente i prezzi.
Sempre Deborah Lucchetti porta come esempio un paio di jeans modello base della catena inglese ASDA, che nel 1999 era venduto a 23 euro. Tre anni dopo, con l’acquisizione di ASDA da parte di Wal-Mart, lo stesso jeans (stesso taglio, stesso modello) costava 9 euro; nel 2010, il prezzo di cartellino era sceso a 4.

I grandi gruppi della distribuzione hanno acquisito un forte controllo sulle catene di fornitura, sulla formazione dei prezzi e sulla localizzazione dei siti produttivi, […] spingendo i prezzi dei prodotti sempre più in basso per attirare masse crescenti di consumatori.  […] Il consumatore deve trovare il prodotto che cerca al minor prezzo possibile, e quindi tutta la catena di fornitura deve essere tesa a garantirlo

Il che, per il consumatore, è bellissimo e seducente e molto vantaggioso. Ma di nuovo: cosa c’è dietro?
Come faceva osservare in The True Cost un imprenditore bengalese, a capo di una delle tante società che confezionano vestiti per conto terzi, non puoi avere contemporaneamente prodotti di qualità, pronti in tempo record, economici al massimo grado, e confezionati da lavoratori felici e ben remunerati. “Su qualcosa devi tagliare”, osservava l’imprenditore, “e spesso si taglia sugli stipendi e sulla sicurezza dei lavoratori”.

Esattamente quattro anni fa, a Dacca, in Bangladesh, collassava su se stesso un edificio ad otto piani in cui operavano una banca, alcuni negozi, e una fabbrica tessile che confezionava capi di abbigliamento per conto di marchi come Mango, Benetton e Primark (per citare solo i più famosi).
Nei giorni immediatamente precedenti al crollo, erano apparse sullo stabile delle evidenti ed inquietanti crepe, sicché le autorità bengalesi avevano ordinato lo sgombero immediato dell’edificio. La banca e i negozi locali obbedirono immediatamente, ma i lavoratori tessili furono costretti a rimanere sul posto: i manager non volevano assolutamente bloccare il lavoro, col rischio di perdere commesse e scontentare i big della moda.
La conclusione della storia è tragicamente prevedibile: l’edificio crolla su se stesso provocando 1138 morti e oltre 2500 feriti gravi.

Per parare al disastro di immagine che stava per abbattersi su di loro, i marchi come Mango & compagnia bella hanno sostenuto di non avere colpa alcuna nella tragedia: in fin dei conti, loro avevano solo esternalizzato a terzi la produzione; i veri colpevoli sono i manager della fabbrica tessile che aveva sede nel palazzo.
Indubbiamente c’è del vero in questa affermazione, così come c’è del vero nelle repliche di chi dice: ok, ma se tu imprenditore esternalizzi parte dei processi produttivi, non sarebbe quantomeno carino assicurarsi che la gente che lavora sul tuo prodotto non sia relegata in condizioni di semi-schiavitù?

***

Quando ho aperto il mio guardaroba per la prima volta dopo queste riflessioni, ho fatto scorrere il mio sguardo sulle decine di vestiti appesi in fila indiana sulle grucce. E poi mi sono chiesta: ma perché?
No, sul serio: perché?
Perché
, sapendo tutto quello che sta dietro alle mie magliette a 5 euro l’una, continuo insistentemente a comprarle lasciandomi attirare dal prezzo basso, dal modello carino, dalla stampa oh-così-graziosa proprio come piace a me?

Famo a capisse: non è che io abbia bisogno di dieci T-shirt diverse. I nostri nonni avevano molti meno vestiti di noi e se la cavavano benissimo (e dovevano pure fare il bucato a mano). Se noi accumuliamo abiti su abiti, è perché ci piace sfoggiare look diversi invece di andare in giro sempre vestiti uguali: una piccola vanità che, nelle giuste dosi, può anche essere una innocua vezzosità… ma che diventa un po’ più allarmante se comincia a prevalere su tutto il resto.

Con che faccia – mi sono chiesta – io continuo a portare in cassa quella magliettina tanto carina in offerta speciale, di cui in fin dei conti non ho nemmeno bisogno, sapendo che sto alimentando un’industria neanche poi tanto dissimile da quella che si basava sul lavoro degli schiavi negri nelle piantagioni di cotone?
Con che faccia posso nascondermi dietro a un “va beh, ma io che c’entro?”, quando non posso nemmeno illudermi di star scendendo a patti con un male minore? Non è che non ho altra scelta, oh: l’altra scelta sarebbe non comprare quella maglietta, che in fin dei conti non mi serve, e ha come unica funzione quella di appagare il mio senso estetico. Voglio dire: non è che se non la compro mi prendo una polmonite perché non ho nient’altro al mondo con cui proteggermi dal freddo.

E.. no. Personalmente, non credo di essere pronta a lasciar correre su questi temi solo per soddisfare una mia futile vanità.
Lavoratori sottopagati dai paesi del Terzo Mondo ce ne sono, purtroppo, in ogni settore, ma il problema della moda low-cost mi colpisce particolarmente perché, su di me, batte là dove il dente duole. Non tollero di sentirmi una donna così tanto attaccata all’estetica da accumulare vanità a casaccio, senza manco chiedermi  – che so – se qualcuno è morto per confezionarmele.
Non so voi, ma io lo trovo un atteggiamento troppo à la Maria Antonietta per i miei gusti.

***

Da un po’ di tempo a questa parte, quando compro qualche capo di abbigliamento lo faccio con quell’attenzione in più. E devo dire che esco dal negozio col cuore più leggero, rasserenata dal sapere che la mia sessione di shopping non è andata a discapito di povere ragazzine indiane la cui vita sembra uscita da un romanzo di Charles Dickens.
Spendo più di prima, per inseguire questi ideali? Un pochino sì, anche se
– non basta comprare vestiti costosi per essere certi che non ci sia dietro questo schiavismo;
– sareste probabilmente sorpresi dallo scoprire che spendo sì un po’ di più… ma non così tanto come credete.
Last but not least, vi dirò pure che sono addirittura felice di spendere un po’ di più, se un prezzo a due cifre sul cartellino mi spinge a pesare ogni acquisto e a comprare in maniera più consapevole. È un antidoto meraviglioso alle insidie del consumismo.

Se interessa a qualcuno tornerò ancora su questi temi, magari svelando i miei trucchetti per un guardaroba “cristiano, etico e pudico”. Per il momento, mi interessava introdurre l’argomento in concomitanza con la campagna internazionale “Fashion Revolution”, che ogni anno, dal 24 al 30 aprile, “chiama a raccolta tutti coloro che vogliono creare un futuro etico e sostenibile per la moda”, chiedendo anzitutto “maggiore trasparenza lungo tutta la filiera fino al consumatore”.

Il punto della campagna è: ok, non possiamo rivoluzionare dal nulla il mondo della moda, e realisticamente non possiamo nemmeno pretendere che tutti i nostri vestiti siano confezionati in gradevoli atelier da sarte professioniste profumatamente retribuite.
Ma che i grandi ci dicano quali sono concretamente le condizioni di lavoro di chi confeziona le nostre magliette… questo sì: possiamo senz’altro chiederlo. Che il consumatore sia messo nelle condizioni di informarsi sulla filiera produttiva che porta a lui la sua T-shirt, è senz’altro una richiesta ragionevole.

E dunque, la campagna online, alla quale ho scelto di aderire, punta a fare un garbato pressing alle grandi industrie della moda, per sottolineare che una fetta di clienti si pone davvero queste domande. Se qualcuno di voi volesse per caso aderire,

basterà indossare gli abiti al contrario, con l’etichetta bene in vista, fotografarsi e condividere le foto attraverso i social media con l’hashtag #WhoMadeMyClothes.

WhoMadeMyClothesSe poi ci fosse qualcuno che si è davvero appassionato al tema, sappiate che, nel corso di questa settimana, in giro per le città d’Italia potreste trovare tanti eventi ad hoc organizzati da Altromercato, la famosa cooperativa che gestisce i prodotti del commercio equo e solidale. Dateci un’occhiata perché ci sono eventi interessanti, soprattutto a Milano (…e, un po’ in tutti i punti vendita, sconti del 20% sulle linee di abbigliamento e accessori etici).

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E voi, cosa ne pensate?
Avevate mai riflettuto su questi argomenti?
Siete sensibili a questi temi?

Per chi di voi fosse interessato (…e so che qualcheduno c’è), saluto con la promessa di ritornare di tanto in tanto su questi argomenti (senza per questo snaturare il blog, ça va sans dire)… e anche con un link che potrebbe interessare. Da tempo, l’ottimo blog “Fresh Modesty” di Olivia Williams è nel mio blogroll; oggi, lo rilancio con particolare verve perché incarna perfettamente tutti gli ideali che stanno a cuore anche a me nel parlare di moda “cristiana”. Una moda che sì deve essere “casta” (Oliva nasce come fashion blogger di modest fashion)… ma non solo: una moda che deve essere anche (…o innanzi tutto?) etica.