Ecco perché il tema della moda etica dovrebbe interessare soprattutto i credenti (secondo me)

Toccare la fede religiosa, il portafoglio e le convinzioni politiche della gente sono, probabilmente, le tre cose più sgradevoli che si possano fare al mondo.
Nell’articolo che state leggendo, sto per fare tutte e tre le cose assieme… quindi, se capitate per la prima volta su queste pagine, mi preme avvisarvi che, aehm, di norma non sono così tranchant. Però, l’argomento mi sta veramente a cuore: troppo a cuore perché io non provi a spiegare le mie ragioni.

Aprile è, tradizionalmente, il mese dedicato alla sensibilizzazione sui temi della moda etica e sostenibile. Il mese è stato scelto in ricordo della tragedia del Rana Plaza, una fabbrica tessile a otto piani a Dacca, in Bangladesh, crollata su se stessa il 24 aprile 2013, uccidendo sul colpo 1129 lavoratori. Nei giorni precedenti la tragedia, i lavoratori avevano denunciato crepe sui muri e scricchiolii sinistri, ma i datori di lavoro avevano fatto finta di niente, costringendo i dipendenti a restare al proprio posto. Nonostante le autorità locali avessero definito non agibile l’edificio, la priorità dei proprietari era stata mandare avanti la produzione, per rispettare le rigide scadenze imposte dai big della moda che avevano “sub-appaltato” a questa industria la produzione dei loro abiti. Abiti low cost targati Primark, Benetton, Auchan e Zara, tanto per citare solo alcuni dei marchi più famosi.

Come ben saprete se mi leggete da qualche tempo, il tema della moda sostenibile (e cioè, della moda che non ammazza i poveracci che lavorano nel settore, aehm) è, da tempo, caro al mio cuore. Per la precisione, io sono una convinta sostenitrice del Fair Trade in generale, ma la sostenibilità nel mondo fashion è un tema che mi infiamma con intensità particolare, anche perché… dai, ammettiamolo: la moda, per noi, è un vezzo. Comprare quell’ennesima T-Shirt a € 4,99 che ci piace tanto: per noi non è un bisogno, è un vezzo. E alimentare un mercato iniquo, ingiusto e sfruttatore, al solo scopo di soddisfare una nostra vanità… Ehm, come dire: è un pensiero che non mi fa stare tanto a posto con la coscienza.

Tantopiù che le alternative ci sarebbero. Esiste il mercato nella moda etica, esiste la filiera del commercio equo e solidale, esiste addirittura la possibilità di comprare abbigliamento vintage o second-hand. Le possibilità sono infinite (e, spesso, adatte a tutti i portafogli): occorrerebbe solo modificare la nostra forma mentis per cui, giusto cielo!, queste mode fricchettone servono solo a spillare soldi a radical chic fissati.

Ehm, ma anche no.
Se questi temi mi stanno a cuore, non è per una questione di appartenenza politica, ma per una mera questione filosofica e religiosa.
Proprio per questo sono molto felice di aver scoperto e letto The Wardrobe Fast, un libretto che affronta l’argomento da un punto di vista dichiaratamente cristiano, e se ne vanta. MK Jorgenson, infatti, non è esperta di economia, non è addentro alle dinamiche del mondo della moda: è, e si presenta, come una semplice donna cristiana. Che, in quanto tale, si sente chiamata ad agire e a prendere posizione.

The Wardrobe Fast

Se non conoscete le problematiche di tipo etico che stanno dietro al mondo della moda (e, soprattutto, della moda low cost), vi suggerisco di andare a leggere, innanzi tutto, questo mio vecchio articolo, che cerca di spiegare la questione.
Sintetizzando al massimo: da quando è diventato possibile e legale delocalizzare nel Terzo Mondo la produzione, le grandi ditte hanno scoperto un Continente del Bengodi in cui non solo il costo della manodopera è più basso, ma sono molto più vaghe anche le leggi a tutela dei lavoratori. Se, da ragazzini, siete inorriditi leggendo le vicende dei poveri operai di era dickensiana, provate a riflettere sul fatto che queste stesse situazioni (se non forse addirittura situazioni ancor peggiori) si ripetono ancor oggi, nel Terzo Mondo, in quelle fabbriche in cui schiavi-operai lavorano in condizioni disumane… e per cosa? Per far arrivare nei nostri grandi magazzini quei deliziosi vestitini low cost a prezzo stracciato… il cui prezzo stracciato sarà pur dovuto a qualcosa.
E se quel “qualcosa” non può essere la qualità del capo (perché se il capo fa proprio schifo, il consumatore mica te lo compra), ecco che l’unico settore in cuoi puoi tagliare è lo stipendio (e la tutela) dei lavoratori.

Mi potreste dire che queste sono le leggi del mercato, e che così va il mondo.
Benissimo: ma, come commenta MK Jorgenson, un cristiano dovrebbe riflettere sul fatto che

la Parola di Dio ci ordina, con molta chiarezza, di comportarci diversamente.
Michea 6, 8 ci esorta a “praticare la giustizia e amare la pietà”. E se questo versetto non fosse sufficientemente chiaro, abbiamo anche un Zaccaria 7, 10: “non opprimete la vedova, né l’orfano, né lo straniero né il povero: nessuno di voi, nel suo cuore, trami il male contro il fratello”.

È molto probabile che nessuno di noi abbia coscientemente tramato il male comprando una busta di vestiti low cost… ma, con nostri acquisti, potremmo aver inconsapevolmente contribuito ad alimentare l’ingiustizia.

Alcuni attivisti nel mondo della moda etica parlano, provocatoriamente, di “neo-schiavismo”, sostenendo che gli operai sfruttati nella filiera dell’abbigliamento made in Bangladesh (o in Pakistan. O così via) sono, a tutti gli effetti, i nuovi schiavi della nostra società.
Con molta ragionevolezza, l’autrice del libro osserva che parlare di “schiavismo” è un po’ spararla grossa: oggidì, nessuno di noi se ne va in giro con un pezzo di carta che attesta la sua proprietà su di un altro essere umano.

Un modo più accettabile per definire la condizioni di questi lavoratori potrebbe forse essere il termine “oppressi”

e quante volte nella Bibbia si leggono parole dure e nette contro chi sfrutta gli oppressi?

Proverbi 22, 6 ci informa che “il ricco domina sul povero e chi riceve prestiti è schiavo del suo creditore, ma chi semina l’ingiustizia raccoglie la miseria, e il bastone a servizio della sua collera presto svanirà”.

Insomma: ragazzi,

possiamo anche far finta di non vedere, possiamo anche decidere inseguire il piacere effimero di comprare quell’ennesima chincaglieria, anche se questo alimenta l’oppressione dei nostri fratelli. Ma dobbiamo essere consapevoli che questo atteggiamento non ci aiuterà in alcun modo ad avvicinarci al Regno di Dio.

***

Una obiezione molto frequente è quella per cui lo sfruttamento dei lavoratori nel Terzo Mondo è, semplicemente, parte del gioco. In questo momento storico, il mercato del lavoro nelle aree di sviluppo è strutturato in un certo modo, ma, quando anche queste aree avranno visto una crescita nel loro livello di ricchezza e di benessere, ecco che allora aumenteranno anche la remunerazione e la sicurezza dei lavoratori.

Tutto può essere: ma se la Storia ci è maestra nel sottolineare quanto sfruttatrice possa essere l’industria, e se la Bibbia ci ordina di ricercare la giustizia e amare la pietà (Michea 6, 8), noi Cristiani non dovremmo pretendere fin d’ora un effettivo miglioramento? […]
Se il pattern rimane lo stesso, non cambierà mai niente. Se io, te e tutto il resto mondo sviluppato continueremo a richiedere beni a un prezzo sempre più basso, non ci sarà mai incentivo per le industrie a migliorare la loro catena di produzione.
Alla fin fine, chi è che ha la colpa del crollo del Rana Plaza? Sono state sporte accuse di omicidio a 38 individui, che erano direttamente connessi alla proprietà dell’edificio o alla gestione della fabbrica. Ma sarebbe molto ingenuo limitarsi a puntare il dito e poi girar le spalle senza fare niente di concreto, quando le etichette dei nostri vestiti riportano nomi esotici di paesi lontani e nascondono chissà quali segreti nell’intreccio dei loro fili.

Ho già affrontato questo tema infinite volte, e ho collezionato un vasto campionario di obiezioni che, puntualmente, mi vengono mosse.
La più gettonata è l’immortale “non so se ti sei sposata un miliardario, ma la gente normale non permettersi di spendere 50 euro per un vestito”. Precisando che, ahimè no, nessun miliardario all’orizzonte, comprendo l’obiezione… ma non la condivido. I nostri nonni, nel dopoguerra, non navigavano nell’oro: eppure, si compravano vestiti costosetti (non essendoci alternative) e non mi risulta che siano mai andati in giro nudi. Realisticamente: salvo casi particolari (tipo l’abbigliamento per bambini, o la necessità di rifarsi urgentemente il guardaroba a fronte di un drastico cambio di taglia), la maggior parte di noi potrebbe benissimo spendere 50 euro per un vestito, se prendesse l’abitudine di comprarsi solo uno o due vestiti all’anno invece di lasciarsi tentare con cadenza regolare dalla super-offerta imperdibile della catena low cost di turno.

Seconda obiezione: “mi racconti una realtà molto triste, ma, esattamente, io che colpa ne ho?”. Per lasciare nuovamente lo spazio alla verve di MK Jorgenson,

“E io cosa c’entro?” è una valida domanda, se – come è lecito immaginare – non possiedi una industria tessile, un marchio di moda o un negozio di abbigliamento.
Il fatto è che, in Cristo, io e te siamo chiamati a lottare contro il peccato e l’ingiustizia – anche quando questa lotta è da combattersi contro noi stessi.

Perché… sotto sotto, il problema non sarà proprio quello?
Siamo onesti: facciamoci (tutti quanti, me compresa) un onesto esame di coscienza. Abbiamo realmente bisogno di comprare l’ennesimo vestito? Abbiamo realmente bisogno di alimentare una catena di produzione iniqua, perché l’alternativa è non riuscire a pagare le bollette?

Come nota David Platt nel suo libro Radical, “la nostra natura corrotta sceglie istintivamente di vedere solo quello che vuole vedere e di ignorare quello che vuole ignorare. Siamo capaci di vivere come bravi cristiani… semplicemente evitando di vedere il male”.

Dopo che siamo stati messi a parte di quanto sangue e dolore grondi l’industria della moda, abbiamo continuato ad alimentare la stessa sanguinante filiera perché davvero non avevamo altra scelta, o perché abbiamo scelto di non affrontare il problema?

Raramente discutiamo di beni materiali in chiesa (e quasi mai discutiamo di abbigliamento), ma penso che sia un punto che invece dovremmo toccare.
Platt porta spunti di riflessione anche qui. “In fin dei conti”, scrive, “qual è la differenza tra qualcuno che indulge volontariamente nei piaceri sessuali, scegliendo deliberatamente di ignorare quei passi della Bibbia che riguardano la purezza, e qualcuno che indulge volontariamente nell’accumulo egoistico di beni materiali, scegliendo deliberatamente di ignorare quei passi della Bibbia che riguardano la carità verso gli oppressi?
La vera differenza tra i due peccatori è che il primo infrange quello che è percepito da molti credenti come un taboo. Mentre il secondo si adegua a quella che è percepita da molti credenti come la norma”.

Potreste dire che quest’ultimo sembra un discorso da preti-operai di estrema sinistra.
In effetti lo sembra, ma non è mia intenzione farne una questione di politica. Né di minimalismo hardcore o di povertà imposta, sol per quello. La Bibbia, grazie al cielo, non indica il numero massimo di beni che il fedele può possedere (!), ed è sacrosanto e giusto che chi ne ha le possibilità si circondi di oggetti belli e di qualità, acquistati con il frutto del suo duro lavoro. E ci mancherebbe.

Però ecco: magari, cerchiamo di uscire da quella mentalità per cui “ho diritto a tutto, subito, e al più basso prezzo possibile (perché solo i fessi o i fissati sono disposti a spendere di più)”.
Come scrive MK Jorgenson,

Viviamo in una delle società più ricche dell’intero pianeta. Nelle nostre chiese e nelle nostre comunità, affrontiamo abitualmente discussioni sul modo in cui la TV, i social media, la pornografia e persino gli sport possono influenzare negativamente lo spirito e il cuore dei credenti,

ma dedichiamo così poca attenzione a tematiche tipo questa.
Sarà per una questione di principio? Sarà per una questione di appartenenza politica? Sarà perché veniamo toccati su quanto abbiamo di più caro, che evidentemente è il portafoglio?

Ma non possiamo nasconderci dietro la nostra ignoranza su certi temi. Non possiamo nasconderci dietro al nostro conto in banca. Il Vangelo ci chiama a riscuoterci dal nostro egocentrismo per uscire da noi stessi e andare ad amare il nostro prossimo.

***

E giusto per rendere un po’ meno facile la tentazione di schermarci “dietro la nostra ignoranza”, io vi lascio qui sotto un po’ di link ad altri articoli che, negli anni, ho dedicato al tema, e ad altre risorse utili per una riflessione sotto il punto di vista cristiano.

Moda etica e Fashion Revolution: il mio primo articolo di questa serie, in cui vi spiego perché non basta che una gonna sia al ginocchio per farmela dire pienamente “cristiana”
Un anno dopo la mia Fashion Revolution
, scritto a dodici mesi di distanza dal primo, in cui vi spiego in che senso dico che aderire a questi principi non mi ha resa una radical chic fissata, ma semmai mi ha trasformata in un angelo del focolare anni ’50. Cattolicissimo!
Cinque consigli per un guardaroba più etico, con consigli per tutte le tasche (giuro!) rivolti a chi vuole lanciarsi in questa sfida
Il mercato è diventato più equo, ma ai consumatori non importa un tubo: un titolo provocatorio che sottolinea una situazione vera, e cerca di motivare la crescente diffidenza di molti credenti riguardo i temi del fair trade e della sostenibilità. L’articolo è mio, ma cita un documentatissimo dossier della rivista Jesus, scritto da religiosi ed economisti (ed economisti religiosi) di professione.
Ecco perché indossare jeans sdruciti è una idea molto infelice anche sotto il piano etico, in cui porto un esempio emblematico della nostra cecità selettiva. Il processo industriale che viene usato nel Terzo Mondo per scolorire ad arte i nostri jeans porta gli operai alla morte per silicosi nell’arco di pochi anni (!). Eppure, noi preferiamo far finta di non sapere, anche se le alternative ci sarebbero (ma sono leggermente più costose).
Ethical Fashion: Why It is Important della blogger Claire Couche di Finding Philothea, che nella scelta delle sue fonti per argomentare il tema in chiave cristiana è stata anche più furba di me, perché lei parte direttamente da una citazione di Benedetto XVI.
Please, stop Buying Cheap Clothes! della modest blogger Olivia Williams, in cui si legge tutto il suo shock e il suo disagio di cristiana allo scoprire quanto c’è dietro a un mercato che fino a quel momento aveva sempre elogiato.
Live your Faith. Consume with your Coscience, una delle tante ottime risorse di Catholic Relief Service – Ethical Trade, probabilmente il migliore punto di partenza per tutti coloro che si volessero avvicinare al tema del commercio etico sotto un punto di vista di fede.

10 risposte a "Ecco perché il tema della moda etica dovrebbe interessare soprattutto i credenti (secondo me)"

  1. vitaincasa il lato rosa della vita

    Davvero interessante il tema della moda etica, che ho scoperto tramite blog come il tuo ma anche blog dichiaratamente fashion e modaioli! Vorrei informarmi di più al riguardo. Personalmente la difficoltà che incontro in questo mio primo impatto è reperire abbigliamento etico, fosse solo “made in Italy”. Vivendo in provincia, ed avendo una taglia non tra le più comuni, faccio già difficoltà a trovare abiti nei negozi “normali”. L’unica possibilità di fare acquisti più oculati in senso etico e sostenibile, sarebbe acquistare on-line, ma ho sempre qualche dubbio al riguardo: non potendo provare gli abiti non posso sapere esattamente la taglia che devo ordinare di ciascun marchio. Qualche consiglio?

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    1. Lucia

      …eh.
      La tua domanda è intelligentissima, solo che la risposta effettivamente non è facile, soprattutto per chi vive in un paesino.
      A uno che vivesse in città, suggerirei ad esempio di iniziare visitando uno dei tanti negozi del commercio equo e solidale di Altromercato, che hanno sempre una collezione di moda etica più o meno ampia. Oppure, se uno non è schifiltoso, suggerirei di prendersi un’oretta per curiosare nelle botteghe di Humana Vintage, i negozi di Humana (quella dei cassonetti gialli) dedicati all’abbigliamento vintage di una certa qualità (ci sono anche i negozietti di Humana Second Hand per il “semplice” abbigliamento usato, ma io preferisco i primi).

      Però, ehm, sì. Son tutti consigli che vanno bene per uno che vive in città, non certo per uno che sta in provincia.

      Stando così le cose, tanto per iniziare, potrei tentare col consiglio banalissimo di cominciare a comprare etico a partire dagli accessori. Qui avevo scritto un articolo che di per sé nasceva come guida al regalo di Natale etico per signore, ma di base elenco alcuni marchi che vendono online e che hanno accessori deliziosi. Non ti risolvono il problema di cosa metterti addosso, ma almeno ti permettono di comprarti una borsa a cuor leggero. Per dire.

      Sulla questione taglie e vestibilità, adesso dico una cosa talmente ovvia da sembrare ai limiti della presa in giro XD però magari uno non ci pensa.
      Io compro spessissimo su siti che “aggregano” i vari marchi: tipo, che ne so, Zalando, Saldiprivati, Privalia, etc. Però, quando devo scegliere la taglia di un abito trovato su questi siti (chessò: abito a marchio King Louie, in vendita su Zalando a un prezzo allettante) io, prima di selezionare la mia taglia, vado sempre a controllare la Size Guide che (di norma) si trova sul sito del marchio, alla sezione “E-shop” (o simili).
      Perché ormai quasi tutti i brand pubblicano sul loro sito una tabella delle taglie che è molto precisa (mille volte più precisa di quella generica presente sugli eshop generici), e io, basandomi su quella, non ho mai sbagliato. Al limite m’è capitato di ordinare capi che non erano molto donanti addosso a me (perché magari il colore “mi sbatteva”, quel taglio particolare che ero curiosa di provare era molto meglio se non lo provavo affatto XD etc), però a livello di taglia non ho mai sbagliato.

      Certo, poter comprare “dal vivo” sarebbe più comodo, se non altro per verificare di persona… però ahimè: città o no, taglia comune oppure no, resta il fatto che comprare online è un po’ la tappa obbligata per chiunque voglia seriamente comprare etico, mi sa. Perché tantissimi marchi sono poco distribuiti, o non sono proprio distribuiti in Italia (io compro spesso dall’Inghilterra, sperando che la Brexit non mi faccia strani scherzi…).

      Prima o poi farò un elenco dei brand che preferisco; intanto lascio qui un post con Cinque dritte per principianti, e un altro con alcune dritte su brand che fanno abbigliamento estivo come piace a me, cioè etico ma anche “coprente” – perché io c’ho le mie fisse strane, e d’estate amo non scoprirmi troppo 😉

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  2. sircliges

    «aderire a questi principi non mi ha resa una radical chic fissata, ma semmai mi ha trasformata in un angelo del focolare anno ’50. »

    Concordo e confermo, ma sappi che questa frase sarà spesso usata contro di te 😀

    A parte gli scherzi, le riflessioni su questi argomenti di etica economica mi ricordano quello che diceva Benedetto XVI nella sua enciclica secondo me la più bella e la più ignorata, la Caritas in Veritate, che era (doveva essere) il fondamento per sistematizzare aggiornare e rilanciare la dottrina sociale della Chiesa. In particolare sugli effetti deleteri della delocalizzazione a basso costo al par 25
    http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/encyclicals/documents/hf_ben-xvi_enc_20090629_caritas-in-veritate.html#_ftnref59

    e sull’essenzialità dell’etica nell’economia al par 45
    http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/encyclicals/documents/hf_ben-xvi_enc_20090629_caritas-in-veritate.html#_ftnref112

    Per quanto ne capisco, senza entrare troppo nel tecnico, il problema della delocalizzazione a basso costo è che nel lungo periodo contribuisce a una spirale macroeconomica di impoverimento di entrambi i paesi.
    Nel paese produttore, infatti, i salari restano sempre a livello di mera sussistenza; e in certi settori non è possibile in queste condizioni lo sviluppo di una qualche nuova tecnologia che consenta di migliorare la qualità del prodotto e dunque alzare i prezzi e i salari.
    Ma simmetricamente nel paese consumatore l’occupazione si è abbassata (perché certi lavori sono stati delocalizzati), dunque le famiglie hanno meno soldi, dunque sono indotte a comprare beni più economici di produzione estera, dunque la domanda interna non cresce, dunque le aziende hanno meno soldi (quelle che non esportano), dunque i salari e l’occupazione calano, dunque le famiglie hanno sempre meno soldi.
    Senza voler entrare in considerazioni stricto sensu “politiche”, una delle principali urgenze della nostra economia è rilanciare la domanda interna. Ovviamente questa è soltanto una delle leve da tirare, è un elemento necessario ma non sufficiente, bisogna fare anche altro. Mi sembra però che sia uno degli elementi macroeconomici più trascurati nel dibattito pubblico.

    Riporto l’osservazione di un mio amico che di mestiere fa il pubblicitario, il quale tempo fa mi faceva notare che da qualche anno molti venditori (dei più vari settori merceologici) hanno cominciato a dare molto risalto alla provenienza italiana dei prodotti, es. con bandiere italiane sulle confezioni, “fabbricato al 100% in Italia!” e così via. Pare insomma che tra i fattori che motivano la scelta del consumatore stia aumentando il desiderio di aiutare il mercato interno.

    NB queste considerazioni sono solo parzialmente sovrapponibili alle tue, perché l’acquisto “etico” può benissimo rivolgersi a produzioni straniere che però non sfruttano la manodopera (e d’altra parte la provenienza interna non è garanzia di eticità, per esempio il capolarato nella raccolta agroalimentare!).
    Ad ogni modo è pacifico (cioè… dovrebbe esserlo, ma pare che in questo momento storico le priorità siano altre) che la persona cattolica deve ricordarsi di esser tale in tutto ciò che fa, compreso l’atto oggidì basilare del comprare.

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  3. Claudia

    “Versa sangue chi rifiuta il salario all’operaio” … (che può intendersi anche come dare un salario insufficiente) sai Lucia che il tema della moda etica mi sta veramente a cuore. L’ingordigia di vestiti che abbiamo (ne ero un esenpio) noi occidentali e le nuove economie emergenti fa paura. Su internet ci sono dozzine di siti che insegnano come “pulire” gli armadi buttando quello che non serve e magari ha ancora l’etichetta attaccata. Ma perché l’abbiamo riempito di cose inutili? Di ritorno da un viaggio in medio Oriente ho visto la loro voglia di essere occidentali, ho visto h&m con le stesse magliette che ho sotto casa mia ed abbandonare i loro costumi per sostituirli con una maglia di Zara. Per carità il chador nero è per me inumano ma non stanno sviluppando un’evoluzione dei loro costumi e della loro cultura ma un copia-incolla dei nostri aspetti peggiori. Tutte queste nuove realtà incrementeranno la richiesta di fast fashion con danni umani e ambientali altissimi! Per quanto mi riguarda oltre al mio “second hand” ( o “panni americani” come avrebbe detto mia nonna), ho trovato una sarta dove riparo, modifico con pochi soldi “sostenendo” cosi un’attività artigianale.

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    1. Lucia

      Io, oltretutto, avevo trovato veramente profonda, e significativa, una osservazione fatta da un economista intervistato nel corso del documentario The True Cost. Non mi ricordo chi fosse questo tizio, non mi ricordo a che minuto parlasse, non ho tempo adesso di riguardarmi tutto il video, ma mi pare proprio che fosse l’economista italiano (giusto per identificarlo in qualche modo XD).

      Ebbene, questo tizio diceva che la fast fashion (e, in generale, il mondo del commercio low cost) ha stravolto completamente la percezione che l’uomo-medio ha di sé e della sua ricchezza. Se, fino ai tempi dei nostri nonni, un uomo avrebbe misurato la sua ricchezza in base a parametri tipo “ho abbastanza soldi per comprarmi una casa?” (e si sarebbe allarmato abbastanza, rendendosi conto che non sarebbe mai riuscito a mettere da parte abbastanza risparmi per “fare il grande passo”), adesso la nostra percezione del benessere economico è ancorata a spese risibili e sostanzialmente utili (tipo che ci sentiamo dei falliti se non abbiamo abbastanza soldi da parte per “toglierci quello sfizio” di comprare la magliettina vista in vetrina, la tazzina carina coi gattini sopra… eccetera eccetera eccetera). E, in compenso, tendiamo ad accettare come cosa relativamente normale l’idea di dover stare in affitto perché nessuna banca ci concede un mutuo, o di dover chiedere un finanziamento anche solo per comprare una macchina (una situazione che, ad occhio, molti dei nostri nonni avrebbero ritenuto quantomeno indesiderabile).

      Per carità, i tempi sono cambiati, i contratti sono meno sicuri, il boom economico è lontano, eccetera eccetera eccetera.
      Però ho trovato abbastanza significativa l’osservazione per cui, oggigiorno, noi ci sentiamo poveri se dobbiamo a malincuore rinunciare all’acquisto inutile.

      Questo studioso osservava che, nel sistema economico di oggi, i suoi figli ventenni potrebbero legittiamente decidere di comprare a 4 euro una T-Shirt diversa per ogni festa cui sono invitati, e poi buttarla via senza manco farla passare dalla lavatrice, e questo non inciderebbe nemmeno più di tanto sul loro bilancio a fine mese.
      Però, in compenso, allo stato delle cose, nessuno di loro potrebbe andare anche solo lontanamente vicino all’idea di fare un acquisto importante per la vita (casa, auto, negozio, etc).

      E anche questo a suo modo è un dato di fatto significativo…

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      1. Claudia

        Parole sante! È una società che si fa “ricca” di stracci …..ma del resto siamo in una società in cui i rapporti sentimentali sono precari, i contratti di lavoro pure, festeggiamo (consumisticamente) ricorrenze che non ci appartengono (Halloween ecc. ) e che servono a farci comprare ninnoli inutili … Non è una società dove ti fermi a chiedere a te stesso se una cosa ti serve o durerà almeno un paio di stagioni.

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  4. Claudia

    P.s. Con riferimento alle persone che dichiarano di non poter spendere 50 euro per un vestito, qui a Roma è difficile trovare una donna/ragazza che non abbia lo smalto semipermanente alle mani (tranne la sottoscritta). Il costo è di circa 20€ al mese…..tutti i mesi….facciamo due conti

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    1. Lucia

      Eh…
      Io cerco sempre di non fare (o almeno, di non fare ad alta voce XD) questi ragionamenti, perché è sempre molto spiacevole fare i conti in tasca agli altri. Però sì… anche solo se pensiamo all’estetista, alla manicure e alla tinta ai capelli (appuntamenti mensili imperdibili per molte donne – non tutte, ci mancherebbe, ma sicuramente molte) davvero vien da inarcare un po’ le sopracciglia quando quelle stesse donne scartano a priori l’idea di spendere un po’ di più per un vestito.

      E’ una questione di priorità, chiaramente. Ci mancherebbe.
      Io spendo tanti di quei soldi in libri (e anche in cose decisamente più futili, tipo… che ne so: giocattoli; ebbene sì, sono una appassionata di giocattoli XD) che mi si potrebbero facilmente fare i conti in tasca allo stesso modo.
      Però, ecco: diciamo almeno che è una questione di priorità.
      Anche perché, oggettivamente, non è che costi poi così assurdamente tanto comprare in modo etico, una volta che uno ci ha fatto un po’ la mano 🙂

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