Per un costume da bagno etico&pudico. Guida ai ‘meno peggio’ della grande distribuzione

Come ormai sapranno anche i sassi, questo blog s’interessa di moda, di tanto in tanto. Moda “modesta” (sul calco della modest fashion degli anglosassoni, AKA: non andare in giro mezza nuda solo perché è il trend del momento) e moda etica (AKA: non alimentare la schiavitù del nuovo millennio, indossando vestiti confezionati in condizioni di lavoro sotto il limite della decenza).

Certo: questo blog s’è messo questi paletti in fatto di moda perché la sua proprietaria è una masochista – non è facile trovare capi d’abbigliamento che rispondano a entrambe i requisiti. Soprattutto quando l’estate s’avvicina; soprattutto quando è il momento di scoprirsi per definizione: soprattutto quando c’è da andare in spiaggia, insomma.

Se nel mio scorso post avevo indicato alcune aziende di costumi da bagno 100% etiche (o quasi), a grande richiesta vengo incontro alle vostre domande proponendovi un elenco di brand, magari non proprio etici al 100%… ma che ‘nsomma sono un po’ meno peggio di altri quando si tratta di acquistare consapevolmente.
Buona lettura!

 

ESPRIT LOGO

Esprit, il brand tedesco che io trovo quasi sempre da Coin o alla Rinascente, non è uno stinco di santo ma dimostra un certo interesse verso la questione sociale. Sul versante ambientale, si impegna entro il 2020 a ridurre al minimo gli scarti di produzione e ad assicurarsi che le eccedenze di tessuto vengano riciclate per produrre nuovi capi. Sul versante di tutela dei lavoratori, Esprit delocalizza sì la sua produzione nel Terzo Mondo; tuttavia, impone ai suoi fornitori esteri un codice di condotta teoricamente molto rigido, a tutela dei lavoratori impiegati. In teoria, infrazioni a questo codice di condotta comportano conseguenze pesanti per il fornitore inadempiente, ivi comprese penali da pagare. Speriamo che non siano poi parole che rimangono solo sulla carta.

ESPRIT PROPOSTE

  1. Costume da bagno monospalla, € 69,99
  2. Costume da bagno con stampa, € 69,99
  3. Costume da bagno con volant, € 69,99

 

LOGO OYSHO

Oysho è un marchio del gruppo Inditex (quello che possiede anche Zara, per capirci), il quale… aehm, come dire?, non brilla particolarmente per le condizioni di lavoro dei poveretti che confezionano i suoi capi nel Terzo Mondo.
Eppure, Inditex, come tutti i colossi della moda, ogni tanto butta lì, a mo’ di specchietto per le allodole, una collezione (una su cinquantamila…) ispirata ai criteri della sostenibilità.
Solo specchietti per le allodole, appunto, e quindi da boicottare sdegnatamente? Oppure, un ammirevole primo passo verso modelli di produzione più etici?
Mah, io personalmente propendo per la seconda – se non altro perché, vedendo che la collezione speciale effettivamente vende, questi colossi possano essere incoraggiati a procedere in tal senso. Dunque, è con un certo piacere che segnalo la linea “Join Life” di Oysho, interamente creata con materiali riciclati e trattati in modo tale da non produrre emissioni nocive (per l’ambiente e per i lavoratori). Personalmente avrei gradito un focus un po’ più alto sulla sostenibilità umana… ma meglio che niente, dai!

OYSHO PROPOSTE

  1. Costume a fascia in tinta unita, € 39,99
  2. Costume in tinta unita con volant, € 45,99
  3. Costume a fascia con fiori sullo scollo, € 49,99

GAP LOGO

Tra i big della grande distruzione, GAP è uno di quelli che, più di tutti, da anni si distingue per il suo approccio ai temi etici e sociali. Nei contratti siglati con le ditte a cui viene subappaltata la produzione dei capi, GAP include un codice di condotta molto vincolante. Inoltre, a differenza di quanto fanno altri grandi marchi, GAP diffonde senza problemi l’elenco dei suoi fornitori e rende noti i loro dati di audit, permettendo così di verificare la correttezza delle procedure adottate.
Insomma, niente male.

GAP PROPOSTE

  1. Stripe One-Piece Swimsuit, € 60,00
  2. High Leg One-Piece Suit, € 60,00
  3. Strappy Low-Back Swimsuit, € 60,00

BANANA REPUBLIC LOGO

Di Banana Republic, io ignoravo completamente due cose.
La prima: che fosse pressoché sconosciuta nel resto d’Italia. Ha un negozio a Torino, ha un negozio a Roma, io pensavo che ci fosse più o meno in tutte le grandi città… e invece no: c’è solo in quelle da cui transito io, apparentemente. Vabbeh: capitolini, sabaudi, siate avvisati.
La seconda cosa che assolutamente non conoscevo: che la proprietà del brand fosse sempre di GAP. Ergo: valgono per Banana Republic tutte le belle cose elencate sopra.
Avviso per i cuori deboli: costa un occhio della testa, eh. Spesso la si trova in offerta su siti come Privalia o SaldiPrivati, e lì, con un po’ di fortuna, si riescono a fare dei buoni affari. Io intanto ve la segnalo.

BANANA REPUBLIC PROPOSTE

  1. Costume Mayfair, € 229,95
  2. Costume Kelly, € 167,00
  3. Costume Zaha, € 221,00

PETIT BATEAU LOGO

Petit Bateau nasce nel 1893 in Francia… e lì rimane, insistentemente. In questo senso: il brand, rivolto alla produzione di vestiti per bambini, sì, ma con un occhio anche alle mamme, gestisce in prima persona buona parte della sua produzione, in fabbriche francesi e nel Maghreb (ma sempre di sua diretta proprietà – il che è ovviamente garanzia di condizioni di lavoro decenti, se non altro per questioni di immagine). Solo il 20% della produzione è delocalizzato in aziende fornitrici terze, le quali dovrebbero essere in ogni caso vincolate da un codice di condotta sottoscritto in sede di stipula del contratto.
Diciamo che a me rincuora, più che altro, l’80% non delocalizzato, ecco.

PETITE BATEAU PROPOSTE

  1. Costume da bagno millerighe, € 59,00
  2. Costume intero a righe, € 75,00
  3. Costume da bagno stampato bianco, € 85,00

h&m consciuos logo

Segnalazione Bonus: H&M… ma con alcuni “ma”.
Il primo, è che H&M ha ancora molta strada da fare.
Un po’ come quanto accade per Oysho/Inditex, l’azienda svedese ha arricchito la sua offerta con una collezione improntata ai criteri di sostenibilità: sto parlando della linea Conscious, riconoscibile a colpo d’occhio nei negozi perché il cartellino col prezzo è di colore verde.
In teoria, i capi di questa collezione dovrebbero essere prodotti con energie rinnovabile, senza rilasciare nell’ambiente scarti di lavorazioni eccessivamente tossiche, e in condizioni di lavoro decenti. All’atto pratico, pare che non tutto sia così rose e fiori, nemmeno per quanto riguarda la ristretta cerchia dei prodotti “coscienziosi”: non ho ancora visto, ma vi segnalo sulla fiducia, questo documentario che analizza la questione. Però, come dicevo sopra per Oysho: è quantomeno un inizio, anche se altamente perfettibile.
Il secondo “ma”: qui fino ad adesso abbiamo parlato di costumi da bagno; ad oggi, non ne vedo nessuno all’interno della linea Conscious. In ogni caso ve la linko lo stesso, anche perché ci sono alcune cose molto sfiziose perfette per essere usate come prendisole!

H&M proposte

  1. Abito a spalle scoperte, € 9,99
  2. Abito in lyocell, € 34,99
  3. Abito smanicato, € 14,99

Cinque brand che fanno al caso vostro se volete andare in spiaggia con un occhio all’etica e al pudore

Se  mi leggete da un po’ di tempo, lo saprete: questo blog si interessa di tanto in tanto alla modest fashion, e cioè a quello stile di vestire – frequentemente, ma non solo, dettato da convinzioni religiose – per cui le donne non amano andare in giro mezze nude (id est: con minigonne, mini shorts, scollature profonde, e così via dicendo) preferendo invece esprimere se stesse con un abbigliamento che potremmo definire “più pudico”.
Se mi leggete con attenzione saprete anche che, da un paio d’anni, la sottoscritta ha deciso di complicarsi la vita scegliendo di comporre il suo guardaroba non solo secondo i criteri della modest fashion, ma anche tenendo d’occhio i criteri della moda etica. Id est: capi d’abbigliamento che vengano prodotti in condizioni di lavoro decenti e da lavoratori quantomeno non ridotti in schiavitù, se non proprio remunerati come Dio comanda.

Ebbene: poiché la micidiale combo di questi due criteri ha determinato un rapido restringersi del mio guardaroba e un significativo picco di accessi alle pagine che trattano di questi argomenti, segno che il tema interessa, ecco qui un comodo vademecum per la fashionista modesta ed etica (poraccia…) che ha bisogno di comprare un costume da bagno per le vacanze al mare.

Sulla vexata quaestio “bikini sì / bikini no”, che ogni anno infiamma le pagine di modest fashion, io propendo, con ogni evidenza, per il no. Cioè: senza offesa per chi se lo mette, ma io mi sento decisamente più a mio agio con un costume intero, meglio se accompagnato da un pareo quando si sta in spiaggia. (A dire il vero amo molto anche gli abiti da bagno, ma non ho ancora trovato aziende che li producano secondo i criteri del fair trade che stanno a cuore a me…).
Per questa ragione, ognuna delle proposte che seguono riguarderanno solo costumi interi. Se vi interessano i bikini (o se non vene può fregar di meno della modest fashion, e siete capitati qui alla ricerca di costumi da bagno etici tout cort), ovviamente tenete conto che ognuna delle aziende che vi linko propone nel suo catalogo anche costumi molto meno castigati.

Ma intanto… quali sono queste meravigliose aziende?

Kiniki

Kiniki nasce una quarantina d’anni fa nella ridente cittadina di Newcastle Under Lyme, Strattfordshire. Da quel dì, opera per produrre prodotti interamente made in England, il che è una confortante garanzia di condizioni di lavoro, diciamo, non disumane.
L’ho trovata interessante per due ragioni. Uno: i bassi costi di spedizione – Kiniki punta tutto sul commercio online, e per spedizioni in Europa applica una tariffa di circa 5 sterline (un po’ di più o un po’ di meno, a seconda dell’importo del vostro ordine). Due: Kiniki pare aver sviluppato una speciale tecnologia Tan Trough – dei micro-buchini sulla stoffa del costume da bagno dovrebbero permettere ai raggi del sole di penetrare attraverso il tessuto, garantendo una abbronzatura uniforme. Caratteristica che diventa tanto più preziosa quanto più Kiniki offre una vaaaasta serie di abiti da spiaggia (parei, harem pants, kaftani), e chi più ne ha più ne metta. Se mirate all’abbronzatura e “dovete” scoprirvi il più possibile per questa ragione, Kiniki potrebbe essere la soluzione modesta che fa per voi.

KINIKI COSTUMI

  1. Costume da bagno Tahiti, € 32,37
  2. Pareo Azure, € 16,44
  3. Ledbury Ladies Swimsuit, € 20,42

Vive Maria

Non sono perfettamente certa di amare Vive Maria, un brand che inneggia a Maria Vergine (ooohh!), ti piazza medagliette miracolose su ogni abito (oooohhhh!!!), epperò lo fa in un’ottica che mi sa tanto sia provocatoria. Vive Maria è un brand di intimo sul sexy andante con uno stile deliziosamente retrò: e diciamo che, per piazzare la medaglietta della Madonna su un babydoll, o sei davvero molto devota… oppure lo fai con altre intenzioni.
In ogni caso: Vive Maria esiste e lotta assieme a noi, forte di una produzione interamente made in Germany (il che, di nuovo, è garanzia di una filiera di produzione quantomeno controllata).
Se vi piacciono i costumi retrò (… con un tocco di catto-kitch) probabilmente non potrete resistere a questi:

VIVE MARIA COSTUMI

  1. Costume Sweet Swallow, € 23,99
  2. Costume Blue Sea, € 23,99
  3. Costume Fleur Noir, € 23,99

King Louie

King Louie, come sapete, è uno dei miei brand preferiti, per quanto riguarda l’abbigliamento etico. Anche questo marchio olandese punta tutto su uno stile coloratissimo e retrò, con stampe floreali e motivi anni ’70. I suoi prodotti non sono Made in Nederlands: King Louie si avvale di aziende manifatturiere delocalizzate in aree spesso soggette a sfruttamento, come Albania e Turchia. La cosa bella, però, è che l’azienda ha particolarmente a cuore il fair trade, ed esige che le aziende con cui collabora abbiano standard ben precisi circa la sicurezza sul lavoro e il trattamento dei dipendenti. Insomma: un bel modo per delocalizzare… facendo del bene là dove si dà lavoro.
Avviso per i deboli di cuore: questi costumi da bagno sono carucci in più di un senso…

KING LOUIE COSTUMI

  1. Costume “Lambada”, € 94,95
  2. Costume “Cherise”, € 94,95
  3. Costume “Hula”, € 94,95

Adalù

Adalù è un marchio che trovo moooolto interessante, per molteplici ragioni.
La prima: è una azienda italianissima, con sede sulla Casilina – e un po’ di sano campanilismo, si sa, in economia non fa mai male. La seconda: oltre a modelli normalissimi e vezzosi, Adalù propone anche tagli straordinariamente castigati (oltre che vere e proprie mute per surfisti). E infine: la stylist di Adalù ha a cuore non solo il made in Italy, ma anche l’ambiente, e punta a collezioni sempre più all’insegna della sostenibilità ambientale. E anche quello non fa male, dai!

ADALU COSTUMI

  1. Costume Avocado, € 41,30
  2. Mezzaluna rosa, € 79,90
  3. Costume “The Seventies”, € 69,00

Frija Omina

Minimalista e austera come comanda la tradizione mitteleuropea, così è la collezione mare di Frija Omina, piccolo brand tedesco con sede a Berlino. Non solo la produzione è interamente made in Berlin, ma l’azienda dedica moltissima attenzione anche alle tematiche ambientali. Il suo stabilimento va avanti a suon di energie rinnovabili, le stoffe selezionate per il confezionamento provengono in gran parte da coltivazioni bio, e gli scarti di lavorazione non vengono gettati, ma usati come imbottitura per cuscini. Se amate uno stile minimal e senza tempo (…e se avete un budget alto), questo marchio potrebbe fare per voi!

FRIJA COSTUMI

  1. Tankini in tessuto ricilato “Nowe”,  € 99,90
  2. Costume in tessuto biologico “Madri”, € 99,00
  3. Costume in tessuto riciclato “Laik”, €99, 90

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Certo, mi pare già di sentirvi: “e dove cavolo le compro queste marche, mai sentite prima??”.
La risposta ovvia è: su Internet, ma non disperate – se non siete amanti degli acquisti online, se preferite provare i prodotti in camerino, se non vi fidate di questi marchi sconosciuti… there’s more to come, come dicono gli Inglesi.  Anche nella grande distribuzione ci sono alternative etiche (…o, quantomeno, meno peggio delle altre) per chi ha bisogno di fare shopping per l’estate.
Prossimamente, su questi schermi!

Oh no, il mio guardaroba è troppo immodesto per i miei nuovi standard! E ora?

Una delle iniziative che la Fashion Revolution propone ai blogger e agli youtuber che aderiscono al movimento, è la realizzazione di una “Haulternative”.
In una alternativa ai classici haul (dall’inglese “haul”, “bottino”, sono i video con cui le fashion blogger mostrano al pubblico i loro ultimi acquisti), la Fashion Revolution ci invita a fare un haulal contrario. Cioè, a illustrare i nostri trucchetti per ridare nuova vita a vestiti fuori moda, fuori taglia, magari un po’ lisi in alcuni punti, o che semplicemente non ci piacciono più.
Non sono una sarta, e probabilmente non lo sono molte di voi; dunque, mi limiterò a poche soluzioni semplici che richiedano un utilizzo di ago e filo minimo, se non nullo. E, giusto per restare fedele al mio normale campo d’azione, la mia Haulternative sarà una risposta alla tipica domanda che tormenta chiunque si occupi di modest fasion: “mi sono avvicinata da poco al pudore cristiano e adesso sono in crisi, perché il 90% del mio vecchio guardaroba non rispecchia più i miei attuali canoni di modestia. E ora?”.

Non c’è bisogno di buttar via tutto e di aprire un mutuo per rifarsi il look, così come non c’è necessariamente bisogno di rinunciare a quel vestito bellissimo che hai visto in vetrina e vorresti proprio, ma che, mannaggia, così com’è non indosseresti mai.

Haulternative

Oh no! La scollatura è troppo profonda: e ora?

Questo è un problema che mi tocca di frequente, perché amo le scollature a V e il modo in cui si sposano sulla mia figura. Ovvio è che una scollatura troppo profonda non mi fa stare a mio agio, da cui la necessità di coprire in qualche modo… lo spazio intermedio.

Se non ci va un genio a individuare la soluzione più banale (mettere una canottierina accollata al di sotto della scollatura, magari con un bel colore a contrasto), l’escamotage non è sempre di successo. Ad esempio, per mia sfortuna, io soffro tantissimo il caldo, sicché mi risulta del tutto impensabile indossare una canottiera aderente al di sotto di un ulteriore strato di stoffa, se la temperatura esterna supera i 25 gradi.
Na: quello che serve a me è qualcosa che riduca al minimo indispensabile lo strato di pelle coperta al di sotto del vestito scollato. Idealmente, qualcosa che mi copra solo la scollatura lasciandomi, per il resto, libera e fresca. Gira che ti rigira, con un po’ di fatica ho trovato alcune soluzioni, tra cui…

I crop top!
Avete presente quei toppini zozzissimi che gli stilisti pretendono di farci indossare al posto della maglietta, come se fosse normale d’estate andare in giro a pancia in fuori? Questo è un esempio a caso che ho pescato da Asos, ma ne trovate un po’ dappertutto e in qualsiasi fascia di prezzo. Io ne ho un paio acquistati da Tezenis, per dire.

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Con una roba del genere non ci uscirei di casa manco con una pistola puntata alla tempia, ma questi cosini sono la soluzione ideale da indossare sotto una scollatura troppo pronunciata. Sono mediamente abbastanza accollati; sono mediamente abbastanza corti da non tenere troppo caldo; se dovesse capitarvene uno troppo lungo, potete sempre accorciarlo fino a sotto il seno e cucirgli un orlo alla Carlona, tanto nessuno vi vede.
Soluzione perfetta, e con poco sforzo!

Chi soffre il caldo peggio di me e vuole avere ancor meno tessuto addosso, potrebbe trovare grosso sollievo da un aggeggio molto diffuso tra le fashioniste d’Oltreoceano, e che trovate su Amazon con nomi tipo “modesty panel” o “cami secret”.
In pratica, si tratta di un triangolino di stoffa che dovrete attaccare, tramite gli apposti occhielli, alle bretelle del vostro reggiseno: la stoffa, in questa maniera, proteggerà la vostra scollatura… nel modo più fresco e meno invasivo possibile.

Modesty Panel Lace

Per ora non li ho mai testati quindi non posso darvi una recensione di prima mano; il mio timore è che tendano a spostarsi durante la giornata, ma magari è solo una mia impressione. In ogni caso, se cercate online trovate vari tutorial che vi spiegano come crearne uno direttamente in casa, con le vostre stesse mani e con pochissima fatica. Tentar non nuoce!

Oh no! Questo vestito mi lascia le spalle scoperte: e ora?

Io non so esattamente che problemi abbiano gli anglosassoni con ‘sta cosa di andare in giro a spalle scoperte. Sono lietissima che ne abbiano, beninteso!, ma non mi spiego perché proprio le isole britanniche e non la Bible Belt, per dire.
In ogni caso, teniamoci stretta la genialità di due ditte d’oltremanica (una britannica, e una irlandese) e facciamo incetta della soluzione che promette di far svoltare la nostra vita: maniche rimovibili, da indossare sotto ai vestiti smanicati.

Proprio così, questi geniacci ti vendono maniche sfuse. Così:

s-l300

In pratica, vi infilate nelle braccia queste maniche e le allacciate sotto al reggiseno. Poi, indossate il vostro bel vestito smanicato. Et voilà!
Quel vestito che non avreste mai potuto usare per andare in chiesa (o che, semplicemente, vi andava di rivoluzionare! O che, ancor più banalmente, senza maniche vi teneva freddo), adesso avrà una nuova vita (e, probabilmente, anche un nuovo aspetto molto più chic).
Le maniche di Canopi Sleeves non sono le più economiche di questo mondo (tutt’altro), ma voglio sperare che i tessuti siano di buona qualità e le rendano adatte anche ad abiti da cerimonia. Le maniche di Wingz costano attorno ai 18 euro, e sono un investimento che senz’altro mi sentirei di fare. (Non l’ho mai fatto per l’unica ragione che, per ora, il problema non mi si pone: ad oggi, non posseggo vestiti smanicati. Ma la prossima volta che m’innamorerò di un capo senza maniche, sarà di grande sollievo sapere che non devo più limitarmi!)

Al volo, vi appiccico altri due link che potrebbero essere d’utilità. Questo, da Amazon, è stato un mio recente e riuscitissimo acquisto: io l’ho comprato come top per coprire scollature troppo marcate, ma ha anche una piccola manichina che potrebbe risolvere pure il problema delle spalle scoperte. Qui, invece, trovate un tutorial che spiega come aggiungere maniche a un vestito utilizzando un paio di leggings. Servono macchina da cucire e un po’ di manualità, ma… se viene bene, l’idea è di una genialità disarmante!

Oh no! La gonna è troppo corta: e ora?

Non ci va un genio a spiegare che le gonne troppo corte si allungano cucendoci sotto un altro pezzo di stoffa, ma potrebbe essere utile avere una voce amica pronta a confortarvi sul fatto che si può fare, e anche con poco sforzo.
Chiaramente, non parlo di minigonne che dovete accorciare di 10 o 20 centimetri; ma se parliamo di quella gonnellina tanto carina, che avete visto in negozio  e v’è piaciuta, epperò mannaggia non vi arriva manco al ginocchio, e oh se solo avesse quei 5 centimetri in più…
Beh: in quel caso la soluzione è semplicissima. Andate in una merceria ben fornita, scegliete una passamaneria (in pizzo, in sangallo, a frange… più scelta vi offrono, meglio è), scucite l’orlo della gonna, e attaccateci sopra la passamaneria. Poca spesa, tanta resa: avrete recuperato quella manciata di centimetri in più (e vi ritroverete probabilmente con una gonnellina ancor più chic di prima).

Gonna Pizzo

È un’operazione talmente semplice che si potrebbe facilmente fare in casa; io, non possedendo una macchina da cucire particolarmente buona, ho sempre preferito far cucire il merletto direttamente alla merceria, per paura di non essere abbastanza precisa nel rifinire i punti. Lo dico, per sottolineare che la mia merceria di fiducia mi ha sempre chiesto un forfait di 7 euro tutto incluso, merletto + cucitura. Insomma, cifre fattibilissime.

Oh no! In piena estate non riesco a indossare le gonne perché le cosce si irritano per lo sfregamento: e ora?

Questa cosa delle cosce che si irritano sfregando tra di loro nei periodi più caldi dell’anno (e cioè, quando si va in giro a gambe nude e, peggio ancora, si suda molto), l’ho sempre considerata una specie di leggenda metropolitana. O un disagio che tutt’al più poteva colpire individui in grave stato di obesità, toh. Fondamentalmente – mea culpa – pensavo che fosse una scusa da parte di quelle che in estate preferiscono i pantaloncini corti, e s’inventano ‘sta storia per spiegare il loro rifiuto delle gonne.
E invece.
E invece, la tragicommedia della mia vita ha voluto che l’estate scorsa, in un periodo di caldo massacrante a 38 gradi, dopo una puntura di zanzara che ha fatto da causa scatenante, io mi ritrovassi con una fastidiosissima irritazione in loco:
–  mentre ero lontana da casa;
–  in una trasferta di lavoro;
– ospite all’interno di un convento;
– maschile;
– con pochissimi abiti con me;
– e senza manco un paio di pantaloni.
Un crescente strazio che peggiorava di giorno in giorno e che non riuscivo ad arginare in ogni modo, anche perché – pur ammettendo di voler approfittare della situazione per fare shopping – collants o pantaloni con 38 gradi su gambe già irritate per il sudore magari anche no, e shorts inguinali in un convento di frati magari anche no all’ennesima potenza.
E poi, in una disperata ricerca su Google, ho fatto La Scoperta.
Le Bandelettes.
Se avete presente una giarrettiera, immaginatevele più o meno così: sono una banda di stoffa leggermente elasticizzata, alta circa 20 centimetri, tenuta ferma da due sottili ma saldissime striscette di silicone. Ve le infilate proprio come fareste con una giarrettiera (o, se vogliamo, come un’autoreggente) e poi vi dimenticate della loro esistenza fino alla sera. Stanno lì, non stringono, non si schiodano, non si muovono di un millimetro; non si vedono sotto ai vestiti; non tengono caldo (alcuni modelli sono di pizzo, quindi particolarmente traspiranti) e fanno divinamente il loro lavoro, proteggendo la pelle dallo sfregamento.

onyx-beige

Vi dirò: ero molto scettica sulla loro reale efficacia; più che altro, le ho comprate perché in quel momento ero abbastanza disperata. Mai fatto un acquisto migliore in tutta la mia vita: hanno risolto il mio problema nell’arco di dieci minuti; ero commossa.
Le potete comprare direttamente dall’America sul sito ufficiale; a un prezzo decisamente maggiorato (ma con la garanzia di una spedizione lampo e niente spese di dogana) le potete anche trovate su questo e-shop italiano, che è quello da cui mi sono fornita io.
(Amo, a questo punto, sottolineare l’ineffabile bellezza di questa scena: io che mi faccio spedire presso un convento maschile un indumento intimo a forma di giarrettiera da un negozio che si chiama Red Velvet Lingerie. Qualche Santo in Paradiso deve aver ascoltato la mia preghiera, perché il tutto m’è arrivato in anonimo pacco azzurrino).
Trovate prodotti simili a prezzo inferiore anche su Amazon, ma io, a pelle, vi suggerirei di diffidare dalle imitazioni. O quantomeno: circa il prodotto originale, io vi posso assicurare che non irrita la pelle, non si sposta di un millimetro nemmeno camminando, e non si rovina dopo pochi utilizzi. Sulle imitazioni, non so garantire, quindi… se vi deludono, non venite a lamentarvi con me, come si suol dire!

***

Sono poche dritte semplici, niente di trascendentale; soluzioni di buon senso e marchi che, probabilmente, molte di voi già conoscevano… ma riunirle in un unico post poteva comunque essere d’aiuto, secondo me. In fin dei conti, anche questa è una Fashion Revolution: utilizzare quello che già si ha (o arrangiarsi con quello che le mode del momento ci fan trovare in giro, che ci piaccia o no)… e industriarsi per renderlo più adatto ai nostri canoni di modestia. Affinché niente vada sprecato.

Un anno dopo la mia #FashionRevolution

Esattamente un anno fa, davo la mia adesione, con questo post, alla Fashion Revolution. Se non avete idea di che cosa stia parlando, andatevi a leggere l’articolo incriminato, ché il discorso è lungo e complesso, e facciamo senz’altro prima. Un riassunto molto sintetico per chi non ha voglia di pigiare sul link: la Fashion Revolution è un movimento internazionale che vuole combattere quella che è una vera e propria schiavitù di ritorno, particolarmente viva nel mondo della moda.
Avete presente le magliettine da 3 euro al pezzo che troviamo nei grandi magazzini, confezionate in chissà quali condizioni di miseria per poter mantenere il prezzo così basso? Avete presente il continuo avvicendarsi sulle vetrine dei marchi low cost di modelli sempre nuovi, sfornati a cadenza bisettimanale e con chissà quanti sprechi e quante lacrime e sangue alle loro spalle?
Ecco: tutte queste belle cose, la Fashion Revolution vuole combatterle.
Il problema del “Made in China” (e quindi, dei lavoratori sottopagati nelle aree povere del mondo per permettere a noi ricchi di riempirci casa con roba superflua, epperò a prezzo stracciato) riguarda, purtroppo, moltissimi settori produttivi. Diciamo che quello del fashion mi tocca in modo particolare, perché… beh… un guardaroba sei stagioni pieno di vestitini bellini è un lusso superfluo, una vanteria vezzosa; è vanità, non bisogno. E io – da sempre così attenta a ciò che si trasmette di sè con la scelta dei propri abiti – non me la sento proprio di misurare la “cristianità” del mio guardaroba usando come unica dirimente i centimetri di pelle scoperta. Se uno schiavo bambino muore di cancro in Pakistan per tingere, in condizioni non protette, la mia accollatissima e castissima maglietta nuova a soli € 2,99… allora no, non ci sto. Quella maglietta non entrerà nel mio guardaroba.

Sarà ormai da un paio d’annetti che, comprando i miei vestiti, cerco sempre di dedicare un occhio di riguardo al “come” e al “dove” il mio capo è stato prodotto. Oggi, però, non ho intenzione di fornire consigli operativi a chi volesse intraprendere la mia stessa strada: più che altro, trovo interessante approfondire il modo in cui la mia vita di consumatrice è cambiata dal giorno della Grande Scelta.

Sono stata oggetto di parecchie critiche online, soprattutto dopo che una mia amica, convinta di far cosa gradita, ha spammato più o meno in ogni dove questo mio post con consigli per gli acquisti. Sono stata ricoperta da un’ondata di contumelie, anche molto divertenti e bizzarre, sulla linea di “radical-chic comunista arricchita”. È un po’ lo stesso atteggiamento mentale che ho notato, qualche giorno fa, nei commenti allo status con cui le Edizioni Piemme annunciavano su Facebook la pubblicazione di un libro dedicato proprio a questo tema. Se molti utenti comprendevano il nocciolo del discorso e molti altri, seppur da posizioni critiche, ponevano osservazioni degne di interesse (tipo la signora che faceva notare: “il discorso però dovrebbe essere più ampio: sono i nostri stipendi low cost che ci costringono a comprare low cost volenti o nolenti”), nella stessa pagina fioccavano commenti di ben altro tenore. “Ridicoli”, “vamp griffate che vivono fuori dal mondo”, “vorrei vedere voi col mio stipendio”, “per cortesia abbindolate qualcun altro perché io non ci casco”.
Lo trovo un dato estremamente significativo, perché mi pare indubitabile che sul tema vi sia un problema di comunicazione, come se non si riuscisse a far intendere che questa scelta di azione è motivata, il più delle volte, da una questione di etica e morale. Persino di fronte a un pubblico (come quello che legge il mio blog o i libri Piemme) che, di per sé, non dovrebbe essere poco avvezzo a boicottaggi e obiezioni di coscienza in vista d’un bene morale, non ci si riesce a spiegare.
Temo che tutti noi si stia adottando una strategia comunicativa evidentemente inefficace, e questa cosa andrebbe rivista. Per capire quali sono le motivazioni che spingono me a compiere certe scelte: di nuovo, leggete qui il mio papiello d’un anno fa.

Non ho speso poi così tanto! Comprare etico, evidentemente, ha un suo certo costo. Non così alto come potreste pensare (ci sono brand che mantengono prezzi grossomodo in linea con quelli di Zara)… però, indubitabilmente, a comprare low cost si risparmia. (E grazie al cavolo).
E allora qual è il mio segreto per comprare bene senza sbancarmi?
Fondamentalmente: comprare poco, comprare meglio, comprare in saldo, comprare agli outlet. Non solo in quelli fisici, ma anche in quelli online, che ormai ho testato e stra-testato fino al punto di consigliarveli a cuor leggero. Privalia, Saldiprivati e Vente Privee sono quelli che conosco io: lì si fanno spesso affari veri, con sconti reali (ho controllato!) fino al 70%.
In questo istante, per dire, è attiva su Saldiprivati una svendita della Timberland, un’azienda con un codice etico che lèvate… e prezzi a partire da 32 euro per un paio di sneakers, se sapete dove comprare.

Ci ho speso bei soldi, comunque, sentendomi anche scema. Perché magari non sempre ti capita di poter fare l’affarone in saldo, e, nell’urgenza di quella certa maglietta nera, ti senti anche un po’ scema a comprarne una a 30 euro se sai benissimo che da H&M la potresti trovare a 5.
Il che, sotto sotto, è paradossalmente una bellissima cosa: perché, ferita su quanto hai di più caro al mondo (ovvero, sul portafoglio), compri solo quello che ti serve. E, prima di toglierti uno sfizio, ci pensi non una, ma dieci volte.

(C’è anche da fare un’altra considerazione, se mi permettete. È ovvio che se tu mi scuci 30, 40, 50 euro per un vestito, non puoi vendermi ‘na ciofeca che si slabbra dopo un mese e mezzo – come, in un paio di occasioni, m’è tristemente capitato con vestiti di Mango e Camaieu, che non mi son durati manco una stagione. Non posso fare valutazioni sulla durata nel lungo periodo dei miei “nuovi” capi etici, perché è da relativamente poco tempo che li indosso; ma posso assicurarvi che, dopo due anni, sono ancora come nuovi. Insomma, soldi ben spesi).

Ho cominciato a comprare con criterio, sempre per il simpatico concetto di cui sopra: se spendi 20, 30, 40 euro a capo, o sei miliardaria per davvero, o devi fare una selezione.
Il vecchio “wow, fantastica la stampa a fiori di questa giacchetta: compriamola subito, così particolare quando la ritrovo?” è diventato “ok, mi serve una giacchetta: di che colore mi conviene prenderla, perché si possa abbinare ai vestiti già ho già?”.

Ho cominciato a considerare i miei capi come un qualcosa che auspicabilmente mi durerà per parecchi anni, invece di dar per scontato che di qui a poche stagioni saranno da buttare, e/o che, nel caso, li cederei alla Caritas a cuor leggero se mi rendessi conto che non li uso più.
Ai capi stretti come un guanto che cominciano a tirare se solo prendi due chili, sto preferendo dei tagli un po’ più morbidi, ché non si sa mai (soprattutto se compro a prezzo pieno, e non all’outlet di turno, giusto per ottimizzar la spesa).
Alle stampe giovanili, tipo la borsetta con Topolino, sto preferendo motivi più discreti: ché se Topolino mi diverte adesso, magari a quarant’anni no.
Non sono mai stata una che segue le mode, ma, ora come ora, eviterei di spendere soldi in capi che non abbiano un taglio senza tempo. I pantapalazzo, per quanto ne so, potrebbero balzare all’occhio come vistosamente strani nell’arco di due-tre anni; un pantalone dal taglio classico, invece, lo puoi sfruttare a vita.

Mi sono resa conto che, porca miseria, sto meglio e mi vesto meglio. Eshakti, di cui ho già parlato e parlerò ancora, è il caso più eclatante: se ti fai fare vestiti su misura da una sarta, è ovvio che l’abito ti starà divinamente bene. Ma anche senza arrivare a questi estremi: oh, ragazzi, la qualità superiore c’è, e si vede!
Le cuciture non tirano, la maglina non si slabbra, le stoffe cadono bene, le T-shirt non stingono in lavatrice scolorendosi. Erano difetti minimi che non notavo, prima, (e sui cui, tutto sommato, si potrebbe anche sorvolare), ma che adesso mi balzano all’occhio se faccio il confronto tra “vecchio” e “nuovo” guardaroba. Per l’appunto: la qualità superiore c’è, e si vede.

Ho smesso di usare lo shopping come passatempo, e questo è forse il risultato di cui vado più fiera. Se sai già che non ti va di spendere soldi da Mango o Zara, non ti viene manco la curiosità di entrarci “per vedere che novità ci sono”. Quello che prima per me era un’attività ricreativa (“sono uscita dal lavoro, voglio staccare, mi svago un po’ guardando le vetrine”), adesso è diventata una passeggiata senza scopo, così inutile che manco mi viene più in mente di farla.
(Mi piacerebbe dire che, in tal modo, ho risparmiato molto. La dura verità è che, adesso, se voglio svagarmi dopo il lavoro, butto soldi alla Feltrinelli. Ma voglio illudermi che questo accresca la mia crescita culturale).

Ho cominciato a ragionare come una donna d’altri tempi, di quelle che rammendavano i calzini invece di gettarli al primo buco, e che, se c’era da mettere mano a un capo rovinato o fuori moda, erano in grado di farlo. Insomma, è cambiato in generale il mio approccio al vestire, che si è svincolato da quello di una trentenne cresciuta a suon di Zara ed H&M, per virare verso quello di una donna anni ’50 abituata a comprare bene, a lottare per far quadrare i conti, a ottimizzare quanto già ha. Alla faccia della “vamp griffata”: semmai, mi sto involvendo (…evolvendo?) in angelo del focolare, sempre lì con ago e filo in mano per riparare questo e quest’altro e sistemarsi il vestitino buono per la domenica.
E forse, in effetti, è proprio verso questa strada che dovrebbe vertere la campagna di comunicazione della Fashion Revolution, per risultare più genuina e per catturare i più diffidenti.