In che senso, un vestito può dirsi “sostenibile”?

È ufficiale, Greta ha fatto il miracolo e improvvisamente la sostenibilità è diventata di moda. Influencer che fino a due mesi fa non si erano mai interessate all’ambiente adesso non fanno altro che pubblicare un profluvio di foto rigorosamente plastic free; in vista dei saldi, fioccano le raccomandazioni a evitare il poliestere come la morte e a comprare sostenibile. E per chi non avesse idea di che cos’è un vestito “sostenibile” i grandi marchi tipo ASOS corrono al riparo, fornendo una agevole selezione dei capi nel loro e-shop che rispondono a requisiti di sostenibilità ambientale
…dimenticandosi di qualsiasi altro aspetto. Tipo, che ASOS è uno dei pochissimi rivenditori esteri del marchio People Tree, uno storico brand di moda etica ed equo-solidale, ma ASOS non ha ritenuto di inserirlo tra i marchi “sostenibili” perché il suo criterio è di selezione si esclusivamente basato sull’ecologia: sono sostenibili quei brand che utilizzano materiali riciclati.

Di ‘sto passo, i liceali ecologisti finiranno con lo stare pesantemente sulle scatole pure a me, perché non trovo ammissibile che adesso possa passare il messaggio che “il problema della fashion industry è che inquina” e che “se ti compri il mio vestito di tessuto riciclato, allora sei una consumatrice accorta con la coscienza a posto”.
No, gente, io non ci sto. Per chi vuole, sta per iniziare un (rancoroso) soliloquio dedicato al tema

In che senso un vestito può dirsi “sostenibile”?

1) Non fa male all’ambiente

Perché il problema esiste, per carità, e va benissimo sottolinearlo. Quella del fashion è una delle industrie più inquinanti in assoluto, ed è senz’altro buona cosa cominciare a ragionarci sopra (come dicevo in un passato articolo, non bisogna essere attivisti di Greenpeace per convenire sul fatto che meno si inquina, meglio è per tutti).
Il fatto, però, ragazzi, è uno: che la fashion industry non è mai stata ecologica. Se ne erano accorti già nel Medioevo, quando diverse ordinanze avevano costretto i laboratori dei tintori a starsene lontani dal centro cittadino, a causa della sporcizia che producevano.
Oggigiorno è senz’altro vero che esistono abiti più inquinanti di altri: il poliestere, ad esempio, è additato come il Nemico N. 1 dell’ambiente, a causa della sua origine (è un derivato del petrolio) e della sua non-riciclabilità (ad oggi, non esiste una tecnologia in grado di scomporre le fibre nelle loro componenti originarie). Ma, a ben vedere, qualsiasi nostro capo d’abbigliamento porta inevitabilmente con sé una certa misura di danno ambientale. Come scrive Elizabeth Cline in Siete pazzi a indossarlo!,

Le pecore allevate per la lana possono causare erosione del suolo, inquinamento dell’acqua e perdita della biodiversità. La tintura dei pellami comporta l’uso di metalli tossici pesanti. Tutte le fibre artificiali emettono gas serra e inquinano l’acqua. E la coltivazione del cotone negli Stati Uniti richiede 10.000 tonnellate di diserbanti l’anno.

Il consumatore finale è senz’altro libero di prediligere tessuti naturali e cercare cotone biologico certificato, ma sarà bene sottolineare che, per quanto riguarda il settore della moda, il grosso problema ambientate è causato non tanto dal cosa, ma semmai dal dove e dal quanto.
Dove”, perché, nel corso degli ultimi decenni, la tecnologia che permette di rendere meno inquinante la produzione ha fatto passi da gigante, così come sono enormemente migliorate, nei Paesi occidentali, le leggi a tutela dell’ambiente. Il problema è che, negli ultimi anni, la produzione si è spostata sempre più in Paesi del Terzo Mondo, dove, mediamente, leggi simili non esistono, e in ogni caso le tecnologie necessarie avrebbero costi troppo alti.
La Cina, che produce attualmente il 10% dei tessuti mondiali, è un disastro ambientale su tutta la linea. In Bangladesh, gli scarti di lavorazione vengono riversati nei fossati come se niente fosse. Sta bene, evitare il poliestere come se fosse la morte, ma sarà meglio essere consapevoli che non necessariamente una maglietta di cotone riciclato made in Pakistan è la scelta più ecologica in assoluto.

Ma, soprattutto: il più grande problema ambientale della fashion industry sta nel “quanto”, cioè quanti vestiti (inutili) vengono immessi in commercio. Secondo il resoconto The Fiber Year 2009/2010 della Oerlikon, nel 1950 si producevano, in media, 10 milioni di tonnellate di tessuti l’anno. Oggigiorno (anzi: nel 2009/2010) la produzione annuale di tessuti ha superato le 70 tonnellate. Finché non cambierà qualcosa nel mondo della moda (che, con i suoi vestitini low cost, ci invita a comprare sempre di più, a un prezzo sempre più basso, per avere un guardaroba sempre più fornito), sarà ben difficile che il problema ambientale possa essere risolto. Più vestiti produciamo, più l’inquinamento aumenta: inevitabilmente.

In questo senso, posso capire il ragionamento proposto qualche settimana fa dalla rivista Fashionista, in un articolo che ha fatto un certo scalpore nel mondo della moda etica. Il titolo, Do we really need any more sustainable fashion brands?, celava già la risposta dell’autrice: no, non ne abbiamo bisogno, perché ogni singolo brand che nasce è comunque una fonte di inquinamento in più.
Capisco il suo punto di vista, ma è stato giust’appunto quest’articolo che ha cominciato a farmi rodere il fegato. Perché il problema non è solo ambientale, porca la miseria. E, sì, abbiamo dannatamente bisogno di nuovi brand di moda etica, perché un vestito sostenibile è molto, molto più di un vestito che, banalmente, “non inquina”.
Ad esempio è un vestito che…

2) Non fa male alla nostra economia

Posso essere cinica?
Guardando al fenomeno col distacco della storica che è abituata a pensare nel lungo periodo, a me sta anche bene se l’imprenditoria decide di delocalizzare certe fasi della produzione a causa del minor costo della manodopera. Cioè: mi spiace per le sartine italiane che perdono il lavoro, ma di casi simili è piena la storia dell’economia; temo che siano, in una certa misura, inevitabili.
Quello che a me manda in bestia, invece, è un altro problema. Abituati ai prezzi stracciati di capi prodotti nei Paesi più poveri del mondo (impiegando sarti che, oltretutto, lavorano in condizioni di semi-schiavitù) noi consumatori abbiamo perso la percezione di quale sia il prezzo equo di un capo.

La giornalista Lisa Bolton lo sintetizza così: non solo i consumatori interpretano il prezzo più basso come il prezzo giusto, ma arrivano a pensare che, se un certo marchio ti vende un abitino a 30 euro, il marchio concorrente che te ne propone uno a 100 è un delinquente che ti sta imbrogliando. Quasi nessuno, ormai, mette sul piatto della bilancia il fatto che, probabilmente, il marchio concorrente ha un inventario più ridotto, dei costi superiori, un assortimento di tessuti radicalmente diverso, o è magari un piccolo imprenditore che meriterebbe incoraggiamenti (anche solo a parole, nel caso!) invece di critiche e occhiatacce.

In Siete pazzi a indossarlo!, Elizabeth Cline intervista Alan Ng, un imprenditore nativo di Hong Kong che, dopo aver lavorato per vent’anni nell’industria tessile in Cina, ha deciso di fare il salto di carriera e ha aperto una fabbrica a Brooklyn. Attualmente, si occupa della produzione di capi di fascia alta per conto di designer esordienti, anche se, di tanto in tanto, riceve proposte commerciali da parte di brand generalisti. Ecco: Ng, che di abiti made in China se ne intende, sostiene che la gente, e persino gli addetti ai lavori, hanno completamente perso la percezione di quale sia il reale costo di un capo d’abbigliamento. Ogni giorno, la sua ditta viene contattata da potenziali clienti che si aspettano di pagare un prezzo di produzione che è totalmente irrealistico, basato sul costo del lavoro (e delle tasse, e della corrente elettrica…) nelle zone più disagiate del mondo.
Ng cita il caso di una azienda che aveva chiesto un preventivo per un bavaglino di buon tessuto e particolarmente lavorato che aveva intenzione di proporre al consumatore finale a un prezzo di 5 dollari: meno di quanto sarebbe materialmente costato alla sua fabbrica il solo produrlo. In un’altra occasione, una grande multinazionale aveva presentato a Ng il bozzetto di una T-Shirt per bambini decisamente basica: Ng aveva offerto un prezzo di produzione di 2 dollari al pezzo (…che non si può dire che sia alto…), ma è venuto fuori che la multinazionale aveva intenzione di lanciare un pack promozionale in cui sei di quelle T-Shirt sarebbero state vendute a 3 dollari.

Ora: io posso capire che sei T-Shirt a 3 dollari siano una benedizione per una famiglia numerosa, ed è ragionevole che non tutti possano (o vogliano) spendere 100 euro per un completo made in Italy. Sta bene: basta però avere la consapevolezza che 3 dollari per sei magliette sono un prezzo del tutto irrealistico, e non può in alcun modo essere usato come parametro di “prezzo equo” in base al quale sostenere che l’imprenditore nostrano sta solo spennando polli.
Con questo approccio, ci facciamo del male da soli e manco ce ne rendiamo conto.

3) Non fa male all’economia globale

Qualche tempo fa, mi ero imbattuta, su Instagram, in un post provocatorio ma estremamente efficace: qualcosa sulle linee di “ti sta sulle scatole, quel negro ben pasciuto che mendica davanti al supermercato infastidendo le donne italiane? Potrebbe trovarsi lì per colpa di quello stesso supermercato”. Seguiva il link ad un articolo secondo cui il sovra-sfruttamento ittico di molti mari africani, operato dai mega-pescherecci europei per conto delle multinazionali del cibo, ha fatto perdere il lavoro a tanti africani che, fino a qualche anno fa, sbarcavano il lunario facendo i pescatori sulla loro barchetta. E chissà che alcuni di loro, per disperazione, non abbiano poi deciso di migrare verso l’Europa.
Boh? Non è il mio campo, non me ne intendo, ma cito questo esempio perché mi è piaciuta la strategia di comunicazione. Credo che tutti noi potremmo concordare sul fatto che il modo migliore per aiutarli a casa loro sia lottare affinché, a casa loro, abbiano fine quelle situazioni di semi-schiavitù che, invece di aiutare un’area del mondo disagiata, si limitano a sfruttarla facendo leva sulla sua debolezza.

Il documentario The True Cost, ad esempio, parla a lungo della situazione di inedita difficoltà venutasi a creare tra i coltivatori di cotone in India nel momento in cui una grande azienda è diventata la leader assoluta del business delle sementi, instaurando di fatto un regime di monopolio. Il costo delle sementi è aumentato in maniera spropositata (il documentario parla addirittura del 17.000%!, sarà mai possibile?), sicché molti contadini finiscono con l’indebitarsi per acquistarle. A detta di The True Cost, in India è in crescita esponenziale il fenomeno del contadino che si suicida nel momento in cui si rende conto che non riuscirà a saldare il suo debito: pare che negli ultimi sedici anni siano ci siano stati oltre 250.000 (!) casi di suicidio tra piccoli coltivatori di cotone, la più grande ondata di suicidi in una singola categoria professionale mai registrata nel corso della Storia.
Lo stesso documentario, intervistando un cittadino di Kampur, in India (cittadino abbastanza benestante, peraltro, a giudicare dal suo abbigliamento e da quanto della sua casa si intravvede) cattura l’affermazione “tutti i nostri risparmi se ne vanno in cure mediche” (come mai? Ve lo spiego più avanti).
Ecco: decidere di lavorare con le popolazioni delle aree più povere del mondo e stabilire di pagarle con uno stipendio talmente basso che è già difficile arrivare a fine mese, figuriamoci far fronte a una qualsiasi spesa imprevista… ehm, come dire. Probabilmente, non è il modo più efficace di far uscire dalla crisi le zone disagiate, mettiamola così.

4) Non fa male alla dignità umana

Non nascondiamoci dietro a un dito: salvo casi eccezionali, la maggior parte di noi potrebbe, se volesse, sostenere un lieve rincaro del prezzo dei suoi vestiti – un rincaro tale da garantire migliori condizioni salariali ai lavoratori.
Potremmo, sì… ma la realtà è che, in ogni caso, questo piccolo sacrificio non sarebbe neanche necessario. Si stima che, mediamente, un lavoratore impiegato nelle fabbriche tessili dei Paesi del Terzo Mondo abbia un guadagno che si assesta attorno all’1% del prezzo finale del capo. Il salario della manodopera è così basso, e il margine di guadagno dei marchi così alto, che, secondo una stima del Worker Rights Consortium, i brand potrebbero permettersi di aumentare in modo significativo gli stipendi anche senza essere costretti a scaricare il maggior costo sul consumatore.
Ma ipotizziamo pure che i brand decidano di non avere alcun interesse ad atteggiarsi a benefattori dell’umanità, e di non aver la minima intenzione di rimetterci di tasca loro. Prendiamo il caso di una maglietta venduta a un costo di 29 dollari: secondo una stima della Fashion Revolution, se anche la paga oraria del sarto pakistano che la produce dovesse improvvisamente raddoppiare, il prezzo finale aumenterebbe di soli 1,5 dollari. Una cifra che a noi, oggettivamente, non cambia la vita, ma al sarto pakistano invece sì: in quel dollaro e mezzo sta la differenza tra il “salario minimo”, bassissimo, fissato per legge da (alcuni) stati del Terzo Mondo e parametrato al costo della vita, e il “living wage” che invocano invece le associazioni che s’interessano di moda etica. Quest’ultimo permetterebbe ai lavoratori di risparmiare quel tanto che basta, non dico “per concedersi uno sfizio”, ma “per poter far fronte a un’emergenza senza dover ricorrere agli strozzini e alla criminalità organizzata”.

È interessantissimo, e tristemente illuminante, leggere un reportage fatto, nel 2013, da Raveena Aulakh, una giornalista del Toronto Star originaria del Punjab, che si è infiltrata per qualche tempo in una fabbrica tessile di Dacca, lavorando sotto copertura come operaia incaricata del controllo-qualità dei capi.
La sua esperienza inizia col botto, perché al primo giorno di lavoro le viene presentata la sua responsabile, cioè la figura esperta che è stata incaricata del training della nuova arrivata, e salta fuori che il capo di Raveena è questa qua:

Meem

Meem, nove anni, parecchi dei quali trascorsi in fabbrica, ritirata dalla scuola quando, a fronte di una nuova gravidanza, i suoi genitori hanno avuto bisogno di un aiuto in più.

Di quella sua esperienza di lavoro, Raveena ricorda l’enorme fatica di stare tutto il giorno accovacciate su pile di abiti da controllare, con le ossa che, a fine giornata, gridavano vendetta. In quella fabbrica (senza estintori, senza uscite d’emergenza e con un unico buco per terra a fungere da toilet per tutti i dipendenti) si lavorava dodici ore al giorno, dalle 9 del mattino alle 9 di sera, con una breve pausa pranzo a metà giornata e il diritto a una mezza giornata di riposo il venerdì. Stipendio? 25 dollari al mese: il minimo legale, secondo le leggi in vigore all’epoca, ma a malapena sufficiente per sopravvivere (a stento, e a patto di mandare in fabbrica la figlia di nove anni invece di farla studiare).
Pensiamoci, di tanto in tanto, a queste cose, quando ci compiaciamo di aver appena comprato da H&M quel vestitino bellissimo a 8 euro.

5) Non fa male alla salute e non attenta alla vita delle persone

Pensate che una bambina di nove anni costretta a lavorare nove ore al giorno per 25 dollari al mese fosse la bruttura più brutta che potevate trovate in questo post?
Ehm, vi illudevate. Perché peggio ancora di una bambina sfruttata c’è una bambina morta – e di lavoratori morti, nel mondo della moda, ce ne sono decisamente troppi.

Ha fatto (moderatamente) scalpore, nel 2013, l’episodio drammatico del crollo del Rana Plaza, un edificio a otto piani collassato su se stesso, in Bangladesh, uccidendo 1129 persone che, in quel momento, si trovavano all’interno. Le 1129 persone si trovavano all’interno non perché fossero masochiste o sprovvedute, ma perché erano state costrette dai loro datori di lavoro, i proprietari di una fabbrica tessile che confezionava abbigliamento low cost per i grandi marchi occidentali. Nonostante l’edificio mostrasse crepe evidenti e fosse stato dichiarato non agibile dalle autorità locali, i proprietari della fabbrica avevano costretto i loro dipendenti a rimanere sul posto, per non ritardare la consegna dei capi che erano stati commissionati loro.

Ma vorrò essere buona: vorrò considerare il Rana Plaza una tragedia isolata. Pure noi abbiamo casi imbarazzanti di strutture che collassano dal nulla: ammettiamo pure per amor di discussione che sia stato un evento eccezionale e irripetibile.
Il fatto è che, purtroppo, si ripetono ogni giorno incidenti di minor magnitudo, che magari non ammazzano mille persone in un botto ma sono comunque un lento stillicidio.

Secondo un report di Common Objective, nel solo 2017 sono stati riportati 1,4 milioni di incidenti relativi alla salute nella catena produttiva del mondo fashion, il che equivale, grossomodo, a un incidente ogni 5,6 lavoratori. Tra questi “incidenti”, si fa rientrare qualsiasi episodio che mini alla salute del lavoratore, tra cui ad esempio: diagnosi di malattie derivanti dall’esposizione a sostanze chimiche pericolose (ne parlavo ad esempio qui); ustioni e intossicazioni causate da incendi divampati per un corto circuito; veri e propri incidenti in senso stretto, provocati da macchinari non sicuri o mancate protezioni. Non rientrano nella categoria, invece, i danni non dimostrabili che hanno luogo nel lungo periodo, derivanti dalla prostrazione fisica, dalla carenza di ventilazione (e, spesso, d’acqua potabile) negli ambienti di lavoro, dalle condizioni ambientali che spesso sono alla base di perdite d’udito e cali della vista… Qualche medico ha anche provato a indagare in che misura queste condizioni di lavoro finiscano con favorire aborti spontanei nelle lavoratrici: è ovviamente difficile stimare percentuali esatte, ma non v’è stato dubbio che una correlazione esista.

Ma ad essere in pericolo di vita non sono solo i derelitti sfruttati nel Terzo Mondo. Il documentario The True Cost, ad esempio, offre allo spettatore una lunga intervista a Larhea Pepper, una imprenditrice texana proprietaria di una piantagione di cotone, che, da qualche tempo, è passata alla coltivazione biologica. E questo, non perché Larhea sia una fricchettona ambientalista, ma perché ha cominciato a provare un vago senso di inquietudine per la salute sua e dei suoi figli quando a suo marito Terry è stato diagnosticato un cancro al cervello che se lo è portato via a cinquant’anni. A quanto pare, i medici che lo hanno avuto in cura avevano chiesto tra le prime cose “lei lavora mica nel settore del cotone?”: quel particolare tipo di cancro, infatti, è particolarmente diffuso in quella categoria professionale; si ipotizza una correlazione con i pesticidi utilizzati nelle piantagioni. Una ipotesi che Larhea non si sente di trascurare, anche perché, qualche tempo prima, pure suo suocero (proprietario dell’azienda di famiglia) era morto di cancro, a cinquantasette anni.

In The True Cost, dopo queste considerazioni la scena si sposta al Baba Farid Center for Special Children situato a Farikot, nel Punjab, una delle regioni che produce la maggior parte del cotone mondiale.
Sarà che, noi occidentali, gli special children li abortiamo direttamente, ma fa oggettivamente abbastanza impressione vedere la telecamera scorrere su ‘sta quantità abnorme di ragazzini storpi e rattrappiti su se stessi. Il dottor Pritpla Singh, direttore del centro, dice che per lui è abbastanza indifferente leggere le affermazioni per cui i produttori di pesticidi negano ogni possibile correlazione: oggettivamente, negli ultimi anni, in concomitanza con la crescita di coltivazioni intensive per far fronte alla domanda di cotone, si è registrata in quella regione una crescita marcata nel numero di difetti congeniti e malattie mentali nei nuovi nati (e, per par condicio, di tumore negli individui adulti). Secondo il dottor Singh, ogni villaggio rurale della zona ha, in media, dai settanta agli ottanta ragazzini che presentano un handicap fisico o un ritardo mentale grave: può anche darsi che davvero gli studi non mostrino al momento una correlazione diretta tra l’uso di pesticidi e l’aumento di malformazioni fetali… ma qualcosa sarà pur successo negli ultimi anni per causare ‘sto macello.

The True Cost

A Kampur, ad esempio, c’è voluto un po’ di tempo prima di capire da cosa diavolo potesse dipendere quell’inspiegabile boom di casi di itterizia che si verificavano tra la popolazione (“ogni anno, una casa sì e una no, c’è almeno una persona che si prende l’itterizia”, dice un locale). Ebbene: salta fuori che Kampur – capitale dell’export di cuoio a basso costo – ha un sistema fognario non proprio all’avanguardia, sicché capita che le acque di scarico delle concerie locali (50 milioni di litri d’acqua al giorno, inquinate da componenti come il cromo 6) finiscano con l’infiltrarsi nelle condutture dell’acqua potabile (è stato dimostrato, analisi alla mano, che l’unica fonte d’acqua potabile della zona è contaminata). Ebbene: il cromo 6, se ingerito, attacca il fegato, provocando, in ordine di gravità crescente, problemi di digestione, itterizia e cancro.
È lì alle perse con una figlia itterica, l’indiano dall’aria benestante cui facevo riferimento prima, che ammetteva “risparmi, ne avremmo pure, ma se ne vanno tutti quanti in medicine”. E a me mette seriamente a disagio (per usare un garbato eufemismo) pensare a tutte le morti che si potrebbero evitare se solo le leggi diventassero più stringenti e/o le aziende si sentissero in dovere di arginare questo scempio.
È ovvio che noi singoli non possiamo fare niente… eppure, paradossalmente, molto dipende da noi. Perché se noi (tutti noi) iniziassimo improvvisamente a far riferimento a una scala di valori in cui la cosa più importante non è comprare come pazzi magliettine a prezzo stracciato, ma corrispondere il giusto compenso a chi tratta i suoi dipendenti con leale dignità… ecco: allora sì che le cose potrebbero, forse, pian piano, cominciare a cambiare.

E poi leggo la mega-influencer trasformatasi in ambientalista che dice “ragazze mi raccomando, ai saldi comprate sostenibile: in swipe up vi linko una maglietta prodotta da schiavi bambini, ma, ehi!, super sostenibile, perché è fatta di buccia d’arancia!”.
Mph.

Se volete dar retta a me: quest’anno, ai saldi, provate a comprare:

  • solo se vi serve;
  • da un marchio fairtrade (qui ne trovate una lista lunga, ma non completa);
  • o magari addirittura da una delle tante artigiane italiane che ci sono su Etsy, perché no?, io ne conosco di meravigliose;
  • o, se proprio proprio: comprate dove vi pare, ma almeno senza il retropensiero che se il prezzo in saldo è più alto del prezzo che trovate da H&M, allora quell’altro marchio è un ladro, e chiunque lo compri è un deprecabile idiota:

ed ecco: a quel punto sì, potrete effettivamente dire di aver comprato sostenibile.

49 risposte a "In che senso, un vestito può dirsi “sostenibile”?"

  1. Claudia

    Bellissimo articolo!. Dovrebbero diffonderlo nelle scuole! L’unica via per me è limitare gli acquisti superflui e comprare nei negozi etici – seconda mano, riciclare e così via. Lo “compro, lo metto qualche volta poi casomai lo regalo in un cassonetto giallo” non sempre è una buona idea. La mole di vestiti (come già accennavo in un altro post) intasano le produzioni dei Paesi in via di sviluppo e rappresentano un problema per lo smaltimento.

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    1. Lucia

      …scoprire la qual cosa (il fatto che i vestiti usati mandati nei Paesi in via di sviluppo) facciano più male che bene, mi ha stupita e addolorata quasi quanto lo scoprire tutto quello che c’è dietro al disastro dell’industria della moda in generale.
      Ne avevo parlato diffusamente (ehm, fin troppo) nel paragrafetto “fa male all’economia globale”, poi ho cancellato perché allungava troppo: immagino a questo punto che a breve uscirà un articolo a parte dedicato al tema 😉

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          1. blogdibarbara

            Il problema è che non ci sono anche aspetti negativi: ci sono SOLO aspetti negativi. L’autrice, economista africana di alto livello, mostra con dati inoppugnabili che il progressivo impoverimento di certi stati africani è direttamente proporzionale alla quantità di aiuti ricevuti, mentre quelli che dalla povertà si stanno un po’ alla volta risollevando, sono quelli per i quali gli aiuti sono stati, se non proprio azzerati, almeno drasticamente ridotti.

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          2. Lucia

            Molto interessante il libro che citi Barbara, grazie! Lo leggerò con curiosità.

            Sul “perché non se ne parla”… mah. Personalmente, non escludo che ci siano grossi interessi in gioco (possibilissimo), ma non escludo che una componente di questa reticenza a parlarne sia data dalla legittima preoccupazione “eh, ma poi così facciamo passare alla brava gente la voglia di far del bene”.
            Cioè: io personalmente avrei paura che, a fronte di un servizio in TV che rende popolari questi temi, la gente decidesse “ah beh allora io non faccio più beneficenza punto e basta in nessun caso”, che è pure sbagliato. Penso che ci vada un enorme equilibrio per parlarne senza far passare il messaggio sbagliato, e penso (spero) che sia questa la ragione principale per cui si parla poco di questi temi nei canali “generalisti”…

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          3. blogdibarbara

            Io invece (abbi pazienza: tu sei buona e candida e io sono cattiva e cinica…) credo che il motivo principale sia che intorno alla beneficenza, così come intorno a tantissime altre cose, c’è un giro d’affari pazzesco che nessuno ha voglia di far cessare. All’inizio della recensione ho accennato a una mia esperienza personale, che è questa. Nella seconda metà degli anni ’80 mi trovavo a Mogadiscio quando è arrivata dall’Italia una nave di riso. Sapendo, evidentemente, come va a finire quando si mandano soldi, soprattutto in una dittatura militare, anziché mandare soldi si è preferito mandare qualcosa di più concreto – dando comunque per scontato che fra la cifra elargita per l’acquisto del riso e quella effettivamente spesa ci sarà sicuramente stata una differenza non del tutto trascurabile. Comunque, arriva questa nave di riso, lo scaricano, chilometri e chilometri di camion carichi di sacchi di riso, e … un mese dopo un chilo di riso costava l’equivalente di un mese di stipendio di un professore di scuola media, di un poliziotto, di un impiegato di banca. Di tutto quello mandato – coi nostri soldi, per inciso – metà è andata nelle dispense di Siad Barre e l’altra metà all’esercito. Quel poco che si trovava in commercio era quello che i militari vendevano a peso d’oro.
            Quello che invece arriva a destinazione va a incrementare, come documenta l’autrice, il circolo vizioso di dipendenza dagli aiuti, che è esattamente ciò che impedisce di sollevarsi dalla miseria.

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          4. Lucia

            No beh, buona e candida sì ma non con le fette di prosciutto davanti agli occhi XD
            Che ci siano enormi interessi economici in Africa su come approfittare (e abusare) degli aiuti umanitari che arrivano, purtroppo non lo metto in dubbio. E non escludo che talvolta ci siano interessi non dichiarati anche in Occidente, son cose che purtroppo capitano spesso quando c’è di mezzo un grosso giro di denaro.

            Si tratterebbe, in ipotesi, di lanciare una coraggiosa inchiesta giornalistica e vedere cosa ne esce.
            Un coraggio che non è che manchi, per altri aspetti (inchieste di denuncia ce ne son state tante, negli anni); ma secondo me qui c’è una ulteriore ritrosia data appunto dal fatto che non è così facile additare “il cattivo”. E soprattutto si rischia di far passare al pubblico il messaggio sbagliato, tipo, che ne so “ah in TV han detto che la beneficenza fa male, ergo non assegno più il mio 5 per mille alla ONLUS che assiste i disabili del quartiere”. Sai, la gente è scema 😐

            O almeno: al netto di tutti gli interessi e del magna-magna che sicuramente c’è in certi casi, oltretutto quando il denaro arriva in Paesi in balia della guerriglia e della criminalità organizzata, io mi porrei pure questa ulteriore preoccupazione, se fossi ad esempio il produttore di un programma tv che potrebbe interessarsene…

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  2. Eleonora

    Ciao a tutte! Come ho già scritto in un precedente commento ( so che sono di parte, ma lo dico perché é vero! ), mi trovo spesso a parlare con persone che spesso pensano che comprare dai sarti artigiani sia costosissimo, quando in realtà i prezzi non sono certo da H&M ( anche perché, ve lo assicuro da studentessa sarta, la qualità della roba di H& M e negozi low costo lascia davvero a desiderare sia in materiali che in finiture), ma non sono molto più alti del comprare da un negozio equo solidale, senza contare il fatto che l’abito é fatto su misura della persona ( quindi corregge tutti i difetti, cosa non sa poco) e che aiutiamo ad andare avanti i piccoli ma esperti e talentuosi artigiani italiani. Talvolta vale la pena informarsi. Certo non vale la pena rivolgersi alla sarta per farsi fare una t-shirt o una tuta, ma sicuramente un abitino o qualcosa di un po’ meno da tutti giorni allora si, vale la pena sentire anche le sarte, che spesso a parità di prezzo di un buon negozio ti fanno un capo di qualità pure più alta. E siamo sicuri che non sfruttiamo proprio nessuno, anzi! 🙂 Più che altro resta il problema del reperire stoffe solidali, però io nella mia esperienza purtroppo non ho mai visto nei negozi di stoffe dare nessuna indicazione sulla provenienza del tessuto, o se sia biologico o no, perciò troverei difficile, a parte prediligere una materia prima naturale ( di qualità e resa pure decisamente più elevate di quelle sintetiche), scegliere delle stoffe solidali. A meno di non comprare su internet, con l’inconveniente però di non poter vedere il prodotto, e sulle stoffe purtroppo questo non é un bene… Se avete dei negozi da consigliarmi in tal senso, accetto suggerimenti! Ciao a tutte!!!

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    1. Lucia

      Io ad esempio trovo che sia molto conveniente, in termini di qualità/prezzo, farsi fare le gonne, dalle sarte.
      Vabbeh, nel mio caso è questione di gusto personale, ma ad esempio io durante la bella stagione sfrutto tantissimo la combo “top basico in tinta unita + gonna ampia anni ’50”, colorata e, spesso, con stampe allegre e particolari. (Per far capire quanto particolari: ho una deliziosa gonnellina con delle caffettiere moka stampate sopra, e me ne sono recentemente comprata una con dei disegnini di cagnolini XD)
      Nel mio caso, ad esempio, è conveniente, rivolgermi a una sarta per questo tipo di acquisti: posso sbizzarrirmi scegliendo la stoffa che piace a me, e oltretutto una gonna a mezzaruota costa poco, perché è facile da fare. (Così facile che prima o poi mi deciderò a fare il salto di qualità e prenderò coraggio per provare a confezionarmene una io… vediamo cosa ne esce XD)
      Quindi sì, confermo: andare da una sarta può rivelarsi sorprendentemente poco costoso se si desidera qualcosa di particolare (o se si ha una conformazione fisica che è difficile vestire nei negozi normali: es. la nonna di un mio compagno di classe era non solo una taglia forte, ma una taglia forte molto sproporzionata, sicché l’abbigliamento per taglie forti “da negozio” la vestiva comunque male e abbisognava comunque di modifiche. Questa andava dalla sarta anche solo per farsi confezionare una blusa da mettere sui pantaloni, e in effetti aveva risolto il suo problema.

      Il problema delle sarte italiane, oggi, è che secondo me non si sanno “vendere” bene. Il paradosso è che io compro spesso da sarte italiane, ma quasi esclusivamente online, tramite il loro eshop. Se penso alle sartorie fisiche che conosco io personalmente in città, si va dal negozietto in periferia della sarta cinese che ti fa ottimamente le riparazioni, ma non vuole la responsabilità di creare un capo nuovo da zero (già provato a chiedere, ma mi han sempre detto di no) all’atelier chiccoso della sarta rinomata in centro, che però lavora quasi esclusivamente su vestiti da sposa e abbigliamento di lusso, e, quando le chiedi qualcosa di più modesto, ti spara un prezzo francamente eccessivo.
      Fino a qualche anno fa, avevo due sarti di riferimento con cui mi trovavo benissimo: una era anzianissima è andata giustamente in pensione; l’altro ha chiuso il negozio dedicandosi ad altro.
      😦

      E io, quando capita, ripiego sulle sartorie online… che però non sono esattamente la stessa cosa, ‘nsomma.

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        1. Lucia

          Aiuto: è da un po’ di anni che non ci vado più (perché appunto hanno chiuso, sigh sob) e non vorrei ricordare male, ma mi sembra di ricordare che, solo di manifattura (cioè senza il costo della stoffa, da comprare a parte) prendesse circa 30 euro.
          Poi ovviamente il costo finale aumentava a causa della stoffa, anche perché (giustamente, direi :P) già che c’ero andavo a cercarmi la stoffa particolare, con quella resa carina, con quella stampa graziosa… e giustamente questo faceva alzare il prezzo.

          Nelle sartorie online da cui mi capita di servirmi adesso (cioè: piccoli laboratori artigianali di sarte che vendono tramite e-shop, niente di più :-P) vedo che i prezzi variano da 45 (minimo storico mai registrato a mia memoria XD) a 80, ovviamente stoffa inclusa (e, nella maggior parte dei casi, si tratta di stoffe abbastanza particolari).

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          1. Claudia

            Allora ci siamo quasi con i prezzi. La mia sarta (quella dalla quale aggiusto e modifico gli abiti) per una gonna a ruota mi ha chiesto 45/50 € di manifattura. Se ci si aggiunge la stoffa si arriva a 80€ facilmente.

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          2. Lucia

            Eh, grossomodo sì.
            La gonna a 45 euro che avevo visto io online, ad esempio, era una taglia unica (con l’elastico in vita) (quindi non dovevi perdere tempo a tagliare il cartamodello, la producevi in serie) e con una stoffa carina ma niente di che, un cotone colorato se ben ricordo. Grossomodo, lì siamo.
            (Anche se secondo me – mio personalissimo parere – 50 euro di solo lavoro per una gonna a mezzaruota è un po’ caruccio :-O Non conosco ovviamente le spese vive, il costo dell’affitto etc., ma è uno di quei casi in cui mi verrebbe da dire: “certo che, a tagliare un pochino sul prezzo, magari riusciresti a fare qualche affare in più”…).

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  3. blogdibarbara

    Standing ovation. Non che questo sia l’unico pezzo a meritarlo, però questo di più, con quella robusta dose di sana incazzatura, oltre che per la consueta ricca e accurata documentazione.
    PS: io ho ancora la gonna comprata coi soldi che mi ha regalato mia nonna per la laurea, nel 1976.

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    1. Lucia

      XDD

      I sentimenti forti pagano sempre, su Internet XD

      Comunque sì, cavolo, dispiace. Spiace che non si riesca mai a trovare una via di mezzo. Ripeto: a me, la sensibilizzazione per un minore inquinamento va benissimo, ma se passa il messaggio che l’impatto ambientale è l’unico parametro da valutare per decidere se una cosa è “buona”… :-\

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      1. blogdibarbara

        E’ che le semplificazioni sono comode: io mi occupo dei diritti degli animali – e pazienza se ci sono bambini che muoiono di fame, tu ti occupi dell’inquinamento – e i bambini operai schiavi che raramente arrivano a compiere 12 anni vadano al diavolo, tua cugina combatte contro la pena di morte – peccato che, con l’unica, credo, eccezione degli Stati Uniti questa sia in vigore in stati assolutisti per cui si limita a protestare contro l’unico Paese in cui può riuscire a farsi ascoltare, e i condannati a morte nordcoreani, cinesi, iraniani, vadano a farsi f*. Affrontare i problemi in tutta la loro complessità richiede neuroni funzionanti, buona fede e tanta buona volontà, tutte merci che, a guardarsi attorno, sembrano ormai fuori produzione e non restiamo che noi, ultimi avanzi di magazzino.

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          1. blogdibarbara

            E’ da un po’ che ho in mente un post sulla plastica; prima o poi lo farò e sicuramente linkerò questo splendido post (e grazie per avermi fatto conoscere questo tizio, che non conoscevo). E’ impressionante vedere come improvvisamente comincino a dilagare mode prive di senso e spesso basate sul nulla: c’è stato il tempo in cui a mangiare due uova in una settimana rischiavi di morire prima di diventare maggiorenne, e quello in cui un milligrammo di grasso nella carne era peggio di Satana in persona, e poi quello del glutine (no, non sono celiaco, ma meglio andare sul sicuro), e l’olio di palma… A proposito, questa è una delle migliori in circolazione

            E tutte o quasi, prima o poi, passano di moda. A proposito, da quant’è che non si sente più parlare della terrificante spada di Damocle del buco dell’ozono?

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          2. Lucia

            🙂
            E’ un chimico (credo. O comunque uno scienziato) abbastanza popolare su Internet, è molto attivo e ha un buon seguito. Si occupa principalmente di nutrizione, ha anche pubblicato un paio di libri cartacei che ho sfogliato con curiosità. Potrebbe piacerti: ha posizioni volutamente anticonformiste (o forse, anti-anticonformiste. ‘nsomma, è uno che dice che la plastica va bene quando le masse si mobilitano per boicottarla, non saprei bene da quale lato del conformismo collocarlo ma comunque ci siamo capiti XD).
            Di sicuro, sa come comunicare. A volte in toni fin troppo provocatori per i miei gusti (ma che indubbiamente funzionano), ma è un gran comunicatore. Interessante da leggere, direi: dacci un’occhiata 😉

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  4. sircliges

    «Quello che a me manda in bestia, invece, è un altro problema. Abituati ai prezzi stracciati di capi prodotti nei Paesi più poveri del mondo (impiegando sarti che, oltretutto, lavorano in condizioni di semi-schiavitù) noi consumatori abbiamo perso la percezione di quale sia il prezzo equo di un capo.»
    « 3 dollari per sei magliette sono un prezzo del tutto irrealistico, e non può in alcun modo essere usato come parametro di “prezzo equo” in base al quale sostenere che l’imprenditore nostrano sta solo spennando polli. Con questo approccio, ci facciamo del male da soli e manco ce ne rendiamo conto. »

    Hai toccato uno dei problemi centrali dell’economia contemporanea: cos’è e come si calcola il “prezzo equo” di una merce
    https://it.wikipedia.org/wiki/Fair_value
    in particolare se esso sia completamente lasciato alla libera contrattazione delle parti (anche quando una di esse è in condizione di vero e proprio sfruttamento), oppure debba riflettere dei parametri oggettivi e necessari; e se in tal caso l’autorità possa mettere dei paletti, e se ciò sia opportuno o controproducente, eccetera.
    Qui si parla di vestiti, ma per dire, anche tutta la discussione sul “salario minimo per legge” è un’altra variante del problema.

    La dottrina sociale della Chiesa su questo argomento avrebbe molto da dire, basti pensare che uno dei quattro peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio è “defraudare l’operaio della giusta mercede”.

    Purtroppo in questo momento la dottrina sociale della Chiesa è un po’ trascurata… :-/

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    1. Lucia

      Eh.
      Io una volta mi son sentita rispondere, in una passata discussione sul tema, che “eh beh ma è il mercato, il prezzo di una merce o il valore di un lavoro lo stabilisce il mercato, con le sue leggi”.
      Grazie: sol per quello, una volta le leggi del mercato contemplavano pure lo schiavismo e la servitù della gleba. Erano modelli economici che funzionavano pure benissimo, sol per quello!

      Il fatto che una situazione sia secondo le leggi del mercato, mica vuol dire automaticamente che sia giusta.

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  5. Murasaki Shikibu

    Sconforto & malinconia.
    Qualcuno ha detto che la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni. A questo punto mi sembra chiaro che, se davvero esiste un inferno, ci finiremo tutti perché l’abbigliamento sembra un classico settore del “come fai sbagli”, e d’altra parte non possiamo andare in giro nudi – non soltanto per ragioni di decoro e pudore, che al limite potremmo anche decidere che sono valori piccolo-borghesi e ignorarli: purtroppo i vestiti, oltre ad importanti funzioni sociali e decorative, svolgono anche importanti funzioni climatiche e insomma anche in un paese a clima piuttosto caldo come l’Italia il nudismo è praticabile solo per una piccola parte dell’anno pena gravi complicanze mediche. Tuttavia una filiera come quella dell’abbigliamento strutturata così non può durare a lungo perché sta già divorando sé stessa oltre a un sacco di brava gente e può andare in tilt da un momento all’altro, con conseguenze rovinose sull’economia mondiale.
    Insomma, la situazione è DAVVERO complicata ed esserne consapevoli può già essere un primo passo. Come passo successivo, potrebbe essere utile guardarsi intorno con attenzione. Per esempio nel mio paesello di provincia ho scoperto un negozietto che vende abiti e bigiotteria indiani… o meglio mdi stoffe indiane lavorati da sarte italiane. I risultati sono belli e i prezzi decorosi ma tutt’altro che stracciati. Ci sono capitata giusto un paio di giorni dopo aver letto uno dei tuoi deprimentissimi post sulla questione – ma credo che l’avrei guardato con interesse in ogni caso.
    Il problema è che io faccio un po’ repubblica per conto mio: compro pochi vestiti, li uso per molti anni perché mi ci affeziono, seguo una mia moda personale, non soffro di shopping convulsivo… e vengo da una generazione che aveva con i vestiti un rapporto diverso, insomma sono piuttosto fuori da questo circuito orripilante. Comunque insegno (anche) Geografia alle medie, e l’anno prossimo proverò ad esporre la questione alle terze che mi capiteranno tra le mani. Può essere un modo per portare un piccolo contributo. Intanto mi appunto il libro che hai citato, e grazie per questo post agghiacciante.

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    1. Lucia

      No, grazie a te, Murasaki!
      Perché sapere che si comincerà a parlare di questi temi nelle scuole mi fa davvero tantissimo piacere… e, se l’ispirazione deriva almeno in parte dai miei articoli, mi inorgoglisce pure 😉

      In questi giorni anche un’altra professoressa (di Religione, in una scuola superiore, credo) mi ha detto che, l’anno prossimo, ha intenzione di affrontare il tema in classe. A lei come a te, dico di tornare da queste parti nelle prossime settimane, perché, a questo punto, prima che inizi l’anno scolastico proverò a stilare un elenco di libri e di risorse che potrebbero aiutare (magari anche più di Siete pazzi a indossarlo, che oltretutto è un po’ datato; la stessa scrittrice ne ha pubblicato un altro pochi mesi fa. Lo cito spesso, più che altro perché è l’unico pubblicato in Italiano :-P)
      Materiale ce n’è tanto, provo a radunarlo tutto con un qualche criterio e poi lo abbandono alla Rete, magari serve a qualcuno, chissà 😉

      Il tuo lungo preambolo sulla impossibilità pratica di votarci tutti al nudismo, che a prima lettura mi ha fatta ridere XD in realtà è proprio vero, scherzi a parte. Qualche settimana fa ho avuto modo di visitare Oscalito, un maglificio (di fascia alta) che svolge tuuuutte le fasi della produzione a Torino, in un piccolo stabilimento che fa tutto quanto in loco: tessitura, taglio, cucito, confezionamento. Una bella realtà, da quanto ho avuto modo di vedere.

      Ambeh: il proprietario di Oscalito faceva esattamente il tuo stesso discorso. Per sopravvivere, diceva lui, l’essere umano ha bisogno di due cose: alimentarsi e coprirsi per proteggersi dalle intemperie. Sono i nostri due bisogni-base. E aggiungeva: alla nostra alimentazione, stiamo giustamente attentissimi, compriamo cibi biologici, cerchiamo di avere una dieta variata, ma non solo: ci interessiamo di cucina, ci informiamo sulle origini di un certo prodotto, la TV è piena di programmi di divulgazione eno-gastronomica…
      Se invece prendiamo in esame il nostro altro bisogno primario, quello di vestirci… meh. Basta che sia. Non ci interessa conoscere le origini di un capo, non ci interessa nemmeno sapere se è stato tinto con coloranti che ipoteticamente potrebbero portare danni alla nostra salute: basta che costi poco e che sia bello (e/o griffato), e ce lo prendiamo. In effetti, è una grande contraddizione.

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      1. Claudia

        Ci fate caso anche della grande contraddizione con l’alta moda? Si va da un eccesso ad un altro. Ho visto la gonna di un famosissimo stilista a 1450 euro. Gonna di cotone stampato modello a ruota…ora voglio capire che ha una fantasia esclusiva (comunque una stampa di gerani) ed è di puro cotone popeline, ma come ci arrivi a 1450€ ? Eppure c’è gente che la compra e forse non sa che potrebbe essere stata realizzata da una sarta cingalese per 5€ di manifattura.

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  6. Betty

    Ohi Ohi che male che fa il tuo articolo………….
    Lavoro nella ditta di mio marito che fa parte dell’ormai agonizzante e morente settore tessile italiano, la storia della percezione del prezzo equo è la nostra croce, non sai che prezzi dobbiamo fare per resistere alla concorrenza di Cina e altri sottomondi, erodendo sempre di più i margini e togliendo risorse a innovazione e rinnovamento tecnologico: in altre parole, ossigeno.
    Stiamo morendo strozzati e i rari fenomeni CHE PRODUCONO IN ITALIA (e non importano ) e che guadagnano uno sproposito giocano sporco, e non approfondisco…
    Il problema principale è che la Legge italiana concede il marchio Made in Italy con solo il 20% di lavorazione eseguita in Italia, perciò basta applicare una cerniera e due cuciture per essere Made in Italy; i grandi marchi della moda ne approfittano largamente facendo fabbricare il grosso in Cina, Vietnam o Pakistan e importando escludendo tutti noi dalla filiera, gli abiti che si vedono in passerella saranno fatti dalle sartine italiane ma quello che compri in negozio…fabbricato all’estero!
    Sta morendo tutta una cultura ed un know how; mi rendo conto come te che i cicli della storia sono così, le zone produttive cambiano e le ricchezze si spostano, però è così triste….
    Ciao
    Betty

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  7. Claudia

    Per lavoro ho saputo di un notissimo marchio italiano che importava jeans dalla Cina ad 8 euro il pezzo che venivano “italianizzati” in provincia di Macerata e venduti a 500 euro il pezzo. Siamo in una società di contrapposizione strane. Da una parte la moda a 5euro il pezzo è dall’altra i prezzi folli delle grandi griffe. È in mezzo se si chiedono 50 euro per una gonna sembra uno sproposito!

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    1. Lucia

      Elena!!!
      Ma ciao! Piacere di ritrovarti, che bello! :-DD

      Ma in realtà io di vestiti ho sempre parlato, di tanto in tanto! Una volta parlavo solo di modest fashion per non essere alla moda senza scoprirsi troppo, adesso sono passata alla moda etica giusto per complicarmi la vita un po’ di più 😉

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        1. Eleonora

          Il problema per le sarte italiane é anche lo spropositato costo del mantenere un negozio aperto, per questo Lucia, come dici tu, molte chiudono. La mia insegnante tra tasse, partita iva,ecc…solo di sartoria non riuscirebbe a campare purtroppo. E così bisogna alzare i prezzi sul prodotto finale per riuscire a metterci in mezzo le tasse, l’affitto del locale, ecc…diciamo che spesso, se si riesce a rivolgersi ad una sarta che lavora in casa, già lei può permettersi di abbassare il prezzo non dovendo aggiungere tutta una serie di spese che prescindono dal lavoro in se e che ammazzano tutti i piccoli artigiani italiani. Io, personalmente, lavorando in casa, per una gonna a ruota o a mezza ruota semplice altezza ginocchio chiederei sui 30-40 euro massimo, a seconda che abbia il cinturino o la cerniera, esclusa la stoffa. Un buon cotone però, a scampoli, si trova anche sui 6 euro al metro, quindi diciamo che aggiungendo 10 euro, massimo 15, il prezzo giusto per una gonna fatta da una sarta in casa si aggira dai 40 ai 55 euro stoffa, cerniera e fili compresi. Però certo, chi ha un negozio deve forzatamente metterci un sovrapprezzo, purtroppo. E infatti lo stato italiano, se davvero volesse aiutare il vero made in Italy e i piccoli, bravissimi, artigiani italiani, dovrebbe cercare di ridurre le spese per chi mette su un’attività, altrimenti ci mettono in seria difficoltà e ne va anche della qualità del prodotto finale. Perché comunque un abito fatto su misura é di qualità decisamente superiore che un capo industriale anche della migliore qualità. Anche perché, a parte i negozi cinesi o altamente low cost, se si compra da negozi tipo Rinascimento o simili che hanno abiti di qualità medio alta, i prezzi non sono così diversi da quelli di una sarta anzi, a volte essendo di marca costano anche di più ( una gonna a ruota a faldoni una mia amica l’ha pagata 200 euro, che quando ne chiedi 60 di lavoro e ne spendi 20-30 per una bella stoffa é un prezzo più che giusto! O.O ). E questo a mio parere é una cosa assurda! Infatti da quando studio sartoria ho smesso di comprare vestiti nei negozi…non mi dà più manco gusto…quelli che costano poco sono fatti male e quelli fatti bene hanno prezzi esagerati…cmq Lucia la gonna a ruota é una stupidaggine! Se vai a fare un corso base di cucito tanto per imparare a usare la macchina e poi ti prendi burda per i cartamodelli la confezioni senza problemi! 😉

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          1. Claudia

            Sono d’accordo con te tranne che su una cosa….gli abiti di Rinascimento (tranne qualche eccezione che conferma la regola) secondo me sono di bassa qualità. A dispetto del nome evocativo e dei prezzi piuttosto alti difficile trovare un capo che non sia 100% poliestere, le fodere sono praticamente sconosciute e anche la manifattura lascia a desiderare. Con qualche eccezione come ricordavo prima.

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  8. Eleonora

    Bhe allora si vede che quelle poche esperienze che ho avuto, ho beccato i pochi capi decenti. Ora non vado più per negozi, ma ho un paio di abiti di Rinascimento che ho acquistato anni addietro che non sono male, sono rifiniti decentemente. Si vede che sono stata fortunata, considerando tra l’altro che all’epoca non avevo l’occhio critico che ho ora! Abiti di buona qualità come manifattura ( con orli fatti a mano e cuciture interne rifinite ) a un prezzo abbordabile comunque li ho trovati solo negli outlet di abiti di marca o nelle confezioni ultimamente, a meno che uno non se li faccia fare

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  9. Eleonora

    Il problema della tracciabilità di stoffe e tessuti però purtroppo rimane in tutti i casi, anche per abiti fatti fare su misura, e come dice Lucia é davvero un peccato che non siano note le filiere, perché l’unica cosa su cui uno può basarsi nel comprarle é in effetti la maggiore o peggiore purezza del tessuto, ma tutto quello che c’è dietro, coloranti, tinteggiatura, lavorazioni particolari, non si sa nulla in effetti, e in effetti é vero come si faccia attenzione al cibo e non a cosa indossiamo…purtroppo manca la legislazione su questo, perché l’unica cosa che si trova in etichetta sono le percentuali di tessuto del filato, e se si é fortunati i commessi ti sanno dare indicazioni su lavaggio e stiratura, ma niente di più. Perciò ringrazio Lucia che ci ha comunque messo in luce il problema, del tutto sconosciuto per me onestamente.

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    1. Lucia

      Eleonora, io qui ti parlo da completa profana, cioè da semplice consumatrice che ogni tanto si sente dire dal venditore “uh sì sì brava ottima scelta, questo vestito è di un cotone certificato secondo il disciplinare tal dei tali”.
      Però, da quello che posso vedere io da consumatrice, qualche certificazione internazionale che traccia la provenienza delle stoffe accertando che sono stoffe “buone”, esiste.
      Da quello che mi è dato di capire, la più diffusa è la GOTS (Global Organic Textile Standard) che certifica la provenienza del filato da coltivazioni biologiche; poi conosco la OEKO-TEX che ha un mucchio di sotto categorie per i vari tipi di prodotto (pelle, filati bio, etc) e la FWF (Fair Wear Foundation), che si focalizza di più sul lato umano e sulle condizioni di lavoro degli operatori coinvolti nel processo di tessitura.

      Magari son cose che sapevi già e che ritieni comunque insufficienti, o magari no, chissà 😉
      A naso, per non capirci niente, mi vien da pensare che se queste certificazioni esistono, in qualche modo sarà pure possibile mettere paletti al proprio fornitore, “presentami solo un campionario di stoffe certificate GOTS”. Però non so, effettivamente, quando il discorso sia praticabile se si parla di singole sarte che vanno nel negozio di stoffe a comprare qualche metro di stoffa per confezionare alla cliente la famosa gonna a ruota 😉
      Io ti posso dire che vedo frequentissimamente queste certificazioni sui capi che compro da brand di moda etica, ma lì ovviamente mi sto servendo da una vera e propria azienda con chissà quanti agenti che si occupano della questione a tempo pieno. Non so quanto sia praticabile per una singola sarta andare dal suo fornitore e dire “da oggi solo OEKO-TEX”, magari la guardano come se fosse una aliena XD

      Nel caso, però, tu prova :-PP

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  10. Pingback: Nella moda, copiare è di moda – Una penna spuntata

  11. Laurie

    A parte che ti intaso il blog con i miei commenti, purtroppo è proprio maledettamente vero che è difficile cercare di essere etici in questo campo (e sono proprio l’ultimissima persona che può scagliare la prima pietra, nonostante ci provi).
    Da me quasi non ci sono sarte e comprare online, da studente senza conto in banca, è difficile perché vuol dire che devo scomodare mia mamma ogni volta, senza contare che c’è sempre il problema che si compra senza provare (in particolare quando, come me, si hanno due taglie: una per i fianchi e un’altra per il busto…)
    Buona sicuramente l’idea di parlare nelle scuole, ma credo che il problema sia proprio che si passa da un estremo all’altro, nel senso che se da un lato c’è chi vende le cose a due lire (qui credo che si rifornisca comunemente la maggior parte della popolazione dei comuni mortali), dall’altro ci sono le cose a prezzi esorbitanti (neanche fossero ricamate in oro!, che compreranno in pochi). Quindi, è facile che la via di mezzo, magari made in italy (ma se basta il 20% della lavorazione, come dicevate su, è davvero made in italy?! Come si fa a capire?), che costa un po’ di più, può essere difficilmente abbordabile per molti … se non ci fosse l’alternativa low low cost (un solo low mi sembra poco) bisognerebbe adattarsi e prendere tutti le cose intermedie (con conseguente meno spreco di risorse perché bisognerebbe ragionare sugli acquisti, come dicevi sopra).
    L’unica soluzione è reintrodurre economia domestica per imparare a cucire!! (Ma a casa mia c’è solo la singer a pedali della bisnonna che, forse, funziona ancora, ma è lì per decorazione…)

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    1. Lucia

      Ehm, non vorrei sembrare troppo “la maestrina della situazione” con questo commento XD però ne approfitto per dare (a te o a chi passasse di qui) due dritte sui modi in cui, secondo me, è fattibile comprare etico. Perché io, ad esempio, guardando ai miei acquisti degli ultimi anni, mi sento relativamente “a posto con la coscienza”, cioè, ho comprato quasi sempre in modo etico, ma senza ammazzarmi di fatica.

      Lascio qui le dritte di come ho fatto:

      1) COMPRARE DA INTERNET, e qui mi rendo perfettamente conto che in assenza di carta di credito e conto in banca, la cosa diventa complicata. Sono abbastanza convinta che esistano delle ricaricabili o delle prepagate che possono essere usate anche se non sono collegate a un conto in banca, ma non me ne intendo molto, e so che di recente sono anche cambiate le modalità d’uso a causa della legge antiriciclaggio. Io, per un po’, anni fa, ho usato una carta PayPal che ricaricavo in contanti dal tabaccaio, mi trovavo molto bene ma non so se le cose siano cambiate nel frattempo. Comunque sì, senza Internet temo si vada poco lontano 😛

      2) COMPRARE IN SALDO, perché sennò davvero ti spenni. “Saldo” non vuol dire solo durante i saldi estivi o invernali, perché le regole per le vendite online sono diverse e tutti quanti gli e-shop di cui mi servo io hanno sempre una sezione “Sale” o “Outlet” che è aggiornata di volta in volta con gli avanzi di magazzino. Ovviamente dipende da marchio a marchio, ma ti dirò: comprando in saldo, quasi mai ho speso più di quanto avrei speso comprando un analogo capo d’abbigliamento, a prezzo pieno, in posti tipo Zara o Mango.

      3) VIVERE IN SIMBIOSI AL METRO DA SARTA, nel senso che quello di non sapere che taglia prendere secondo me è un po’ un falso problema. Se compri direttamente dall’e-shop del singolo marchio (non da siti generici tipo Zalando, Asos, etc), l’e-shop ha sempre una “size chart” molto precisa che ti elenca nel dettaglio la circonferenza seno – vita – fianchi per ogni taglia. Alcuni marchi (ma non tutti) hanno addirittura specifiche sulla vestibilità dei singoli capi (es. la taglia 44 ha una circonferenza fianchi di 90 ma questa gonna ha una circonferenza fianchi di 102 – così ti rendi conto più facilmente di quanto è svasata e di come ti vestirà, e valuti).
      Onestamente: basandomi sulla tabella taglie dei singoli marchi e misurandomi sempre col metro da sarta prima di comprare qualcosa, non mi è MAI capitato di sbagliare taglia in tanti anni di acquisto su Internet. Al limite, mi è capitato qualche volta di comprare capi che avevano una stoffa più leggera di quanto mi fossi immaginata (o viceversa) o che magari, addosso a me, cadevano meno bene di quanto pensassi, ma il problema della taglia secondo me non esiste, con qualche accortezza (se compri dagli e-shop dei singoli marchi. Se compri su siti generici tipo Zalando etc, che hanno una tabella taglie unica, ovviamente è un altro discorso. A me è anche capitato di comprare da Zalando perché il prezzo era conveniente, ma andando prima a controllare esattamente la mia taglia sull’eshop del marchio che mi interessava).

      4) C’è sempre l’opzione COMPRARE USATO, che non necessariamente vuol dire andare a sgarpare nella bancarella “tutto a 2 euro” al mercato (dove io comunque ho fatto ottimi acquisti!). Se ad esempio c’è nelle vostre città, io consiglio tantissimo i negozi di Humana Vintage, gestiti da Humana quella dei cassonetti gialli ai lati della strada. Nei negozi Humana Vintage arrivano i capi vintage selezionati tra i vestiti donati a Humana, e, devo dire, la qualità è ottima (lo preciso per gli schizzinosi). Prima di arrivare in negozio, i capi vengono controllati, lavati, igienizzati, stirati, appesi sugli attaccapanni in bell’ordine: insomma, se avete modo provate a visitare uno di questi negozi, perché io li trovo deliziosi. (Esistono anche i negozi Humana Second Hand che hanno capi usati “in generale”, tipo la maglietta di Zara di due stagioni fa usata e poi buttata via, ma io preferisco gli Humana Vintage in termini di qualità). Io, lì, ho fatto ottimi acquisti!

      Poi, sì, imparare a cucire bene resta il mio sogno di sempre.
      Ah ma io prima o poi mi ci dedico eh! 😉

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    1. Lucia

      Toh, pare che anche Forever 21 sia pesantemente in crisi…
      https://www.marieclaire.com/it/moda/fashion-news/a28912185/forever-21-fallimento/
      Non si augura la bancarotta a nessuno, per carità, ma nella mia personale classica nei marchi da cui guardarsi Forever 21 è il peggio del peggio del peggio, quindi non dico che gioisco, ma insomma… 🙄

      In risposta alla domanda che ti facevi tu riguardo ai tentativi di Zara e H&M di rendersi più sostenibili (mi era sfuggito il tuo commento, scusa) io penso che il problema sia sempre quello: sostenibili come?
      Come scrivevo sopra, adesso sembra che tutto il problema della sostenibilità possa essere risolto diventando più sostenibili sul piano ambientale: è cool, va di moda, l’ambientalismo piace più delle prediche sui diritti umani, e alla ditta costa relativamente poco. Ma, appunto, di tutelare maggiormente i lavoratori non se ne parla proprio. Quindi io sono sempre molto scettica di fronte a certi lanci di agenzia, fino a prova contraria…

      Riguardo all’articolo che posto io, invece, sto cominciando a chiedermi: davvero, esisterà una crisi generalizzata dei marchi fast fashion? Effettivamente lì cita molti marchi che sono in crisi, e quelli che non cita il mio articolo li cita il tuo.
      Ci sarà davvero una contrazione del settore?
      Non lo troverei del tutto improbabile. Potrebbe anche essere che le giovani donne che hanno alimentato il settore nei dieci-quindici anni passati, adesso, diventate adulte (e magari anche più “ricche” rispetto a quando avevano vent’anni) preferiscano investire in capi più selezionati ma di maggiore qualità. Mi parrebbe plausibile.
      Possibile che non ci sia ricambio generazionale, però? Questo è strano!

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  12. klaudjia

    Parole sante Lucia. L’ambientalismo è di facile presa perché “ci” riguarda, mentre il crollo di una palazzina in Bangladesh riguarda “loro”. Sapere che nel nostro pesce c’è la plastica (anche nel sushi più costoso) mette a repentaglio la salute di tutti e ci si attiva. Un municipio di Roma sta distribuendo borracce gratuitamente per contrastare l’uso delle bottiglie di plastica ma non ci curiamo del resto. Questo e’ un ambientalismo non cristiano ma una corrente di pensiero dettata dal buon senso., mentre per le condizioni dei lavoratori “beh Claudia che vuoi fare tu da sola? Se non compri tu la maglia della fast fashion lo fara’ qualcun altro!” Per quanto riguarda il crollo del fatturato di Forever 21 (e vai!!!) Leggevo su repubblica che il mercato del vintage sta raggiungendo quello della fast fashion. Siamo stanchi di stracci? Forse si, finalmente

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