Forse Greta non lo sa, ma la soluzione sarebbe tornare agli anni ’50

Oggi è la giornata mondiale dell’ambiente e io ho un po’ di paura ad aprire Facebook, perché già mi immagino la mia home page invasa da meme contro quello che, apparentemente, è il principale oggetto di rancore da parte del web cattolico di oggi. No, non Boko Haram, non Planned Parenthood, ma bensì Greta, la sedicenne ambientalista.

Onestamente, mi sfugge la ragione per cui la cattolicità digitale debba avercela così tanto con l’ambientalismo. Alcune delle pagine più belle sul rispetto del creato sono state scritte, a mio parere, da Joseph Ratzinger (per non citare, ovviamente, l’intera enciclica di papa Francesco), e comunque credo che nessuno di noi possa dire “sì, a me piace inquinare, spargo rifiuti nei fossi per hobby nel mio tempo libero”.
Sarà che, come giustamente fa notare l’amico Berlicche, nel dibattito politico italiano è sempre (e solo) la sinistra radicale a parlare di questi temi: chi non vota quei partiti ha probabilmente derubricato il tutto a una fissa da fricchettoni o ‘na roba da centri sociali.
Sarà che le associazioni ambientaliste, effettivamente, ci mettono tutto il loro impegno per rendersi odiose (o peggio): storia vera, ieri mattina mi collego a Instagram e la prima cosa che vedo nella home è questa:

QuoteVice

Ellamiseria.
Se la prima reazione è far le corna, la seconda è mettersi a ridere: io non so chi sia il pazzo che cura le PR di certi gruppi ambientalisti, ma viene il sospetto che sia davvero un fricchettone che lavora da dentro un centro sociale (probabilmente, sotto l’effetto di stupefacenti).

Forse bisognerebbe davvero provare a cambiare strategia comunicativa, per rendersi un po’ meno invisi alla brava gente. Ad esempio, io tenterei qualcosa che sia un po’ meno sulle linee di “el pueblo unido” e un po’ più sulle linee di “torniamo alle sane abitudini delle casalinghe anni ‘50”.
È meno arcancoide, è più confortante, e, secondo me, va bene uguale.

Qualche esempio?

La Casalinga Anni ‘50 non pretendeva di avere sempre la pappa pronta: era disposta a fare qualche minimo sacrificio in più, se necessario

Io credo di essere la persona meno adatta al mondo a pontificare contro “la pappa pronta”, ché i surgelati sono il mio salvavita e ne faccio un uso ampio e abbondante, soprattutto nei periodi di lavoro intenso. Ma “pappa pronta” può essere inteso anche in senso lato, come esempio di tutte quelle comodità (spesso, inquinanti) che l’industria di oggi ci propone, per risparmiarci una fatica che… è davvero minima.

Volete un esempio? Le bustine del tè.
Non so quanto tè beviate abitualmente nelle vostre case: io ne bevo in quantità industriali, vista la mia passione per le tisane. Siccome sono matta, ho questo pregiudizio per cui il tè sfuso è migliore di quello già incartato in bustina (che mi sa troppo di “industriale”). Ergo, compro quasi sempre tisane sfuse, e ben che sto.

Ebbene: mi sono stupita non poco, quando sono venuta a sapere che la maggior parte delle bustine di tè viene lavorata con delle termoplastiche che servono a tener chiusa la bustina stessa. Va da sé che queste sostanze non sono compostabili; quindi, a quanto mi si dice, la bustina inquina anche se noi, scrupolosamente, la buttiamo nel cesto dell’umido convinti di far bene. Oltretutto, c’è anche chi si interroga sulle possibili ripercussioni per la salute umana di questo sottile strato di plastica lasciato in infusione in un tazzone d’acqua bollente, che poi viene bevuta.

Quando ho letto la notiziola, ci sono rimasta di sasso. Non tanto per la gravità della scoperta in sé (mi sembra ovvio che c’è di peggio), ma per lo stupore di chi pensa “ma davvero? Ne val la pena?”.

Vi accennavo che, a causa di un mio gusto personale, preferisco bere tisane sfuse. Parafrasando, potrei dire che “ho rinunciato alle bustine del tè” già da mo’, e giuro che è una rinuncia che non pesa affatto. Apri il barattolo, prendi il colino, versi la tisana nel colino; quando hai finito, svuoti il colino nel cesto dell’umido e gli dai una passata veloce sotto l’acqua… quanti secondi di vita avrò perso, per star dietro al colino senza la comodità di una bustina usa e getta?
Dieci? Quindici? Nell’arco di una giornata?

Voglio dire: non sto parlando di decidere di farsi una lasagna in casa invece di usare quelle surgelate; sto parlando di uno sforzo extra veramente veramente minimo. Ma che davvero, siamo diventati così pigri (o così affannati) da avere bisogno del tè in bustine, nonostante ci venga detto che è inquinante, più costoso di quello sfuso (e, oltretutto, potenzialmente dannoso per la salute)?
Io ho la fortissima impressione che una Casalinga Anni ’50 ci guarderebbe come dei mentecatti, urlando “ma prendi ‘sto colino e fatti un tè, hai paura che ti cadano le braccia?”.

E potrei citare un mucchio di altre circostanze in cui la nostra amica col grembiule ci prenderebbe per idioti: usare la macchina quotidianamente anche se potresti andare a piedi; comprare acqua in bottiglie anche se quella del rubinetto è buona… Lì, però, entrano in gioco così tante varianti che diventa difficile parlare a priori.
Ma se parliamo di una cosa così minima come farsi il tè con il colino e non con una bustina, mi vien proprio da pensare che forse siamo noi ad essere un po’ troppo pigri e menefreghisti, se ci rifiutiamo di cambiare anche un’abitudine così piccina.

La Casalinga Anni ’50 non inquinava: usava il vuoto a rendere

Va detto che la Casalinga Anni ’50 era una donna di casa a tempo pieno, e c’aveva una intera giornata libera per organizzare le sue commissioni. Lei poteva anche pensare di uscire un attimo per andare dal lattaio a farsi riempire la bottiglia vuota; se io mi infilo in metro all’ora di punta con una cassa di bottiglie vuote, per andare dal lattaio in pausa pranzo e fare la scorta per una settimana, la gente giustamente chiede un TSO d’urgenza.

Però la formula del vuoto a rendere è indubitabilmente intelligente, e potrebbe funzionare per davvero, probabilmente, se ce la rendessero più comoda.
Una soluzione adatta al logorio della vita moderna potrebbe essere quella adottata da Loop, un servizio di consegna a domicilio lanciato da TerraCycle, la (ricchissima) azienda statunitense che lavora nel campo della raccolta differenziata. Ambeh: l’idea di Loop è quella di consegnarti a domicilio (a mo’ di corriere Amazon) prodotti di uso quotidiano che tu avrai precedentemente ordinato tramite Internet (gli stessi che compreresti al supermercato, ma confezionati in vetro) e poi di tornare a riprendersi i contenitori vuoti al momento della consegna successiva. I vuoti vengono sterilizzati e riutilizzati, e così via dicendo, in un sistema moderatamente virtuoso… e a prova di consumatore giustamente esausto, dopo otto ore di lavoro e altre due imbottigliato nel traffico.
Per il momento, Loop funziona (bene, a quanto pare) negli Stati Uniti e a Parigi. L’idea sarebbe di espandersi in Canada, Regno Unito e Giappone entro il 2020, e poi verso l’infinito e oltre.

In Italia, vi segnalo – ma giusto per vostra scienza – l’esistenza del Negozio Leggero, una catena che è leggera proprio perché ti vende i prodotti sfusi, e il barattolino in cui metterle te lo porti tu da casa. Purtroppo, per me, è poco pratico: il negozio è scomodo e, oltretutto, le commesse del “mio” specifico negozietto sembrano essere vocate a farti perdere un mucchio di tempo, fermandosi a chiacchierare del più e del meno invece di sbrigarsi a fare il conto. Sarà pure una presa di posizione all’insegna dello slow living, ma ci va tanto a capire che io son stanca, ho male ai piedi, mi scappa la pipì e voglio solo tornare a casa a far partire la lavatrice? Sgrunt.

La Casalinga Anni ’50 faceva la spesa dal contadino o nel negozietto del quartiere. Non andava a infilarsi in macchina nei centri commerciali a 30 km da casa

Ho già parlato in queste pagine di come, per una serie di coincidenze, io abbia  (accidentalmente) partecipato alla sfida di Février San Supermarché: trascorrere un intero mese senza far la spesa nella grande distribuzione. Non credevo che sarei sopravvissuta alla sfida, e invece ci sono riuscita abbastanza tranquillamente, facendo mie alcune buone pratiche che ho continuato ad adottare anche nei mesi a venire (senza eccessi. Al supermercato, ci vado eccome!).

Non so, onestamente, se l’ambiente benefici un granché da questa mia abitudine, ma sicuramente ne beneficia l’economia locale (e non è poco). Comprare frutta e verdura da una azienda agricola che ha sede a pochi chilometri da Torino incide in modo non catastrofico sul mio budget, a fine mese – ma intanto mi fa sorridere, sapendo che la signora Antonietta (proprio lei!) riesce a pagare le bollette anche grazie alla mia spesa.

Prima o poi, se vi interessa, racconterò come mi sto trovando dentro il Gruppo di Acquisto Solidale di cui faccio parte da qualche mese. La sintesi, comunque, è che mi sto trovando bene, anche perché questo mi aiuta a fare un’altra cosa che era un must per ogni vero angelo del focolare. E cioè..

La Casalinga Anni ’50 non sprecava il cibo. Mai. Per nessuna ragione al mondo

Avete presente la frase delle nostre nonne, “il cibo non si butta”? Ma quanto l’ho odiata.
Certo che non si butta il cibo (l’hai pagato a caro prezzo, mi pare ovvio che non si butti), ma allora dovremmo dire la stessa cosa anche dei vestiti ancora riutilizzabili ma non più di moda, dei trucchi lasciati scadere nel beauty case, dei giocattoli finiti nel cassonetto perché “tanto non ci giochi più”, e di tutte le decine di oggetti ancora in buono stato che finiscono nella discarica invece di essere utilizzati o regalati.
Invece di fissarci sul fatto che “il cibo non si butta”, manco fossimo ai tempi dei nostri trisavoli nel mezzo di una carestia, meglio faremmo a dire che “è molto spiacevole avere incuria di qualcosa al punto tale da esser costretti a gettarlo via”. Cibo o mobilio o vestiti, poco cambia… sennonché, per ovvie ragioni, è effettivamente molto più facile danneggiare irrimediabilmente degli alimenti. Infilare una mozzarella in frigo e dimenticarsi della sua esistenza è così facile – e quando te ne ricordi, ormai è già scaduta.

Curiosando sul sito di Love Food, Hate Waste, una campagna di sensibilizzazione sul tema sorta nel Regno Unito, fa oggettivamente un po’ impressione venire a sapere che, in media, il 25% della spazzatura prodotta annualmente da una famiglia è composta da scarti di cibo che sarebbero stati ancora utilizzabili. Per capirci: “non stiamo parlando di gusti d’uovo o delle ossa del tuo pollo arrosto. Stiamo parlando degli avanzi rimasti nel piatto e che non hai mangiato perché eri troppo pieno, o delle croste di pane, o delle bucce delle patate – tutte cose che avrebbero potuto essere trasformate in qualche piatto delizioso”… con un po’ di impegno e di pianificazione.

Se il problema “m’è scaduta la mozzarella perché mi ero dimenticata di averla in frigo” potrebbe facilmente essere arginato con la buona pratica di pianificare la domenica tutti i pasti per la settimana entrante (io personalmente non sono una fan di questo metodo e preferisco improvvisare, ma ne apprezzo la praticità), il problema “sto buttando via avanzi che potrebbero essere riutilizzati” sarebbe facilmente aggirabile munendosi di:

  • uno di quei ricettari delle nostre bisnonne (appunto), che, tra crisi del ’29, sanzioni economiche all’Italia e tesseramento di guerra, avevano ben studiato mille modi per non sprecare

oppure, alternativamente,

  • dell’utile ricettario online della campagna summenzionata pensato innanzi tutto per palati inglesi ma perlopiù godibile anche per una buona forchetta mediterranea. Provate!

“Provate!”, anche perché non si tratta solamente di far bene all’ambiente: innanzi tutto, si fa bene al proprio portafoglio. In un esperimento sociale condotto in Australia su tre famiglie che avevano accettato di sottoporsi alla sfida seguendo per qualche tempo le indicazioni di questa campagna no-waste, una delle famiglie partecipanti ha risparmiato la strabiliante cifra di 140 dollari a settimana (!). Direi che questi signori avevano probabilmente delle abitudini di acquisto un po’, ehm… sballate, ma la campagna britannica promette un risparmio che si aggira attorno alle 70 sterline al mese per tutti coloro che seguono attivamente i suoi consigli… e questa stima mi sembra già un po’ più attendibile.

La Casalinga anni ’50 sapeva come prendersi cura dei suoi vestiti; non li rovinava in incidenti di lavaggio

Secondo il report del Copenhagen Fashion Summit, il mondo della moda produce ogni anno 92 milioni di tonnellate di rifiuti, una cifra esorbitante che include – tra le altre cose – gli scarti di produzione, i capi invenduti, e (ovviamente, in molto minor misura) i capi di abbigliamento che i singoli cittadini gettano via.

Com’è ovvio, noi singoli possiamo fare ben poco per l’inquinamento causato dalle grandi industrie, ma proviamo a focalizzarci su quel poco che possiamo fare a casa nostra per limitare il piccolo inquinamento che siamo noi a produrre.

Secondo una recente stima fatta intervistando consumatori del Regno Unito, un capo di abbigliamento rimane nell’armadio di un inglese per una media di 3,3 anni, prima di essere gettato. Dei vestiti che vengono gettati, circa il 26% sarebbe ancora utilizzabile: la gente se ne sbarazza (auspicabilmente, dandolo in beneficenza…) per far spazio nel guardaroba, perché quel modello ha ormai stufato… eccetera eccetera eccetera.
La cosa veramente sconfortante, però, è scoprire che il 70% dei vestiti che vengono gettati subisce quella sorte a causa di incidenti di stiratura o di lavaggio, che avrebbero potuto essere evitati.
Presente, il maglioncino infeltrito dopo un giro in lavatrice, il top rosa macchiato irreversibilmente dalla maglietta rossa che ha perso colore, la camicetta con le macchie di deodorante sotto le ascelle che non riesci a togliere in alcun modo? Ecco: quelli lì.

Come ormai sanno anche i sassi, aderisco da alcuni anni alla Fashion Revolution, un movimento che mira a riformare il mondo della moda e che, a tal scopo, tra le altre cose, pubblica annualmente una rivista contenente riflessioni e consigli pratici.
La rivista dell’anno 2017, titolata in modo eloquente Loved Clothes Last, conteneva alcune pagine francamente imbarazzanti – o meglio, io mi sono immaginata la faccia di mia nonna (ma anche solo di mia mamma!) di fronte a donna di trent’anni che legge certe cose, e m’è venuta la ridarella.

Il magazine era strapieno (ma proprio strapieno!) di consigli di buonsenso tipo questo:

Test di qualità orli

alias: prima di comprare un vestito, dai una occhiata a come sono fatte le cuciture e soprattutto gli orli, perché da quel dettaglio ti fai una idea della durabilità del capo.

O peggio ancora:

Istruzioni di lavaggio

alias: siamo addivenuti alla conclusione che, tu, consumatrice attenta all’ambiente (e presumibilmente anche istruita) non hai la più pallida idea di come si fa una lavatrice, ergo adesso ripartiamo da zero e impariamo assieme a leggere l’etichetta dei vestiti.

Seguivano altre pagine (e pagine e pagine) piene di perle di saggezza tipo “se devi lavare un capo in lana, usa un detersivo specifico per lana e non quello generico per il cotone”.
Ma che davvero?
Probabilmente sì (non penso che questi si divertano a sprecare pagine per dare dei mentecatti ai loro sostenitori), ma ci sarebbe seriamente da riflettere sul fatto che, fino a qualche anno fa, certe conoscenze venivano acquisite dai ragazzini di scuola media durante l’ora di Economia Domestica. Adesso siamo bravissimi a fare cose strabilianti con la tecnologia, ma comunque una casa dobbiamo mandarla avanti lo stesso, e, a quanto pare, a molti di noi non è stato insegnato come.

Sì: io credo che davvero bisognerebbe ripartire da una scuola di economia domestica anni ’50, per modificare le piccole abitudini del singolo (…che, comunque, su scala globale hanno il loro peso). E probabilmente anche per insegnare alle famiglie a risparmiare (ché è ridicolo lamentarsi delle spese troppo alte quando magari tu per primo hai uno stile di vita eccessivamente dispendioso).
Invece di proclami catastrofisti che hanno come unico risultato quello di renderti inviso alla popolazione, bisognerebbe forse provare con un garbo sorridente.
Quando si tratta di creare una icona per il movimento, bisognerebbe forse provare a scegliere una nonnina con girocollo di perle, ad experimentum, e poi vedere l’effetto che fa. Magari, si scopre che funziona meglio di un gruppo di adolescenti che gridano slogan da un palco (con ammirevole buona lena, per carità).

Io ogni tanto la faccio, questa osservazione, alle pagine che seguo e che parlano di ambiente: “bisognerebbe tornare a gestire la casa come facevano le nostre nonne”. Che secondo me non è nemmeno “decrescita infelice”, è proprio “tornare a gestire la casa come facevano tanto bene le nostre nonne”.
I gestori delle pagine mi rispondono con palpabile imbarazzo che, beh, in effetti è vero, spesso aggiungendo qualcosa tipo “ma con la consapevolezza di oggi circa il ruolo della donna”. E va bene, mettiamoci pure la consapevolezza (notoriamente le nostre nonne non sapevano chi erano né cosa facevano)… però, così è. Oggettivamente.

Se anche voi avere a cuore la tutela dell’ambiente ma non vi ritrovate in un questo ambientalismo da centro sociale, provate magari a dare una occhiata al gradevolissimo Retro Housewife Goes Green, un blog statunitense attivo dal 2008 e dedicato a green living, homemaking, food and living a vintage lifestyle.

Chissà, magari scopriamo che questa ci sta più simpatica di Greta.
Io, da storica e amante della Storia, non posso non sorridere (in senso buono, annuendo vigorosamente!) quando leggo post su come affrontare la crisi usando i trucchetti dei nostri avi durante la Crisi del ’29, o quando mi trovo di fronte a un elenco di hobby all’insegna del fai-da-te che potrebbe essere furbo decidere di rispolverare.

Si dice tanto che la storia è magistra vitae, e in effetti quante cose avrebbe da insegnare davvero!

Sky Ocean Resue

28 risposte a "Forse Greta non lo sa, ma la soluzione sarebbe tornare agli anni ’50"

  1. Claudia

    Cara Lucia, mi hai letto nel pensiero, se un giorno passi da Roma mi farebbe piacere conoscerti. La pensiamo allo stesso modo. Qualche anno fa misero il cassonetto della spazzatura piuttosto lontano da casa mia e con due bambini (piccoli all’epoca) era un problema buttare la spazzatura. Mi sono resa conto che producevano due buste di rifiuti al giorno (senza pannolini) e per gioco ho cominciato a ridurre la spazzatura. Addio alle bottiglie dell’acqua (filtro per il rubinetto), a tutte le stoviglie di plastica, alle bottiglie per detersivi (pastiglie che si sciolgono in un flacone), alle bustine di the, prodotti in vetro e confezioni di pasta fresca solo se raggiungono i 500 grammi, frutta e verdura sfusa La spazzatura si è dimezzata. Ora facciamo la differenziata ma ora è il mio stile e continuo così.

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  2. Claudia

    Per quanto riguarda i vestiti il discorso è più complesso. Io riciclo, riparo ecc. Ma intorno a noi si è perso il concetto che il vestito “vale”. Una maglietta costa quanto un panino di un fast food, i vestiti non si curano più perché se si rovinano si butta. Ad esempio nella parrocchia che frequento il sacrestano mi ha detto di non far sapere che raccolgono vestiti usati perché non sanno più dove stiparli.

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    1. Lucia

      E la tua parrocchia non è l’unica ad avere questi problemi.
      Leggevo che il riciclo dei vestiti usati (quelli che noi diamo alla Caritas o cediamo a Humana convinti di far del bene, per capirci) è un problema grosso che sta aumentando di anno in anno. Ci sono più vestiti usati che gente che ne ha bisogno.

      Eh sì… secondo me, uno dei più grandi danni che ha creato la moda low cost è proprio a livello psicologico: ci ha fatto perdere il concetto che un vestito “vale”. (E, a margine, ci ha fatto introiettare il concetto, oltretutto pericolosissimo per le nostre tasche, che fare shopping possa essere una attività ricreativa per passare i sabati pomeriggio).
      E’ vero che una maglietta costa quanto un panino, a volte anche meno, ed è vero che oggettivamente conviene buttar via la maglietta ai primi segni di usura e comprarne una nuova, in termini economici.

      Io, come te, sfrutto molto l’usato, ma amo regalarmi di tanto in tanto anche qualche capo nuovo dai brand etici che mi piace sostenere, e ti dirò: mi fa persino “piacere”, che questo tipo di vestiti abbia un costo sostenuto. Non perché sono masochista, ma perché mi rendo conto che vestirsi in questo modo mi sta aiutando molto a correggere gli eccessi cui anche io ero soggetta: prima di fare un acquisto ci penso molto molto bene (se comprassi d’impulso tutto quello che mi piace, sarei già in bancarotta!) e prima di gettare un capo ci penso ancor di più (sfido, con tutto quello che l’ho pagato!).
      Perché finché i vestiti li compri a 5 euro il pezzo, è abbastanza inevitabile finire col considerarli “robetta usa e getta”, almeno a livello di pancia…

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      1. claudia

        Leggevo a questo proposito che tre nazioni africane (una è l’Uganda se non sbaglio) hanno messo dazi di importazione molto salati sugli abiti usati provenienti dall’estero, perché la mole è tale da mettere in crisi le aziende tessili locali che non possono reggere una concorrenza “low cost” di abiti usati.

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  3. mariluf

    Anch’io preferisco il te in foglia… e lo faccio regolarmente così; credo di aver ridotto molto, nel tempo, la mia spazzatura: tendo a non buttare niente (a volte esagerando) e anche a non sprecare acqua (es. l’acqua che uso per lavare la verdura va benissimo per innaffiare i vasi, prima mi insapono quasi a secco e poi mi sciacquo, ecc. Invece, ahimè, non ho abbastanza cura dei vestiti… anche se cerco di far attenzione, finisco spesso di rovinarli.Grazie sempre dei tuoi post, e buon proseguimento!

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    1. Lucia

      Toh!
      L’insaponarsi quasi a secco!

      Qui val la pena di aprire una piccola parentesi di vita domestica, facendo la premessa che la casa in cui vivo adesso ha un bagno che è stato rifatto venticinque anni fa dai miei genitori, i quali hanno (per mia fortuna) delle abitudini domestiche abbastanza all’antica, per cui, a suo tempo, hanno deciso di arredare il loro bagno nello stesso modo in cui erano arredati i bagni (anni ’50) che avevano sempre usato.

      Ergo: io ho una vasca da bagno (non un box doccia), con un doccino che non può essere fissato in alto sopra la testa (devi tenertelo in mano). Inoltre, per bellezza, questa vasca da bagno non ha tende o protezioni di alcun tipo (se ti fai la doccia, devi stare attento a dove orienti il getto d’acqua per non schizzare acqua dappertutto e allagar la stanza :P).
      Una roba così, per capirci:

      Per colmo di sadismo, l’acqua calda è prodotta non da una caldaia ma bensì da uno scaldabagno elettrico (quindi, l’acqua calda è in quantità limitate: se finisce quella calda, devi aspettare una mezz’oretta perché se ne scaldi dell’altra).

      Tralasciamo il fatto che quando mio marito ha fatto la doccia per la prima volta in questa casa è uscito dal bagno sconvolto e traumatizzato, perché dice che un bagno così scomodo non l’aveva visto mai. Probabilmente ha ragione; per me è la normalità, perché ci sono cresciuta.

      Però… oh, ci sarebbe da rifletterci, eh. Questa era la normale architettura di un bagno fino a qualche decennio fa. Se è l’unico bagno che hai mai avuto in casa, lo trovi un bagno normalissimo e giuro che non hai problemi.

      Però, intanto:

      – il doccino da tenere in mano (e che non puoi fissare da qualche parte sopra la testa) ti costringe a fare docce ragionevolmente rapide se non vuoi slogarti una spalla;
      – la vasca da bagno senza protezioni ti costringe a fare attenzione a dove direzioni il getto, il che è al tempo stesso risparmio idrico e lezione di rispetto e di cura per la casa;
      – il fatto di non avere tende o pareti del box ti costringe ulteriormente a fare docce rapide, perché in inverno alla lunga senti freddo;
      – il fatto che l’acqua calda a disposizione sia in quantità limitate… devo anche dirlo? Evita sprechi (e, di nuovo, “costringe” a preoccuparsi degli altri che vivono con te, nel senso che se ti fai un bagno lungo consumando tutta l’acqua poi gli altri devono aspettare chissà quanto).

      E questa era la normale vita quotidiana per la gente, prima che iniziassero ad andare di moda i box doccia. Adesso sembra una cosa lodevole dire “faccio docce rapide” (e lo è, per carità), ma fino a qualche tempo fa era davvero la norma per tutti.

      Tanto che… io ho sempre pensato, da ragazzina, che al momento di dover rifare il bagno mi sarei fatta anche io un box doccia come va di moda adesso. Ma onestamente non so mica se voglio farlo davvero.
      Più che per una questione di risparmio idrico (…ed economico sulla bolletta…), sto cominciando a pensare che un bagno così ti insegni tante cose, che vanno anche al di là della cura dell’ambiente…

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      1. Celia

        Ehm, toh. Io ho la vasca con doccino identica a questa, senza tenda, ma semplicemente… ho sempre fatto la doccia seduta nella vasca, non in piedi 😉 Eheh.
        Per il resto, le scelte ed i trucchetti citati son tanti e ancor di più potremmo elencarne, io comunque nel mio piccolo, per poco che faccia, mi ci diverto anche e mi sento appagata.
        Il thé lo bevo in bustina, di solito, ma ultimamente una bustina la utilizzo due volte. L’acqua minerale (anche gassata, già refrigerata) la recupero al punto di distribuzione gratuito vicino a casa (tre bottiglie, una delle quali di vetro, nello zaino e via). Ho già intenzione, quando avrò esaurito il detersivo che mi passa la Caritas, di conservare i flaconi e comprarlo sfuso in lavanderia. Eccetera…
        … e sì, c’è poco da fare: Fifties rule 🙂

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        1. Lucia

          Ecco, fare la doccia da seduti… per quanto mi riguarda: no.
          Prendimi per scema (io mi definirei previdente u_u) ma temo il momento in cui non presti più attenzione a quel gesto che ormai è diventata un’abitudine, nell’alzarti metti male un piede, scivoli sulla vasca bagnata, e ti rompi un femore.
          Magari non alla nostra età, ma magari fra trent’anni…
          Insomma: io preferisco farla in piedi, con qualche cautela in più per non allagare tutto, e via 😛

          Eh davvero, i trucchetti sono tanti e varrebbe anche la pena di elencarli per davvero: chissà, magari a qualcuno possono servire!
          Io ad esempio non avrei mai pensato di comprare il detersivo in lavanderia: ma è una cortesia che ti fa la tua lavanderia perché siete amici, o è proprio un servizio che è diffuso in generale? Però! :-O

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          1. Celia

            Lavanderie, supermercati, negozi di quartiere… purché ne abbia voglia, qualunque esercente può offrire prodotti alla spina (anche se gli alimentari sfusi sono molto più diffusi).
            I costi li dovrei confrontare, ma tendenzialmente sono più contenuti (mancando per altro il costo dell’imballaggio di plastica…).

            Per la doccia: se parliamo di vasca e non di box rettangolare tradizionale, mi sa che il rischio cadute rimane anche stando in piedi, no?
            Ma comunque la soluzione è easy: tappetino con ventose, e non scivoli neanche volendo 🙂 I miei femori approvano 😀

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  4. Laurie

    Le bustine da thè inquinanti mi sconvolgono: ingenuamente, pensavo che, visto che vanno buttati nell’umido, fossero bio…
    Anche da me, la Caritas ha difficoltà a smaltire i vestiti: tanto che, in una parrocchia che frequento, c’è un intero magazzino di vestiti che nessuno vuole e avevo suggerito di fare un mercatino dell’usato per smaltirli e raccogliere fondi per altre opere di beneficenza (ma non so se mi hanno ascoltato) e quando abbiamo svuotato l’armadio della nonna, non sapevamo a chi dare i vestiti che non stavano a nessuno di noi (alla fine, abbiamo trovato una parrocchia ortodossa, frequentata soprattutto da immigrati dell’Est Europa, che ancora faceva raccolta!). E’ più semplice dare via i vestiti da bambini: nelle parrocchie (singolarmente, Caritas, San Vincenzo…), negli ospedali, ai Centri di Aiuto alla Vita (CAV per gli amici), direttamente alle mamme…
    Per quanto riguarda la casa, trovo estremamente utili i manuali di trucchetti e consigli per la casa da casalinghe dei tempi che furono perché ti aprono gli occhi su tante sciocchezze che ti risolvono i problemi (e io sono decisamente più casalinga della maggior parte delle mie coetanee, e non solo coetanee).
    Credo fortemente nella differenziata, ma ci sono luoghi in cui è difficile: le case di entrambe le mie nonne hanno i bidoni a centinaia di metri di distanza (e pure in salite/discese ripidissime…).
    Gli imballaggi sono terribili ma, almeno da me, trovare cose sfuse è difficile e addirittura la carta del prosciutto non è riciclabile (perché non è carta).
    Penso che, senza diventare ossessivi, se tutti facessero un po’ più di attenzione, forse tutti insieme faremmo già molto!
    P.S. l’insaponatura a secco non funziona!! Chimicamente, il sapone ha bisogno d’acqua per agire: quindi 1)bagnarsi, 2) chiudere l’acqua e insaponarsi, 3)sciacquarsi 😉
    P.P.S. anche sui saponi si può fare un discorso: una saponetta inquina meno delle confezioni dei bagnoschiuma (ed è più sana per la pelle), ma devo ancora trovare dove si compra lo shampoo solido …

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    1. Lucia

      Lo shampoo solido lo si compra (eventualmente anche online) da Lush, ed è ottimo. Io uso (non sempre) quello all’hennè, e mi trovo molto bene. Costa una schioppettata, ma posso confermare che all’atto pratico la saponettina ti dura svariati mesi, quindi probabilmente il costo non è così alto rispetto a quello del normale shampoo da supermercato.

      Questione bustine da tè: da quel che leggevo, sono inquinanti quasi tutte, anche se alcune ditte stanno lavorando per renderle compostabili al 100% (e alcune, forse, ci sono già arrivate). Leggevo che, in alternativa a queste termoplastiche usate per sigillare la busta, alcune ditte usano semplicemente un punto di spillatrice, che rassicura quelli che si fan le paranoie tipo “oddio ma allora sto bevendo plastica?” ma, paradossalmente, per l’ambiente è ancora peggio, perché il punto di spillatrice è ancor meno compostabile della plastica.

      Questione vestiti: eh, lo so :-((
      Ho in cantiere da un po’ di tempo un post sugli effetti collaterali di tutta questa (generosa) mania di dare in beneficenza i vestiti usati, sempre per la serie “pensiamo di far bene, invece facciamo peggio”. A ‘sto punto mi sbrigo a finirlo così ne discutiamo lì XD ho scoperto, leggendo un paio di libri, delle cose allucinanti :-O

      Sulla questione raccolta differenziata: sì, molto spesso i comuni non fanno proprio niente per incentivarti e/o rendertela comoda. Da noi, da qualche tempo è arrivata la raccolta differenziata porta a porta (che avevo già sperimentato, con modalità diverse, quando vivevo a Pavia). Diresti che almeno quella dovrebbe incentivare, se non altro perché ti “costringe” a differenziare, e invece no.
      A parte che, per una questione di decoro urbano, è oggettivamente bruttino vedere i sacchi di monnezza che si affollano sul marciapiede già dalle cinque del pomeriggio (per essere ritirati, talvolta, nella tarda mattinata del giorno dopo). Oltretutto, questa distesa di sacchi di plastica ha già sollecitato la fantasia di un aspirante piromane che una notte le ha dato fuoco, col rischio di danneggiare pure le automobili parcheggiate.
      A ‘sto punto, si stava meglio quando si stava peggio e si aveva un unico cassonetto per tutto l’isolato, se non altro perché la gente mugugnava meno…

      In compenso, ho anche visto zone in cui oggettivamente i cassonetti per la differenziata sono scomodi da raggiungere, e chiunque decida come disporli dovrebbe anche tenere conto del fatto che oggettivamente questo rischia di far passare la voglia anche ai più benintenzionati… ‘nsomma, è davvero una questione delicata che bisognerebbe cercare di gestire meglio. (Poi, lo so che parlo facile, ma…)

      Comunque, sì: senza diventare ossessivi e ossessionanti, davvero queste piccole attenzioni, se seguite da tutti, potrebbero già fare la loro parte. Bisognerebbe trovare il modo di far passare il concetto sembra sembrare dei pazzi ossessionati, appunto 😉

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  5. sircliges

    Tralasciamo il fatto che quando mio marito ha fatto la doccia per la prima volta in questa casa è uscito dal bagno sconvolto e traumatizzato, perché dice che un bagno così scomodo non l’aveva visto mai. Probabilmente ha ragione; per me è la normalità, perché ci sono cresciuta

    Il marito desidera specificare che il bagno è scomodo anche per ragioni oggettive tipo le manopole dell’acqua perpendicolari anziché parallele, una cosa che la prima volta che l’ha vista lo ha straniato e tuttora ogni tanto lo destabilizza, facendolo sentire come un personaggio dei racconti di Lovecraft alle prese con angoli non euclidei e altre robe extradimensionali

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    1. ago86

      Concordo che fare la vasca in quel modo è estremamente scomodo.

      A casa avevo la stessa vasca, con la doccia nella stessa posizione. Alla fine abbiamo messo degli sportelli mobili e un gancio in alto – così la doccia è sopra la testa.

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      1. sircliges

        Praticamente, se tu sei davanti alle manopole, una è un tubo longitudinale nella tua direzione (dunque devi girare verso sinistra o destra) e l’altra è un tubo che punta verso destra (dunque devi girare verso di te o viceversa).

        Non so se si capisce. Ma è così.

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          1. Lucia

            Tsk.
            Io proprio non capisco questo clamore, è una normalissima manopola del bagno come ce ne sono tante u__u

            (LOL! Posso capire la perplessità ovviamente XD ma sarà che io ci sono abituata da sempre…)

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  6. sircliges

    Onestamente, mi sfugge la ragione per cui la cattolicità digitale debba avercela così tanto con l’ambientalismo. Alcune delle pagine più belle sul rispetto del creato sono state scritte, a mio parere, da Joseph Ratzinger

    Per esempio i paragrafi 48-52 dell’Enciclica Caritas in veritate

    http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/encyclicals/documents/hf_ben-xvi_enc_20090629_caritas-in-veritate.html#_ftnref114

    48. Il tema dello sviluppo è oggi fortemente collegato anche ai doveri che nascono dal rapporto dell’uomo con l’ambiente naturale. Questo è stato donato da Dio a tutti, e il suo uso rappresenta per noi una responsabilità verso i poveri, le generazioni future e l’umanità intera. Se la natura, e per primo l’essere umano, vengono considerati come frutto del caso o del determinismo evolutivo, la consapevolezza della responsabilità si attenua nelle coscienze. Nella natura il credente riconosce il meraviglioso risultato dell’intervento creativo di Dio, che l’uomo può responsabilmente utilizzare per soddisfare i suoi legittimi bisogni — materiali e immateriali — nel rispetto degli intrinseci equilibri del creato stesso. Se tale visione viene meno, l’uomo finisce o per considerare la natura un tabù intoccabile o, al contrario, per abusarne. Ambedue questi atteggiamenti non sono conformi alla visione cristiana della natura, frutto della creazione di Dio.

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      1. sircliges

        Quella enciclica è a parer mio la più bella e la più sottovalutata di Benedetto XVI, proprio perché diceva cose interessantissime ed intelligentissime sulla nostra società, evidenziando gli errori dell’una e dell’altra parte (semplificando: da destra e da sinistra).

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    1. Lucia

      Secondo me, nel caso dei Black Friday (che, concordo, sono una inquietante follia in America) entra in gioco, più che il consumismo in sé, lo stimolo psicologico del comprare a tutti i costi “perché è un affarone”.
      Io ne conosco, alcuni, che pur di risparmiare qualche centesimo sono disposti ad andare apposta a far la spesa nel supermercato X per comprare il tal prodotto in offerta, senza rendersi conto che la differenza probabilmente la consumano in benzina. Ma anche io, per dire, mi scopro sempre attratta dal cartellino che mi promette riduzioni del 70%, perché chissà cosa mi sembra.

      Nel caso dei Black Friday, secondo me, è più che altro questo. Che è pur sempre un meccanismo mentale malato eh, ma non è nemmeno consumismo e basta 😀

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  7. Axel

    perché la cattolicità digitale sembra avercela tanto con l’ambientalismo? Posso azzardare una risposta? perché è un “ismo”, un’ennesima ideologia, dopo tante altre , con caratteristiche anticristiane. .
    L’ambientalismo appare come una religione distorta: allo slancio verso l’alto si sostituisce il ritorno all’indistinto, al culto di Dio , quello della natura , al timore del castigo divino, conseguenza dei peccati degli uomini. la catastrofe ambientale , alla fine dei tempi, preludio del giudizio finale e della terra nuova e dei cieli nuovi, quando Cristo sarà tutto in tutti, la fine del mondo, già annunciata varie volte e , non ancora verificatasi.
    Quanto a Greta , direi, è perfetta per ravvivare una causa un po’stanca , per suscitare un movimento di ragazzini / il mondo salvato dai ragazzini, che bello no?
    Quanto all’ ambiente, la sua cura è troppo importante per lasciarla agli ideologhi che sempre nuocciono alla cause di cui si fanno paladini. In questi giorni torridi, pensavo a quanto sarebbe necessario organizzare la giornata lavotativa, tenendo conto delle stagione( che senso ha lavorare in ufficio o prendere un treno . alle 15 del pomeriggio, con aria condizionata a mille e , poi uscire e trovarsi in una situazione stile deserto o del Sahara?), a concentrarsi sulla bioarchitettura ,
    Per il resto è vero con alcuni accorgimenti, possiamo dare il nostro contributo , ma resto un po’scettica.
    Sono anni che si dice che la plastica inquina , ma il parking degli alimenti e di mille altri prodotti è lievitato!

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  8. Pingback: In che senso, un vestito può dirsi “sostenibile”? – Una penna spuntata

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