Ho accidentalmente aderito a Février Sans Supermarché e sono sopravvissuta per raccontarvelo

Chi segue pagine dedicate all’economia sostenibile potrebbe aver sentito parlare, negli ultimi tempi, dell’iniziativa Février Sans Supermarché, nata in Svizzera tre anni fa e, da allora, diffusasi anche in Francia e in Belgio. Lo scopo della mobilitazione è abbastanza chiaro: evitare i supermercati per tutto il mese di febbraio, ricorrendo piuttosto a filiere alternative come i mercati rionali e i negozi di prossimità.

Con tutto il rispetto, a me sembra un po’ ‘na scemenza.
Pur capendo il dramma umano dell’anziano panettiere che non ce la fa più a far quadrare i conti, sono dell’idea che l’avvento della grande distruzione sia da considerare alla stregua di un dato di fatto: uno dei tanti cambiamenti della nostra società, e da cui, anche volendo, non è realistico tornare indietro.
L’etica nell’economia mi interessa molto, ma dichiarare guerra alla grande distribuzione mi sembra una posizione un tantinello estrema. Ritengo molto più sensato – ad esempio – battermi con le aziende affinché i singoli prodotti che finiscono nei supermercati siano creati da lavoratori pagati decentemente e trattati con la dignità che si confà a un essere umano. Ma mettermi a boicottare i supermercati tout court… grazie, ma anche no.
Sicché, quando – verso fine gennaio – ho cominciato a sentir parlare dell’iniziativa di cui in oggetto, non ho neanche preso in considerazione l’idea di aderire.

Sennonché, in quelle stesse settimane, mi è successa una cosa.
Ho aperto il freezer (stiamo parlando di un grosso freezer a pozzetto) e mi sono resa conto di avere un sacco di carne surgelata.
Il che, naturalmente, non è un problema: da anni, ho la buona abitudine di comprare cibo in offerta, surgelarlo, e poi consumarlo via via. Il problema, semmai, nasceva dal fatto che noi, in Quaresima, non consumiamo carne. Per cui: o mi tenevo in freezer fino a maggio tutte le mie polpette, oppure diventava urgente stilare un menù mensile per smaltire entro Carnevale le provviste che avevo da parte.

La mia dispensa è sempre molto ben fornita, con ampie scorte di prodotti a lunga conservazione. Per comprare solamente la frutta e la verdura, tanto valeva andare all’ortofrutta senza perdere tempo a far la coda al supermarket… gira e rigira, e senza manco accorgermene, sono arrivata a metà febbraio senza più aver messo piede al centro commerciale. Stavo aderendo a Février Sans Supermarché senza neanche rendermene conto.
A quel punto, m’è sembrato divertente cogliere la sfida e portare a termine il mio mese di “astinenza”. Arrivata finalmente alla deadline, sento di poter dire che questo esperimento è sicuramente fine a se stesso, ma mi ha comunque fatta riflettere su alcuni aspetti che, fino ad oggi, non avevo mai considerato. Eccone ad esempio alcuni.

Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, questo mese ho speso meno del solito per la mia spesa alimentare. Certo: ho volutamente dato fondo a tutte le scorte che avevo in casa, ma, globalmente, ho risparmiato anche nell’acquisto di quei cibi freschi che ho continuato a comprare regolarmente.
Ho risparmiato perché ho comprato solo lo stretto necessario, e ho comprato solo lo stretto necessario perché niente mi ha tentata ad aggiungere al carrello “quella cosina lì”.

Ricordo chiaramente l’ultima mia spesa al supermercato: ci ero entrata con l’idea di riempire il frigo per una settimana; sono arrivata alle casse con un carrello contenente: la mia spesa, più due strofinacci da cucina che “oh che belli!”, più due tovagliette coordinate agli strofinacci perché “pensa che bell’effetto sulla tavola a colazione”, più un set di piatti da pizza, più un mucchio di altre cosine che non avevo preventivato di comprare ma che, alla fine del giro, son tornate a casa con me.
Per carità. I piatti da pizza ci servivano davvero, due strofinacci in più fanno sempre comodo, le tovagliette coordinate rientrano nella categoria di quei sani ano auto-regali non più costosi di una colazione al bar, e tutti gli altri prodotti comprati in offerta non sono certo andati perduti. Fatto sta che ero uscita di casa con pochi spiccioli nel portafoglio, e meno male che avevo dietro il bancomat perché sennò i soldi non sarebbero bastati.
Tutto questo, nel negozio di ortofrutta, non mi succede. Non m’è mai capitato di entrare per comprare un chilo di cipolle e uscirmene con dieci mele, un mipimer e un pigiamino con gli orsetti.

Evitare sistematicamente i supermercati richiede un certo planning e un certo know-how.
Tipo: dove cavolo si compra il lievito di birra secco? L’ho cercato in panetteria, in erboristeria, in farmacia, e: niente. Google mi ha suggerito di cercarlo dal macellaio (??) il quale, giustamente, mi ha presa per idiota. Non l’avrei mai detto, ma: ci va una certa abilità, nel far la spesa (!).

Inoltre: giacché passare l’intera mattinata a correre da un punto all’altro del quartiere con la sporta della spesa è attività più adatta a una casalinga anni Cinquanta che a una donna impegnata del Duemila, ho sentito fortissimo il bisogno di una adeguata pianificazione per le mie compere. Le patate, il prosciutto crudo e il lavapavimenti non posso comprarli tutti e tre nello stesso giorno (a meno di non voler diventare scema a correre di qua e di là, appunto).

Ho toccato con mano quanto fosse dispendioso in termini di tempo mandare avanti una casa ai tempi di mia nonna (e quanto fosse “inevitabile”, di conseguenza, dedicarsi alla propria casa a tempo pieno). E si è anche fatta strada in me la vaga convinzione che, ai tempi di mia nonna, una trentenne che non avesse saputo dove comprare il lievito per il pane sarebbe stata guardata con infinita commiserazione.

I supermarket sono una di quelle impagabili comodità dell’età moderna che ti semplificano la vita così tanto da permetterti di andare “col pilota automatico”, e che, di questo passo, finiranno con l’atrofizzarci il cervello.

E comunque sia messo agli atti che ‘sto benedetto lievito di birra io lo sto ancora cercando – e questa è una di quelle cose che ti insegna l’arte di arrangiarti. Una sera, ad esempio, avevamo voglia di pizza (ma non così disperatamente da spendere per una pizza d’asporto). Pizze surgelate, non ne avevamo; la pasta per pizza non potevo prepararla, essendo appunto rimasta senza il dannato lievito. E così, m’è venuto in mente di preparare una farinata.
Non esattamente la stessa cosa, ovvio – ma un Piano B ugualmente gustoso e gradito (e, forse, non privo di significato, in un’epoca in cui siamo abituati ad ottenere tutto quello che vogliamo quando lo vogliamo).

Ma andiamo avanti: comprando nei piccoli negozi sotto casa, ho scoperto gusti e prodotti nuovi che prima non conoscevo. Non dirò che nei supermercati c’è poca varietà (perché no, col cavolo: il mio è fornitissimo), ma, gira e rigira, io, al supermercato, finisco col comprare sempre le stesse cose – vuoi per abitudine, vuoi perché sto inseguendo la data offerta.
Curiosando tra i banchetti del mercato, invece, mi sono lasciata tentare da prodotti locali e/o comunque poco comuni, che prima non conoscevo proprio. Ho scoperto ad esempio le pere Madernassa (aehm: le ho odiate) e ho scoperto l’inusitata bontà delle mele Envy (sono dolcissime, sembra di mangiare uno strüdel).
Ricomincerò a comprare le Melinda per risparmiare? Probabilmente sì: ma sono contenta di aver scoperto che, se mi gira, dal fruttivendolo c’è quella specifica varietà che adoro.

Mi sono resa conto dell’importanza dei negozi di prossimità, e me ne sono resa conto quando, sbrigando una pratica dal tabaccaio, ho notato che, dietro al bancone, c’era un piccolo assortimento di detersivi pronti per la vendita. È proprio vero che il bisogno aguzza lo sguardo: fino a quel momento, non ci avevo mai prestato attenzione! Benedicendo la fortuita occasione e comprando un fustino di Dixan, ho chiesto alla tabaccaia cosa diavolo ci facessero i prodotti per la casa all’interno del suo negozio.
“Eh, sa”, mi ha risposto la ragazza: “all’interno di questo caseggiato ci sono tanti anziani soli, che hanno difficoltà a portare pesi dal supermercato a casa loro. I prodotti ingombranti o pesanti preferiscono comprarli qui, così devono solo caricarseli in ascensore”. Una spiegazione che non fa una grinza, e che ben si sposa con l’idea che ho maturato in questo mese sans supermarché: spero fortemente che i negozietti di prossimità resistano, perché, effettivamente, rispondono a un bisogno.
Le persone che ho incontrato dal macellaio, dal fruttivendolo e dal panettiere, quasi mai avevano l’aria di essere ricconi con fisse no global che facevano la spesa lì per scelta etica. Più che altro, erano vecchiette sciancate, di quelle per cui ogni passo è uno sforzo, e/o neomamme con bambini urlanti al seguito, che un salto dal panettiere riescono ancora a gestirlo, ma preferirebbero sotterrarsi pur di non doversi avventurare al supermarket, all’ora di punta, in quelle condizioni.
Detto brutalmente: le fasce più deboli della popolazione.

Detto ciò: non saranno le vecchiette e le pluripare senza aiuti in casa a salvare i negozietti di prossimità, a meno che loro non trovino un modo efficace di reinventarsi e rendersi concorrenziali. E la vedo dura.
Così come continuo a trovare molto arduo qualsiasi tentativo di dare un senso a questo boicottaggio mensile dei supermarket. Boh, sì, è stata una sfida divertente: mi ha aperto gli occhi su certi aspetti che prima trascuravo, e non escludo che possa avermi invogliata, in una certa misura, a diventare cliente fissa di questo o quel negozietto.
Resta il fatto che non vedo l’ora che arrivi domani per tornare al supermarket a fare la mia spesa grossa, e resta il fatto che la sfida mi è sembrata interessante non tanto nell’ottica di “aaarrgghh, plueblo unido, è il momento di boikottare” quanto più nell’ottica di lavorare su me stessa, cambiare le mie abitudini, riflettere sul mio rapporto coi soldi, col cibo e con l’economia domestica.

Curiosamente, cercando materiale per questo articolo, ho scoperto che – ben prima che nascesse Février Sans Supermarché – già la rubrica femminile del Daily Mail aveva sfidato alcune sue lettrici, nel lontano 2007, ad astenersi dai supermarket per un dato periodo di tempo.
Che, curiosamente, non era un mese. Era quaranta giorni. La sfida (ci crederereste?!) era stata quella di astenersi dai supermercati per tutta la Quaresima.

A questa pagina trovate le impressioni delle donne che, all’epoca, avevano aderito. Ho trovato particolarmente interessante (e ho sentito particolarmente mia) la testimonianza di Amanda, che peraltro lo mette subito in chiaro: è stata una bella esperienza, ma col cavolo che diventerà un’abitudine. La mia vita è troppo frenetica per poter sopportare questo sforzo, adesso.

Eppure, Amanda è stata comunque felice di aver partecipato.

Nella gestione della casa, sono più un anticristo che un angelo del focolare, quindi ho deciso di partecipare a questa sfida quaresimale con lo spirito di fare un lavoro su me stessa. Per quaranta giorni, avrei lottato per diventare il tipo di donna che avrei sempre voluto essere: una mamma solare e piena di energie che va al mercato in bicicletta, conserva i ritagli di giornale con le ricette e non ha paura di sperimentare.

Ecco, in questa misura sì: la sfida è stata istruttiva.

Fermo restando che una Quaresima di sacrifici è un fioretto, ma un Carnevale di sacrifici è una tortura ingiusta, e domattina mi vedrete riemergere dal supermercato con un carrello pieeeeno di leccornie e bugie ripiene che non costino un occhio della testa.
E pieno lievito di birra, mannaggia la miseria!

Fevrier sans supermerché

6 risposte a "Ho accidentalmente aderito a Février Sans Supermarché e sono sopravvissuta per raccontarvelo"

  1. Trasparelena

    il supermercato di prossimità vale? no perchè davanti casa dei miei genitori appunto c’è una conad, ma se dovessero andare dai singoli negozi tocca per forza prendere la macchina perchè i negozi “superstiti” raggiungibili a piedi sono solo parrucchieri, bar e caffetterie la farmacia e un ottico.
    Invece vicino casa mia non solo non ci sono negozi di prossimità ma non c’è nemmeno il supermercato, dato che abito in una zona residenziale che è appunto solo residenziale.
    Però ti confesso che è più di un anno che ho smesso di frequentare il megastore per un supermercato di zona ben più piccolo che mi permette di fare la spesa “grossa” in meno di 30 minuti, dove trovo tutto quello che mi serve a portata di mano

    1. Lucia

      Non lo so, se valesse anche il supermercato di prossimità, in base alle regole della sfida. Me lo sono chiesta anch’io, perché, comunque, c’è supermercato e supermercato. Non lontano da dove abito io c’è un piccolo supermercato (che è un supermercato a tutti gli effetti, col marchio di un supermercato e tutto il classico assortimento di un supermercato) ma che all’atto pratico mi risulta essere proprietà di una famiglia, con marito moglie e figli che lavorano lì e con alcuni commessi stipendiati. Quello, io voglio ben sperare che non venga considerato “supermercato da evitare”: alla fin fine, è una piccola azienda a conduzione familiare.
      (Comunque io nel dubbio non ci sono andata: se sfida doveva essere, facciamola dura XD)

      Comunque… “strana” la tua situazione, nel senso: io mi sono sempre trovata nella situazione opposta. Ho sempre vissuto in quartieri in cui i piccoli negozi c’erano ed erano comodi, proprio sotto casa (costosissimi magari, ma comodi e sotto casa); semmai era lontanuccio il supermercato (intendendo con “lontanuccio”: a piedi ci arrivi, ma magari quando fa caldo / piove / devi comprare cose pesanti… ti rendi conto che è lontanuccio). Una situazione fastidiosa soprattutto quando mi sono trovata a viverla da studentessa fuorisede: non avevo la macchina e, essendo fuorisede, non avevo nemmeno nessuno che potesse accompagnarmi.

      In effetti spero che i megastore da centri commerciali non finiscano col fagocitare negozi di zona e supermercatini, per una questione di praticità di chi non guida, se non altro. Anche se secondo me la soluzione, in futuro, sarà farsi recapitare la spesa a domicilio, abitudine che peraltro vedo diffondersi sempre più. A suo modo… anche questa è una risposta alternativa a un bisogno.

  2. claudia

    Poter acquistare in un piccolo negozio è un “lusso” che solo pochi possono permettersi e che regala una dimensione più lenta della vita. Lo dice una che va al supermercato per questioni di tempo e odia stare in fila alla cassa. Generalmente compro solo il pane e altre piccole cose nelle botteghe. Il mio fornaio quando mi vede mi dice “Ciao bella (epiteto che a Roma si rivolge indistintamente a qualunque donna dai 12 agli 80 anni) te faccio la solita pagnotta de Lariano? M’è arivata a porchetta d’Ariccia…te ne tajo du fette?” Poi si fanno due chiacchere mentre ti serve ….sono piccole cose che purtroppo spariranno, almeno per quelle periferie residenziali-dormitorio dove trovare negozi di prossimità è difficile. Comunque è vero che si risparmia perché compri solo quello che serve e non sei tentata da dozzine di altri oggetti che non dovevi comprare. Tutto sta nel trovare la bottega giusta….

  3. blogdibarbara

    Ah ecco: la cosa che ho pensato quando ho visto il titolo l’hai scritta alla sesta riga (mentre all’ottava hai fatto uno strepitoso errore di … distrazione…)
    Io vado al supermercato perché ho una conad a cinque minuti scarsi a piedi e qualche volta dal fruttivendolo, che è più lontano ma ha cose che il supermercato non ha. Tra l’altro difficilmente mi capita di comprare cose che non avevo programmato (ebbene sì: esistono anche difetti che non ho!) e quindi il rischio spreco praticamente non esiste. Aggiungo, anche se forse è un po’ OT, in merito alla questione sprechi, che ho l’abitudine di riciclare assolutamente tutto: col fondo di cottura di un arrosto condisco una pastasciutta, idem con l’olio rimasto nel vasetto di acciughe, e se compro dieci carciofi (circa tre chili) da fare in tegame, in cui normalmente si buttano tutte le foglie esterne, la metà anteriore e due terzi dl manico, cioè almeno un chilo e mezzo, io non arrivo a buttare due etti di roba. Così come ho imparato a utilizzare le foglie del sedano, quelle delle carote, le bucce della frutta, i piccioli delle ciliegie… E oltre al risparmio, è anche una bella soddisfazione.

  4. Celia

    Poi proseguo la lettura, eh, ‘ché mi interessa alquanto; ma lasciati dire senza por tempo in mezzo che adoro il tuo lapsus freudiano, o errore di digitazione che sia: “l’avvento della grande DISTRUZIONE”, anziché distribuzione.
    Non avrei potuto riassumere meglio e più concisamente il mio pensiero – per grandi linee, certo – al riguardo 😉

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