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Elogio del digiuno quaresimale

Amo il digiuno e l’astinenza quaresimali con la stessa dedizione e lo stesso entusiasmo con cui ho amato la castità prematrimoniale. In entrambi i casi, c’è la sensazione di custodire gelosamente un piccolo tesoro che, con metodica costanza, viene ignorato, sminuito, ridimensionato e villipeso dalla società che ci circonda (…e, spiace dirlo, anche da molti religiosi, adagiatisi un po’ troppo sullo spirito dei tempi).
E invece, il digiuno e l’astinenza sono belli, belli davvero. Dovremmo riscoprirli per quel tesoro che sono, invece di dipingerli come bizzarre pratiche old-style per cattolici retrò con una particolare inclinazione ascetica.

Prima di proseguire, credo che valga la pena chiarire meglio cosa intende la Chiesa con “digiuno ed astinenza”, e come interpreto io queste sue indicazioni di massima.

In base alla Santa Romana Chiesa, il digiuno è obbligatorio, il Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo, per tutti i cattolici dai 18 ai 60 anni compiuti. Non obbligatorio, ma fortemente consigliato, proseguire il digiuno del Venerdì Santo anche per tutta la giornata di sabato, in modo da spezzarlo durante la Veglia di Pasqua.
Si considera digiuno un unico pasto (sobrio) nel corso della giornata, cui è possibile accompagnare un piccolo spuntino mattino e sera, a patto che sia per l’appunto piccolo (la somma dei due snack non deve equivalere a un secondo pasto).

L’astinenza è obbligatoria, per tutti i cattolici che abbiano compiuto 14 anni, nei giorni di digiuno e in tutti i venerdì di Quaresima. Non obbligatorio, ma fortemente consigliato, praticare l’astinenza anche in tutti i venerdì dell’anno. (Qualora questo non si potesse/volesse fare, il fedele è tenuto a “compensare” con un’altra mortificazione o opera di carità).
Si considera astinenza il rifiuto di tutte le carni e di qualsiasi altro cibo che, a prudente giudizio del fedele, sia da considerarsi particolarmente ricercato e costoso.

“Questo è quello che prescrive la Santa Romana Chiesa”, mi sembra di sentirvi dire. “E allora cos’ha da interpretare Lucia, se non attenersi scrupolosamente a queste prescrizioni?”.

Beh.
Non è che io contraddica le prescrizioni della Chiesa, per carità. Sol per quello, non contraddico nemmeno la prescrizione per cui è obbligatorio confessarsi una volta all’anno.
Purtuttavia, penso che siamo tutti d’accordo nel dire che la Chiesa, in certi frangenti, ci prescrive per legge degli obblighi minimi sindacali… però non è che ci anatemizza se facciamo un po’ di più!

Indi per cui, nel mio modo di interpretare questi comandamenti, il digiuno è quanto più possibile integrale, compatibilmente con l’età, lo stato di salute e le attività che ci attendono quel giorno (non facciamoci del male fisico, per carità).
L’astinenza, oltre ad essere praticata ogni venerdì dell’anno, a casa mia dura per tutti i quaranta giorni della Quaresima, ed è formulata in maniera da essere la mia penitenza per eccellenza (cioè: me la studio in maniera tale che mi pesi proprio).

Evidentemente, non lo dico per vantarmi (anche perché è così facile rispettare questi principi e poi andare avanti per inerzia tutta la Quaresima, sentendosi tanto a posto…).
Lo dico perché, in base alla mia esperienza, il digiuno e l’astinenza, praticati in questo modo abbastanza “vigoroso”, danno alla Quaresima un enorme valore aggiunto. E mi sembra che questo messaggio rischi di essere un po’ trascurato, in un’epoca in cui sono sempre più frequenti i richiami a digiuni “alternativi” (tipo: per quaranta giorni, astinenza dallo smartphone; per quaranta giorni, digiuniamo dal pettegolezzo).
Rispettabilissime penitenze alternative, che indubbiamente fanno (molto) bene; però, mi spiacerebbe molto se prendesse piede la tendenza a scartare a priori le mortificazioni alimentari old style.

Curiosi di sapere perché?
Per quanto mi riguarda, per cinque motivazioni fondamentali.

1)  Perché siamo fatti di anima e di corpo

E, povero corpo, non è che lo si possa sistematicamente trascurare perché “naaaa, l’importante è quello che ti senti dentro”.
Indubbiamente è importante quello che senti dentro; nel caso specifico, il digiuno quaresimale diventerebbe una dieta dimagrante, se non fosse sostenuto da una reale convinzione interna.
Eppure, siamo fatti di anima e di corpo, ed è stupendo che la Chiesa ci proponga forme di penitenza che ci consentono di mettere alla prova sia l’una che l’altro, contemporaneamente.
È bellissimo (‘nsomma. Quantomeno, è molto fruttuoso) sentire lo stomaco che brontola a metà giornata, o scoprire che ti viene letteralmente l’acquolina in bocca quando ti passa davanti un piatto pieno di quel cibo che desideri con ogni fibra del corpo, ma che non puoi avere.

Auspicabilmente, tutto questo non succede quando il tuo digiuno quaresimale è – poniamo – l’astinenza dai social network. Ed è così tanto bello mettere alla prova il 100% di noi stessi; anche perché…

2)  Perché solo il sacrificio che ti pesa nella carne mette davvero alla prova la tua forza di volontà

Qui non c’è nemmeno bisogno di dilungarsi troppo in spiegazioni. Vogliamo seriamente paragonare la voglia che ti prende (magari, a stomaco vuoto) davanti a un cibo che desideri fortissimamente eppure non puoi toccare, con il sacrificio di rinunciare per quaranta giorni a [smartphone / TV / musica leggera / vattelappesca?].
Nel secondo caso,  la rinuncia mette in esercizio “solamente” la nostra forza di volontà (che non è poco, eh!). Ma nel primo caso, a remare contro ai nostri buoni propositi non ci sono solo le debolezze umane, ma anche i più puri istinti fisici.
E ritengo che le due cose non siano neanche lontanamente paragonabili.

Immaginate di essere di fronte a un amico che è nella più nera disperazione, perché il medico gli ha prescritto per alcuni mesi una dieta rigidissima che impone privazioni di ogni tipo, togliendogli peraltro tutti gli alimenti che amava di più. Lo confortereste dicendo “life sucks amico, ti capisco perfettamente: pensa che io ho finito i giga e non posso whatsappare fino al mese prossimo”?

Ecco, appunto.

3)  Perché la Quaresima non è l’unico frangente in cui ci viene chiesto di “lottare” contro il nostro corpo

Lo dico molto chiaramente: sono fermamente convinta che la castità prematrimoniale non sarebbe stata una sfida così facile da vincere, se io non fossi stata allenata da anni ed anni di estremo rigore quaresimale.
Prendetemi per scema, ma nulla mi schioderà da questa ferma convinzione… che peraltro non è solamente mia: molti pensatori vedono una stretta correlazione tra le mortificazioni alimentari e la pratica della castità. In fin dei conti tutte e due ci chiedono di lottare, apparentemente senza motivo, contro un desiderio viscerale, di per sé buono e secondo natura.

Ma, ovviamente, non è solamente una questione fisica. Dire “no” a qualsiasi vizio, mollezza, peccatuccio, tentazione, sarà (secondo me) tanto più facile quanto più ci saremo allenati in questa “palestra per l’anima” che è la Quaresima.

È certamente possibile rifiutare la tentazione anche se ci scofaniamo la bistecca alla fiorentina ogni venerdì. Per carità.
Però, secondo me, rifiutare la tentazione è un po’ più facile se ci siamo abituati a rifiutare anche la bistecca. Come in un percorso composto da tanti piccoli passi, alcuni dei quali talmente lievi da sembrare insignificanti… eppure, non così inutili come potrebbe sembrare a prima vista.

4)  Perché il digiuno ha senso se rinunci a qualcosa di buono e lecito, non se rinunci a un peccato o una dipendenza

Qualche Quaresima fa, ho sentito un parroco raccomandare ai bimbi del catechismo “per la Quaresima, come fioretto, rinunciate a dire le bugie, a fare i capricci, a disubbidire a mamma e papà, a trattar male i fratellini…”.
Ehm.
Lodevolissimo proposito, e comunque “sempre meglio che uno spunto in faccia”, ma vorrei debolmente far notare a quel sacerdote che tutte le azioni che aveva elencato  erano peccati (peccatucci da bambino, ‘nsomma), cioè cose che in linea teorica non si dovrebbero fare mai, in nessuno dei giorni che il Signore manda in terra.

Se mi dici che la Quaresima è il periodo propizio per liberarsi di quel vizio, di quella cattiva abitudine, di quella triste tendenza che ti porta a peccare sempre lì… mi trovi ovviamente d’accordo, e non ci piove.
Ma non è che adesso possiamo prendere la nostra lotta contro il peccato e trasformarla in un fioretto quaresimale: sarebbero due cose un po’ diverse, non so se mi spiego.

Bellissimo e santo profittare della Quaresima come periodo in cui dire un secco “no” a quel tuo peccato ricorrente o a quella tua cripto-dipendenza (e qui penso a chi decide di rinunciare ai social, allo smartphone, ai videogiochi, perché si rende conto di averne abusato nei mesi precedenti).
Bellissimo e santo e lodevole finché volete, ma questo è sfruttare la Quaresima per abbandonare una cattiva abitudine che doveva essere abbandonata comunque.

Il che è meraviglioso; ma non è una mortificazione.
Né tantomeno una penitenza.

5)  Perché la “mia” Quaresima mi mette unisce idealmente a tutto il resto della cattolicità – in ogni punto del tempo e dello spazio

Oh, il catechismo è chiaro su questo punto. Fatto salvo il periodo di Quaresima, io sarei liberissima di mangiarmi un chilo di salame ogni venerdì, basta compensare con un’altra opera di penitenza.

Accantoniamo per amor di discussione la questione dello slippery slope, per cui le prime volte magari la fai pure, la penitenza di compensazione, ma, dagli e dagli, alla fine puoi star certo che dopo qualche anno mangerai carne senza manco ricordare che c’erano dei vincoli.

Accantonata la questione per puro amor di discussione, resta il fatto che io traggo un gioia meravigliosa nel pensare che la mia piccola penitenza quaresimale (o del venerdì) si incasella vicino a quella di tanti fratelli, in un’esperienza internazionale e bimillenaria che si ripete, sempre uguale, da generazioni e generazioni, in ogni remoto angolo del mondo.

In ogni epoca storica, ad ogni latitudine, tutta la cristianità ha chinato il capo in penitenza in questo periodo dell’anno, sottoponendosi alla legge dell’astinenza e del digiuno. Da duemila anni a questa parte, in ogni sperduto puntolino sul mappamondo, miliardi di cristiani hanno sentito lo stomaco brontolare durante la Quaresima, e si sono privati della carne in ogni venerdì del calendario.
E non sarò io a interrompere questa bellissima catena che mi lega all’intera comunità dei discepoli di Cristo.

Potrei mangiare carne nei venerdì non di Quaresima.
Potrei adottare, nel corso della Quaresima, privazioni di vario tipo ma di natura non alimentare.
Potrei, per carità. Potrei farlo indubbiamente.

Ma sento che, così facendo, mi starei privando di una meravigliosa dimensione collettiva grazie a cui vivo questo periodo in una comunione di fede  che – se mi consentite un po’ di retorica – mi lega a tutto il resto della cattolicità superando i confini del tempo e dello spazio. E questa cosa mi emoziona tantissimo, mi dà la carica, mi commuove, e mi fa davvero sentire parte di un solo corpo che da sempre vive e si muove in sincrono con me.

***

Insomma, l’avete capito: il digiuno quaresimale, per me, è qualcosa di molto fisico. Magari accompagnato (perché no?) da penitenze “spirituali”… che però devono appunto accompagnare, non sostituire.
Poi magari voi avete un modo di far Quaresima che è mille volte più fruttuoso del mio, per carità!, ma in un’era in cui crescono gli appelli ai “digiuni quaresimali alternativi” io, appunto, sentivo l’esigenza di sottolineare quanto sia bello il caro vecchio digiuno old-style.

E siccome ho da poco scoperto Canva e mi sto divertendo come una cretina con tutte le possibilità che offre (l’ho usata per farmi la lista della spesa, non sto scherzando) vi lancio pure un’infografica con dieci spunti per un’astinenza quaresimale… come quelle che piacciono a me.

Ce n’è qualcuna che vi ispira?

digiuno-quaresima

27 thoughts on “Elogio del digiuno quaresimale

  1. Bello il digiuno e l’astinenza quaresimale anche se io i digiuni alternativi li capisco bene :) A me rinunciare a una serie TV su Netflix pesa più che rinunciare a mangiarmi una cotoletta…
    Piccola riflessione a latere. A me sinceramente il punto della lista numero 9 non mi convince. La Quaresima è il periodo dell’anno in cui dovremmo MOLTIPLICARE i cappuccini con gli amici, le serate in pizzeria, le cene romantiche…per amare di più gli amici e il coniuge/fidanzato. Aprire davvero il cuore all’amicizia – anche quando uno vorrebbe solo chiudere la porta, mettere su un film e ciao mondo (a digiuno, magari, ma tanto sereno). Chiamare l’amico che si sa che passa un periodo difficile e offrirgli una sontuosa cena con bavarese al cioccolato annessa! Semmai, eliminare il gossip-talking da queste serate, e invece usarle per approfondire l’amicizia, per parlare di cose belle, magari per un po’ di apostolato. Magari fare la mortificazione di non prendere la pizza al prosciutto ma una semplice margherita (è una che io ogni tanto faccio), oppure una pasta al sugo invece dell’amatriciana…ma in pizzeria andarci e come, se si è invitati. La colazione al bar da soli, rinunciarci va benissimo: la colazione al bar con la migliore amica che è appena stata lasciata dal ragazzo, o che si sposa fra un mese ed è al culmine della gioia invece farla (e magari prendere il cornetto semplice invece di quello con la Nutella). Mo’ senza esagerare, non è che uno deve gozzovigliare, ovvio; ma uno può fare mortificazioni sul cibo anche al bar, o in pizzeria con gli amici, o nella cenetta romantica, senza doverci rinunciare. Ovvio, uno può moltiplicare le uscite di amicizia anche facendo una passeggiata al parco, visitando un museo, andando al cinema – senza mangiare. Soprattutto per le coppie, ci sono tante cose che uno può fare, magari cucinando a casa qualcosa di buono invece del ristorante. Se si può, benissimo – è una bella mortificazione, trovare occasioni non mangerecce di amicizia. Ma dove non fosse possibile, o dove il coniuge/fidanzato non sia credente, non faccia alcuna Quaresima e al contrario sia molto felice di uscire a cena, io direi che la migliore mortificazione è quella che mortifica solo me, non gli amici cui do buca o il marito/moglie con cui non esco. Vabbè, cose di buon senso, insomma :)

    1. Beh, sì, ovvio che in certi casi è una questione di buon senso :-) Se ho l’amico distrutto perché è appena stato lasciato – ma anche solo se è la mia unica occasione di incontrare quel conoscente che abita lontano e che non vedo quasi mai – ovvio che ci esco, a pranzo.
      Però ecco, in linea di massima…

      Casomai dovesse importare a qualcuno :-P ti dico come faccio io (io non rispetto tutti e 10 i punti della lista – quantomeno non tutti e dieci contemporaneamente ad ogni Quaresima! – ma il 9 in genere sì, tutti gli anni).

      Partendo dal necessario presupposto che, in questa fase della mia vita, le occasioni di incontro coi miei amici non sono quasi mai a tavola (quindi non è che mi taglio una fetta significativa di vita sociale se rinuncio alle uscite a pranzo):

      – mio marito se ha voglia di fare la cenetta romantica s’attacca :-PP ma va beh, ovviamente è cattolico pure lui quindi è una mortificazione di coppia;
      – io da sola non metto assolutamente piede in un bar, né per colazione né per il tè del pomeriggio né per comprarmi uno spuntino se sono in giro e ho lo stomaco vuoto;
      – se ricevo un invito da qualche amico (ripeto, cosa infrequente nella mia vita attuale) cerco gentilmente di capire se possiamo rimandare a dopo la Quaresima e/o incontrarci un’altra circostanza non mangereccia. (In genere mi rispondono di sì). Se non è possibile evitare il coinvolgimento di cibi, mi assicuro che vengano comunque tenute in conto le mie esigenze alimentari in modo tale che io possa proseguire l’astinenza. Su quello sono categorica nella maniera più assoluta.

      Però, sai cosa? Mentre scrivevo questa risposta, mi rendevo conto che la stragrande maggioranza dei miei amici è gente cattolica praticante, e/o, se non praticante, comunque molto rispettosa della Quaresima dei credenti. Tipo, mi è venuto in mente un episodio di quando ero all’università, e con le mie amiche si stava organizzando un pranzo fuori in una pausa particolarmente lunga tra una lezione e l’altra, e senza che io dovessi nemmeno dire nulla una ragazza aveva commentato “allora che ne direste di andare al Mac? Ah beh no aspetta, Lucia non mangia carne, facciamo una fetta di focaccia e poi facciamo due passi?”.
      Cose così, date quasi per scontato.
      Ovvio però che se per i tuoi amici (“tu” generico eh) il concetto non è altrettanto scontato o condiviso, rispettare questa norma diventa sì limitante a livello di relazioni sociali :-)

      1. il fatto è che a me il dire per mortificarmi non esco a cena con mio marito o con un amico mi suona proprio sbagliato di fondo, non lo capisco tanto – cioè mi pare proprio il contrario di quello che una mortificazione realmente cattolica dovrebbe essere. Cioè, è più importante amare il marito e fargli cosa gradita (non parlo di voi due, ora, chiaro, ma in generale), è più importante amare un amico e accettare l’invito o non mangiare al ristorante di Quaresima…? A me la risposta pare scontata, però probabilmente sto prendendo la questione da un punto di vista sbagliato…Probabilmente la regola aurea è quella di unire utile a dilettevole, ergo: l’amico lo invito a pranzo a casa, per esempio, e al marito invece della cena offro una passeggiata romantica.
        E comunque regola ancora più aurea è che ognuno ha il diritto di farsi la propria Quaresima in santa pace senza che io debba fargli una lezioncina su come farla bene o male – lungi da me il criticare il tuo modo di fare Quaresima, eh! Anzi, mi pare molto bello. I tuoi amici saranno molto felici di rompere il digiuno pasquale con voi con belle serate dopo :)
        Sono solo considerazioni così di principio, le mie, un po’ oziose…

      2. Le tue osservazioni sono graditissime, sempre profonde, fanno riflettere… e ovviamente si vede benissimo che sono osservazioni e non critiche – falle più spesso! ;-)

        Ma sai che secondo me abbiamo due reazioni così diverse al riguardo perché abbiamo probabilmente esperienze diverse alle spalle?
        Cioè: mi sembra di capire che per te e per i tuoi amici i momenti conviviali siano una importante occasione di ritrovo; se non la principale, una molto significativa. E ci sta tutto!
        Per me, invece, mangiare fuori è un “lusso” che capita una tantum (ma proprio poche poche pochissime volte all’anno, eh) e rientra decisamente nel dominio dell’eccezionalità. E quindi il mio approccio è: ma se devo concedermi eccezionalmente un lusso poche-pochissime volte all’anno, proprio in Quaresima me lo concedo?

        Anche se penso alla mia famiglia e ai miei amici, non riesco a immaginare nessuno che possa “rimanerci male” per il fatto che gli do buca all’invito fuori. O fanno tutti Quaresima come me, o come me non hanno nessun interesse particolare a vederci proprio a pranzo e non da qualsiasi altra parte.
        Certo, se avessi (poniamo) un marito che ti tiene tantissimo a portarmi fuori a cena per festeggiare il tal anniversario, e che poveretto ci rimane male se gli dico di no, allora sarebbe certamente un’altra questione.

        Però una cosa che non capisco del tuo commento è: “mi pare proprio il contrario di quello che una mortificazione realmente cattolica dovrebbe essere”.
        Ecco, sono curiosa: secondo te cosa è una mortificazione realmente cattolica?
        Perché per me una mortificazione è una penitenza auto-imposta, volta ad assoggettare il corpo alla forza di volontà, come esercizio spirituale, e magari anche in espiazione di un peccato.

        Poi, che la propria mortificazione non debba danneggiare altri (es. il marito che ci rimane male perché non accetti il suo invito a cena), ok, ma secondo te quale elemento manca nella mia definizione di mortificazione? :-)

      3. Il marito, che sta da anni affianco all’esperta di digiuni quaresimali, ha cominciato (volontariamente) a digiunare pure lui :-)

  2. PS. Comunque, grazie mille del post che mi ha fatto ripensare a come organizzarmi un po’ meglio il digiuno quaresimale – passando per altre piccole mortificazioni tipo preparare i vestiti la sera così da risparmiare tempo la mattina, cucinare nel weekend e congelare invece di comprare cibo la sera, ecc. Piccolo aneddoto: l’anno scorso ero a Gerusalemme, in Quaresima, e sono andata a cena a casa di un amico ebreo ortodosso, per la cena di Shabbat (che è ovviamente di venerdì). Sai che loro hanno miliardi di cose che non possono fare – tipo accendere/spegnere la luce, cucinare, guidare, scrivere, ecc. Infatti ci siamo ammazzati dal ridere perché quando lui mi ha accompagnato giù a prendere un taxi (chiamato da me col suo cellulare perché lui non può neanche toccare il cellulare) qualcuno aveva spento le luci nelle scali, e io automaticamente le ho accese e il mio amico mi ha deto “Oh Lidia, è vero, che bello, TU puoi accendere la luce!”. Comunque, a confronto della sua famiglia, io mi sentivo un’indegna edonista dedita al gozzoviglio. Fortuna volle che a cena ci fosse il pollo (che per gli Ebrei non è carne, strano ma vero!, e si può mischiare al latte) e io, tutta orgogliosa, ho detto “Oh pure io ho qualcosa che non posso fare!!! Non posso mangiare carne!” e via abbracci e lacrime di gioia ecumeniche perché avevamo qualcosa in comune nella mortificazione corporale! :) Tra l’altro, appena tornata da Israele, mi veniva davvero il magone a lavorare/studiare di domenica, pensando a come loro vivono Shabbat…purtroppo il mio proposito di non lavorare di domenica si scontra con la realtà di tutti attorno a me che lavorano di domenica, in primis il mio fidanzato, facendomi sentire un’inutile anguilla se non lo faccio anche io, ma era così bella l’atmosfera di Shabbat a Gerusalemme…(vabbè potrei scrivere tomi su Shabbat, la bella sposa di Israele…).
    Scusa la lunghezza dei commenti!

    1. Ah ah, Lidia, questi aneddoti su te a Gerusalemme sono divertentissimi, soprattutto quando anche tu finalmente hai potuto mostrare di avere un divieto religioso… ;-)
      Riguardo al tema del post, concordo con Lucia sul fatto che la mortificazione corporale ha una grande “utilità”, io non ho problemi a non mangiare la carne il venerdì e a fare un mezzo digiuno il mercoledì delle ceneri e il venerdì santo… ma è il minimo sindacale. La mia vera sfida sarebbe stare senza dolci e cioccolato per tutta la Quaresima… cosa che sono riuscita a fare poche volte perché per lo più finisco per trasgredire. Paradossalmente ero molto più in gamba sotto questo aspetto quando ero più giovane.

    2. Sai invece quale sarebbe una vera sfida fisica per me, Ilaria? Digiunare dallo snooze, una pratica penitenziale che pare andare molto di voga in America :-D
      Lo snooze, per chi non sapesse, è la funzione “rimanda” sulla sveglia per cui, alla prima volta che suona, puoi pigiare un tasto ancora mezza addormentata e dirgli “rimanda tra 5, 10, 15 minuti”, e intanto svegliarti con calma. Il digiuno dallo snooze invece ti costringe ad alzarti subito, pena il rischio di riaddormentarti e fare tardi.
      Per me che ho il risveglio lento, lentissimo, sarebbe una tortura più che una penitenza… :-D

      Lidia, ma LOL!! Bellissimi tutti questi tuoi ricordi, e soprattutto la gioia ecumenica per il pollo intoccabile :-D
      Per curiosità: ma se gli Ebrei non possono accendere la luce durante lo Shabbat, in casa come fanno? Usano le candele quando fa buio?

      1. No lasciano le luci accese dal tramonto di venerdì a quello di sabato! Infatti io a casa di Zachi sono andata al bagno e senza pensarci ho spento la luce. E Zachi mi ha detto, per favore, non è la riaccenderesti? Noi non possiamo e poi dobbiamo andare al bagno alla cieca. Ovviamente accendere/spegnere candele è anche vietato! :-)
        A Gerusalemme di sabato o ti organizzi o muori. Tra l’altro, incauti turisti (a parte morire di fame, ma almeno in città possono andare a mangiare dai musulmani o dai cristiani; in altre cittadine di Israele muori di fame o ti autoinviti a casa di sconosciuti perché manco i trasporti passano) possono spaventarsi sentendo, venerdì verso le 3/4, una sirena che pare anti-incendio, o anti-attentato, e invece dice “Ehi tra poco è Shabbat, sbrigati a finire quello che devi fare, ché appena si accendono le candele si ferma tutto”.
        Tra l’altro il mio amico aveva anche un dilemma: quando ho chiamato il taxi (toccando il il cell, ma mettendo lui in vivavoce coll’autista perché il mio ebraico è rudimentale), Zachi si faceva scrupolo di chiamare un autista ebreo, perché gli avrebbe fatto violare il sabato (anche se l’autista non è religioso). Simile allo scrupolo di andare a fare la spesa di domenica, no? Costringere i cassieri a lavorare…

  3. “Per me una mortificazione è una penitenza auto-imposta, volta ad assoggettare il corpo alla forza di volontà, come esercizio spirituale, e magari anche in espiazione di un peccato.”

    Direi che ci sta, come definizione; io nella mortificazione ci metto anche (e soprattutto) telefonare a mia nonna anche se non mi va, sorridere a un collega anche se mi rompe le scatole, evitare di lamentarmi al telefono col mio fidanzato se so che è stanco. Diciamo che queste rientrano nell’elenco di “peccati da evitare//cose buone da fare ogni giorno che il buon Dio ci manda in terra” e dunque non strettamente nelle mortificazioni: ma un sorriso costa a volte più di un’ora di cilicio (cit. San J. Escrivá), e dunque io me le faccio valere per buone :)

    Quello a cui mi riferivo è che, per me, le mortificazioni migliori sono quelle che danno una concreto atto d’amore al prossimo. Perciò, una mortificazione che – in virtù di rispettare un digiuno che Dio, di fatto, non ci chiede affatto – porti a far restare male un amico o un marito sarebbe amore per se stessi (il MIO digiuno) e non amore per l’altro (l’amico, il marito). E visto che l’amore per il fratello, quello sì, Dio ce l’ha ordinato in persona, direi che sarebbe un atto disordinato, far valere il proprio digiuno al di sopra dell’amore. è molto più importante fare felice l’eventuale amico o marito che mantenere il digiuno. ( Ora, è evidente che non è il tuo caso, eh! :) ).

    A ben vedere, l’amore è quello che distingue la mortificazione cristiana dalla penitenza stoica; e persino dai precetti della halakha ebraica. Anche nell’ebraismo il pericolo di vita, o la difesa dei confini di Israele, prevalgono (soldati e medici non osservano il sabato) – ma noi dovremmo essere uno step avanti. Così in linea di principio, la mortificazione cattolica è quella che mortifica (senza ostentazione; ma a volte dire che si digiuna può essere un bell’apostolato!) me stesso, non il prossimo.

    Mi ricordo che una volta, di Mercoledì delle Ceneri, una numeraria dell’Opus Dei mi disse che se mia mamma per cena avesse preparato una torta al cioccolato (ma quando mai, mia mamma a malapena fa la pasta; e cmq digiuna anche lei Mercoledì ;) ) la vera mortificazione gradita a Dio sarebbe stata di mangiare la torta, e ringraziare! :-) Diciamo che è in questo spirito quello che intendo.

    Però, c’è un però: come in ogni cosa, cum grano salis. Se l’amore al prossimo diventa la scusa per scrofanarmi la bistecca alla fiorentina ogni venerdì, posso chiedermi se forse posso invitare i miei amici/parenti a passare al sushi, invece che da “W la carne” per la cena del venerdì; o se, pur da Mac o da “W la carne” io faccio la suprema mortificazione di prendere un’insalata invece della fiorentina. Insomma, come sempre, il buon senso è la regola aurea.

    Si capisce? :-)

  4. Alla fine comunque ho ripetuto quello che già avevi detto tu. Alla tua definizione di mortificazione non manca nulla!
    L’unica cosa che aggiungerei è che la migliore (e penso più gradita a Dio) mortificazione è quella che dà una testimonianza concreta di amore al prossimo – per esempio, i soldi risparmiati dalla cena darli in beneficenza; oppure il tempo risparmiato dal non andare al bar impiegarlo per telefonare a un’amica che non si sente da tempo, ecc.
    Non è proprio mortificazione, però per esempio passare il sabato pomeriggio ad aiutare un amico a montare i mobili IKEA…ecco, secondo me, Dio ce la fa valere come mortificazione.
    Perché alla fine saremo giudicati su quanti mobili IKEA avremo montato per il prossimo, e non su a quante bistecche avremo rinunciato :)

  5. Mh… sì, direi che bene o male ci capiamo, tranne per due o tre cose che io (io personalmente eh!) vedo proprio in maniera diversa.

    1) Ecco, nelle mortificazioni io non ci metto mai il telefonare alla nonna anche se non mi va, etc. Questo non l’ho mai concepito come mortificazione ma come puro e semplice dovere cristiano. Magari un dovere pesante e sgradevole (spessissimo un dovere a cui non ottempero!), ma non una mortificazione.
    Peraltro, col mio carattere presuntuosetto, temo che una mortificazione del genere, per me, sarebbe letale: sarei capacissima di telefonare controvoglia alla parente isterica solo per il gusto di fare una mortificazione, e poi sentirmi “a posto”, convinta di aver toccato chissà quali vette spirituali, mentre invece ho fatto lo stretto indispensabile e magari pure male – nel senso che ero in una disposizione di spirito più egoistica (“adesso faccio la mia bella mortificazione”) che generosa (“adesso telefono a Tizia perché è giusto così”).
    Anche aiutare l’amico a montare mobili IKEA: se lo faccio controvoglia spinta dal solo desiderio di fare una mortificazione (e non da affetto, gratitudine, cortesia cristiana, etc)… altro che mortificazione: col carattere che ho, rischio di farne un’occasione prossima di peccato d’orgoglio.
    Quindi, no: io non ho mai mescolato la mortificazione all’opera di carità. Più che altro perché io, con le mie inclinazioni di carattere, correrei il rischio di dimenticarmi che la mortificazione è opzionale, la carità sarebbe obbligatoria.

    2) Io non direi in maniera così convinta che la mortificazione cristiana deve per forza includere una componente di amore verso il prossimo. Per me può anche esplicitarsi in forme che includono “semplicemente” una manifestazione di amore verso Dio (da cui ovviamente consegue l’amore verso il prossimo e bla bla bla, ma magari in un momento a parte).
    Esempio estremo: atico moltissimo a vedere una componente di “amore verso il prossimo” in pratiche come la flagellazione o il cilicio (NB non uso il cilicio né mi flagello, prima che se lo chieda qualcuno :-P Però ad esempio pare lo facesse Giovanni Paolo II, per dire, e in epoca recente). Eppure, penso che nessuno di noi direbbe che l’autoflagellazione è una penitenza “da poco” – né io direi che è una penitenza inutile, nel senso che ne capisco profondamente il senso. Estrema, sì, ma non inutile.
    Quindi a mio modo di vedere la mortificazione può anche essere una cosa solo tra me e Dio e nessun altro. Le opere di carità, che evidentemente devono esserci, possono anche venire a parte.

    3) Ecco, in compenso non concordo assolutamente con la tua numeraria: se mia mamma mi mette sotto il naso una torta al cioccolato il Mercoledì delle Ceneri, col cavolo che la mangio!
    No, sul serio, su questo non transigo.
    D’accordo, non è Dio a obbligarmi a un digiuno e a un’astinenza fatti così e cosà. Ma nel momento cui io decido che “così e cosà” sarà il mio stile di vita per la Quaresima, mi aspetto che qualsiasi individuo senziente dotato di un minimo di buon senso (se non di rispetto per la pratica religiosa) prenda atto di questa mia penitenza e come minimo la rispetti, senza “mettermi i bastoni tra le ruote” (o peggio ancora piantar piagnistei di fronte a un “no grazie” motivato).
    Se l’amica Peppina mi invita a fare una grigliata venerdì (anche in regime di astinenza non obbligatoria, intendo) e io le rispondo “guarda, sai che io di venerdì ho ‘sta cosa che non mangio carne, possiamo rimandare a sabato, oppure cambiare menù? Oppure per ‘sta volta passo, non voglio creare problemi alla comitiva, e vi invito tutti venerdì prossimo a mangiare fish&chips”, non esiste al mondo che Peppina insista per “costringermi” a tutti i costi a un menù di carne, e/o assuma l’aria da martire se io decido cortesemente di declinare l’invito.
    Ma che cavolo: se decido in coscienza di fare una penitenza, anche se non “obbligatoria”, la porto avanti e nessuno può permettersi di sindacare, a meno che non sia il mio direttore spirituale.

    Oh, scusa i toni accesi ;-) ma l’idea di me che torno a casa il mercoledì delle ceneri e trovo mia mamma che insiste per farmi mangiare la torta al cioccolato e poi ci rimane pure male se rifiuto, con tanto di predicozzo dal prete di turno che eh ma povera mamma… no, quello proprio non lo tollererei, anzi mi sembrerebbe una mancanza di rispetto. Fermo restando il principio per cui la mortificazione deve colpire me e non altri, mi aspetto che individui adulti abbiano il buon senso di capire e rispettare una mia scelta penitenziale, senza decidere a priori, e al posto mio, che sono un’esagerata.

    È come se io ritenessi esagerato da parte di mio marito ‘sta sua fissazione per andare a Messa tutti i giorni, e cominciassi a tenere il broncio e a farlo sentire in colpa e a insistere tutti i giorni perché rimanga a casa.
    Se la Messa quotidiana crea squilibri tali da suggerire in coscienza di non essere così rigidi sulla pratica, è un conto (ma direi che siamo nella sfera dell’eccezionalità). In qualsiasi altro caso, ritengo che nessuno, al di fuori del direttore spirituale in caso di grave motivo, possa metter becco su una pratica religiosa, di per sé non obbligatoria, ma evidentemente fruttuosa per chi ha deciso di intraprenderla. Basta già solo quello per chinare il capo in segno di rispetto di fronte a una decisione altrui – altro che offirgli la torta Sacher nel giorno in cui lui ha deciso di fare digiuno completo! ;-)

    E ti dirò: sono così rigida anche perché mi sembra che al giorno d’oggi ci sia la tendenza a mettere la carità talmente tanto sopra a ogni altra cosa, che le altre cose (pur importanti, a modo loro) finiscono con l’essere messe completamente in ombra.
    La mia quaresima è opzionale e l’Humanae Vitae è magistero, ma io ho ancora presente lo shock di una mia amica che, non potendo in questo momento avere figli per ragioni sue, e avendo deciso di adottare i metodi naturali di comune accordo con suo marito, s’è sentita piantar storie da un religioso.
    “Scusi padre, ma precisamente qual è il problema?”.
    “Che così facendo manchi di carità a tuo marito”.
    “Eh?”.
    “Sì perché un uomo ha certi impulsi, più forti rispetto a quelli di una donna, ti sei mai chiesta come la vive lui questa astinenza prolungata?”
    “…a parte che capisce le mie motivazioni e mi supporta in questa scelta, ma con tutto il rispetto, cosa dovrei fare? Prendere la pillola per mostrare carità verso mio marito?”.
    “Sì, ritengo di sì, sarebbe il male minore”.

    Vabbeh, questo è scemo, ma secondo me, prima di arrivare a questi estremi, si parte in sordina con ragionamenti più soft.

    Oh: il che ovviamente NON vuol dire che tu o la numeraria dell’Opus Dei siete lì lì per inneggiare al peccato mortale, ci mancherebbe altro! ;-) ma che spesso vedo la tendenza a partire da posizioni come le tue (pienamente ortodosse) per arrivare a posizioni estreme (decisamente fuori dal mondo). Ecco perché su questo io invece amo mettere i puntini sulle I con tanto rigore :-)

    1. Lo capisco, l’importante è seguire la regola aurea: buon senso! :)

      Anche io penso che montare il mobile IKEA non sia strettamente una mortificazione; l’importante è montarlo, ‘sto mobile; lo fai per orgoglio? Chissene, basta che lo fai. Meglio morire orgogliosa con milioni di amici che ti spingono a forza in Cielo perché hai reso loro la vita migliore, che morire tanto umile e mortificata ma senza carità. Ergo: qualsiasi motivazione è buona per fare atti di carità, poi il buon Dio ci pensa Lui a mettere le cose a posto nella nostra anima, se glielo chiediamo :-)

      Forse non mi sono spiegata; anche io penso che mortificazioni “solo” per amore a Dio vadano bene. Mio nonno usava il cilicio, miei amici lo usano; io faccio altre mortificazioni (tipo appunto non mangiare la carne, non mangiare la pizza al prosciutto ma la margherita; non sedermi sul bus, ecc.). Però mortificarsi serve a espiare un peccato, oppure a combattere la tentazione che è…tentazione contro l’amore, a Dio e al prossimo. In questo senso, nessuna mortificazione è slegata dall’amore al prossimo, perché è allenamento all’amore.

      Io capisco il tuo punto sulla torta. Ma oggettivamente, ildire no alla torta, almeno come lo presenti tu, non dipende dal fatto che rinunciando alla torta uno ami Dio, ma che chi presenta la torta non rispetta il digiunante. Che è una cosa giustissima, perché uno ha tutto il diritto di vivere la Quaresima come vuole, e devi essere rispettato per questo. Ma non c’entra nulla con l’amore per Dio – Dio è felice sia che uno la torta la mangi sia che non la mangi; la torta è neutrale. Questo penso sia molto importante distinguerlo. Che la decisione di mangiare la torta sia una cosa buona, o cattiva, dipende dalle intenzioni con cui uno lo fa.. Ma se decidessi di mangiare la torta, e magari offrire come mortificazione il fatto di rinunciare al TUO digiuno per fare cosa gradita al prossimo, credo che Dio sarebbe felice lo stesso. Torta o non torta. In generale, io penso che l’amore non possa mai essere troppo. Però amore ordinato, appunto: Dio per primo, poi il prossimo, poi io. Il non mangiare la torta, dove si situa? Dipende: e da questo dipende cosa fare con la torta :-) Se è per “mantenere un punto”, allora mi pare non male, ma neanche un bene. Se il mantenere un punto è invece qualcosa di davvero rilevante per la vita spirituale di uno (per ragioni X), o perché non lo rispettano mai a casa, e invece dovrebbero, allora è una cosa diversa. Dipende; e il ruolo del confessore è proprio questo, no? Farci capire dove siamo. Cmq magari chiedi pure a lui ‘sta cosa della torta, ché oramai mi intriga! :-)
      Va detto che per Peppina o per la mamma la vera opera di carità è accettare – e amare – il rifiuto a mangiare. In questo, credo che il rifiuto debba essere un’occasione per amare; non mangio la tua torta, però ti ringrazio e faccio qualcos’altro per te. Da come si amano capiranno che sono miei discepoli – ergo, non mangio ‘sta torta benedetta, però almeno ti ringrazio tanto.

      Finisco: tutte belle considerazioni, l’amore bla bla, ma siamo umani, e un po’ di ordine ci aiuta. Ama e fa’ ciò che vuoi è una bella cosa, ma digiunare, e mantenere il digiuno anche quando Peppina ci invita, possono aiutare a raggiungere il fine: cioè amare Dio – e di conseguenza Peppina – di più.

      Condivido la tua preoccupazione per un eccessivo lassismo, ma io francamente sono anche spaventata da un eccessivo rigorismo. Non mi inoltro sull’HV, ma anche lì il problema è, la moglie in che modo ama davvero suo marito, con o senza contraccezione? Probabilmente senza; e per l’astinenza la soluzione non è prendere la pillola, ma parlarsi e volersi bene di più.

      1. A bene vedere, non mangiare la torta è anche “sano amore verso di sé”. Va bene amore al prossimo, però se non curo me stesso (anche spiritualmente) non posso amare. Il prossimo va anche educato all’amore: concedendo sempre, non si educa; come con i figli. Se non mangio (o spiritualmente: se non digiuno) non posso crescere i miei figli. La tua coscienza (ben formata) sa dirti quando stai facendo bene o male.

      2. Uhm… sì, in effetti adesso che mi ci fai riflettere, il mio punto sulla torta è questo.
        Per Dio la torta è neutrale, posso mangiarla o non mangiarla. Per me, non mangiare la torta è importante perché questa disciplina auto-imposta mi aiuta nel mio processo di crescita spirituale, mettiamo così. Dando per buono che se decido di fare una certa penitenza è perché ne traggo beneficio spirituale, allora il rifiutare la torta è una cosa che mi fa crescere spiritualmente.
        Quindi: è vero che a Dio non gliene importa niente della torta, ma la mia relazione con Dio, mettiamola così, beneficia del fatto che io ‘sta torta la rifiuti.

        E quindi: non solo mia mamma deve rispettare la mia scelta, ma io stessa mi sento “in dovere” di rimanere fedele alla mia disciplina, perché se è una cosa che mi apporta benefici spirituali… cavolo! Non la butto via così solamente per compiacere il prossimo!

        Nella scala “amore verso Dio / amore verso il prossimo / amore per se stessi”, il non mangiare la torta io lo situo nello scalino “amore verso Dio”… non perché Dio si traumatizzi per la fetta di torta, hai ragione a sottolinearlo, ma perché se una certa pratica spirituale mi aiuta ad avvicinarmi a Dio (e così è, per me, con il digiuno e l’astinenza) allora è opportuno portarla avanti con convinzione in ogni possibile circostanza, e persino se il prossimo mio non ne è entusiasta.

        Forse sono così puntigliosa anche perché mi sembra che negli ultimi tempi (decenni eh, non mesi) si stia diffondendo sempre più la tendenza a impostare la vita spirituale solo su quelle cose che possono piacere a Dio ma anche al prossimo, e se c’è qualche pratica spirituale utile, fruttuosa, ma che il prossimo non capisce… allora è meglio lasciarla perdere, puntare ad altro, o quantomeno farla in segreto e non dirlo in giro ché poi sembri tu quello strambo.
        E questo mi addolora abbastanza. A parte che lo spasmodico tentativo di piacere al prossimo rischia sempre di degenerare nel lassismo… quand’anche non ci fosse nessun pericolo in questo senso, è comunque una perdita, sotto un certo punto di vista.

  6. Sì, sul lassismo hai ragione – io per prima mi rendo conto che sono estremamente lassista su tante cose (anche se quasi mai per compiacere il prossimo; di solito per compiacere me stessa).
    Comunque, io non intendo dire che mangiando una torta tu “compiaci” il prossimo. Semmai, uno deve vedere se in caso fosse davvero un atto di carità verso il prossimo; una situazione specifica mo’ non mi viene in mente con la torta, ma appunto, se ci fosse, ritengo che sapremmo individuarla.
    (A parte che sinceramente forse stiamo un po’ esagerando il ruolo di UNA fetta di torta in quaranta giorni di Quaresima, oppure di UNA fetta di torta nei rapporti madre/figlia…effettivamente l’esempio suona un po’ ridicolo :) Magari altre cose sarebbero più consone).
    Il pericolo di lassismo sicuramente c’è, ma c’è anche il pericolo di un rigorismo che nulla ha a che fare con il cristianesimo.
    Forse affermazioni di principio valide sempre e comunque non servono; io credo che una coscienza ben formata e libera sappia rendersi conto da sola dei momenti in cui la torta va mangiata e dei momenti in cui la torta va lasciata da parte – Gesù guarisce di sabato, mangia in casa di peccatori, si intrattiene con donne samaritane, e non credo la sua azione si possa derubricare a “compiacere il prossimo”. Anche lui veniva trattato da lassista – ma la differenza fra il suo “lassismo” e il mio è che il mio è sempre, anche quando si tratta del prossimo, egoista – mentre il suo era sempre carità pura; e il suo digiuno era molto più duro di qualsiasi cosa abbia mai provato io. Credo che il suo esempio sia quello da seguire.
    Ciao dall’assolata California! :)

  7. Chi trova tanti pretesti e ancor più giustificazioni per disattendere un precetto tanto salutare al corpo spirituale, verrà certamente meno anche nelle altre battaglie di continenza. E aggiungo che trovo molto fastidioso che taluni per non compiere il bene dichiarino di farlo per un bene maggiore. L’amore per Dio deve essere superiore all’amore per gli uomini. A certe sedicenti cristiane ricordo che è più importante non dispiacere a Dio che non dispiacere al prossimo. E se, x le stesse, telefonare alla propria nonna è una mortificazione… Beh, direi che son seguaci di altra ‘religione’ e non del Signore Cristo Gesù

    1. Beh beh… per rasserenare un po’ l’atmosfera, mi verrebbe da fare la battuta che dipende anche da tipo è questa nonna ;-) ;-)

      Mah, guarda: io credo che il problema di fondo sia che il digiuno oggigiorno è una pratica veramente demodè. Non ne parla più nessuno, è ancor più impopolare della castità prematrimoniale, peraltro pure io sarei un po’ in imbarazzo nel doverla presentare ai giovani, perché poi ti salta fuori la ragazzotta con tendenze anoressiche e bla bla bla.
      Faccio un esempio concreto: mio marito non aveva mai digiunato in modo “serio” perché era convinto che non ce l’avrebbe mai fatta, ed era convinto che non ce l’avrebbe mai fatta perché non aveva mai conosciuto nessuno che, digiunando seriamente, lo… rassicurasse sulla possibilità di una permanenza in vita alla fine del Triduo ;-P
      Quindi io capisco bene che tanti non capiscano a fondo la bellezza di questa pratica, o perché non gli è mai stata proposta seriamente (i giovani), o perché non gli è mai stata spiegata a dovere ma solo imposta (i vecchi).
      Ma dire che chi è titubante di fronte al digiuno debba automaticamente fallire in altri aspetti della continenza, secondo me no, anche perché trovo molto comprensibile essere titubanti di fronte a una cosa che non ti è mai stata spiegata, non ti è mai stata proposta seriamente, e che apparentemente non fa più nessuno. Quindi secondo me la “colpa” è a monte ;-)

      Non so, eh.
      Tu personalmente, hai mai conosciuto preti o religiosi che parlassero apertamente di digiuno ricordando sistematicamente gli obblighi e magari esortando a fare un po’ di più?
      Perché io no (a parte quello ormai famoso di cui ho parlato a Tv2000).
      Se il predicatore non predica, te credo che poi i fedeli danno poca importanza al precetto. Ma mica solo la povera Lidia qui sopra eh…!

  8. La continenza della carne e della gola viaggiano sullo stesso binario… Cara Lucia, mi devi proprio scusare ma quando leggo certe affermazioni… Trascendo! Non riesco proprio a tollerare chi usa passi delle Sacre Scritture per legittimare le proprie inadempienze. Tutti siamo fallosi e peccatori vieppiù, certamente. Ma il punto non è non cadere… ma rialzarsi dopo ogni caduta. Vero è che molti pastori su certe tematiche paiono piuttosto latitanti, ma questo non giustifica il lassismo dei laici. Nella mia famiglia non è mai stato praticato il digiuno quaresimale, né ho mai conosciuto personalmente alcuno che lo facesse; che lo facesse sul serio intendo. Eppure di mia sponte… E poi non comprendo le difficoltà ad osservarlo; chi è contrario generalmente risponde con dei risibili sofismi. Riguardo, invece, la castità e la verginità ho anch’io qualche difficoltà a proporle come ideale di vita… Perché anche in ambito cristiano e parrocchiale sembra che la pervasiva catechesi del mondo sia imperante.

    1. Cioè, tu ti senti più disinvolta a proporre il digiuno che non la castità prematrimoniale? Ammazza! :-P

      No, per me è il contrario. Sul versante castità, ho il catechismo dalla mia: c’è scritto a chiare lettere che una vita sessuale così e cosà è oggettivamente peccato mortale, e quello cambia tutto (sia per chi mi ascolta, auspicabilmente, sia per me che mi sento autorizzata/tenuta a fare la solona).
      Un rigido digiuno quaresimale è “solo” una mia proposta di vita, che personalmente reputo utilissima e valida e stupenda e tutto quello che vuoi, ma che non è obbligatoria (fermo restando gli obblighi minimi sindacali imposti dalla CEI, talmente lievi che credo/spero vengano rispettati più o meno da tutti).
      Quindi, io ne parlo, e con passione e con convinzione e tutto, però non mi stupisce incontrare gente che è su tutt’altra linea d’onda… e sotto un certo punto di vista va anche bene così. Una volta ottemperato agli obblighi sul digiuno, tutto il resto è un “di più” che per me è estremamente fruttuoso ma che si può legittimamente scegliere se adottare o meno (…e/o che per altri potrebbe anche risultare meno fruttuoso di quanto lo sia per me, metti mai).

      Ora, visto che ti riferivi alla discussione di sopra con Lidia: dire che se il mercoledì delle ceneri torni a casa e la mamma ti ha preparato una torta al cioccolato, allora devi mangiare la torta per essere un buon cristiano… beh, quello no: come dicevo sopra, mi stona parecchio.
      Però non mi spingo nemmeno a dire che per essere un buon cristiano allora devi digiunare nel modo rigido che propongo io (oppure che, se non digiuni rigidamente, allora è segno che non sei un buon cristiano).

      Concordo molto con quello che diceva qui Giovanni Marcotullio, e cioè: “chi è mai così poco esperto di sé da pensare di poter tenere a freno la lingua senza aver saputo tenere a freno la gola? I pensieri, le parole, le opere (e le omissioni) sono tanto più veloci e tanto meno facilmente pilotabili del semplice rimandare il momento del pasto”.
      Però – riaffermando che il digiuno è, secondo me, una fantastica palestra per il dominio di sé – posso senz’altro immaginare che ci sia gente che non si è mai esercitata in questa palestra epperò è bravissima nel controllare pensieri e parole e opere. Possibilissimo, soprattutto se questa palestra non gode di adeguata pubblicità e sembra una roba riservata a culturisti fissati e pieni di steroidi… ;-)

  9. Siccome il post aveva come tema il digiuno ho creduto bene commentare su quello. Le abitudini alimentari e le corrispettive restrizioni dietetiche delle persone non sono di mio precipuo interesse. Perciò se la maggioranza dei cristiani ritiene il precetto del digiuno quaresimale una pratica antica e superata ciò non mi tange. Io personalmente ne traggo grandi benedizi: nel corpo e nello spirito. E poi questo piccolo sacrificio lo offro a Gesù. E pareami che preghiere digiuno e carità li siano sommamente graditi

  10. Verginità/castità: plaudo alla tua dialettica e al tuo potere di convincimento. E alla tua preparazione catechistica. Io consapevole della mia pochezza cerco di non avventurarmi in tematiche così scabrose. In una società così scristianizzata e pansessualista come la nostra x divulgare un pensiero tanto osteggiato e vilipeso occorrerebbe una preparazione che io sento di non possedere. Potrei portare la mia testimonianza, ma temo servirebbe assai poco. Perché per me son così connaturali alla mia persona che non riesco nemmeno a ipotizzare condizione altra

  11. I fronti di battaglia sono innumerevoli: rispetto di GESÙ EUCARESTIA – tutela della vita nascente, dei malati e degli anziani – libertà di coscienza etc. Cerchiamo di non aprire inutili contenziosi su tematiche secondarie. Se le mie parole son state male interpretate chiedo venia. Non a tutti è data una proprietà di linguaggio come la tua. Saluti

  12. Io vorrei solo dire che non mi reputo una sedicente cristiana: vivo la castità prematrimoniale, la impongo al mio fidanzato, pratico mortificazioni corporali e il digiuno. Che io mi ricordi, non ho mai mancato una sola volta di obbedire al precetto del digiuno.
    La ” povera Lidia” è anche membro dell Opus Dei da svariati anni, e non credo lo si possa definire un ambiente particolarmente lassista. Mai mi e stato detto di non digiunare ( anzi, le mie mortificazioni corporali credo superassero di molto il digiuno), ma sempre mi e stato detto che ” se non ami il fratello che vedi, come potrai amare Dio chr non vedi”. Possiamo accordarci sul fatto che è cristianesimo, questo. DI prediche ne ho ascoltate moltissime, a 16 anni ho iniziato ad andare A Messa ogni giorno e pregare mediamente due ore al di. Ora, poco importa la.mia.pratica cristiana, vorrei solo ribadire che uno può legittimamente vivere determinate pratiche in modo diverso e ciononostante vivere una bita di fede, ecco.
    Tutti i miei amici e fidanzati hanno sempre saputo il mio vivere la castita, la Messa, il digiuno..e mai ho avuto la minima difficoltà nel propagarle, dalla Papua Nuova Guinea alla russia…
    Ecco, dare del sedicente cristiano al prossimo è pratica quantomeno pericolosa, e non proprio edificante.

  13. Ecco… la risposta di Lidia è arrivata prima della mia, e, in effetti, me la aspettavo / la capisco :-P

    Mi rivolgo in unico commento a tutte e due: Monica, personalmente non credo di aver frainteso le tue parole, nel senso che ho capito cosa volevi dire, e per certi versi apprezzo e condivido lo zelo con cui scrivi. Però, ehm, diciamo che il tuo primo commento era molto chiaro ma anche potenzialmente offensivo nei confronti di Lidia, che ho definito “povera” non per altro, ma perché ogni tanto le capita di trovarsi in mezzo a questi misunderstanding, qui e altrove: mappovera donna, Lidia! Non è la prima volta che succede! :-P

    Il mio pensiero è: ci sono i dieci comandamenti e ci sono i vari precetti della Chiesa, e quelli bisogna seguirli alla lettera, e fin qui direi che siamo tutti d’accordo.
    Lo dico? Lo dico: per me (e, deduco, anche per Monica) il precetto del digiuno così come è proposto oggi è troppo poco, perché per me fare un pasto normale e due spuntini nell’arco di una giornata non è “digiuno”, è “mangiare un po’ meno del solito”, secondo questa norma io praticamente farei digiuno tutti i giorni quando in ufficio mangio solo un panino al volo. Quindi, sì, per me sarebbe bene che gli educatori calcassero un po’ di più la mano su questa cosa del digiuno, sottolineando quando sia bello e santificante e tutto quanto fare qualche sforzo in più rispetto al minimo sindacale prescritto.

    Però, appunto: per me.
    Se un cattolico decide di attenersi agli obblighi minimi sindacali, certamente non posso e non voglio dirgli che sta facendo male, perché tutto il “di più” ognuno se lo gestisce come meglio crede, secondo le sue inclinazioni, le sue condizioni di vita, la sua esperienza su cosa è per lui spiritualmente più fruttuoso, etc.

    Quindi, da un lato resto ferma nella mia posizione che il digiuno è una praticamente mediamente “poco pubblicizzata” e che meriterebbe un po’ più di attenzione nella predicazione; dall’altro, è ovvio che si può essere degli encomiabili cristiani senza dover fare per forza le stesse identiche cose che faccio io. E’ una riflessione che ogni tanto ho già fatto, qua e là: non capisco perché, nell’ambito della vita consacrata, si ammetta senza problemi l’esistenza di carismi anche completamente diversi (prendete una clarissa e mandatela a lavorare a difesa delle prostitute nelle favelas, minimo minimo avrà uno shock), mentre invece si tende a pensare che la vita cristiana dei laici debba suppergiù essere sempre uguale.
    Questo sì che è un residuo di clericalismo secondo me ;-) nel senso che io trovo molto palese che io personalmente sono più tagliata e/o traggo maggior beneficio spirituale da certe cose, mentre magari la mia vicina di casa ha una inclinazione completamente diversa.

    Ecco :-P

  14. Ecco, l’unica cosa su cui forse non sono tanto d’accordo in linea di principio, adesso che ci penso, è la frase “se non ami il fratello che vedi, come potrai amare Dio che non vedi”.
    Cioè.
    Sì, se non ami il fratello che vedi è ovvio che c’è qualche grosso problema di fondo, per usare un eufemismo, però io posso senz’altro immaginare che ci sia gente che si sente attratta più dall’amore verso Dio che non dall’amore verso i fratelli. Poi ovviamente, se ami Dio, l’amore per il prossimo è una diretta conseguenza, ma io posso senz’altro immaginare che ci sia gente che si sente chiamata ad amare anzitutto Dio, e poi, come conseguenza, il prossimo.
    E’ per quello che la frase “se la mamma ti prepara la torta di cioccolato il mercoledì delle ceneri allora il vero sacrificio è mangiare la fetta di torta”, perché sembra implicare che accontentare la mamma è necessariamente meglio che restare fedeli al proprio digiuno, e, boh, quello no. Chi rompe il digiuno ha il diritto di non sentirsi dire che è un cristiano da poco, ma lo stesso vale anche per chi decide di non rompere il digiuno e dire “grazie per la torta ma non posso”.
    Ora, concordo che stiamo estremizzando il valore di una minima fetta di torta ;-) Se penso a casi più “gravi” e dalle conseguenze più serie, andare a fare un ritiro spirituale è una cosa santa, ma è ovvio che non è il caso di andarci se il risvolto della medaglia è (che ne so) abbandonare a se stessa per giorni e giorni una moglie depressa, che sta assistendo l’adorato padre malato di cancro negli ultimi giorni di vita. Per dire.
    Allora sì, in certi casi estremi è ovvio che l’amore per il prossimo deve “avere la precedenza” sull’amore per Dio, ma in tutte le altre circostanze io opererei una prudente sospensione del giudizio dicendo che, anche qui, quello che è meglio per se stesso lo decide il singolo, magari dopo averne parlato col suo direttore spirituale.

    Sai perché lo dico, Lidia?
    Non è in alcun modo una critica all’Opus Dei sia chiaro!!, che peraltro mi ha regalato alcune delle persone più sante e più importanti della mia vita :-)
    No, quella di sopra è una critica che faccio a tanti movimenti giovanili, pensa un po’, che vedo sempre più sbilanciati verso l’amore verso il prossimo (lodevolissima cosa eh), un po’ a discapito dell’amore verso Dio. Io da ragazzina ci ho sofferto parecchio eh, perché cercavo di inquadrarmi in un movimento che facesse al caso mio ma non ne trovavo nessuno in cui mi sentissi bene al 100%. Tutte le attività proposte ai giovani erano volontariato, attivismo, carità, esperienze missionarie in Africa… tutte cose lodevolissime, ma davvero non c’era niente di niente per me, che non è che l’esperienza missionaria la rifiuti per principio, ma mi sento più realizzata nel fare altre cose. E infatti ho cominciato a sentirmi veramente realizzata come cristiana quando ho cominciato a fare volontariato, ma non in Africa, nella quiete austera di una biblioteca religiosa, e ho cominciato a studiare la Storia della Chiesa, e a trasmetterla ad altri, ed è stato lì che la mia vita di fede ha fatto un salto di qualità.
    Ora, non so se questo si classifichi come “amore verso Dio”, ma posso dirti che finché la pastorale giovanile ha continuato a propormi solo ed esclusivamente iniziative quasi unicamente focalizzate verso l’amore per il prossimo, io mi sono sempre sentita un po’ fuori posto.

    E il fatto è che sono andata avanti per diversi anni come un “cane sciolto” dribblando via via tutte le proposte che venivano rivolte ai giovani della mia età, e ho dovuto entrare nell’età adulta per trovare delle iniziative che effettivamente mi attirano, mi aiutano, e fanno al caso mio.

    Boh?
    In effetti non so nemmeno se c’entra con quello che hai detto tu ;-) però tant’è. Frasi come “se non ami il tuo prossimo come puoi amare Dio?”, per quanto vere, mi impensieriscono sempre un po’ proprio per questi miei trascorsi (e siccome palesemente non c’ho niente da fare mentre aspetto che sia ora di preparare cena, ho pensato bene di impestare Internet con questa digressione con poco senso :-P)

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