La strana storia di san Tommaso apostolo evangelizzatore delle Americhe

Se c’è un santo a cui va tutta la commiserazione, costui è senza dubbio il povero Tommaso apostolo, che non pago di quella figuraccia sul suo scetticismo divenuto proverbiale è andato incontro a un destino agiografico ancor peggiore rispetto a quello della Maddalena. Se con la donna di Magdala ci si è divertiti a scavar nel torbido, gli agiografi di san Tommaso hanno avvertito l’impellenza di spedirlo a evangelizzare le parti più remote del pianeta – possibilmente dopo un viaggio complicato, spesso infarcendo i racconti di reati tra i più pittoreschi, quasi sempre producendo resoconti così inverosimili da far, francamente, sorridere noi uomini moderni. (E, secondo me, anche quelli di una volta).

Prendiamo, per esempio, la tradizione che lo vuole evangelizzatore delle Indie. Già qualche anno fa mi divertivo a raccontare su questi schermi quella che è probabilmente la versione più assurda di questa storia (include un san Tommaso che si spaccia per architetto e commette svariati reati ai danni dell’erario pubblico dello stato indiano, scampando miracolosamente a una decapitazione che a quel punto sembra più “giustizia” che “martirio”). La tradizione, in realtà, è ben più antica della leggenda medievale: la prima fonte a parlarci di un san Tommaso evangelizzatore delle Indie è costituita dagli Atti di Tommaso, un apocrifo cristiano della prima metà del III secolo in cui è Gesù stesso a ordinare al suo apostolo di partire per quel viaggio lungo e periglioso. E, poiché san Tommaso si mostra titubante all’idea di una spedizione così irta di pericoli, l’Onnipotente pensa bene di farlo deportare nel Lontano Oriente come schiavo di un mercante indiano, per essere sicuro che la faccenda vada a buon fine e che Tommaso sia sufficientemente motivato a far quello che deve. L’ho già detto che ‘sto santo mi fa pena, sì? Da lì nasce e si consolida la tradizione di dipingere san Tommaso come evangelizzatore delle Indie… da lì nasce anche la tradizione agiografica di mandare ‘sto poveraccio nei posti più improbabili del globo terracqueo.

Prendiamo, per esempio, il continente americano.

All’epoca in cui il Nuovo Mondo era (se non altro nell’immaginario collettivo) un’estensione dell’Asia, una propaggine delle Indie, una terra che i cartografi stavano cominciando a mappare ma che l’uomo comune continuava a percepire come una versione 2.0 del Lontano Oriente, qualche agiografo di fantasia vivace dovette avere la bella pensata: beh, se san Tommaso ha evangelizzato le Indie orientali, perché non possiamo immaginarcelo anche nelle Indie occidentali, quelle appena scoperte da Colombo?

Dal punto di vista geografico, ovviamente, la supposizione non aveva senso (entro il 1522, le esplorazioni di Magellano avevano reso chiaro al di là di ogni ragionevole dubbio che America e Asia fossero due continenti distinti, separati da un’immensa distesa d’acqua). Ma, a livello di immaginario collettivo, l’idea risuonava bene: da secoli, san Tommaso aveva la fama d’essere quel santo che si spingeva ai margini del mondo conosciuto per evangelizzare avventurosamente le bellicose genti che abitavano in quelle lande perigliose… quindi, tutto sommato, perché non immaginarlo anche oltre i confini dell’Atlantico? In fin dei conti, le vie del Signore sono infinite, e probabilmente capaci d’attraversare anche gli oceani, alla bisogna: e se già era stata accettata l’idea che san Tommaso fosse arrivato fino in India… beh, si poteva anche postulare che si fosse spinto un po’ più in là.

La prima testimonianza di questo mito arriva a noi per mano di Manuel da Nóbrega, gesuita che ebbe un ruolo di spicco nella primissima evangelizzazione del Brasile. Sbarcato a Bahia nel 1549, Nóbrega era stato fortemente colpito da una leggenda locale che gli aveva fatto accendere una metaforica lampadina in testa. Gli indigeni del luogo – riferisce il gesuita in una lettera indirizzata ai suoi superiori in Portogallo – parlano con grande devozione di una figura mitologica che chiamano Zomé, la memoria dei cui prodigi ha attraversato le generazioni. Collocando la sua venuta in un passato remoto, dipingono Zomé coi tratti di un eroe civilizzatore che era giunto in Brasile per curare gli ammalati, insegnare ai locali nuove pratiche agricole e per ammaestrarli illustrando loro nuove norme comportamentali secondo cui vivere, per costruire una società migliore. Un folklorista moderno farebbe notare che quello del super-uomo che giunge da luoghi remoti per graziare gli esseri umani delle sue conoscenze fuori dal comune è un archetipo presente in quasi tutte le culture (il Nord Italia, per esempio, conosce bene la figura dell’Homo Selvadego, che un bel dì scende dai monti per insegnare ai pastori l’arte della caseificazione). Ma Nóbrega era un gesuita del Cinquecento, non un folklorista d’oggi, e non sorprendentemente guardò alla leggenda con tutt’altro sguardo. In Portogallo, san Tommaso apostolo è noto come são Tomé, e Nóbrega trovò irresistibilmente seducente l’assonanza tra il suo nome e quello del mitologico Zomé di cui gli indigeni brasiliani narravano i prodigi. Da cosa nasce cosa, ed entro il 1549 Nóbrega si sentiva di poter scrivere senza mezzi termini, nella sua Informação das terras do Brasil indirizzata ai gesuiti di Coimbra, che

«gli Indiani dicono che san Tommaso, che essi chiamano Zomé, passò di qui, secondo quanto narrato dai loro antenati; e che le sue impronte sono impresse vicino a un fiume. Andai a vederle per maggior certezza della verità e vidi con i miei propri occhi quattro orme molto marcate, con tutte le dita, che a volte il fiume ricopre quando è in piena. Dicono anche che, quando lasciò queste impronte, san Tommaso stava fuggendo dagli indios che volevano colpirlo con le frecce; giunto in quel punto, il fiume si aprì ed egli passò all’altra riva senza bagnarsi».

All’atto pratico, l’aneddoto è con ogni evidenza un calco di due episodi agiografici ben noti. Il riferimento alla traversata del Mar Rosso è evidente anche ai non addetti ai lavori; il rimando alla vicenda biografica di sant’Ignazio da Loyola potrebbe essere meno evidente… e tuttavia, nel corso di un pellegrinaggio in Terra Santa, il fondatore dei gesuiti aveva vissuto un momento di grande commozione contemplando la pietra che, secondo la tradizione, conservava l’impronta lasciata dai piedi di Gesù nel momento in cui lui s’era innalzato al cielo nel giorno della sua Ascensione.

Sembra abbastanza evidente che Nóbrega abbia attinto alle memorie dei suoi anni di noviziato per ricamare sopra a questa storia; ma, al tempo stesso, sembra abbastanza evidente che qualche segno strano dall’aria piediforme dovesse esistere per davvero, lì da quelle parti, perché negli anni immediatamente successivi si moltiplicano le testimonianze di Gesuiti che danno conto della loro visita a quello che, ormai, aveva l’aria d’esser diventato un vero e proprio luogo di pellegrinaggio. Leggiamo per esempio la lettera che padre Francesco Pires indirizzava nel 1552 ai gesuiti di Lisbona:

«le impronte si trovano a un tiro di balestra dal villaggio dove abbiamo riposato. Alla mattina, dopo l’omelia, la predicazione e i cantici, partimmo con gli Indios verso il luogo delle impronte; il nostro gruppo cantava le litanie e loro rispondevano ora pro nobis. Quando giungemmo, la marea era per metà discesa e vedemmo le impronte, che rimangono coperte quando l’acqua del mare è alta. Sono ben marcate, come quelle di un uomo che, fuggendo, stesse scivolando e la pietra prese la forma dei suoi piedi come se fosse stata argilla (ma la pietra è durissima)».

Di lì a qualche anno, anche gli Agostiniani del Perù annunciarono gloriosamente di aver trovato traccia del passaggio di san Tommaso nelle loro terre (giustamente, una volta arrivato fino all’America, mica ti fermi al Brasile). E, da lì in poi, fu tutto un susseguirsi di ritrovamenti “archeologici” e testimonianze “inconfutabili” tratte dalla tradizione orale, con un pullulare di leggende che ebbe gran diffusione (su uno e sull’altro capo dell’Atlantico) fino a tutto il XVII secolo.

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E qui probabilmente qualcuno potrebbe chiedersi: ok, ma ‘sti missionari erano idioti, disonesti o cosa?

Beh: sicuramente molti di loro ragionavano con categorie mentali completamente diverse rispetto a quelle che oggi troveremmo normali; e una volta in più andrà precisato che l’agiografia medievale (di cui queste leggende sono, tutto sommato, le ultimissime eredi) non aveva necessariamente lo scopo di proporre ai fedeli ricostruzioni biografiche storicamente fondate. Pretendere assoluta aderenza storica da un’agiografia medievale sarebbe come pretendere di trasformare The Crown in un resoconto storicamente accurato della vita della regina Elisabetta: una pretesa assurda, perché quella serie TV non ha mai avuto la pretesa d’essere un documentario. Se vuoi il documentario, ti guardi il documentario; diversamente, sai di star guardando un altro prodotto e ti prepari ad accettare le libertà narrative dell’autore.

Ma, a parte queste considerazioni di massima, dietro alla leggenda di san Tommaso evangelizzatore delle Americhe si cela una riflessione molto più seria di quanto potremmo immaginare a prima vista. Perché la scoperta del continente americano aveva posto ai teologi un problema non da poco: da dove arrivavano i nativi americani? E come si inserivano nella Storia Sacra?
Erano figli di Adamo? Sì, per forza, a meno di non voler scivolare in territori assai pericolosi. Erano discendenti di Noè? E di nuovo: sì, per forza. Dopo il diluvio, tutta l’umanità doveva derivare dai figli di Noè.
Ma allora, come diamine avevano fatto questi poveracci ad arrivare in quel posto in capo al mondo? Quando? Attraverso quali rotte migratorie? E soprattutto: cosa diamine avevano fatto di male per meritarsi (ammesso e non concesso che se la fossero meritata) quella catastrofica collocazione in mezzo ai mari, che li aveva isolati dal resto del mondo per chissà quanto, ritardando di quindici secoli il momento della loro evangelizzazione?

Era un problema serio, per la mentalità di un uomo dell’epoca. Perché Dio aveva abbandonato ‘sti poveracci al loro destino, senza compiere alcuno sforzo (lui, onnipotente!) per far giungere anche a loro l’annuncio del Vangelo in tempi anche solo vagamente ragionevoli? Le uniche due spiegazioni plausibili parevano ugualmente inquietanti: o Dio si era infischiato della loro infelice collocazione geografica abbandonandoli al loro destino (ma allora sarebbe stato un sadico), o durante la creazione aveva fatto un lavoro così malfatto da ritrovarsi con interi continenti destinati a rimanere esclusi dal suo piano di Salvezza per un problema geografico (ma allora sarebbe stato un cretino).

E quindi?

E quindi, il mito di san Tommaso evangelizzatore diventava un escamotage salvifico. In primo luogo, dimostrava che l’America non era mai rimasta al di fuori della storia della Salvezza: Dio non aveva affatto ignorato gli indigeni, anzi aveva prontamente mandato loro uno dei suoi apostoli. In secondo luogo, le tradizioni indigene non dovevano necessariamente esser considerate idolatria pura: potevano essere lette come l’eco corrotta di una rivelazione precedente, di cui s’era persa la memoria col passar del tempo – un approccio che faceva comodo a molti missionari, che nella Mesoamerica scelsero spesso di correggere gli “errori” locali invece di ripartire da zero ricostruendo su una tabula rasa. In terzo luogo (e questo era un dettaglio assai più sottile, per le sue ripercussioni politiche e culturali): se la Chiesa cattolica era stata la prima a evangelizzare le Americhe, in età apostolica, allora la Spagna poteva anche smettere di vantarsi d’avere questo privilegio.

Nelle prime fasi della colonizzazione delle Americhe, infatti, la Spagna s’era fatta forte di questo primato per dare alla sua presenza nel Nuovo Mondo un ruolo politico e cristiano insieme. Per certi versi, la Chiesa americana delle origini era una Chiesa che potremmo quasi definire “coloniale”, fortemente dipendente dal potere politico e strettamente collegata all’apparato della monarchia spagnola. Data la situazione concreta, la cosa poteva aver senso: in cambio dei suoi cospicui finanziamenti e della protezione militare accordata ai missionari, la Spagna s’arrogava il diritto di avere voce in capitolo su molte delle decisioni della nascente Chiesa americana. E la risposta era già pronta per chiunque avesse voluto protestare: “se non fosse stato per noi, non avreste tutte queste anime da convertire a Dio, quindi ringraziate la Provvidenza e non lamentatevi”. Ragionevole argomentazione, per la mentalità dell’epoca: ma se san Tommaso aveva predicato in America nel I secolo, allora la Chiesa era arrivata in America prima ancora che la Spagna iniziasse a esistere come nazione – e le conseguenze, nel lungo periodo, potevano diventare interessanti.

Non necessariamente in chiave antispagnola aperta, beninteso: nessuno aveva davvero questa intenzione, nel 1550. Ma, col passar degli anni e col mutare delle condizioni politiche, il mito permise pian piano di affermare che la cristianizzazione dell’America non dipendesse interamente dalla Spagna. Soprattutto, alle Chiese locali permise di rivendicare una dignità pari a quella delle più antiche comunità europee: se l’America era stata visitata da un apostolo ed era erede d’una memoria cristiana autonoma, non aveva niente di che invidiare a una Roma o a una Santiago. A suo modo, la leggenda di san Tommaso evangelizzatore delle Americhe era anche, e soprattutto, uno strumento di prestigio.

Quando, nel 1625, il domenicano Gregorio García diede alle stampe la sua Predicación del Santo Evangelio en el Nuevo Mundo, viviendo los apóstoles (sottolineiamo il “viviendo”, cioè quando gli apostoli erano ancora in vita), il tentativo era proprio quello: collocare l’America nella storia universale cristiana a suon di genealogie bibliche, discendenze, migrazioni (necessariamente da immaginar avvenute attraverso strade – o rotte – divenute poi impraticabili a causa di chissà quale cataclisma ambientale).

E alla Chiesa locale piacque tantissimo questo mito, proprio perché le persone più intelligenti già intravvedevano in questa leggenda improbabile una possibilità di auto-affermazione. Tra il Sei- e il Settecento, ci fu pure chi la sparò grossa facendo mischioni sincretistici da paura secondo i quali san Tommaso era andato a evangelizzare il Messico travestito da Quetzalcóatl (!) o era stato il primo a interagire con la Madonna di Guadalupe in un’apparizione mariana di cui s’era poi persa traccia.

Assurdità, ovviamente – per la precisione, quel tipo di assurdità che fece pian piano declinare la popolarità della leggenda, divenuta ormai francamente imbarazzante in piena Epoca dei Lumi. Ma le storie, ovviamente, non sono interessanti solo quando sono vere: e questa leggenda, a suo modo, racconta moltissimo sull’America coloniale e sul perché ci fu così tanta gente che sentì il bisogno di immaginare san Tommaso in quelle vesti improbabilissime ma eloquenti. E questa, con buona pace dell’agiografo, è una storia ancor più interessante.


Per approfondire:

  • Eduardo de Almeida Navarro, A origem indiana do mito de São Tomé na literatura colonial brasileira (Universidade de São Paulo, projeto de pesquisa, 2026)
  • Nicholas Griffiths, Fallen From Heaven. The Enduring Tradition of Europeans as Gods in the Americas (Cambridge University Press, 2024)
  • Francesca Cantù, La Conquista Spirituale. Studi sull’evangelizzazione del Nuovo Mondo (Viella Libreria Editrice, 2011)
  • Djielal Kadir, Columbus and the Ends of the Earth: Europe’s Prophetic Rhetoric as Conquering Ideology (University of California Press, 1992)

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