Oh no, il mio guardaroba è troppo immodesto per i miei nuovi standard! E ora?

Una delle iniziative che la Fashion Revolution propone ai blogger e agli youtuber che aderiscono al movimento, è la realizzazione di una “Haulternative”.
In una alternativa ai classici haul (dall’inglese “haul”, “bottino”, sono i video con cui le fashion blogger mostrano al pubblico i loro ultimi acquisti), la Fashion Revolution ci invita a fare un haulal contrario. Cioè, a illustrare i nostri trucchetti per ridare nuova vita a vestiti fuori moda, fuori taglia, magari un po’ lisi in alcuni punti, o che semplicemente non ci piacciono più.
Non sono una sarta, e probabilmente non lo sono molte di voi; dunque, mi limiterò a poche soluzioni semplici che richiedano un utilizzo di ago e filo minimo, se non nullo. E, giusto per restare fedele al mio normale campo d’azione, la mia Haulternative sarà una risposta alla tipica domanda che tormenta chiunque si occupi di modest fasion: “mi sono avvicinata da poco al pudore cristiano e adesso sono in crisi, perché il 90% del mio vecchio guardaroba non rispecchia più i miei attuali canoni di modestia. E ora?”.

Non c’è bisogno di buttar via tutto e di aprire un mutuo per rifarsi il look, così come non c’è necessariamente bisogno di rinunciare a quel vestito bellissimo che hai visto in vetrina e vorresti proprio, ma che, mannaggia, così com’è non indosseresti mai.

Haulternative

Oh no! La scollatura è troppo profonda: e ora?

Questo è un problema che mi tocca di frequente, perché amo le scollature a V e il modo in cui si sposano sulla mia figura. Ovvio è che una scollatura troppo profonda non mi fa stare a mio agio, da cui la necessità di coprire in qualche modo… lo spazio intermedio.

Se non ci va un genio a individuare la soluzione più banale (mettere una canottierina accollata al di sotto della scollatura, magari con un bel colore a contrasto), l’escamotage non è sempre di successo. Ad esempio, per mia sfortuna, io soffro tantissimo il caldo, sicché mi risulta del tutto impensabile indossare una canottiera aderente al di sotto di un ulteriore strato di stoffa, se la temperatura esterna supera i 25 gradi.
Na: quello che serve a me è qualcosa che riduca al minimo indispensabile lo strato di pelle coperta al di sotto del vestito scollato. Idealmente, qualcosa che mi copra solo la scollatura lasciandomi, per il resto, libera e fresca. Gira che ti rigira, con un po’ di fatica ho trovato alcune soluzioni, tra cui…

I crop top!
Avete presente quei toppini zozzissimi che gli stilisti pretendono di farci indossare al posto della maglietta, come se fosse normale d’estate andare in giro a pancia in fuori? Questo è un esempio a caso che ho pescato da Asos, ma ne trovate un po’ dappertutto e in qualsiasi fascia di prezzo. Io ne ho un paio acquistati da Tezenis, per dire.

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Con una roba del genere non ci uscirei di casa manco con una pistola puntata alla tempia, ma questi cosini sono la soluzione ideale da indossare sotto una scollatura troppo pronunciata. Sono mediamente abbastanza accollati; sono mediamente abbastanza corti da non tenere troppo caldo; se dovesse capitarvene uno troppo lungo, potete sempre accorciarlo fino a sotto il seno e cucirgli un orlo alla Carlona, tanto nessuno vi vede.
Soluzione perfetta, e con poco sforzo!

Chi soffre il caldo peggio di me e vuole avere ancor meno tessuto addosso, potrebbe trovare grosso sollievo da un aggeggio molto diffuso tra le fashioniste d’Oltreoceano, e che trovate su Amazon con nomi tipo “modesty panel” o “cami secret”.
In pratica, si tratta di un triangolino di stoffa che dovrete attaccare, tramite gli apposti occhielli, alle bretelle del vostro reggiseno: la stoffa, in questa maniera, proteggerà la vostra scollatura… nel modo più fresco e meno invasivo possibile.

Modesty Panel Lace

Per ora non li ho mai testati quindi non posso darvi una recensione di prima mano; il mio timore è che tendano a spostarsi durante la giornata, ma magari è solo una mia impressione. In ogni caso, se cercate online trovate vari tutorial che vi spiegano come crearne uno direttamente in casa, con le vostre stesse mani e con pochissima fatica. Tentar non nuoce!

Oh no! Questo vestito mi lascia le spalle scoperte: e ora?

Io non so esattamente che problemi abbiano gli anglosassoni con ‘sta cosa di andare in giro a spalle scoperte. Sono lietissima che ne abbiano, beninteso!, ma non mi spiego perché proprio le isole britanniche e non la Bible Belt, per dire.
In ogni caso, teniamoci stretta la genialità di due ditte d’oltremanica (una britannica, e una irlandese) e facciamo incetta della soluzione che promette di far svoltare la nostra vita: maniche rimovibili, da indossare sotto ai vestiti smanicati.

Proprio così, questi geniacci ti vendono maniche sfuse. Così:

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In pratica, vi infilate nelle braccia queste maniche e le allacciate sotto al reggiseno. Poi, indossate il vostro bel vestito smanicato. Et voilà!
Quel vestito che non avreste mai potuto usare per andare in chiesa (o che, semplicemente, vi andava di rivoluzionare! O che, ancor più banalmente, senza maniche vi teneva freddo), adesso avrà una nuova vita (e, probabilmente, anche un nuovo aspetto molto più chic).
Le maniche di Canopi Sleeves non sono le più economiche di questo mondo (tutt’altro), ma voglio sperare che i tessuti siano di buona qualità e le rendano adatte anche ad abiti da cerimonia. Le maniche di Wingz costano attorno ai 18 euro, e sono un investimento che senz’altro mi sentirei di fare. (Non l’ho mai fatto per l’unica ragione che, per ora, il problema non mi si pone: ad oggi, non posseggo vestiti smanicati. Ma la prossima volta che m’innamorerò di un capo senza maniche, sarà di grande sollievo sapere che non devo più limitarmi!)

Al volo, vi appiccico altri due link che potrebbero essere d’utilità. Questo, da Amazon, è stato un mio recente e riuscitissimo acquisto: io l’ho comprato come top per coprire scollature troppo marcate, ma ha anche una piccola manichina che potrebbe risolvere pure il problema delle spalle scoperte. Qui, invece, trovate un tutorial che spiega come aggiungere maniche a un vestito utilizzando un paio di leggings. Servono macchina da cucire e un po’ di manualità, ma… se viene bene, l’idea è di una genialità disarmante!

Oh no! La gonna è troppo corta: e ora?

Non ci va un genio a spiegare che le gonne troppo corte si allungano cucendoci sotto un altro pezzo di stoffa, ma potrebbe essere utile avere una voce amica pronta a confortarvi sul fatto che si può fare, e anche con poco sforzo.
Chiaramente, non parlo di minigonne che dovete accorciare di 10 o 20 centimetri; ma se parliamo di quella gonnellina tanto carina, che avete visto in negozio  e v’è piaciuta, epperò mannaggia non vi arriva manco al ginocchio, e oh se solo avesse quei 5 centimetri in più…
Beh: in quel caso la soluzione è semplicissima. Andate in una merceria ben fornita, scegliete una passamaneria (in pizzo, in sangallo, a frange… più scelta vi offrono, meglio è), scucite l’orlo della gonna, e attaccateci sopra la passamaneria. Poca spesa, tanta resa: avrete recuperato quella manciata di centimetri in più (e vi ritroverete probabilmente con una gonnellina ancor più chic di prima).

Gonna Pizzo

È un’operazione talmente semplice che si potrebbe facilmente fare in casa; io, non possedendo una macchina da cucire particolarmente buona, ho sempre preferito far cucire il merletto direttamente alla merceria, per paura di non essere abbastanza precisa nel rifinire i punti. Lo dico, per sottolineare che la mia merceria di fiducia mi ha sempre chiesto un forfait di 7 euro tutto incluso, merletto + cucitura. Insomma, cifre fattibilissime.

Oh no! In piena estate non riesco a indossare le gonne perché le cosce si irritano per lo sfregamento: e ora?

Questa cosa delle cosce che si irritano sfregando tra di loro nei periodi più caldi dell’anno (e cioè, quando si va in giro a gambe nude e, peggio ancora, si suda molto), l’ho sempre considerata una specie di leggenda metropolitana. O un disagio che tutt’al più poteva colpire individui in grave stato di obesità, toh. Fondamentalmente – mea culpa – pensavo che fosse una scusa da parte di quelle che in estate preferiscono i pantaloncini corti, e s’inventano ‘sta storia per spiegare il loro rifiuto delle gonne.
E invece.
E invece, la tragicommedia della mia vita ha voluto che l’estate scorsa, in un periodo di caldo massacrante a 38 gradi, dopo una puntura di zanzara che ha fatto da causa scatenante, io mi ritrovassi con una fastidiosissima irritazione in loco:
–  mentre ero lontana da casa;
–  in una trasferta di lavoro;
– ospite all’interno di un convento;
– maschile;
– con pochissimi abiti con me;
– e senza manco un paio di pantaloni.
Un crescente strazio che peggiorava di giorno in giorno e che non riuscivo ad arginare in ogni modo, anche perché – pur ammettendo di voler approfittare della situazione per fare shopping – collants o pantaloni con 38 gradi su gambe già irritate per il sudore magari anche no, e shorts inguinali in un convento di frati magari anche no all’ennesima potenza.
E poi, in una disperata ricerca su Google, ho fatto La Scoperta.
Le Bandelettes.
Se avete presente una giarrettiera, immaginatevele più o meno così: sono una banda di stoffa leggermente elasticizzata, alta circa 20 centimetri, tenuta ferma da due sottili ma saldissime striscette di silicone. Ve le infilate proprio come fareste con una giarrettiera (o, se vogliamo, come un’autoreggente) e poi vi dimenticate della loro esistenza fino alla sera. Stanno lì, non stringono, non si schiodano, non si muovono di un millimetro; non si vedono sotto ai vestiti; non tengono caldo (alcuni modelli sono di pizzo, quindi particolarmente traspiranti) e fanno divinamente il loro lavoro, proteggendo la pelle dallo sfregamento.

onyx-beige

Vi dirò: ero molto scettica sulla loro reale efficacia; più che altro, le ho comprate perché in quel momento ero abbastanza disperata. Mai fatto un acquisto migliore in tutta la mia vita: hanno risolto il mio problema nell’arco di dieci minuti; ero commossa.
Le potete comprare direttamente dall’America sul sito ufficiale; a un prezzo decisamente maggiorato (ma con la garanzia di una spedizione lampo e niente spese di dogana) le potete anche trovate su questo e-shop italiano, che è quello da cui mi sono fornita io.
(Amo, a questo punto, sottolineare l’ineffabile bellezza di questa scena: io che mi faccio spedire presso un convento maschile un indumento intimo a forma di giarrettiera da un negozio che si chiama Red Velvet Lingerie. Qualche Santo in Paradiso deve aver ascoltato la mia preghiera, perché il tutto m’è arrivato in anonimo pacco azzurrino).
Trovate prodotti simili a prezzo inferiore anche su Amazon, ma io, a pelle, vi suggerirei di diffidare dalle imitazioni. O quantomeno: circa il prodotto originale, io vi posso assicurare che non irrita la pelle, non si sposta di un millimetro nemmeno camminando, e non si rovina dopo pochi utilizzi. Sulle imitazioni, non so garantire, quindi… se vi deludono, non venite a lamentarvi con me, come si suol dire!

***

Sono poche dritte semplici, niente di trascendentale; soluzioni di buon senso e marchi che, probabilmente, molte di voi già conoscevano… ma riunirle in un unico post poteva comunque essere d’aiuto, secondo me. In fin dei conti, anche questa è una Fashion Revolution: utilizzare quello che già si ha (o arrangiarsi con quello che le mode del momento ci fan trovare in giro, che ci piaccia o no)… e industriarsi per renderlo più adatto ai nostri canoni di modestia. Affinché niente vada sprecato.

Un anno dopo la mia #FashionRevolution

Esattamente un anno fa, davo la mia adesione, con questo post, alla Fashion Revolution. Se non avete idea di che cosa stia parlando, andatevi a leggere l’articolo incriminato, ché il discorso è lungo e complesso, e facciamo senz’altro prima. Un riassunto molto sintetico per chi non ha voglia di pigiare sul link: la Fashion Revolution è un movimento internazionale che vuole combattere quella che è una vera e propria schiavitù di ritorno, particolarmente viva nel mondo della moda.
Avete presente le magliettine da 3 euro al pezzo che troviamo nei grandi magazzini, confezionate in chissà quali condizioni di miseria per poter mantenere il prezzo così basso? Avete presente il continuo avvicendarsi sulle vetrine dei marchi low cost di modelli sempre nuovi, sfornati a cadenza bisettimanale e con chissà quanti sprechi e quante lacrime e sangue alle loro spalle?
Ecco: tutte queste belle cose, la Fashion Revolution vuole combatterle.
Il problema del “Made in China” (e quindi, dei lavoratori sottopagati nelle aree povere del mondo per permettere a noi ricchi di riempirci casa con roba superflua, epperò a prezzo stracciato) riguarda, purtroppo, moltissimi settori produttivi. Diciamo che quello del fashion mi tocca in modo particolare, perché… beh… un guardaroba sei stagioni pieno di vestitini bellini è un lusso superfluo, una vanteria vezzosa; è vanità, non bisogno. E io – da sempre così attenta a ciò che si trasmette di sè con la scelta dei propri abiti – non me la sento proprio di misurare la “cristianità” del mio guardaroba usando come unica dirimente i centimetri di pelle scoperta. Se uno schiavo bambino muore di cancro in Pakistan per tingere, in condizioni non protette, la mia accollatissima e castissima maglietta nuova a soli € 2,99… allora no, non ci sto. Quella maglietta non entrerà nel mio guardaroba.

Sarà ormai da un paio d’annetti che, comprando i miei vestiti, cerco sempre di dedicare un occhio di riguardo al “come” e al “dove” il mio capo è stato prodotto. Oggi, però, non ho intenzione di fornire consigli operativi a chi volesse intraprendere la mia stessa strada: più che altro, trovo interessante approfondire il modo in cui la mia vita di consumatrice è cambiata dal giorno della Grande Scelta.

Sono stata oggetto di parecchie critiche online, soprattutto dopo che una mia amica, convinta di far cosa gradita, ha spammato più o meno in ogni dove questo mio post con consigli per gli acquisti. Sono stata ricoperta da un’ondata di contumelie, anche molto divertenti e bizzarre, sulla linea di “radical-chic comunista arricchita”. È un po’ lo stesso atteggiamento mentale che ho notato, qualche giorno fa, nei commenti allo status con cui le Edizioni Piemme annunciavano su Facebook la pubblicazione di un libro dedicato proprio a questo tema. Se molti utenti comprendevano il nocciolo del discorso e molti altri, seppur da posizioni critiche, ponevano osservazioni degne di interesse (tipo la signora che faceva notare: “il discorso però dovrebbe essere più ampio: sono i nostri stipendi low cost che ci costringono a comprare low cost volenti o nolenti”), nella stessa pagina fioccavano commenti di ben altro tenore. “Ridicoli”, “vamp griffate che vivono fuori dal mondo”, “vorrei vedere voi col mio stipendio”, “per cortesia abbindolate qualcun altro perché io non ci casco”.
Lo trovo un dato estremamente significativo, perché mi pare indubitabile che sul tema vi sia un problema di comunicazione, come se non si riuscisse a far intendere che questa scelta di azione è motivata, il più delle volte, da una questione di etica e morale. Persino di fronte a un pubblico (come quello che legge il mio blog o i libri Piemme) che, di per sé, non dovrebbe essere poco avvezzo a boicottaggi e obiezioni di coscienza in vista d’un bene morale, non ci si riesce a spiegare.
Temo che tutti noi si stia adottando una strategia comunicativa evidentemente inefficace, e questa cosa andrebbe rivista. Per capire quali sono le motivazioni che spingono me a compiere certe scelte: di nuovo, leggete qui il mio papiello d’un anno fa.

Non ho speso poi così tanto! Comprare etico, evidentemente, ha un suo certo costo. Non così alto come potreste pensare (ci sono brand che mantengono prezzi grossomodo in linea con quelli di Zara)… però, indubitabilmente, a comprare low cost si risparmia. (E grazie al cavolo).
E allora qual è il mio segreto per comprare bene senza sbancarmi?
Fondamentalmente: comprare poco, comprare meglio, comprare in saldo, comprare agli outlet. Non solo in quelli fisici, ma anche in quelli online, che ormai ho testato e stra-testato fino al punto di consigliarveli a cuor leggero. Privalia, Saldiprivati e Vente Privee sono quelli che conosco io: lì si fanno spesso affari veri, con sconti reali (ho controllato!) fino al 70%.
In questo istante, per dire, è attiva su Saldiprivati una svendita della Timberland, un’azienda con un codice etico che lèvate… e prezzi a partire da 32 euro per un paio di sneakers, se sapete dove comprare.

Ci ho speso bei soldi, comunque, sentendomi anche scema. Perché magari non sempre ti capita di poter fare l’affarone in saldo, e, nell’urgenza di quella certa maglietta nera, ti senti anche un po’ scema a comprarne una a 30 euro se sai benissimo che da H&M la potresti trovare a 5.
Il che, sotto sotto, è paradossalmente una bellissima cosa: perché, ferita su quanto hai di più caro al mondo (ovvero, sul portafoglio), compri solo quello che ti serve. E, prima di toglierti uno sfizio, ci pensi non una, ma dieci volte.

(C’è anche da fare un’altra considerazione, se mi permettete. È ovvio che se tu mi scuci 30, 40, 50 euro per un vestito, non puoi vendermi ‘na ciofeca che si slabbra dopo un mese e mezzo – come, in un paio di occasioni, m’è tristemente capitato con vestiti di Mango e Camaieu, che non mi son durati manco una stagione. Non posso fare valutazioni sulla durata nel lungo periodo dei miei “nuovi” capi etici, perché è da relativamente poco tempo che li indosso; ma posso assicurarvi che, dopo due anni, sono ancora come nuovi. Insomma, soldi ben spesi).

Ho cominciato a comprare con criterio, sempre per il simpatico concetto di cui sopra: se spendi 20, 30, 40 euro a capo, o sei miliardaria per davvero, o devi fare una selezione.
Il vecchio “wow, fantastica la stampa a fiori di questa giacchetta: compriamola subito, così particolare quando la ritrovo?” è diventato “ok, mi serve una giacchetta: di che colore mi conviene prenderla, perché si possa abbinare ai vestiti già ho già?”.

Ho cominciato a considerare i miei capi come un qualcosa che auspicabilmente mi durerà per parecchi anni, invece di dar per scontato che di qui a poche stagioni saranno da buttare, e/o che, nel caso, li cederei alla Caritas a cuor leggero se mi rendessi conto che non li uso più.
Ai capi stretti come un guanto che cominciano a tirare se solo prendi due chili, sto preferendo dei tagli un po’ più morbidi, ché non si sa mai (soprattutto se compro a prezzo pieno, e non all’outlet di turno, giusto per ottimizzar la spesa).
Alle stampe giovanili, tipo la borsetta con Topolino, sto preferendo motivi più discreti: ché se Topolino mi diverte adesso, magari a quarant’anni no.
Non sono mai stata una che segue le mode, ma, ora come ora, eviterei di spendere soldi in capi che non abbiano un taglio senza tempo. I pantapalazzo, per quanto ne so, potrebbero balzare all’occhio come vistosamente strani nell’arco di due-tre anni; un pantalone dal taglio classico, invece, lo puoi sfruttare a vita.

Mi sono resa conto che, porca miseria, sto meglio e mi vesto meglio. Eshakti, di cui ho già parlato e parlerò ancora, è il caso più eclatante: se ti fai fare vestiti su misura da una sarta, è ovvio che l’abito ti starà divinamente bene. Ma anche senza arrivare a questi estremi: oh, ragazzi, la qualità superiore c’è, e si vede!
Le cuciture non tirano, la maglina non si slabbra, le stoffe cadono bene, le T-shirt non stingono in lavatrice scolorendosi. Erano difetti minimi che non notavo, prima, (e sui cui, tutto sommato, si potrebbe anche sorvolare), ma che adesso mi balzano all’occhio se faccio il confronto tra “vecchio” e “nuovo” guardaroba. Per l’appunto: la qualità superiore c’è, e si vede.

Ho smesso di usare lo shopping come passatempo, e questo è forse il risultato di cui vado più fiera. Se sai già che non ti va di spendere soldi da Mango o Zara, non ti viene manco la curiosità di entrarci “per vedere che novità ci sono”. Quello che prima per me era un’attività ricreativa (“sono uscita dal lavoro, voglio staccare, mi svago un po’ guardando le vetrine”), adesso è diventata una passeggiata senza scopo, così inutile che manco mi viene più in mente di farla.
(Mi piacerebbe dire che, in tal modo, ho risparmiato molto. La dura verità è che, adesso, se voglio svagarmi dopo il lavoro, butto soldi alla Feltrinelli. Ma voglio illudermi che questo accresca la mia crescita culturale).

Ho cominciato a ragionare come una donna d’altri tempi, di quelle che rammendavano i calzini invece di gettarli al primo buco, e che, se c’era da mettere mano a un capo rovinato o fuori moda, erano in grado di farlo. Insomma, è cambiato in generale il mio approccio al vestire, che si è svincolato da quello di una trentenne cresciuta a suon di Zara ed H&M, per virare verso quello di una donna anni ’50 abituata a comprare bene, a lottare per far quadrare i conti, a ottimizzare quanto già ha. Alla faccia della “vamp griffata”: semmai, mi sto involvendo (…evolvendo?) in angelo del focolare, sempre lì con ago e filo in mano per riparare questo e quest’altro e sistemarsi il vestitino buono per la domenica.
E forse, in effetti, è proprio verso questa strada che dovrebbe vertere la campagna di comunicazione della Fashion Revolution, per risultare più genuina e per catturare i più diffidenti.

La mia esperienza con eShakti, il sito di moda etica che ti cuce i vestiti proprio come li vuoi tu

eShakti è arrivato in Italia – e se anche voi leggete i blog di modest fashion statunitensi, vi sarete immediatamente rese conto della portata della notizia.
Per chi non conosce eShakti e si chiede cos’abbia di così speciale da essersi addirittura aggiudicato un post a tema, ecco qui una breve presentazione.

Eshakti Home

eShakti è un sito di e-commerce dedicato alla moda femminile, con un vastissimo catalogo di capi d’abbigliamento. Fin qui niente di strano, la cosa interessante viene ora: con un sovrapprezzo di 9 euro, eShakti vi permette di personalizzare interamente il capo che state comprando. Il che vuol dire: voi vi misurate con un metro da sarta e compilate un form con le vostre misure, ed eShakti cuce il vestito esattamente sulle vostre forme.
Ma la meraviglia non finisce qui: inclusa nel sovrapprezzo di cui sopra, vi aggiudicate anche la possibilità di modificare il vestito come volete voi.

Vi piace quel modello, ma, mannaggia, la gonna a metà polpaccio vi sta malissimo? No problem, potete chiedere di avere una gonna al ginocchio.
Avete adocchiato un vestitino delizioso, ma, mannaggia, è senza maniche, e invece voi preferite avere sempre le spalle coperte? No problem, potete far aggiungere le maniche – a sbuffo, svasate, al gomito, come vi pare.

Eshakti Banner

Mi direte: e vabbeh, ma chissà quanto costa un abito sartoriale fatto su misura!
Vi rispondo: ve la cavate con circa 40 euro tutto incluso.

Mi direte: e vabbeh, ma allora ‘sti vestiti saranno cuciti col sangue di poveri bambini del Terzo Mondo sfruttati fino al midollo.
Vi rispondo: li cuciono per voi delle sarte indiane maggiorenni, pagate il 70% in più rispetto ai minimi salariali suggeriti dai sindacati.

Ho deciso di condividere la mia esperienza su eShakti perché, prima di fare il mio ordine, ho cercato recensioni in giro, e non sono riuscita a trovarne da parte di utenti italiani. (Del resto, il sito è sbarcato nel Bel Paese solamente da pochi mesi: prima, operava esclusivamente in USA). Poiché io avevo alcuni dubbi molto specifici relativi alla situazione italiana (tipo: come stiamo messi con le spese doganali?), le recensioni delle blogger statunitensi mi aiutavano solo fino a un certo punto.
Così, ho fatto un ordine un po’ alla cieca, ne sono rimasta soddisfattissima, e ho pensato di scrivere questo post per chiarire i punti che interessavano a me (e, immagino, qualsiasi potenziale acquirente).
Tutto qui. Questo non è un post sponsorizzato, il customer care di eShakti non sa nemmeno che esisto, e non mi ha remunerata in alcun modo per questo post (…ma magari!!).
Questa è la mia esperienza pura e semplice.
Se non siete interessati saltate pure questo post fuori degli schemi, ma tenete conto che questa chicca potrebbe potenzialmente interessare tutti, maschi inclusi, anche perché eShakti offre la possibilità di comprare buoni regalo.
E se siete alla ricerca di un regalo originale per una delle “vostre donne”, io vi dico che, secondo me, un gift coupon da eShakti è qualcosa che si farà ricordare molto a lungo

***

Ricominciamo: eShakti è un sito di e-commerce che permette di personalizzare interamente i propri capi di abbigliamento.
In teoria è  anche possibile acquistare i vestiti così come li si vede sull’e-shop, senza modifiche. Personalmente trovo che la cosa non abbia senso: a ‘sto punto ti compri un vestito in un negozio a caso, e tanti saluti.

Le modifiche che possono essere apportate sono tantissime, ma non illimitate. Ovvero: non vi capiterà mai di personalizzare un vestito secondo il vostro estro personale, per poi scoprire che, mannaggia, quelle maniche a sbuffo che avete fatto aggiungere non c’entrano niente col resto dell’abito. Ogni capo presenta un tot. di possibilità di modifica, pre-selezionate dallo stilista stesso: se decidete che la scollatura non la volete a barchetta ma la preferite a V, state pur certe che il risultato finale sarà gradevole.

E allora, facciamo un esempio molto concreto e vediamo quale vestito ho ordinato io.

Uno dei punti di forza di eShakti è la straordinaria quantità di stoffe diverse, che spesso presentano stampe molto originali.
Attratta per l’appunto dalla stoffa con cui è confezionato, io decido che voglio questo vestito qua:

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Come ben sa chi mi legge da tempo, i miei personali standard di modestia includono spalle coperte e gonne lunghe fino al ginocchio. Dunque, allungo la gonna di qualche centimetro e ci aggiungo due belle maniche (al gomito, giusto per star sicuri). Già che ci sono, decido anche di cambiare la scollatura e di farla quadrata, tanto per variare un po’.

Eshakti possibilità modifica
Le varie opzioni tra cui potevo scegliere nel personalizzare il mio vestito

Prendo le mie misure e le inserisco nell’apposito form, che peraltro è straordinariamente dettagliato. Il sito richiede informazioni tipo “circonferenza della parte alta del braccio con i bicipiti in tensione” (!): con tutti i dati che devo fornire, mi aspetto un vestito che calzi come un guanto.

Dico subito che lo scoglio contro cui si sono parzialmente scontrate le mie aspettative è la conversione da centimetri a pollici. Il sito vi costringe a fornire le vostre misure in pollici: poco male, potete misurarvi in centimetri e poi usare uno dei tanti convertitori automatici su Internet – sennonché, vi sconsiglio di fare come ho fatto io, che, nel caso di dubbio, ho sempre arrotondato per eccesso.
90 cm. sono 35,43 pollici? Massì dai, facciamo 36, meglio troppo largo che troppo stretto.
Col senno di poi, arrotondare per eccesso potrebbe non essere sempre la strategia migliore. Suggerirei semmai di andare a buon senso: arrotondate per eccesso laddove avete interesse che il vestito cada morbido (es. sulla vita: nessuno vuole un vestito che tira in vita) e arrotondate per difetto dove invece desiderate che aderisca bene (es. sul seno, mi verrebbe da pensare).

Fornite le mie misure e selezionate le modifiche che voglio apportare, veniamo alle dolenti note: il pagamento.
In realtà sono note molto meno dolenti di quanto pensiate!

Intanto, eShakti deve avere una strategia di marketing tipo “prendiamola per la gola offrendo continuamente promozioni”.
A tutti gli utenti che fanno il loro primo ordine, il sito offre un buono sconto di 25 dollari, più un bonus per azzerare le spese di spedizione.
Agli utenti che hanno già acquistato in passato, va meglio ancora: in questo momento, il sito mi offre il 15% di sconto su tutta la collezione, e in più, a seguito del mio primo ordine, ho ricevuto un buono di 30 dollari (!!) da utilizzare sul mio prossimo acquisto.

Indicativamente, con 40 – 45 euro tutto compreso riuscite a portarvi a casa un vestito di fattura sartoriale cucito su misura per voi.

“E ma poi ci sono le spese di dogana”.
E invece no!
O meglio: i prezzi che voi vedete navigando sul sito sono, effettivamente, IVA esclusa. Ma quando mettete un abito nel carrello e dite che volete farvelo spedire in Italia, ecco che il sito aggiorna il prezzo finale facendovi pagare anche l’IVA al 22% necessaria per l’importazione.
Questo vuol dire che il vostro pacco non sarà soggetto ad alcuna spesa extra: posso confermarvi che il mio vestito è stato fermato per controlli sia in uscita dall’India, sia entrando in area Schengen, sia in Italia per attendere la bolla doganale, e io non ho dovuto pagare neanche un centesimo.
Non ci ho creduto fino all’ultimo, ma tant’è.

Comunque: piazzo il mio ordine, pago con carta di credito (è possibile usare anche il circuito PayPal per maggior tranquillità), recito una muta preghiera al santo patrono delle dogane… e aspetto. I tempi di consegna previsti vanno dai 13 ai 19 giorni, il che mi pare equo per un vestito che viene cucito su misura per te dall’altra parte del mondo. Il sito stima una consegna prevista per lunedì 19 giugno, e nel frattempo mi tiene costantemente aggiornata sui progressi della lavorazione.

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Dopo una dozzina di giorni dal mio ordine, ricevo una mail in cui mi si comunica che DHL International ha preso in carico il mio pacco. L’e-mail automatica mette pure le mani avanti dicendo che la policy aziendale di DHL è di anticipare per conto del cliente eventuali spese doganali allo scopo di accelerare il più possibile la consegna (quindi, niente storie e cacciate fuori i dindi quando il corriere vi suona alla porta).
Quando DHL fa trillare il mio campanello (puntualissimo, lunedì 19 giugno come previsto) chiedo subito: “devo pagare qualcosa?”.
No, le spese di importazione sono state interamente assolte da eShakti: lo sottolineo ancora una volta perché era il mio timore principale, ma non un centesimo di più vi verrà chiesto.

E dunque eccomi qui rimasta sola col mio pacco e col mio unico timore residuo: ma non è che sto per prendermi ‘na sola?
Ok ok, Internet è pieno di commenti positivi, ma sai, magari sono sponsorizzati, magari non è tutto vero…

Apro il mio pacco.
Dentro alla scatola di cartone, giace il mio vestito, morbidamente avvolto in un foglio di carta velina.
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S’è fatto un viaggio Nuova Delhi – Torino senza sgualcirsi minimamente: perché non perdesse la forma mentre veniva sballottato da un continente a un altro, le signore di eShakti l’hanno addirittura fissato con delle mollettine trasparenti. Piccoli dettagli che cominciano a tranquillizzarti.

Prendo in mano il mio vestito.

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Qui uno potrebbe anche provare a vendervela bene, dire: eh, la foto fa schifo ma è tutto voluto, è che il post è sull’abito e non sul mio corpo… No: è che c’avevo 37 gradi in camera, stavo crepando dal caldo, la macchina non memorizzava le impostazioni che le davo, a un certo punto mi son depressa, ho preso la foto meno peggio, e ho pensato “mbeh, si arrangino”.

La stoffa è esattamente come da fotografia. 100% poliestere, non il massimo mi direte voi: sì, ma io (costretta a frequenti trasferte di lavoro) ho bisogno di tessuti sintetici che non si stropiccino in valigia. Il catalogo di eShakti offre anche abiti in lino, cotone…
Lo provo: è esattamente come l’ho voluto, con l’unica differenza che, in alcuni punti, calza più largo di quanto mi aspettassi. Qui mi prendo interamente la colpa e sbuffo per la mia decisione di arrotondare sempre eccesso nella conversione da cm a inches: là dove il vestito va grosso, è dove io sono stata di manica larga nelle equivalenze.
Poco male, in ogni caso: questione di millimetri!

La scollatura è alquanto più profonda di quanto immaginassi (rapido appunto mentale: optare sempre per scollature molto contenute), e, nonostante la dicitura “lightweight” nella descrizione della stoffa, l’abito è certamente estivo, ma mica tanto fresco…
(Ma in fin dei conti: in condizioni normali, quale persona sana di mente deciderebbe di indossare un abito in poliestere con maniche lunghe, in una stanza non condizionata, con una temperatura ambiente di 37 gradi?)

Le cuciture sono invisibili e precise, il vestito è interamente foderato, e la fattura ti delizia con quei dettagli sartoriali a cui la fast fashion ci ha disabituati.

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Gonne a prova di effetto Marilyn!

Esempio?
I famosi piccoli pesetti à la Kate Middleton che, messi sull’orlo delle gonne, impediscono loro di sollevarsi al primo colpo di vento.
Oppure: uno strato di stoffa sotto la cerniera, per impedire che i dentini metallici irritino la pelle della schiena.
O ancora: due asole all’altezza delle spalle in cui far passare le spalline del reggiseno, per evitare che, con movimenti improvvisi, la scollatura si sposti lasciando intravvedere la biancheria intima.

È ridicolo definire “di fattura sartoriale” un vestito cucito sulle tue misure e secondo i tuoi desiderata, ma, davvero: non troverei un altro aggettivo per descriverlo.

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I “bra straps” che le blogger americane decantavano così tanto e definivano così utili alla modestia – non capivo onestamente che funzione potessero avere, prima di averli visti in azione.

Sono soddisfatta?
Pienamente: così tanto che ho deciso di scomodarmi per questa recensione.

Acquisterò di nuovo da eShakti?
Dopo aver preso in mano l’abito, mi ero già data la risposta “assolutamente sì”. Diciamo che, avendo in saccoccia un buono sconto da 30 euro, mi sento estremamente tentata dall’acquistare di nuovo entro breve tempo…

Consiglierò eShakti ad altre persone?
Sicuramente sì; in particolare, ve lo consiglio proprio dal cuore
–          se avete una fisicità diversa dalla norma, tipo mia mamma che accumula grasso solo sulla pancia e non su seno e fianchi, sicché è molto difficile trovare nei negozi qualcosa che le calzi a pennello;
–          se globalmente siete una taglia forte… molto forte, di quelle che spesso hanno reali difficoltà a trovare abiti carini a prezzi non esorbitanti;
–          se avete standard di modestia molto rigidi, tipo “maniche fino al gomito e gonne fino al polpaccio”, da cui altre difficoltà concrete nel fare shopping nella grande distribuzione;
–          se ci tenete ad essere perfette per la Grande Occasione, ma non volete spendere un occhio della testa in una boutique;
–          se avete l’uggia di organizzare un matrimonio all’americana con la schiera di damigelle vestite tutte uguali, perché il sito offre una vasta sezione di abiti alla bisogna… e in effetti è perfetto, per avere look uniformi ma non identici.

Soddisfatta?
Assolutamente sì!
E dopo questa, non ditemi che non è possibile seguire determinati standard di modestia “perché nei negozi non si trova niente, e che è, mica posso farmi confezionare i vestiti su misura!”.

Paragoniamo questo servizio a un vestito elegante di un qualsiasi brand di fascia media, e poi vediamo qual è quello col miglior rapporto qualità/prezzo…

Quando il gioco si fa duro: suggerimenti casti, etici e pudici per la cattolica che deve rifarsi il guardaroba estivo

Ciao amici, io sono Lucia (dite tutti in coro: ciaaaao Lucia!, come si fa agli alcolisti anonimi) e sono l’incubo di tutte le commesse dei negozi di abbigliamento.
Fin da quando ne ho memoria, compongo il mio guardaroba con un occhio di riguardo verso il sesto comandamento: ho dei miei personalissimi criteri sul concetto di “pudore cristiano”, e mi ci attengo con lo stesso attaccamento con un cui una patella si accozza allo scoglio.
Come se ciò non bastasse, da qualche tempo m’è pure venuta la malsana fissazione di selezionare i miei abiti in base a criteri etici e di giustizia sociale (id est: voglio smettere di alimentare quel mercato della moda low-cost che, pur di abbassare i prezzi, sfrutta i lavoratori del Terzo Mondo manco fossimo nell’era dello schiavismo 2.0).

Capite bene che donna che si auto-impone questi vincoli stilistici, o sta accampando scuse per diventare una nudista, o è inevitabilmente destinata a soffrire.

Casomai qualcuno fosse nella mia stessa barca, e magari pure a corto d’idee,
casomai qualcuno volesse abbracciare più rigidamente il concetto di “pudore cristiano nel vestire”, ma non sapesse da dove iniziare,
casomai qualcuno fosse intenzionato a finanziare brand che producono abiti in maniera etica, pagando il giusto ai lavoratori,
ecco dunque il mio tradizionale post sul tema “come ha da vestirsi una donna cattolica, d’estate, per rispettare il pudore cristiano senza sembrare una pazza furiosa?”.

Il problema non è da poco.

Se una donna ha deciso, come me, di aderire in maniera rigida ai tradizionali criteri di modestia cristiana, l’estate può essere un periodo difficile. D’inverno, è facile coprirsi in maniera adeguata; ma d’estate, quando le vetrine dei negozi si riempiono di manichini seminudi, può realmente essere difficile trovare qualcosa di adatto.
E, peggio ancora, può realmente esser difficile indossare abiti consoni senza dar troppo nell’occhio – ché essere additati come “la fissata bacchettona che si concia una suora ottantenne” è sgradevole per il singolo e pure dannoso per la causa.
Ebbene: anche quest’anno, a grande richiesta, ecco a voi il tradizionale di suggerimenti dedicati!

Sì vabbeh, ma dopo tutto questo discorso io non ho ancora capito quali sono esattamente questi tuoi fantomatici canoni di modestia cristiana.
In sintesi, io mi vesto tutti i giorni come se stessi per entrare in chiesa. Quindi: spalle coperte; gonne al ginocchio; scollature contenute; niente trasparenze.

E secondo te, una donna che non segue esattamente questi canoni si sta vestendo immodestamente e pecca poiché mette a dura prova la libido maschile?
No, ma sta di fatto che io mi sento a mio agio nell’aderire a queste regole… e quindi, why not?

In questo post non vedo uno straccio di pantalone: sei ideologicamente contraria all’uso di abbigliamento dal taglio maschile?
No, per carità! È che io d’estate soffro moltissimo il caldo, e i pantaloni proprio non li reggo: per me sono off limits da maggio a ottobre.

Ma ti rendi conto dei prezzi dei vestiti che proponi? Ma tu dai per scontato che tutti noi possiamo spendere queste cifre in abitini?!
Come dicevo sopra: da un po’ di tempo ho deciso di acquistare solo abiti che provengono da filiere produttive etiche e solidali, e questo, purtroppo, evidentemente si paga. Personalmente cerco di contenere i costi comprando in saldo o nei grandi outlet online (tipo Privalia o Saldiprivati).
Poi, insomma, i miei sono solo esempi. Senz’altro si possono trovare capi simili e dello stesso stile in qualsiasi catena low-cost.

Vabbeh. Ok. Cominciamo!

Regola numero 1 – Un vestitino semplice, dalla linea basic, non dà mai troppo nell’occhio

Quando mi trovo in un contesto in cui voglio vestirmi modestamente ma senza attirare su di me tutti gli sguardi, stile “ma come si è intabarrata questa povera pazza?”, scelgo la via più facile e opto per vestitini basic, monocolore, dal taglio semplice, senza pretese. Con queste premesse, la manichina che copre le spalle non si nota quasi: è la mia “scelta sicura”, ad esempio, per quando sono al mare in vacanza attorno a Ferragosto, e obiettivamente correrei il rischio di sembrare quella stramba, sfoggiando un abitino elaborato mentre tutte le altre sono in bikini e pareo.
Con cosine semplici e senza pretese, invece, mai capitato di attirare sguardi.
Proprio vero che a volte la semplicità paga!

BasicCasti2017

  1. Abito GiraeRigira (Etsy), € 79,40
  2. Cotton Dress Coline, € 23,50
  3. Abito di cotone Hessnatur, € 24,95
  4. Dress Viscose Coline, € 24,90

Regola numero 2 – È la stagione dei grossi fioroni stampati sui vestiti: (se non temi di sembrare il copridivano di tua nonna), sfruttali a tuo favore!

C’è chi li ama e chi li odia: a me non dispiacciono, quindi hip hip hurrà!
Se una donna che si aggira in una località turistica, in piena estate, avvolta in un mesto abitino nero, corre davvero il rischio di sembrare un’orfanella in lutto, le mega-stampe floreali che vanno tanto di moda quest’estate sono sicuramente un grosso aiuto per non sembrare troppo barbose.
Colorate, ironiche, estive: vi aiuteranno senz’altro a sembrare donne cool all’ultima moda senza per questo costringervi a scoprirvi troppo.
Per la cronaca: la gonna numero 2 io ce l’ho davvero, e la amo.

FioroniCasti

  1. Abito “Danielle” People Tree, € 99,00
  2. Gonna a portafoglio “Fiorenza” King Louie, € 79,95
  3. Abito in cotone biologico Hessnatur, € 47,95
  4. Abito “Tropicana” King Louie, € 94,95

Regola numero 3 – Stampe anni ’70: ecco un altro trend che urla “estate” da ogni dove

Avete presente quelle inconfondibili piastrelle anni ’70 con motivi geometrici dai colori accesi, che all’epoca erano un must in tutti i bagni e in tutti i cucinini?
Io non gradisco stoffe con questo tipo di stampe (salvo rare eccezioni), eppure il trend sta innegabilmente diventando di moda.
Se vi piacciono i colori accesi e i contrasti forti, se siete fan del vintage e vi intriga imitare il look delle vostre mamme quando avevano la vostra età: beh, anche questo può essere uno stile che fa per voi.
Vale quanto detto per le stampe floreali: è un trend alla moda, giocoso, giovanile, decisamente inadatto a suscitare commenti tipo “anvedi ‘sta bigotta, sempre vestita da suora…”.

Siamo Noi 2
Io tutta presa dalla mia peroratio sul digiuno mentre il prete mi fissa con il tipico sorriso di condiscendenza riservato ai matti ;-)

(Non a caso, è stato lo stile che ho scelto quando mi han chiamata in televisione a dire cose impopolari tipo “nel Triduo di Pasqua, amo fare un digiuno completo per 48 ore di fila bevendo solo liquidi”).

CastiAnni70

  1. Abito “Maes” King Louie, € 99,95
  2. Abito “Alaina” People Tree, € 99,00
  3. Gonna in cotone bio Hessnatur, € 69,95
  4. Abito in cotone bio Hessnatur, € 199,00
  5. Abito “Emmy” King Louie, € 99,95
  6. Gonna in fantasia vintage GiraeRigira (Etsy), € 50,55

Regola numero 4 – I vestiti coloratissimi e le stampe giocose possono, semmai, farti sembrare “bimba”, ma decisamente non “suora barbosa”.

Piccola curiosità dal backstage della succitata intervista in TV: un altro vestito che avevo preso in considerazione era quello che vedete qui sotto al n. 2,  poi scartato a malincuore (nel senso che la domanda era se comprarlo o no, e con gran dolore non l’ho comprato).

Personalmente, ritengo che le stampe giocose (di animaletti, frutta, oggettini…) siano accettabili solo fino a una certa età, e solo a dosi omeopatiche: il rischio è sembrar vestite come scolarette delle elementari (…che è comunque sempre meglio del sembrar vestite come bigotte tristone in lutto).
Se vi piace lo stile e ve lo potete ancora permettere senza sembrar ridicole, anche questa è una soluzione di sicuro impatto (magari dosata con cautela, come dicevo: gonnellina a stampe e maglietta basica, o viceversa).

ColoratiCasti2017

  1. Abito “Danielle” People Tree, € 99,00
  2. Abito “Riviera” King Louie, € 99,95
  3. Abito Ikat Auteurs du Monde, prezzo non indicato ma attorno ai 60 euro se non ricordo male; gonna cortina ma con un lunghiiissimo orlo che si può facilmente allungare
  4. Abito in maglina Coline, € 39,50
  5. Abito a voile Coline, € 29,90

Regola numero 5 – Nel dubbio, le gonnelline sono sempre la scelta perfetta

…anche perché, a seconda di come le abbini, puoi utilizzarle in mille modi diversi. Una gonna floreale di cotone può essere ok a un matrimonio con un top elegante e le scarpe giuste, ma diventa improvvisamente molto easy se abbinata a una T-shirt di cotone e con un paio di sandaletti bassi. È solo un esempio fra i tanti, perché io trovo che le gonne possano essere reinterpretate davvero in infiniti modi, rendendole un acquisto particolarmente fruttuoso. In stile etnico, in tinta unita, floreali, a disegnini… ce n’è davvero per tutti i gusti e per tutte le occasioni. E allora, perché lasciarsele scappare?

GonneCaste2017

  1. Gonna a portafoglio GAP, € 59,95
  2. Gonna damascata Nomads Clothing, € 31,50
  3. Gonna a portafoglio “Havana” King Louie, € 79,95

Note di corredo per i lettori interessati alla moda etica

I capi di cui sopra non sono selezionati a caso, ma provengono da brand che – a vario livello, e con differenti gradi di impegno – si danno daffare per promuovere un concreto cambiamento nel mondo dell’industria tessile, a vantaggio dei lavoratori (e, in molti casi, anche dell’ambiente).

Nello specifico:
GAP è una scelta facile, con i suoi negozi fisici presenti in diverse città italiane. Fonti esterne ed imparziali assicurano che la ditta è una delle più attente nel rispettare i diritti dei lavoratori, se paragonata alle altre multinazionali dell’abbigliamento.
King Louie è un brand olandese deliziosamente retrò che aderisce alla Fair Wear Foundation, collaborando con appaltatori e sub-appaltatori di moralità sicura e comprovata. Se non si fosse capito, è uno dei miei marchi preferiti.
La linea Auteurs du Monde in vendita presso tutte le botteghe Altromercato è “etica” al di là di ogni ragionevole dubbio, inserendosi direttamente nel filo nel commercio equo-solidale certificato.
People Tree (balzato agli onori della cronaca, anni fa, per essersi accaparrato come modella una giovanissima Emma Watson) è un marchio inglese che produce abiti etici (dal punto di vista umano) e sostenibili (dal punto di vista ambientale).
Hessnatur invece viene dalla Germania: il suo focus sono la sostenibilità ambientale e i materiali bio, ma un brand che ha così a cuore l’ambiente tiene in alta considerazione anche i diritti umani dei lavoratori (e ci mancherebbe).
Nomads Clothing arriva dalla ridente Albione e collabora con piccole industrie tessili sparpagliate in remoti villaggi indiani, dove le sarte hanno la possibilità di guadagnare un dignitoso stipendio ma anche di esportare all’estero la loro cultura: i capi sono quasi tutti ad ispirazione etnica.
Coline è un brand francese (con prezzi decisamente abbordabili, una volta tanto!) che ha un vasto assortimento di vestiti un po’ etnici, un po’ gipsy, un po’ in stile Desigual – per tutti i gusti o quasi.
Etsy è sostanzialmente l’e-Bay degli artigiani, con ampia scelta di vestiti (e oggetti) di produzione propria (e/o vintage di qualità). Se volete evitare le spese di dogana, dovrete fare lo slalom tra i venditori statunitensi per trovare i (relativamente pochi) europei, ma è pur sempre un buon modo di incoraggiare la piccolissima imprenditoria: quindi, perché no!

Un abito da bagno “incompatibile coi nostri valori”

Il poliziotto avanzò verso la donna a grandi falcate, con l’andatura goffa di chi cerca di camminare sulla sabbia con calzature non adatte. Quando finalmente fu a poca distanza dalla donna, soffiò nel fischietto per attirare la sua attenzione, chinò leggermente il capo in segno di saluto, e poi si schiarì la voce. “Buongiorno, ma’am”.
La donna, che fino a quel momento si era persa nella contemplazione del bagnasciuga, si girò con un’espressione di educata sorpresa. “Buongiorno…?”, replicò con fare interrogativo.
Il poliziotto si schiarì la voce per una seconda volta, in lieve imbarazzo. “Perdoni se la disturbo, signorina. Devo purtroppo chiederle di allontanarsi dalla spiaggia, o di recarsi nella cabina più vicina per adeguare il suo abbigliamento alle vigenti norme municipali”.
La donna spalancò la bocca (reazione istintiva), ma rinunciò al tentativo di trovare qualcosa di intelligente da rispondere. Sopraffatta dalla sorpresa, si limitò a sgranare gli occhi fissando il poliziotto. “Prego?”.
L’uomo tossicchiò. “È il suo costume da bagno, ma’am. Come senz’altro saprà – gli stabilimenti balneari sono tappezzati di avvisi – la nostra municipalità, e molte delle municipalità vicine, hanno stilato una serie di norme sugli abiti femminili ammessi, o non ammessi, nei nostri stabilimenti balneari. Come le sarà facile appurare, il suo costume da bagno non risponde alla vigente normativa. Devo purtroppo chiederle di allontanarsi, o di utilizzare una delle cabine per indossare un costume da bagno più consono, in linea con il comune sentire”.
“…ma sta scherzando, sì?”, si sentì sfuggire dalle labbra la donna, esterrefatta.
Il poliziotto strinse le labbra e sospirò. “Come certamente potrà appurare dando un’occhiata ai cartelli che sono affissi praticamente in ogni dove” – e adesso c’era una nota di insofferenza nella sua voce – “questa municipalità ha emanato una normativa ben precisa circa l’abbigliamento femminile da adottarsi in uno stabilimento balneare. Per la terza volta, signorina, mi trovo costretto a chiederle di allontanarsi o di…”.
“Questa municipalità legifera sul modo in cui io posso o non posso vestirmi, nel momento in cui decido di andare in spiaggia?”.
“Beh… in effetti sì, fa esattamente quello”, replicò il poliziotto, che adesso stava anche cominciando ad irritarsi. “Se proprio lo vuol sapere, è una normativa che è stata adottata da numerose località turistiche in questo Stato, non si può nemmeno dire che questa municipalità costituisca l’eccezione. Pertanto, signorina…”.
“Numerose municipalità in questo Stato hanno interesse a legiferare se io possa o non possa scoprire le gambe nel momento in cui vado a fare il bagno?”, domandò di nuovo la bagnante, in un tono che abbracciava una ampia gamma di emozioni dallo sdegno allo sconcerto.
“Proprio così”, replicò il poliziotto, con una certa ferocia. “E come, nella sua intelligenza, avrà certamente capito, non si tratta nemmeno di una questione di buon senso, di adeguamento ai costumi locali, di pacifica convivenza: passeggiando sul bagnasciuga con questo capo di abbigliamento, lei, signorina, sta violando una legge. Per l’ennesima volta, sono a pregarla di allontanarsi, e senza fare troppe storie”.
“…mi scusi, buon uomo” – e qui, la donna sembrava sinceramente stupita. “Ma lei si rende conto che è da anni che io vado a fare il bagno con questo capo di abbigliamento e nessuno in nessuna parte del mondo mi ha mai creato problemi per la mia tenuta?”.
Il poliziotto alzò gli occhi al cielo per invocare un po’ di pazienza, dolorosamente consapevole delle centinaia di occhi posati su di lui: i bagnanti stavano seguendo il battibecco mormorando a mezza voce, molto grati per questo imprevisto intermezzo vacanziero. “Signorina: non mi interessa da dove lei arriva, non mi interessa quali sono le leggi degli altri Stati; io ribadisco che non è consentito, in questa municipalità, recarsi sul bagnasciuga con questo abito da bagno. A questo punto, mi trovo costretto ad ordinarle di allontanarsi immediatamente dalla spiaggia, o dovrò chiederle di farsi accompagnare in carcere”.
Seguirono alcuni secondi di silenzio, in cui la donna fissò l’uomo e l’uomo fissò la donna, con aria vagamente truce da poliziotto cattivo.
Per tutta risposta, la donna sferrò un pugno in faccia al poliziotto, prendendolo in pieno naso.
Ma che diavolo…?!”, urlò il poliziotto esterrefatto, mentre dalla spiaggia si levavano boati di sorpresa da parte dei bagnanti che stavano seguendo la scena; ma la donna non si lasciò minimamente impressionare, e subito dopo assestò al malcapitato un sinistro da campione, spaccandogli gli occhiali in faccia.
Mentre il poliziotto annaspava e cadeva a terra, un po’ per la sorpresa e un po’ per l’effettivo dolore causato dalle schegge di vetro sulla faccia, la donna si passò le mani tra i capelli e annunciò, sprezzante: “la città non ha nessun diritto di dirmi quali abiti indossare. Non è in alcun modo affar suo. Preferisco andare in galera, piuttosto che ubbidire a questa legge”.

Come recitava il New York Tribune del 4 settembre 1921,

Stamane, Miss Louise Rosine […] ha annunciato con grande enfasi che “non è in alcun modo un problema della municipalità, se lei indossa le calze arrotolate sotto il ginocchio”, ed è in questo momento ospite del carcere cittadino, mostrando aperta ribellione alle leggi costituite, nonché un paio di ginocchia scoperte. La donna ha annunciato che farà ricorso contro il suo arresto, disposta ad appellarsi, se necessario persino alla Corte Suprema degli Stati Uniti.

Miss Rosine ha fatto la sua comparsa stamattina sulla spiaggia di Virginia Avenue, indossando un paio di calze, arrotolate, che non le coprivano il ginocchio. Il poliziotto di spiaggia Edward Shaw l’ha cortesemente informata del fatto che questa tenuta era contraria ai nostri regolamenti municipali. “Non ho nessuna intenzione di tirarmi su le calze”, ha risposto la donna piccatamente. “La città non ha nessun diritto di legiferare sul modo in cui indosso le calze. Non è affar suo. Piuttosto, vado in galera”.
Il poliziotto, udita la risposta, ha replicato che in effetti avrebbe dovuto condurla proprio lì: mentre lui la prendeva per un braccio invitandola a seguirlo, la donna – a detta dei testimoni – avrebbe lanciato un destro sul volto del poliziotto, quasi buttandolo per terra. Ripresosi, il poliziotto ha chiesto aiuto col suo fischietto: alcuni bagnini hanno risposto all’appello, e, grazie al loro aiuto, si è riusciti infine a caricare la recalcitrante Miss Rosine sulla volante, e poi a condurla in carcere.
L’ufficiale di polizia – occhiali rotti e dignità incrinata – ha spiccato contro Miss Rosine una accusa di percosse, oltre che di condotta disordinata. A una nuova richiesta di tirarsi su le calze, la scrittrice ha risposto con un secco “no”, e sta ora occupando la cella con la gloria delle sue gambe nude, rifiutando anche la possibilità di un rilascio sotto cauzione.

Con buona pace dei belligeranti intenti di Miss Rosine, le tracce del suo passaggio nella Storia si fermano qua, al momento del suo arresto. Alcune testate si spingono a riportare che, una volta condotta in cella, la focosa flapper si spogliò del tutto fissando con aria di sfida il poliziotto malmenato, annunciando che non si sarebbe rivestita fino a che non fosse stata ritirata l’accusa nei suoi confronti.
Come sia andata a finire, non si sa: probabilmente, la belligerante donnina fu condotta a più miti consigli, forse per intervento dei suoi stessi familiari, e non si prese mai la briga di appellarsi davvero alla Corte Suprema.
La storia del suo arresto, insomma, finisce qua, con Miss Rosine nuda come un verme nel carcere cittadino, e un poliziotto malmenato che se l’era prese di santa ragione.

Eppure, nei libri di Storia che analizzano l’evoluzione dell’abbigliamento femminile, l’arresto di Miss Rosine è citato con frequenza, come episodio-simbolo della “lotta” tra una moda sempre più emancipata… e un mondo non ancora pronto per accoglierla.

Per spiegare le ragioni per cui la focosa Miss Rosine finì in carcere rea di aver mostrato le ginocchia in spiaggia, bisognerà spendere due parole sull’evoluzione dei costumi da bagno (femminili, e non), che, fino alla fine del XIX secolo, erano qualcosa di molto, molto pudico.

Se, in Età Vittoriana, gli uomini e le donne andavano a fare il bagno indossando l’equivalente dei nostri pantaloncini & maglietta (comprensivi di minigonna per le esponenti del gentil sesso)

Costumi Vittoriani 1860

la moda comincia gradualmente a cambiare attorno al passaggio del secolo, quando gli abiti da bagno femminili (obiettivamente goffi e scomodi, coi loro gonnellini appesantiti dall’acqua) cominciano ad accorciarsi, trasformandosi in tutine con le mezze maniche e il pantaloncino al ginocchio.

Costumi inizio 900

I cambiamenti di costume che seguono la prima guerra mondiale fanno sì che i pantaloncini si accorcino ancora, però c’era un “però”: nel passaggio tra gli anni ’10 e gli anni ’20, nessuna donna rispettabile si sarebbe mai sognata di esporsi al pubblico ludibrio vestendo un costume da bagno senza indossare un paio di calze.

Swimwear-1920s

In che modo, un paio di calze di seta trasparente potessero rendere più casti dei costumi a mezza coscia, in effetti, è un dettaglio che sfugge anche a me. Eppure, così era, secondo la mentalità dell’epoca. E, se alcuni arditi osavano già sponsorizzare costumi da indossare a gambe nude (in una presa di posizione che doveva essere percepita osè tanto quanto un topless, oggigiorno, in una spiaggia per famiglie),

1920s-jantzen-swimsuit

la “rispettabile” moda dell’epoca insisteva col proporre tute da bagno provviste di reggicalze, come si nota (un po’ a fatica) in questa foto deliziosamente retrò:

Vintage Swimwear, 1920

Ed ecco perché, nell’afoso settembre 1921 (…e chissà se l’ondata di caldo di quei giorni aveva contribuito alla scelta controcorrente…) l’intraprendente Louise Rosine, turista di Los Angeles in vacanza ad Atlantic City, si era improvvisamente trovata nei guai con la legge.
Una tenuta che a Los Angeles doveva essere in qualche modo tollerata (o, quantomeno, non sanzionata dalla legge) era invece esplicitamente vietata da numerose città marittime del New Jersey, che, proprio in quegli anni, avevano emanato una normativa molto rigida sull’abbigliamento che le donne potevano, o non potevano, indossare in spiaggia. Fra le altre cose, era obbligatorio coprire le ginocchia: ed ecco che la tenuta di Miss Rosine, accompagnata dal suo polemico rifiuto a rivestirsi, diventava materia sufficiente per accompagnare in carcere la svergognata nudista.

Arresti costumi indecenti 1922
L’arresto di alcune bagnanti in tenuta indecente (Chigago, 1922)

Fotografie come queste ci fanno morir dal ridere, ma si riferiscono proprio a quel periodo della Storia americana, dove numerose città avevano sentito il bisogno di legiferare in tal senso, tirandosi addosso le ire (e le manifestazione di protesta, e le sceneggiate a favor di camera) di centinaia di attiviste femminili.

Ondata di arresti sulle spiagge di Chicago - primavera 1922
Ondata di arresti sulle spiagge di Chicago – primavera 1922

E se non mi sentissi abbastanza punta sul vivo, a questo punto potrei anche concludere questo post dicendo “ah-ah, che ridere, guardate quest’ultima foto, grasse risate”, sennonché – va bene tutto, e vanno bene i proverbiali corsi e ricorsi della Storia – ma a me fa ridere piuttosto amaramente, pensare che a distanza di cent’anni siamo ancora lì a discutere, a parti solo lievemente inverse, sullo stesso identico problema.

Il buffo succedersi degli eventi non avrebbe potuto avere una tempistica migliore: parto per le vacanze scrivendo un post sui costumi da bagno alternativi al “classico” bikini, scelti per assecondare il senso del pudore che mi deriva (anche) dalla mia religione… e torno dalle vacanze mentre tutt’intorno impazza la polemica, dopo che in Francia sono stati vietati costumi da bagno alternativi al “classico” bikini, scelti da altre donne per assecondare il senso del pudore che deriva dalla loro religione.
A parte che quando ho letto la notizia sui giornali la mia prima reazione è stata ripensare all’episodio storico che ho raccontato pocanzi, e quando accendendo il telegiornale ti vien da pensare a leggi considerate retrograde cent’anni fa, in genere la cosa è percepita come allarmante, siete stati tantissimi a linkarmi ammiccando la notizia… e io che ve devo dì? Cosa volete mai che ne possa pensare?

BurkiniNon mi passerebbe mai per l’anticamera del cervello di indossare un burkini: lo trovo eccessivo persino per il mio senso del pudore, e mi dà anche l’idea che debba tenere un caldo boia. Purtuttavia, aspetto ancora che qualcuno mi spieghi in che modo un vestito del genere (sostanzialmente identico nella foggia a quello che mettiamo noi ogni giorno in autunno per andare al lavoro, cuffietta a parte) possa costituire un pericolo per la sicurezza nazionale (?!): andiamo pure al dunque e diciamo chiaro e tondo che, chi vieta il burkini, lo vieta nel tentativo di rendere illegale la plateale manifestazione esteriore di una religione, che in questo momento gli sta particolarmente antipatica.
Trovo illuminante la sintesi che fa, qui, Daniela Bovolenta:

Si potrebbe rispondere che non tutte le donne che indossano il burkini si sentono libere di fare scelte diverse, per via di forti condizionamenti famigliari e sociali, ma la soluzione allora quale sarebbe: obbligarle a rimanere a casa? Perché questa sarà di fatto la conseguenza delle recenti misure.
E se invece dichiarassero di farlo liberamente? Contro quale sacro principio fondativo delle nostre società andrebbero? Il dovere delle terga esposte?

Manco io amo esporre le terga sul bagnasciuga, mi fa pure ridere ripeterlo perché ne parlavo giusto nello scorso post: e allora? Ho il permesso di scansare il bikini e scegliere abiti da bagno solo perché la mia religione è un po’ meno misogina dell’Islam? E quando qualcuno se ne uscirà dicendo che sotto sotto è misogina uguale (mi vieta addirittura di abortire, di vivere una sessualità nella norma e bla bla bla!) sarò costretta anch’io a vestirmi come impone lo Stato, in virtù di un nuovo proibizionismo moralizzatore?

Tra il serio ed il faceto, e con diversi gradi di invadenza e di insistenza, nel corso della mia breve vita io – ad esempio – sono stata criticata per il fatto di non aver avuto rapporti sessuali prima del matrimonio: comportamento che deriva dalla mia religione.
O per il fatto di essermi sposata senza prima  andare a convivere: comportamento che deriva dalla mia religione.
O per il fatto di adottare una dieta speciale in Quaresima: comportamento che deriva dalla mia religione.
O per il fatto di indossare le mezze maniche anche d’estate con trentacinque gradi (sì, c’è stato chi ha avuto il coraggio di criticare anche il mio guardaroba): comportamento che deriva dalla mia religione (nemmeno indirettamente nello specifico frangente a cui sto pensando, visto che la giornata prevedeva anche la visita a una chiesa).
Sono stata criticata perché “non ti godi la vita”, “ti stai rovinando i tuoi più begli anni”, “ti perdi esperienze importanti nella formazione di un adolescente”, “sei sempre lì a leggere cose barbose”, “a me fanno paura gli estremismi di ogni tipo”.

Il mio stile di vita di cristiana-cattolica (magari un po’ old-fashioned per sua inclinazione personale; ma su molte cose non si tratta di inclinazione personale, si tratta proprio di precetti della Chiesa) è, tutto sommato, molto poco appariscente. Molto easy. Molto innocuo (…a patto che lo Stato continui a considerare innocua per l’ordine costituito una donna che – per dirne una – si ostina a voler mettere al mondo figli handicappati gravi, a carico del sistema sanitario nazionale, perché c’ha ‘sta fissa che non vuole abortire a nessun costo e/o non vuole fare diagnosi pre-impianto).
Eppure, già così, e già solo nel piccolissimo della mia (breve) vita quotidiana, mi è capitato più volte di appurare che il mio stile di vita, derivante dalla mia religione, è in certi punti (in certe inezie!) poco gradito alla società in cui vivo.

Se cominciamo a permettere che lo Stato legiferi per vietare piccole inezie innocue come un burkini islamico in virtù di un preteso aiuto all’integrazione, quanto ci vorrà prima che lo Stato senta il dovere di cominciare ad agevolare anche l’integrazione di noi povere donne cattoliche, sottomesse, vessate, e non padrone del nostro corpo?

Non è nemmeno questione di pudore e basta, e non è nemmeno questione di imporre per legge un abbigliamento estivo sufficientemente succinto (ché già così, e già solo se in ballo ci fosse solamente questo, la notizia farebbe ridere per non piangere).
Il fatto gli è che, a mio modo di vedere, in ballo c’è moltissimo di più. E se lo Stato comincia a legiferare dicendo che “no, tu non puoi seguire la tua religione sotto questo aspetto del tutto innocente, innocuo e privo di ripercussioni, che però a me non mi garba perché stona col pensiero dominante della società moderna”… beh: quando ci vorrà prima che dica la stessa cosa anche a chi non porta il burka ma – che so – il clergyman?

Un ufficiale di polizia misura la distanza tra l'orlo del costume da bagno e le ginocchia delle bagnanti (Chicago, 1922)
Un ufficiale di polizia misura la distanza tra l’orlo del costume da bagno e le ginocchia delle bagnanti (Chicago, 1922)

“Ma come mi vesto?” / 2: la modestia sul bagnasciuga

Sarà almeno da una decina d’anni che ogni estate vado in vacanza al mare… senza mai mettere piede spiaggia e senza mai buttarmi in acqua.
Non lo faccio perché ho problemi coi costumi da bagno! Semplicemente, in questa fase della vita, preferisco dedicarmi ad altre attività (tipo passeggiate nell’entroterra, rigorosamente all’ombra, e possibilmente in bassa stagione). Non sono mai stata un “tipo da spiaggia”.
Purtuttavia, se in un domani dovessi decidere che ho di nuovo voglia di passare le giornate sul bagnasciuga, ammetto candidamente che procurarmi un costume da bagno potrebbe costituire un grosso, grosso problema.

Prosegue con questo post il discorso, che avevo avviato nei giorni scorsi, circa il pudore cristiano nel vestire. E qui veniamo alla vexata quaestio che, ogni estate, infiamma i gruppi dedicati alla purezza e alla castità: ma come ha da vestirsi, una donna cristiana in vacanza al mare?

Dal mio punto di vista, si vesta un po’ come le pare. Se ci tieni all’abbronzatura, amica mettiti il bikini e vai con Dio. Se ne facciamo un discorso di “copriti sennò la gente fa brutti pensieri”, io non credo proprio che, oggigiorno, i maschi si turbino per la vista di una donna in bikini in spiaggia (!). Peraltro, esistono sicuramente dei bikini molto “casti”, con mutandine sufficientemente alte e reggiseni sufficientemente coprenti, che non sono niente di troppo estroso o sexy.

Se proprio dovessi dire una cosa che trovo realmente poco “pudica”, è indossare il bikini in qualsiasi contesto che non si riduca agli stretti “fare il  bagno” e “prendere il sole”.
Ovverosia: se devi prendere un aperitivo al bar dello stabilimento, giocare a racchettoni, percorrere a piedi il lungomare nel tragitto albergo-spiaggia, allora sì: in quel caso, a mio modo di vedere, sarebbe decisamente opportuno coprirsi. Un pareo, un prendisole, un caftano, una maglietta, un paio di pantaloncini, qualsiasi cosa – ma l’immagine di una donna in mutande e reggiseno (perché di base, quello è) seduta al bancone di un bar intenta a sorseggiare il coktail… continua a “stridermi” e a sembrarmi abbastanza inopportuna.
Just my two cents, per carità.

Detto ciò: non sono di quelli per cui il bikini è il Male Incarnato… però, un bikini io non l’ho usato mai, né mai lo utilizzerei. Personalmente, mi sentirei fortemente a disagio nell’uscire da casa mia indossando solo quello che, di base, è un completino di biancheria intima – solo, un po’ più colorato del solito, e fatto di una stoffa diversa.
Na: nel momento in cui mi pungerà vaghezza di tornare a crogiolarmi al sole sulla spiaggia, sicuramente io opterò per un costume da bagno che sia un (bel po’) più coprente.
Ma allora, quali sono le alternative verso cui mi orienterei, e che, alla bisogna, potrei consigliare alle mie amiche?

1.      Un modesto tankini

“Modesto” nel senso di “modestia cristiana”, ma anche nel senso di “semplice, poco appariscente”.
Se non vi sentite a vostro agio in un bikini, ma vi tremano le vene e i polsi al pensiero di fare il “grande passo” comprando un costume intero, il tankini potrebbe davvero essere la soluzione che fa per voi.
Di base, un takini è un costume a due pezzi… in cui il pezzo di sopra, però, non ha la forma di un reggiseno, ma bensì di una canottiera (che può essere più o meno).

Personalmente, li trovo una grandissima innovazione.
Se un costume intero vi sembra troppo austero, potreste forse gradire un tankini come il n. 1, che copre, sì, ma senza strafare.
Se non avete problemi all’idea di coprirvi totalmente, ma trovate scomodo il costume intero perché vi costringe a strane acrobazie (per andare in bagno, ad esempio) un tankini come quelli proposti ai numeri 2, 3, 4 e 5 dovrebbe garantirvi il comfort che cercate.
Per non parlare poi di un tankini come quello illustrato al n. 6, che, con le forme morbide della canottiera, secondo me è perfetto per nascondere la pancetta e i rotolini di grasso che sono un cruccio per molte di noi.

E poi, insomma, non sono carini?

Tankini estate casta 2016

1: Takini Monsoon (cioè Accessorize) (€ 34,00)
2: Tankini Bonprix (€ 29,99)
3: Bikini Sunseeker (€ 36,00 per la canotta + € 20,00 per gli slip)
4: Bikini Lascana (€55,00)
5: Bikini Esprit: (€ 30,00 per la canotta + € 20,00 per gli slip)
6: Costume da bagno Lascana (€ 36,00)

2.      Il sempreverde costume intero

Una delle mie ultime foto in spiaggia mi ritrae, adolescente, in piedi sul bagnasciuga, con un improbabile costume intero a fioroni che avrei tranquillamente potuto condividere con mia nonna ottantenne, tanto lo stile era, più o meno, quello.
Fino a qualche anno fa (o almeno: fino all’epoca in cui io stessa andavo a fare shopping concentrandomi sui costumi interi) sembrava che questi capi di abbigliamento fossero riservati solo alle signore avanti con gli anni (e grasse, soprattutto: vecchie e grasse e col seno cadente) e/o ad atletiche signorine che praticavano nuoto agonistico in tenute sportivamente austere.

Per fortuna, negli ultimi anni, le cose stanno cambiando, e giusto qualche giorno fa leggevo una fashion blogger “normale” (cioè: non una che si occupa di modest fashion) decantare la bellezza dei costumi interi, ormai diventati cool e sbarazzini. Rimandandovi all’articolo della fashion blogger per i suggerimenti modaioli per davvero, qui elencherò alcuni modelli che hanno colpito me, scorrendo i cataloghi delle principali case produttrici.
Come noterete, oggigiorno è relativamente facile trovare costumi interi sbarazzini e trendy (n. 4), modaioli (n. 5 e 6), femminilissimi-ma-con-giudizio (n. 2), deliziosamente retrò (n. 3)… per non parlare di tutti i capi di taglio classico, ma resi particolari dalle stampe più svariate (n. 1).

E francamente, io stento a credere che una ragazza con un costume tipo il n. 4 correrebbe il rischio di sembrare una bigotta repressa che si veste come mi’ nonna.
Insomma: se anche voi vi ponete il problema di come vestire “modestamente” in spiaggia, date una chance ai costumi interi, perché, a mio modo di vedere, c’è davvero tanta scelta!

Costume intero estate casta 2016

1: Costume da bagno Violeta by Mango (€ 34,99)
2: Costume da bagno H&M  (€ 14,99)
3: Costume a triangolo Oysho (€ 25,99)
4: Costume intero Diesel  (€ 81,25)
5: Costume intero con frange Bonprix  (€ 29,99)
6: Costume da bagno Michael Kors  (€ 105,00 – ehm, più che altro lo proponevo perché mi piaceva il modello)

3.     Un “audace” abito da bagno

L’ultima volta che ho fatto shopping di costumi, l’abito da bagno non esisteva ancora. Mannaggia.
Eppure, la prossima volta che andrò a fare shopping di costumi, l’abito da bagno sarà sicuramente la mia prima scelta: forse eccessivo per il gusto di molte, ma perfettamente rispondente al mio.

Dicasi “abito da bagno” un costume (perlopiù intero, ma se ne trovano anche formato tankini) in cui la parte di sopra ha il taglio di una canottiera… e la parte di sotto si conclude con una gonnellina o una coulotte.
Invece di prevedere i classici slip sgambati, l’abito da bagno ti garantisce insomma quei cinque-sei centrimetri di pelle coperta in più, proteggendo le cosce con una gonnellina morbida o un paio di pantaloncini che “scendono” di più rispetto, a un normale paio di mutande.
Come vedete, non stiamo parlando di burqini alla musulmana: si tratta di costumi del tutto discreti, che non “danno nell’occhio” più di tanto. Se andassi in spiaggia indossando un modello come il n. 6, penso che molti non si accorgerebbero nemmeno della differenza.

Però, la differenza la noterei io su di me.
Intanto, perché la gonnellina o i pantaloncini sarebbero per me una benedizione: dovrebbero dare la ragionevole certezza che lo slip rimane fermo al suo posto cascasse il modo, anche nel caso di movimenti improvvisi e/o giornate di svago sui giochi d’acqua.
Secondariamente, perché un costume tipo il n. 4 – pur essendo qualcosa che mi sentirei d’indossare senza paura di essere additata da mezza spiaggia – è già qualcosa di decisamente vicino a un vestito. Insomma: radicalmente lontano dal famoso concetto di “andare a spasso in mutande e reggiseno” che, come dicevo, è proprio la cosa che io voglio evitare.
Last but non least: una linea morbida come quella dei costumi n. 3 e n. 6 è davvero una manna dal cielo per nascondere inestetismi di ogni tipo: smagliature, cellulite, pancetta, rotolini di lardo. Non a caso, gli abiti da bagno sono molto presenti nelle collezioni di costumi da bagno per signore in gravidanza: coprono senza stringere, si adattano alle forme del corpo, possono essere riutilizzati anche dopo il parto perché tanto vanno portati “morbidi”…

Non fatico a immaginare che una scelta di questo tipo possa essere eccessiva per molte – e nemmeno io la ritengo l’unica opportuna! Sia chiaro!
Però, per quanto mi riguarda, credo di aver trovato il mio “costume” del cuore.

Abiti da bagno moda casta 2016

1: Abito da spiaggia “Bond Girl” Parah (il sito non indica il prezzo, ma si potrebbe andare a dare un’occhiata!)
2: Costume da bagno Speedo  (€ 55,00)
3: Costume con gonnellina Anne Weynbourn  (€ 50,00)
4: Abito da bagno Bonprix  (€ 39,99)
5: Costume intero Seafolly  (€ 130,00… ehm, anche qui “propongo” lo stile, più che l’acquisto a questi prezzi folli!)
6: Costume intero con gonnellina Tailissime (€ 55,00)

E voi, come vi vestite in spiaggia, se posso chiedere?
Vi siete mai poste il problema? Avete mai trovato soluzioni?
Siete del partito per cui “massì, chi vuoi che si turbi per un bikini” (osservazione sulla quale, in effetti, posso anche concordare), o fate parte di quel gruppo di ragazze che si sentono più a loro agio coprendosi un po’ di più?

Detto ciò, col prossimo post torniamo a parlare di Storia e di Santi, eh!
Ma una volta ogni tanto, una chiacchierata su questi temi mi pare divertente… e, forse, fa anche bene!

“Ma come mi vesto?” (se fa terribilmente caldo, sei giovane e bella, e hai un rosario nella borsetta)

Dunque.
Non per fare ironie, ché non c’è assolutamente niente da ridere, ma per illustrare fedelmente lo status quo: siamo praticamente all’inizio di agosto, e tutto il mese di luglio è stato un continuo succedersi di tragedie.
Io, è dalla prima settimana di saldi che avevo in cantiere questo post modaiolo, ma ogni volta che mi accingevo a pubblicarlo ne capitava sempre una: sgozzamenti, sparatorie, colpi di stato, morti di massa, ‘na disgrazia dopo l’altra. E ovviamente mica ti metti a parlare di moda femminile mentre c’è in giro una moltitudine di gente che piange sul cadavere ancora caldo di suo figlio morto ammazzato: no?
Ed è così che la pubblicazione di questo post ha continuato ad essere rimandata, e rimandata, e rimandata e rimandata ancora, in attesa di tempi migliori…
…che però, a quanto pare, non stanno arrivando, e intanto siamo già a agosto, e, se aspetto ancora un po’, si perde l’utilità di questo post.

E siccome invece, a questo post, un po’ di utilità ci terrei a dargliela ancora, getto la spugna e lo pubblico così, fatta la doverosa premessa. Magari non ci si aspettano frivolezze femminili da un blog cattolico in giorni come questi, ma… spero che l’indelicatezza non offenda nessuno.

***

Basta sintonizzarsi su un qualsiasi telegiornale (appunto) per notare che – come dire – ci sono problemi più gravi a questo mondo.
Nella piena consapevolezza che questa mia fissazione tocca un aspetto assolutamente marginale (marginale anche nel modo di vivere il cristianesimo, dico), io, anche quest’estate, torno alla carica, riproponendo il tema del pudore cristiano nel vestire.
Qualche settimana fa, in Rete, ha fatto parlare di sé questo video dei Purex, in cui la povera Stefania esprimeva la frustrazione provata in un negozio di vestiti femminili, alla ricerca di un paio di pantaloncini: tutte le offerte consistevano in shorts cortissimi, attillatissimi, sexyssimi.
E che ha da fare una povera donna che – per citare Stefania dei Purex – vorrebbe vestirsi in maniera “decente”, indossando pantaloni “che siano più lunghi di un paio di mutandine”?

Il video, appunto, ha creato un certo scalpore, suscitando commenti tipo “ambeh! Io indosso sempre gli shorts, e non per questo mi sento una cattiva cristiana”.
Certamente no; ma, ad esempio, per quanto riguarda, la mia formazione cristiana mi ha trasmesso, tra le tante cose, anche questa: un elevato senso del pudore. Andare in giro “troppo scoperta”, semplicemente, è una cosa che non mi va. Non dico che sarei automaticamente una cattiva cristiana se andassi in giro con bikini inguinali… ma dico che il mio modo di vivere la mia fede passa anche attraverso l’evitare i bikini inguinali.

Il fatto gli è, che per tutte le signore che hanno una sensibilità simile alla mia, non è sempre così facile trovare in commercio abiti carini, alla moda, e che non lascino troppo scoperte. Soprattutto d’estate, per fare shopping, devi letteralmente fare lo slalom tra gli espositori, sperando di trovare qualcosa che risponda ai tuoi criteri di modestia… e che, possibilmente, non ti faccia sembrare Nonna Abelarda.

E così: dopo un primo post sul tema, pubblicato quasi per caso per aiutare una amica (e che, con mia grande sorpresa, è diventato il mio post più letto di sempre); dopo un secondo post sullo stesso argomento che ha ottenuto un riscontro non minore, eccomi qui, per il terzo anno consecutivo, a dare qualche “dritta” a tutte le signore che vorrebbero approfittare degli ultimi giorni di saldi, ma si sentono un po’ disorientate nell’entrare nel negozio-medio.
Ecco dunque alcuni miei consigli, corredati da alcune proposte concrete tratte dalle collezioni P/E 2016 delle principali marche low-cost. Con un po’ di fortuna, e con una giornata di shopping last minute, potreste ancora trovare in negozio gli stessi identici vestiti di questo post… addirittura, in saldo!

1.      Sfrutta la moda del momento: i maxi dress!

Io amo gli abiti lunghi. Possono avere uno stile sportivo, zingaresco, romantico, tribale, ma fatto sta che io li amo follemente: avere una gonna lunga fino alle caviglie che ondeggia ad ogni passo mi fa tanto ‘signorina bene di fine Ottocento’.
Ci sono stati alcuni anni gloriosi, quando ero alle scuole medie, in cui le gonne lunghe andavano di gran moda (anche d’inverno; anche in città). Adesso, mi sembra che questa moda stia tornando per molti versi, e io non potrei esserne più felice.

Ai fini di questo post, io trovo che i maxi dress siano davvero un’ottima soluzione per essere eleganti, alla moda, e “modeste” allo stesso tempo. Se la gonna è sufficientemente ariosa, il vestito non tiene caldo; in compenso, la gonna lunga protegge – ovviamente – da sguardi indiscreti, scosciature impreviste, venticelli malandrini.
I vestiti lunghi, ad esempio, per me sono un must per le passeggiate in riva al mare nei giorni super-ventosi.

E poi, davvero, non sono così deliziosamente femminili?

Vestiti lunghi moda casta 2016

1: Vestito lungo multicolor Anna Field (€ 40,00 – non in saldo)
2: Vestito turchese Oysho (€ 25,99 in saldo)
3: Vestito lungo Benetton (€ 36,00 in saldo)
4: Abito stampa studio Zara (€ 19,99 in saldo)
5: Maxiabito H&M (€ 14,99 – non in saldo)
6: Vestito estivo Mint & Berry (€ 45,50 in saldo)

2.      Sfrutta la seconda moda del momento: il boho-chic!

Questa la amo ancor più dei maxi-dress.
La moda di quest’estate mi sta dando tantissime soddisfazioni: per una come me (sostanzialmente, una donna vittoriana in pectore) risultano irresistibilmente deliziosi tutti questi vestitini chiari di cotone traforato, sangallo, pizzi e ricamini ton su ton. Quest’anno va davvero tanto di moda il “boho chic”, “country chic”, o come vattelappesca lo chiamino le fashion blogger: insomma, questo stile romantico e retrò che richiama i vestitini estivi della moda di fine Ottocento.

Se ti ispiri a quello stile, ovviamente non puoi creare un vestito romantico, retrò, ottocentesco, e sfacciatamente sexy, quindi il risultato è che gli stilisti hanno immesso sul mercato una vasta serie di abitini deliziosamente casti e femminili.
Probabilmente un po’ stucchevoli per chi non ama il genere, ma assolutamente da sfruttare per chi, invece, si rispecchia molto in questo stile.

Stile Boho Moda casta 2016

1: Vestito estivo Mint & Berry (€ 39,00 in saldo)
2: Vestito estivo Little White Lies (€ 61,75 in saldo)
3: Vestito estivo Mint & Berry (aridaje) (€ 36,00 in saldo)
4: Abito con inserto traforato Mango (€ 17,99 in saldo)
5: Copricostume smanicato OVS (€ 12,00 in saldo)
6: Caftano ricamato Zara (€ 69,95 – non in saldo)

3.      Sii grintosa con un look tribale!

Va bene tutto, ma io ho in mente alcune amiche che, se le vedessi in un vestitino bianco di pizzi e trine svolazzanti, mi verrebbe un attacco di risate che durerebbe mezza giornata. Uno stile come quello di cui sopra può andar bene per molte ragazze, ma decisamente non per tutte.
A tutte le signore che sono abituate a uno stile più casual e “grintoso”, io potrei suggerire di dare un’occhiata alle proposte che si ispirano alla moda etnica. Sfogliando i cataloghi delle catene di abbigliamento, ho notato che anche questo è uno stile che quest’anno va molto, con ispirazioni più o meno marcate a seconda dei casi.

Vestiti di questo tipo, ad esempio, io me li vedo molto bene per una che, essendo in vacanza al mare, vuole un look decisamente “vacanziero” ma vuole anche evitare la solita accoppiata “shorts e canottiera”. Tra stampe paisley, tuniche ricamate, ispirazioni orientali e tessuti grezzi, direi che c’è davvero un vasto campionario che va bene un po’ per tutti i gusti.

Stile etnico moda casta 2016

1: Tunica lunga a stampa etnica Zara (€ 12,99):
2: Tunica con ricamo Oysho (€ 69,99 – non in saldo)
3: Abito con stampa indios Yanamay (€ 39,99 – non in saldo)
4: Vestito estivo Mint & Berry (€ 35,00 in saldo)
5: Abito fantasia Laura Clement (€25,99 in saldo)
6: Abito lungo con scollo a V OVS (€ 20,00 in saldo)

4.      Vai sul sicuro con un maxi-shirt

“Maxi-shirt” sarebbe, tenicamente, un vestito femminile disegnato in maniera da sembrare un camicione molto lungo, o una T-shirt molto lunga e molto larga.
Anche lì: sicuramente esiste il modo di rendere sexy e provocante un camicione lungo e largo; però, è statisticamente probabile l’eventualità di trovare anche vestitini semplici, pudichi e casti, cercando tra gli abiti che hanno questo stile.

Alcuni (a mio gusto) rischiano di fare l’effetto “sacco di patate”; altri (a mio gusto) sono deliziosi nella loro semplicità. Il primo vestito di questa selezione, ad esempio, io l’ho comperato per davvero!

Maxi T-Shirt Moda casta 2016

1: Abito in popeline Zara (€ 19,99 in saldo)
2: Vestito dritto Promod (€ 14,97 in saldo)
3: Abito Mango (€ 6,49 in saldo!!)
4: Vestito chemisier Zara (€ 17,99)
5: Camicia in lino Oysho (€ 22,99 in saldo)
6: Vestito Vila (€ 32,50 in saldo)

5.      E in generale: sfrutta stampe, colori accesi, tagli non banali

Chiaramente non sto dicendo che tutte le donne cattoliche dovrebbero adottare, nel vestirsi, i miei stessi standard di modestia. Però, alla domanda esplicita “ma precisamente, Lucia, quali sono i criteri con cui tu scegli i tuoi vestiti?”, io rispondo: “compro solo vestiti coi quali – per capirci – potrei entrare a San Pietro”.
Ovverosia: non mi sento a mio agio con i pantaloncini corti, non mi piace andare in giro con le spalle scoperte, non ho mai indossato una minigonna in vita mia, e se ho una scollatura troppo profonda la “tampono” con un sottogiacca.
Qualche eccezione a queste “regole” la faccio in vacanza al mare, ma manco tanto, in realtà: per il resto, d’estate vado sempre in giro con una combo di gonne al ginocchio e mezze maniche.
(Pantaloni ne uso? No. Non perché abbia niente contro i pantaloni, ovviamente!, ma perché d’estate mi tengono un caldo della malora e preferisco di gran lunga le gonne, infinitamente più ariose).

Obiettivamente, non è proprio facilissimo trovare vestiti che rispondano ai requisiti di cui sopra. Però, qualcosa del genere farebbe anche piacere avercelo nel guardaroba (se non altro per poter entrare in chiesa senza dover almanaccare ogni volta con foulard e golfini per coprirsi alla bisogna).
Fortunatamente, qualche abito con queste caratteristiche si trova per davvero. E con un po’ di fortuna, si trovano anche modelli che non ti facciano sembrare un’impiegata di banca appena uscita dall’ufficio o una nonnetta che porta particolarmente bene i suoi settant’anni. A mio modo di vedere, basta cercare qualche abito dal taglio particolare (e/o con una bella stampa colorata), e l’effetto noia è scongiurato!

Mezze maniche Moda Casta 2016

1: Vestito estivo Doroty Perkins (€ 39,20 in saldo)
2: Abito stampato apertura spalle Zara (€ 19,90 in saldo – no, non entro in chiesa con gli spacchi a mezza coscia; li ricucio)
3: Vestito di maglina Desigual (€ 52,00 in saldo)
4: Vestito incrociato Promod (€ 13,48 in saldo)
5: Vestito ricamo svizzero Oysho (€ 39,99 – non in saldo)
6: Vestito Tie-Dye Zara (€ 17,99 in saldo – no, non entro in chiesa nemmeno con le gonne di quella lunghezza, ma se siete un po’ più basse della modella il vestito diventa più accettabile)

***

A stretto giro di…post, pubblicherò anche la seconda parte della rassegna: quella dedicata alla vexata quaestio “ma come ha da vestirsi, una donna cattolica in vacanza al mare?”. Bikini no perché si va all’inferno, costume intero nì perché è più casto, tutte coperte col burqini per star sicure…?

Nel frattempo – visto che questa categoria di post riceve sempre migliaia di visualizzazioni, ma quasi sempre nessun commento! – io sarei davvero curiosa di sentire la vostra opinione, se passate di qui e siete interessante (o interessati) al tema.

È davvero così importante che una donna cattolica badi (tra le mille altre cose) (anche) al modo in cui si veste, oppure queste sono un po’ fissazioni vecchio stampo, e, al giorno d’oggi, con quel che si vede in giro, è stupido fossilizzarsi su ‘ste cose (ché tanto ci siamo assuefatti a ben altre nudità, e un paio di shorts inguinali non li nota più nessuno)?

Ma d’altro canto: è proprio così vero che un paio di shorts inguinali non li nota più nessuno, o è vero che certi “abiti non adatti” possono rendere più difficile, per la controparte maschile, esercitare la purezza nello sguardo e nel pensiero, come emergeva da una Modesty Survey condotta anni fa negli USA?

Come già sapete se mi leggete da un po’ di tempo, io personalmente mi situo tra i due estremi.
Se tu, uomo che passi di lì per caso, mi vedi in minigonna, e ti giri a guardarmi le gambe, e poi ci fai pure pensieri impuri, con tutta evidenza sei tu che sei un maiale.
Però, sapendo che, per l’appunto, siamo tutti quanti maiali (e/o variamente peccatori)… io, personalmente, in giro in minigonna non ci vado.

Voi?