[Pillole di Storia] Lo spaccio di mutande

Questo fine-settimana è il week-end della cultura: il 26 e il 27 di settembre sono le Giornate Europee del Patrimonio.
Le Giornate Europee del Patrimonio, per chi se lo stesse chiedendo, sono un modo molto altisonante per dire che ogni Stato della UE si impegna a valorizzare i suoi beni culturali: e quindi in Italia, questo fine settimana, avremo una serie di manifestazioni per incentivare il pubblico ad ammirare l’arte della Penisola (se qualcuno fosse interessato, a questa pagina trovate un elenco dettagliato di tutte le attività previste).Normalmente, in giornate come questa, io sono in Biblioteca a rifilar cultura a quei poveri disgraziati che passan di lì per caso.
Siccome quest’anno son rimasta a Pavia, la cultura la rifilo a voi.
Volete la cultura? Pigliatevi la cultura. Quest’oggi, io vi parlo di mutande.
Lo sapete che, fino a tutto il Settecento, le mutande smesse erano statalizzate?
Severissimamente vietato lo spaccio di mutande?
Continuate a leggermi, e vi farete anche voi una cultura sulle mutande.

La nostra storia comincia tanti anni fa, nel 50 dopo Cristo, in Cina – dove nasce, nella città di Guiyang, il piccolo Ts’ai Lun. Dopo aver servito la corte imperiale in qualità di eunuco (peraltro, eunuco castrato con il metodo orientale, poveretto: dedichiamogli un minuto di silenzio), il nostro eroe si avvierà verso una carriera sfavillante: ‘maggiordomo’ di palazzo, responsabile degli armamenti, e poi ‘Ministro della Pubblica Istruzione’. Ts’ai Lun morirà suicida nel 121 d.C., coinvolto in una congiura di palazzo: ma prima di allora passerà alla Storia per una scoperta di portata mondiale. L’invenzione della carta.

Ts’ai Lun non se n’era mai accorto, fino a quel giorno: ma quella mattina, lanciando un’occhiata distratta alle donne che lavavano i panni nello stagno, aveva notato per la prima volta quello strano fenomeno. Dai cenci logori che le contadine strofinavano energicamente, si staccava una strana sostanza bianchiccia che galleggiava sulla superficie dell’acqua: erano fibre di cellulosa, che si staccavano dalla stoffa ormai logora riunendosi in feltri; ma questo, Ts’ai Lun non poteva saperlo. Tutto quello che sapeva era che quel fenomeno lo incuriosiva, e molto: fatta raccogliere quella misteriosa sostanza, la stese su un asse di legno e la lasciò asciugare al sole, in modo da poterla esaminare in un secondo momento.
Quale sorpresa accorgersi, di lì a poche ore, che la sostanza misteriosa si era essiccata sotto i raggi solari, e aveva dato origine ad uno spesso foglio biancastro! Quei fogli di colore chiaro, leggeri e per di più economici, sembravano proprio l’ideale per accogliere la scrittura: nell’arco di pochi anni, e sotto la guida di Ts’ai Lun, i Cinesi iniziarono a produrre carta con i mezzi più disparati. Utilizzavano stracci di canapa, canna di bambù, paglia di tè, e riso: e continuavano a produrre carta di ogni genere, seguendo una ricetta segretissima che restò tale per più di cinque secoli.
Poi, molto gradualmente, la carta arrivò in Corea e in Giappone; poi in Asia centrale, poi nel Medio Oriente, e poi nelle terre arabe del Mediterraneo. L’Europa cristiana si mostrò a lungo diffidente nei confronti di quella diavoleria “pagana”: ma nel secolo XII capitolò, con il moltiplicarsi delle cartiere in Italia. Dopo questo impulso iniziale, poi, l’affermazione definitiva della carta andò di pari passo con la diffusione della stampa: a qualche decennio dall’invenzione di Gutenberg, la pergamena era definitivamente caduta nel dimenticatoio.
Okay, vi starete chiedendo: e in tutto ciò, che c’entrano le mutande?
C’entrano moltissimo, signori cari: perché la carta, in quel periodo, si faceva con le mutande.

E con le canottiere, e le sottogonne, ed i vestiti, naturalmente: l’idea di produrre carta a partire dal legno è molto più recente (anche perché, in proporzione, un tronco d’albero contiene molta meno cellulosa di uno straccio di cotone).
E quindi, per buona parte della Storia della carta, la carta si è prodotta a partire dagli stracci. I cenciaioli, peraltro, facevan proprio questo lavoro: andavano in giro per le case a comprar mutande usate e sottogonne logore, e le rivendevano alle cartiere a caro prezzo. La biancheria usata era merce rarissima, e straordinariamente preziosa: per farvi capir la disperazione dei cartai dell’epoca, vi racconterò solo che, nel 1424, a Fabriano, un povero sventurato lotta con tutte le sue forze per ottenere il monopolio sulla biancheria usata di tutta la città di Genova.
Ne converrete con me: son cose.

Una situazione così disperata, con ricchi industriali costretti a elemosinare per tutta Italia calzini bucati e mutande smesse, non poteva continuare: ed ecco che i cenci sono statalizzati, con lo scopo di garantire una fornitura alle cartiere più regolare e più costante nel tempo. Sorgono quindi dei grandiosi depositi statali di… mutande sgualcite, in cui i cartai vanno periodicamente a rifornirsi: eppure, neanche questa soluzione risolve definitivamente il problema.
Tanto per cominciare, i libri diventano sempre più diffusi; e il tasso di alfabetizzazione cresce. Ma il guardaroba-medio del cittadino europeo no, non s’ingrandisce: perciò serve più carta, ma scarseggia la materia prima.
E, peggio ancora, il Seicento è un secolo tristemente pieno di epidemie e di pestilenze: il che non è bello per nessuno, ma per i cartai è letteralmente un dramma.
Essì, perché, quando un malato muore di peste, le autorità cittadine impongono di bruciare coperte, lenzuola, vestiti, panni, e tutto ciò che possa essere venuto in contatto con il corpo infetto: una vera e propria tragedia, che manda letteralmente in fumo chili e chili di preziosissimi stracci.
Un incubo.

Nemmeno la fine delle grandi pestilenze, di per sé, è sinonimo di rinnovata prosperità economica: perché ormai siamo entrati nel Settecento, e la cultura folleggia – le case editrici vogliono sempre più carta, e le cartiere d’Europa non riescono a far fronte alla richiesta.

E, mentre si cerca disperatamente di produrre carta a partire da altri materiali (prima di arrivare al legno, si è tentato con: palma, aloe, ortiche, erba, e addirittura alghe), gli Stati le provano tutte per contrastare questo terribile problema: nel 1723, Luigi XV di Francia proibisce severamente lo spaccio di biancheria e l’esportazione clandestina di mutande (un racket che fruttava moltissimo, all’epoca – e no, non sto scherzando).

Poi, nel 1844, l’inventore canadese Charles Fenerty scoprirà finalmente che è possibile produrre carta a partire dal legno degli alberi. E gli alberi, grazie al cielo, son molto più comuni delle mutande.
E poi verranno Greenpeace, e gli ambientalisti, e il problema della deforestazione – che è senz’altro grave, per carità, non fraintendetemi…
Però, amici in ascolto, cercate di vedere il lato positivo della situazione. Se vi preoccupa il fatto d’essere nati nel disboscato mondo odierno, tirate un sospiro di sollievo: tutto sommato siete fortunati. Poteva sempre andarvi peggio.
Avreste potuto nascere nell’Inghilterra di fine Settecento, amici cari: quando era legalmente vietato seppellire un cadavere, se indossava indumenti di lino, cotone, o canapa.
Se avevate un vestito di lana o una pelliccia, no problem: vi mettevano quella.
Se invece avevate solo vestiti di cotone… vi seppellivano nudi e crudi, e grazie tante.

16 pensieri riguardo “[Pillole di Storia] Lo spaccio di mutande

  1. chiara: ma Piero Angela è più serioso… non parla di mutande usate! :P

    Eclipses: secondo me, era più una cosa tipo “conservalo sul caminetto del salotto” :P

    Antaress: grazie! :-D

    Aerie: in realtà, tecnicamente pare che non sia una cosa fattibile (o meglio: fattibile sì, ma per nulla conveniente).
    In primo luogo, pare che i nostri vestiti di cotone non siano mai cotone 100%, checché ne dica l’etichetta. Magari sono cotone 99,9%, ma pare che il cotone puro sia difficile da trovare.
    Ma soprattutto: le macchine di oggi non sono adatte a maneggiare le fibre di cotone, che sono molto lunghe (danneggerebbero proprio i macchinari, voglio dire). * Bisognerebbe creare delle macchine apposta, ma a questo punto è più economico lavorare sulla carta riciclata.
    In realtà, ricominciare a far carta a partire dal cotone sarebbe molto vantaggioso, in linea teorica, per la qualità della carta: la cellulosa estratta dal legno è pessima, dal punto di vista della conservazione nel lungo periodo. Infatti, se noti, la carta dei nostri libri è già visibilmente “rovinata” dopo qualche decina d’anni: la carta di un incunabolo è molto, ma molto meglio conservata!

    * Per chi se lo stesse chiedendo: sì, è vero, anche oggi si trova in commercio della “carta di cotone”, come quella di Fabriano.
    In realtà non è fatta di cotone-da-vestito; è fatta di linters di cotone, che sono una cosa diversa.

  2. Gentile Lucyette,

    La disturbo per chiederLe un’informazione inerente al Suo post dell’8 marzo ultimo scorso, a proposito dell’edizione illustrata de “I Promessi Sposi”. Mi interesso di questo argomento, e sarei curioso di sapere da quale edizione ha preso l’illustrazione che correda il Suo post.
    La ringrazio anticipatamente se vorrà rispondermi, ed al proposito allego il mio indirizzo email: lferri@jcu.edu

    Cordialità,

    LGF

  3. Che poi, piccola parentesi, disboscamento e cartiere, centrano poco niente. Abbattere un albero in un bosco, per fare carta, è pura utopia.

  4. Incatenata![..] Visto che l’altra esperta di mutande mi ha taggata, non posso esimermi dal fare questo giochetto anche io! XD Il gioco consiste "nell’indicare onestamente dieci cose che mi riguardano e che probabilmente chi legge il blog non sa, e infine in [..]

  5. Mon Dieu, la storia delle mutande *__*
    Finalmente mi sono acculturata anch’io! E’ molto interessante, e ora so perchè la fronda odiava Mazarino; non perchè esigeva le tasse, ma perchè non voleva cambiare la biancheria reale, sono libri in meno! [Ho riletto Vent’Anni Dopo, ignoratemi]

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