Questa Storia ti puzza di fake news?

Fake news Facebook
Le fake news sono ormai all’ordine del giorno, e tutti i professionisti dell’informazione si prodigano per fornire ai loro lettori le armi con cui difendersi da questa massa di notizie false che – complici i nuovi mezzi di comunicazione – rischiano a tratti di tramortirci e confonderci.
È davvero possibile imparare a proteggersi da una cosiddetta “bufala”? Esistono delle tecniche che l’Internauta Medio può mettere in atto, per tentare di orientarsi in questo procelloso mare dell’informazione? In effetti sì – e una di queste consiste nell’affinare il proprio senso critico cominciando a porsi tutta una serie di domande, quando ci si trova di fronte a una notizia sospetta.
Stiamo leggendo un articolo e c’è qualcosa che, diciamo, non ci torna? Ebbene, una serie di domande ad hoc può aiutarci a stabilire se è solo una nostra impressione, o se davvero di fake new si tratta.

Questo blog si occupa di Storia, dunque mi occupo di Storia anche in questo articolo. Ché attorno ai temi storici è tutto un fiorire di fake news e leggende nere, e semplici convinzioni errate, sedimentatesi nel corso dei secoli e ormai date per certe.
E se anche noi ci imbattessimo in una di queste “bufale”? Saremmo in grado di riconoscerla? Quali sono i campanelli d’allarme che dovrebbero quantomeno metterci sull’attenti?

Io ne ho individuati cinque, partendo dalle osservazioni proposte da Giuseppe Sergi nel suo La rilettura odierna della società medievale: i miti sopravvissuti, dagli atti del convegno “Medioevo reale medioevo immaginario” (Torino 26-27 maggio 2000).

1. Questa ricostruzione semplifica concetti che, diversamente, sarebbe difficile spiegare?

Esempio portato da Sergi: la piramide feudale del Medioevo.
Presente?
Questa:

Piramide Feudale

Benissimo, non è mai esistita.

Il feudalesimo medievale era una cosa molto più complessa di quella che ci insegnano sui libri di scuola. Ad esempio, un uomo poteva essere vassallo di più signori feudali contemporaneamente (ed erano per lui cavoli amari, quando i due signori si dichiaravano guerra). In teoria, un cavaliere poteva anche essere vassallo del Signor Caio ed essere contemporaneamente signore feudale di altri vassalli a lui sottoposti (diventando, allo stesso tempo, sottoposto e parigrado del suo signore). E comunque, ai rapporti feudali, si affiancavano in età medievale rapporti di parentela, eredità e quant’altro, talora non meno importanti e vincolanti del rapporto vassallo/signore.

E quindi, perché a scuola continuano a insegnarci la panzana della piramide feudale?Beh, perché è una semplificazione molto utile.
Vallo a spiegare, a un bambino di undici anni, questo complesso equilibrio di poteri per cui si può essere servi e signori allo stesso tempo, e per cui il re ha sicuramente un ruolo importante, ma può darsi che alcuni sudditi abbiano più potere di lui. È così facile e rassicurante, ricorrere a semplificazioni tutto sommato innocue, che risparmiano agli studenti così tanti grattacapi…
I pochi eletti che vorranno dedicarsi al Medioevo per professione, faranno sempre in tempo a mettere i “puntini sulle I” all’università. Fino ad allora… che male c’è?

Pescando dai miei archivi una Storia di cui ho già parlato io: il mito per cui, durante i secoli della caccia alle streghe, erano accusate di stregoneria le donne giovani, sole, prive di protezione da parte dei mariti, e magari un po’ anticonformiste.
Vallo a spiegare, che molti degli accusati erano maschi ricchi e potenti, praticavano davvero rituali magici, e, in molti casi, il proverbiale patto con Satana importava molto poco agli inquirenti laici…

2. Questa ricostruzione ci aiuta a credere che noi viviamo in un mondo migliore?

Mai Stati Meglio Copertina Libro

È così bello leggere un libro di Storia e pensare “certo che noi siamo un sacco evoluti rispetto a ‘sti bifolchi!”. Su questo tema, gioca persino un gustoso libretto eloquentemente titolato Mai stati meglio!: “basta scorrere i secoli passati”, recita la quarta di copertina, “per capire stiamo vivendo uno dei momenti più positivi, confortevoli e ricchi di opportunità dall’apparizione dell’uomo sulla Terra”.

Non mentiamo: illuderci che l’umanità sia destinata a un graduale, inesorabile progresso è un consolante auto-convincimento di cui sentiamo drammaticamente il bisogno, tutte le volte che, guardando il telegiornale, ci si stringe il cuore al pensiero del mondo che stiamo lasciano ai nostri figli.
…sennonché, a volte, questo nostro atteggiamento genera delle bizzarre fake news dalla singolare persistenza.

Un esempio tra i tanti? Cito quello che proponge Sergi: lo ius primae noctis.
Non è MAI esistito, in nessun luogo e in nessun momento, un cavillo che consentisse al potente di turno di portarsi legalmente a letto le donne prossime al matrimonio. Lo ius primae noctis è un’invenzione bella e buona creata ad arte (cfr. punto 4)… che però si è impressa nell’immaginario collettivo in maniera particolarmente tenace.
E perché?
Perché, oh, è così confortante, pensare che certe cose che una volta erano all’ordine del giorno, adesso, grazie a Dio, sarebbero impensabili. Ma allora, è solo questione di tempo: verrà (presto?) il giorno in cui le tante ingiustizie che oggi ci affliggono saranno guardate con orrore dai nostri discendenti. E allora sì che esisterà un mondo migliore!

Come osserva Sergi, qui

agisce l’idea di un progresso lineare e permanente della storia: un’idea tanto spontanea quanto politicamente strumentalizzata, in ogni caso falsificante e dannosa per l’uso sociale della storia.

Pescando dai miei archivi una Storia di cui ho già parlato io: avete presente la radicata convinzione secondo cui, nel passato, la gente non si lavava per mesi e anni, e dunque andava in giro tutta sozza e puzzolente? Ne parlavamo tempo fa, e avevamo visto assieme che non è che fosse proprio vero: c’è stato sì un periodo della Storia umana in cui i bagni frequenti erano considerati pericolosi per la salute… ma, fortunatamente, è stata solo una moda transitoria, non un diktat millenario.

3. Per contro: questa ricostruzione trasforma il nostro passato in un affascinante romanzo fantasy più avvincente di Game of Thrones?

Sergi porta un esempio classico: i Templari, poveri cristiani.
Non si capisce per quale arcano mistero un ordine cavalleresco la cui Storia è stata studiata, ristudiata, ri-ristudiata fino allo sfinimento, debba solleticare così tanto le fantasie dell’Italiano-medio.
Cioè, boh? L’avete mai visto, voi, tanto pathos collettivo nel seguire le vicende dell’Ordine di Malta?
Eppure…

Il fatto gli è che, come scrive Sergi,

il medioevo nella cultura europea occidentale serve a regalare la dimensione dell’esotico senza troppo allontanarsi nello spazio, ma andando indietro nel tempo.

È così affascinante pensare a quando nel Medioevo i cavalieri cercavano per davvero (?!) il Sacro Graal. È così bello immaginare un mondo in cui la vita scorreva ordinata secondo i dettami di Santa Madre Chiesa, i rapporti tra sessi erano improntati a quel romanticismo à la Jane Austin e la vita era più onesta, più sana, più solidale.

Pescando dai miei archivi una Storia di cui ho già parlato io: presente, quei cattolici per la Storia cattolica è divisa in due (ante e post Concilio Vaticano II), e tutto ciò che viene dopo è liturgicamente il Male, e tutto ciò che viene prima era l’Assoluta Perfezione del Culto?

Vaglielo a spiegare, che fino a qualche secolo fa i preti mimavano atti sessuali dall’altare durante la Veglia di Pasqua

4. Questa ricostruzione è un’arma ideologica a sostegno di una certa tesi?

A questo punto, si potrebbero elencare tante “leggende nere” sulla Storia della Chiesa, usate oggi come grimaldello per dimostrare che i cattolici sono fondamentalisti pericolosi.
Sergi, invece, torna sullo ius primae noctis, e così, ubbidiente, faccio anch’io.

È da fine ‘800 che, con argomenti inoppugnabili, la storiografia, a intervalli regolari, smentisce il mito dello ius primae noctis.

Ma queste autorevoli messe a punto hanno scarsa efficacia anche quando sono scritte con stile accattivante, in libri di editori importanti e di larga circolazione. […] La cultura di massa su alcuni temi non si limita solo a non recepire, non vuole proprio ascoltare, si comporta come i bambini quando si tappano le orecchie con le mani ed emettono suoni per non essere raggiunti da parole non gradite. Perché? Perché non si vuol perdere, a causa della ‘storia’, un frammento di ‘memoria’ che ha una funzione culturale e sociale. In questo caso la funzione è quella di valorizzare l’attitudine delle comunità locali di contrapporsi al potere: le comunità nobilitano con l’eroismo popolare le proprie tradizioni.

In una temperie ideologica in cui il messaggio da far passare alle masse è: “bisogna combattere il sistema per avviare la rivoluzione / bisogna affrancarsi dalle stupidi leggi imposte dalla religione / bisogna fare questo e quest’altro perché i modelli tradizionali non funzionano bene”… beh: questi miti su base storica possono costituire un valido aiuto!

Pescando dai miei archivi una Storia di cui ho già parlato io: una volta mi è capitato su Facebook di essere definita “una revisionista da quattro soldi”, a causa di un articolo in cui spiegavo che la terribile strage di operai tenutasi l’8 marzo di un anno non precisato… semplicemente non c’è mai stata, fortunatamente per le operaie.
Non è chiaro chi, esattamente, si sia messo a tavolino per inventare dal nulla questa leggenda, ma sembra acclarato che la bufala abbia cominciato a circolare tra i circoli socialisti dei vari Paesi del blocco NATO, per ragioni politiche, nel primo dopoguerra.

Eppure, se lo dici, non ci crede nessuno, (comprensibilmente), anche perché qui scivoliamo per direttissima nel punto…

5. Questa ricostruzione ci culla nelle nostre rassicuranti convinzioni?

Chiudete gli occhi e immaginate un castello medievale: l’idea platonica di tutti i castelli medievali; poi tornate qui.
Fatto?
Scommetto che avete immaginato qualcosa sulle linee di:

Castello Medievale Immaginario

e che sarete probabilmente un po’ spiazzati nello scoprire che, per buona parte del Medioevo, i castelli sono stati semmai più simili a questo:

Castello Medievale Vero

Per dirla con Sergi,

è difficile convincere studenti e interlocutori che i castelli medievali tipici non sono quelli del tardo medioevo, ed è difficile perché sono per lo più castelli tre-quattrocenteschi a essere ancora in piedi. […] Risulta sempre arduo allontanare l’immagine del tipico castello valdostano e sostituirvi quella di un villaggio fortificato, o di recinti di legno e pietra.

Altro esempio ancor più visibile: i convincimenti popolari sull’evoluzione dei modelli familiari nel corso della Storia.

La tipica famiglia rurale del medioevo era una “two generations family”, con padri e figli e basta, cioè nucleare come oggi. Ebbene, nessuna persona, anche di cultura, lo immagina: perché le famiglie rurali successive alla rivoluzione industriale erano patriarcali, [con] convivenze larghissime

quindi, ci viene spontaneo ritenere che le famiglie allargate siano sempre state la norma. Ma siamo vittime in questo caso di quella che Sergi definisce “deformazione prospettica”:  per cui diamo scontato che tutto ciò che noi conosciamo circa il passato recente debba a maggior ragione applicarsi anche a tutte le epoche passate. Il che, non è affatto vero!

Pescando dai miei archivi una Storia di cui ho già parlato io: vallo a spiegare, alle nonnette attaccate alla tradizione, che il “classico” matrimonio col vestito bianco, il pranzo luculliano, il viaggio di nozze da sogno, etc, non è “tradizionale” proprio per niente ed è anzi un’invenzione recente. Ma insomma: lo sanno tutti che le nostre nonne facevano così!

***

E voi?
Vi vengono in mente altri esempi riconducibili ai cinque casi di cui sopra? Avete storie da raccontare, su quando siete caduti a vostra volta in una di quelle insidiosissime bufale storiche?
Per intanto, questo blog vi saluta e vi dà il suo bentornato, ripromettendosi, da oggi, di ricominciare con regolarità le sue pubblicazioni.
…e speriamo che questa non debba rivelarsi una fake new!

[Pillole di Storia] Se il Papa propaganda la convivenza more uxorio

A suo tempo, ne avevamo anche discusso in questo blog. E avevamo concluso, alla fin fine, che sposarsi con un non-credente, se si è cattolici convinti, non dev’esser niente affatto facile.
Tertulliano, cupamente, ai suoi tempi pronosticava “quando lei vorrà partecipare all’adunanza liturgica, il marito la condurrà alle terme; quando lei vorrà digiunare, il marito organizzerà un banchetto. Se lei vorrà uscire per adempiere ai suoi doveri, ecco che egli le creerà una infinità di occupazioni per trattenerla in casa”. Gli anni passano e i tempi cambiano… ma – secondo me – le difficoltà rimangono le stesse.

Se sposarsi con un “pagano” è complicato ancora oggi, immaginate un po’ la difficoltà di cercar marito nei primi secoli d.C., quando i cristiani erano perseguitati e non eran certo molto popolari in pubblico.
Se una ragazza si convertiva al cristianesimo, il suo avvenire, molto semplicemente, diventava straordinariamente incerto (pensate anche solo – chessò – a Santa Lucia). Non erano molti i fidanzati disposti a tollerare una promessa sposa che praticava una religione messa al bando, e che peraltro rischiava d’essere ammazzata ogni due per tre.
Se poi, per sommo di disgrazia, la promessa sposa apparteneva pure all’aristocrazia… beh: allora, poteva anche mettersi a piangere. Trovare un bravo ragazzo che fosse anche aristocratico, scapolo, e cristiano (o tollerante), era un po’ come cercare un ago in un pagliaio.
E d’altro canto, un’aristocratica non poteva nemmeno mettersi a cercare l’Amore Della Sua Vita in mezzo ai popolani. Al tempo di Marco Aurelio, una patrizia perdeva il suo titolo di clarissima se sposava un uomo di rango inferiore – e assieme al titolo, perdeva anche dignità, entrate, redditi…
C’erano un sacco di nobili che vivevano in concubinato con liberti o schiavi, all’epoca, pur di non perdere la loro preziosa carica.

Era una convivenza more uxorio, a tutti gli effetti. “Convivenza more uxorio” in un’epoca in cui non era nemmeno molto chiara la differenza fra “matrimonio civile” e “matrimonio religioso”: l’opzione “nozze religiose senza effetti civili” non era proprio contemplata. Nel caso di matrimonio contratto fra due cristiani, il sacerdote si limitava a una generica benedizione alla coppia di nubendi che “erano appena usciti dal municipio”, per così dire. Ci vorranno parecchi secoli prima che il matrimonio religioso si istituzionalizzi nella cerimonia in chiesa con le fedi e le promesse e il rito apposito e bla bla bla. Fino a quel momento, la gente si sposava “in comune” e poi riceveva una benedizione ex post, da parte di un religioso.

Ebbeh: ma se i nubendi non erano sposati affatto?
Nel senso: se una patrizia romana decideva di andare a vivere – chessò – con un umile liberto che condivideva la sua fede, ma senza ufficializzare questa unione in “municipio”?
Se i due “coniugi”, che in realtà non erano affatto coniugi, promettevano di stare assieme in salute e in malattia fino al giorno della loro morte, riconoscendo il matrimonio come unico e indissolubile e giurando di viverlo nella maniera più cristiana?
Certo: rifiutavano di diventare marito e moglie agli occhi dello Stato, affinché la moglie potesse conservare il suo titolo e i suoi privilegi. E allo Stato, ovviamente, questo non andava bene: perché non è(ra) affatto pensabile (fino a qualche anno fa) una situazione in cui i cittadini mettono su famiglia con chi gli pare, senza la minima regolamentazione. Un matrimonio “clandestino” è un problema sociale; e, come tale, lo Stato lo avversa(va).

Ma in fin dei conti – si potrebbe dire – chi se ne importa dello Stato. Peraltro, il problema si pone fra la fine del secondo e l’inizio del terzo secolo: un periodo in cui – insomma – l’Impero non mostrava queste grandi simpatie per i suoi sudditi cattolici.

Fino a qualche tempo fa, c’erano vedovi che si risposavano in chiesa per mettersi a posto con la coscienza chiedendo però che il matrimonio non avesse effetto civile, in modo da non perdere la reversibilità del primo coniuge defunto. Quella era una truffa e grazie al cielo non si fa più: ma – a parte questo – il problema era lo stesso. Con la differenza che i “nostri” vedovi avevano a disposizione il rito religioso per sposarsi di fronte a Dio; le aristocratiche romane, invece, no. Il rito religioso – ripeto – all’epoca non esisteva proprio.

E dunque?
Due cristiani che convivono cristianamente senza esser sposati civilmente, commettono peccato o stanno a posto con la coscienza?
Bisognava prendere una decisione, e bisognava anche prenderla in fretta: la patata bollente finì nelle mani del povero San Callisto I, eletto Papa nel 217…
…e san Callisto disse “sì”.

Come ricorda scandalizzato uno dei suoi detrattori,

alle donne senza marito ed ancor giovani, prese d’amore per un uomo indegno del loro rango, che non volevano tuttavia sacrificare per questa ragione la loro carica, [Papa Callisto I] permise come cosa lecita l’unirsi a un uomo schiavo o libero, che esse avevano scelto come compagno di letto. Permise dunque loro di considerarlo come marito, senza avere però contratto un legale matrimonio.

Ripeto per la terza volta: il matrimonio religioso, all’epoca, non esisteva proprio; il matrimonio civile era una cosa che ti metteva in regola agli occhi dello Stato… ma, in effetti, gli occhi dello Stato non coincidono necessariamente con gli occhi del Signore.
Insomma: il Papa autorizzava a tutti gli effetti le unioni libere, a patto che i due “coniugi” vivessero come Cristiani e si sottoponessero alle regole generali prescritte dalla Chiesa.
Da un certo punto di vista, la logica filava. Da un altro punto di vista… scommetto che non ce lo si immagina, un Papa che autorizza la convivenza more uxorio!

(In ogni caso, e con buona pace di San Callisto, l’idea si rivelò decisamente pessima, nel lungo termine.
Questi matrimoni saranno anche stati legittimi nella coscienza; però, portavano inevitabilmente a un (ovvio) effetto collaterale: i coniugi cercavano in ogni modo di non aver figli. Un figlio nato da un matrimonio clandestino ti pone ovviamente di fronte a problemi molto seri, che non è piacevole affrontare).

Il povero Callisto non ebbe in questo gran fortuna…
…ma, senz’altro, è riuscito a farsi ricordare come il Papa che ha emanato uno dei provvedimenti più buffi della Storia della Chiesa!

Dolci amori di Quaresima

A proposito di smancerie e romanticherie da fidanzati: c’è un’altra tradizione che potrebbe fare al caso vostro, se in questi giorni volete fare una sorpresa – quaresimale, naturalmente – alla vostra bella.
Avete presente i brezel?

I brezel, sì. Quei panini diffusi in Svizzera, Austria, Germania, e in tutte le altre zone di area tedesca. Sono arrivati pure in America, se è sol per quello.
Insomma: i brezel. Hanno quella loro forma caratteristica e inconfondibile: una specie di anello annodato su se stesso, con le due estremità che si incrociano. Vabbeh: se non avete ancora capito cos’è un brezel, andate al fondo del post e troverete anche la foto.

Ad ogni modo: i brezel.
I brezel hanno la fama di essere la merendina più antica della Storia: è certo che esistessero in Francia fino a partire dal secolo VII dopo Cristo (!). Si racconta che fossero stati inventati dai monaci benedettini, all’interno di chissà quale monastero. Secondo la tradizione, la forma del brezel, così particolare, aveva in realtà un significato simbolico: anzi, ne aveva addirittura due, a dire il vero.
Innanzi tutto, le due estremità che si incrociano, in una specie di abbraccio, stavano a indicare le braccia di un sacerdote che si è raccolto in preghiera, a mani giunte (mah).
I tre buchi che si formavano all’interno del brezel, invece, volevano rappresentare simbolicamente la Trinità (e qui, posso capire già un po’ meglio la dinamica).

Insomma: il brezel, in origine, era un cibo da monaci, in buona sostanza.
Ed era un cibo quaresimale, grazie alla semplicità della preparazione e alla povertà degli ingredienti: farina, malto, lievito di birra, sale, un poco d’acqua… insomma: un cibo quaresimale perfetto anche nelle epoche più antiche, quando il digiuno era molto più rigido di adesso e prevedeva l’esclusione, oltre che della carne, anche di tutti gli altri alimenti di origine animale.
Per intenderci: uova, formaggi, e latte. Vegani ante litteram, per così dire.

Bene: questa è la vera storia del brezel; e se in questi giorni ne mangiucchiate uno, sappiate che state facendo esattamente come i monaci benedettini di millecinquecento anni fa (o quasi).
Ma – mi sembra di sentirvi – io avevo esordito promettendovi una storia di innamorati, una romanticheria da fidanzatini, una smanceria di questo genere.
E che c’entra il brezel, mi chiederete a questo punto?

C’entra: oh se centra!
C’entra veramente tanto!

Vi ricordate della domenica Laetare? Ripensate a ciò che ho scritto giusto ieri: durante la quarta domenica di Quaresima, la cristianità accoglie l’invito e incomincia a rallegrarsi, pensando alla Pasqua che non è poi così lontana.
È un momento di gioia, di speranza, e di contenuti festeggiamenti…
… e, complici i tepori primaverili, è anche il tempo dei primi amori. O no?

Non so per voi, ma per i Lussemburghesi la risposta è senza dubbio un “sì”. La quarta domenica di Quaresima, in quelle zone, è una specie di festa degli innamorati in versione casereccia: ed è proprio a questo proposito che i brezel tornano in scena.

Sarà per la loro forma, che ricorda due braccia che si incrociano. Sarà per il loro sapore (in Lussemburgo, i brezel sono dolci). Sarà per il fatto che venivano tradizionalmente consumati in Quaresima, e dunque in Primavera, e dunque nella stagione che è dedicata per eccellenza a fidanzamenti e matrimoni…
… sarà quel che sarà, insomma, ma in Lussemburgo c’è una vecchia usanza.

Tradizione vuole che, nella quarta domenica di Quaresima, il ragazzo che ha “adocchiato” una ragazza le regali un dolce brezel.
Niente di troppo impegnativo, eh. Non so voi, ma io non ho mai sentito dire cose tipo “una pagnotta è per sempre”.
E infatti, sarà proprio la ragazza a decidere se accettare o meno il corteggiamento. E potrà anche prendersi il suo sacrosanto tempo di riflessione, il che è cosa buona e giusta: tanto per cominciare, si metterà il saccoccia il brezel e se lo mangerà tranquillamente (mica sceme le ragazze, oh!). In secondo luogo, avrà qualche settimana di tempo per pensare sul da farsi: e se dovesse decidere che quel ragazzotto le pare un tipo ammodo – uno che val la pena di conoscere meglio, insomma – … beh: a quel punto, provvederà a regalargli un uovo di cioccolato a Pasqua. Un tacito messaggio per dire “okay, ci sto”; e se, per disgrazia, invece, l’uovo non arriva… beh: allora, amici come prima.

A questo punto, qualche maschio potrebbe anche protestare: ma è mai possibile che, a qualsiasi latitudine, debba sempre essere il maschio a farsi avanti, e a rischiare un due di picche?!
Beh: in Lussemburgo, a quanto pare, la parità dei sessi ha fatto passi da gigante. Infatti, una volta ogni quattro anni, si invertiranno finalmente i ruoli: se l’hanno è bisestile, sarà la ragazza a dover regalare il brezel al ragazzo che le piace. E il maschio, una volta tanto, potrà finalmente accettare o rifiutare il corteggiamento, senza il rischio di dover fare il primo passo.
Mica male, no?

I brezel non stanno cuore solo agli spasimanti: in Lussemburgo, sono simbolo d’amore anche quando il sentimento si è già concretizzato. Un’altra vecchia tradizione vuole che gli sposi novelli, durante la quarta domenica di Quaresima, regalino un brezel a tutti gli invitati al loro matrimonio, profittando dell’occasione per accoglierli nella nuova casa e per incontrare i vecchi amici.

E qui in Italia?
Magari non lo sapete… o forse sì, chissà. Ma anche in Italia, qualche tempo addietro, c’era una tradizione veramente molto simile.
Anche in Italia (a Roma, nello specifico) c’era un dolcetto particolare che i fidanzati romani regalavano alle loro belle una volta giunti a metà Quaresima (anche se in quel caso la bella era già stata conquistata, appunto; senza l’ausilio di pagnotte varie).

Dai. Avete capito di che dolce si tratta?
È un dolce laziale: se c’è qualche romano in linea…

La bambola sul letto

‘Cenerentola’ è una bambola da collezione: quando è arrivata in casa mia, aveva un abitino firmato da non so più quale stilista. Hanno fatto qualcosa di simile anche per Barbie: ecco, Cenerentola era una bambola dalle sembianze adulte, vestita da uno stilista già famoso.
È arrivata a casa mia nella primavera del 1987. Calcolando che i miei genitori si sono sposati nel 1972, era ormai palesemente chiaro che la sottoscritta, avendo capito tutto della vita, non aveva la benché minima intenzione di venire al mondo. Mia mamma, ormai quarantenne, stava cominciando veramente a scoraggiarsi: ed ecco che, all’improvviso, il marito le piomba in casa regalandole una bambola.
Osserverete che ci va un bel po’ di faccia tosta, a regalare un giocattolo a una donna che non riesce ad aver figli: vabbeh che mio padre è strano, ma fino a quel punto…
“Mannò, guarda che è una cosa bella”, si era difeso l’incauto genitore, all’epoca. “Non lo sai? È tradizione. Una bambola porta figli: non l’hai mai sentito dire? Se regali una bambola a una donna sposata, presto lei avrà dei figli”.

Oh: questo succedeva nella primavera dell’87.
Nel marzo dell’88, la sottoscritta è venuta al mondo.

La cosa ancor più inquietante è che, visto il successo della prima donazione, mio padre decise di fare lo stesso regalo a una sua cara amica, che aveva sofferto per svariati aborti.
Dieci mesi più tardi, la signora dava alla luce un bel bambino.

Insomma: prima della fecondazione artificiale, provate con una bambola.
Ve lo assicuro: è roba forte.

***

Questo post nasce per soddisfare la richiesta di Fiordicactus, che si mostra inspiegabilmente riottosa alla prospettiva di andare avanti a discorrere per decine e decine di post circa le antiche usanze funebri e i cadaveri dei morti. Mi chiedeva di parlare di qualcosa di più allegro, e… beh, l’ho accontentata.
Quest’oggi parliamo della bambola sul letto.

Avete presente, no?
La bambola sul letto.
Si vede spesso, in alcune case: credo che sia più comune al Sud che al Nord, perché è una tradizione che ha origine in quelle zone.
Avete capito di cosa sto parlando, no?
Si tratta di quelle bambole di porcellana, con le fattezze di una damina ottocentesca, che vengono adagiate sul letto, fra i cuscini. Il vestito è molto ampio, composto da un bustino e da una gonna a ruota: quando la bambola è adagiata sul letto, il vestito si distende… e la resa, insomma, è di un certo impatto.

Voi sapete che io sono un’appassionata di bambole: queste bambole qui, però, non mi dicono un granché.
O meglio: mi piacciono, ma preferisco i bambolotti con l’aspetto dei neonati. Le bambole dalle fattezze adulte non mi attirano più di tanto. Mai giocato con Barbie in vita mia, giusto per capirci.

Eppure, ove mai dovessi sposarmi, la bambola sul letto sarebbe la primissima cosa che metterei in lista nozze. Perché non conoscevo la simbologia di questi oggetti fino a qualche mese fa: e, scoprendola, ne son rimasta affacinata.

Guardate la fotografia qui sopra.
La bambola raffigura una donna adulta: è giovane, elegante. Porta un vestito bianco, con nastrini azzurri a decorarlo… massì: è evidente! Si tratta di una sposa.

Ho preso la fotografia più esplicativa: in realtà, non è necessariamente detto che queste bambole debbano essere sposine. Possono indossare costumi tipici, vestiti colorati, e insomma qualsiasi abito che abbia una gonna sufficientemente larga: ma a me piaceva questa bambola, e quindi vi arrangiate.

Le bambole sul letto, ormai, sono andate fuori moda: portano istintivamente alla memoria quelle stanze piene di pizzi e trini, abitate da una vecchia prozia piena di rughe. Quadretti di gatti alle parenti, centrini sul comò, bambola sul letto, e lenzuola ricamate.
Pian piano, queste bambole sono scomparse: e assieme a loro, è caduto nell’oblio anche il loro significato. Che però è un significato splendido: e merita davvero di esser ricordato…

Le bambole sul letto, a quanto pare, originariamente erano prodotte a Napoli. A Napoli, a Nola, e San Giuseppe Vesuviano. Da lì, cominciavano il loro viaggio lungo tutto il Meridione: i venditori ambulanti le caricavano sui camion, si fermavano nei paesi in cui si stava tenendo una qualche fiera, e poi esponevano al pubblico la loro dolce mercanzia. Talvolta le mettevano in palio, organizzando una specie di lotteria: tanta era l’ansia di potersi aggiudicare quella bambola, che i paesani erano disposti a comprare anche più di un biglietto. Capitava che, in questo modo, le bambole fossero pagate ben più del loro prezzo originario.

La bambola veniva regalata. Sempre.
La destinataria era una ragazza fidanzata, che si stava per sposare.
Il mittente era il fidanzato, o – più generalmente – la madre del futuro sposo: in ogni caso, la bambola veniva comperata e poi collocata sul letto matrimoniale, con la faccia rivolta verso la porta. Quando i due sposi entravano in camera da letto dopo aver celebrato il matrimonio, la bambola era lì, come sorpresa per la sposa.

La bambola era la sposa. Questo è evidente.
La bambola rappresentava quella giovane donna che – con un vestito elegante, raffinatissimo, pieno di pizzi e trini – attraversava la porta della sua nuova casa e si accingeva a coricarsi nel suo letto. In cui la bambola (il suo alter ego) era per l’appunto già sdraiato.

La bambola era elegante. Rappresentava una donna adulta, con le labbra rosse, il volto truccato, le unghie ben curate. Ed era una bambola molto rifinita, anche al di sotto del suo abito: la cosa peraltro è apparentemente assurda, visto che il vestito era il suo punto di forza e nessuno si sarebbe mai sognato di toglierglielo. Ma tant’è. Al di sotto della gonna, la bambola aveva una raffinata sottoveste, mutande ricamate, e un corsetto vero e proprio.

Insomma: è molto evidente che la bambola simboleggiava la sposa, raggiante e splendida nel suo vestito a festa.
Un vestito che per l’appunto però va tolto, nella prima notte di matrimonio, lasciando lo spazio a una immacolata (virginale) biancheria.

La bambola è la sposa, dunque.
Ma la bambola è anche un oggetto ‘ambiguo’: è il giocattolo per eccellenza; è una creaturina che ha bisogno di essere rassettata, di essere spolverata; è qualcosa che rimanda, inevitabilmente, al mondo dell’infanzia…
Ed infatti, la bambola ha una duplice (anzi, triplice valenza).
Elegante nel suo vestito splendido, è la bambina che si è sposata e si è finalmente fatta adulta.
Avvolta nella sua gonna immensa, sembra quasi ricordare una donna incinta, con il ventre gonfio per il bimbo che vi cresce.
E presa come oggetto a sé, naturalmente, ricorda i giochi dei bambini.
Bambini che non tarderanno ad arrivare, secondo la tradizione: se una giovane sposa riceve in dono una bambola, allora molto presto riceverà anche un figlio a cui donarla.

O meglio.
Al bambino, in realtà, si possono donare un sacco di altri giochi: quello no, porca la miseria; è un regalo di nozze, ha un valore affettivo. Non si può rischiare che il piccino lo rovini.
La bambola sul letto, non appena arriva il bimbo, viene comprensibilmente tolta dal letto, e riposta in luogo sicuro. Inscatolata con ogni cura, passa alcuni anni in un armadio: e intanto il bambino cresce, impara a gattonare, distrugge tutto quello che gli capita fra le mani; e poi arriva il fratellino, e tutto il ciclo si ripete; e poi un altro figlio, e chissà quanti altri ancora. (Stiamo parlando di una tradizione antica, che risale all’epoca in cui c’erano famiglie numerose).
Tempo che il figlio minore abbia smesso di far danni, e magari è già arrivato il nipotino nato dal figlio più grande, che nel frattempo s’è sposato: e quindi, un altro bambinetto gattonante in casa; e quindi, la bambola sul letto rimane chiusa nell’armadio, a spiare silenziosamente tutto quello che succede.
Del resto, lei ha fatto quello che doveva.
Ha accompagnato la sposina nei primi mesi del suo matrimonio, aiutandola nel passaggio da ‘bambina’ a ‘donna e madre’. Le ha ricordato la sua infanzia, è stata il suo presente, le ha mostrato il suo futuro: e in fondo è giusto, che adesso sia chiusa in un armadio. Ha fatto quello che doveva fare. Ha svolto il suo ruolo. Ed è giusto che il suo alter ego adesso pensi ad altro, affaccendata com’è fra lavoro, marito, figli.

Solo molti anni più tardi, la bambola sul letto tornerà sul letto.
Ci tornerà quando tutti i bambini saranno cresciuti: quando tutti i figli saranno andati via di casa. O comunque, quando saranno diventati sufficientemente grandi e responsabili per non danneggiare più quel soprammobile.
La bambola sul letto ritornerà sul letto quando la proprietaria sarà diventata ormai anziana, e decorerà per l’appunto la sua camera come si addice a una vecchietta: centrini sul comò, quadretti alle pareti, lenzuola ricamate… e una bambola sul letto.

Quella stessa bambola che le era stata donata quando era ragazzina: quella bambola che l’ha vista passare da fidanzata a sposa, da sposa a moglie, da moglie a madre, da madre a nonna, da nonna a donna, che ormai può guardarsi indietro e ripercorrere mentalmente tutte le tappe più importanti della sua vita.

Che sono tutte quante racchiuse lì. Nella bambola sul letto.