“E infatti, è roscio”: storia di Giuda e dei suoi capelli rossi

Uno dei pochi passi del Vangelo in cui si parla dell’Iscariota ce lo siamo sentiti leggere stamattina; eppure, non mi risulta nel corso della Passio ci vengano forniti dettagli sull’hairstyle di Giuda al momento del fattaccio. E questo è un dettaglio indubitabilmente curioso, giacché l’intera comunità cristiana sembrerebbe aver trovato consenso unanime su un punto fermo: Giuda Iscariota aveva i capelli rossi.
Sul serio, eh: provate a fare mente locale. Dalle più antiche miniature medievali, su su attraverso i dipinti di Giotto e dei grandi artisti del Rinascimento, fino ad arrivare a opere decisamente moderne, Giuda Iscariota ha quasi sempre i capelli rossi.
E vien da chiedersi, davvero, da dove nasca una credenza così radicata – radicata ma senza radici, se mi permettete il gioco di parole. Non solo i quattro Vangeli canonici non forniscono dettagli sulla capigliatura dell’apostolo traditore, ma neppure andando a spulciare i Vangeli apocrifi riuscireste a trovare un singolo versetto contenente una descrizione fisica dell’Iscariota.
E allora?!

E allora ci viene in aiuto l’eccellente Michel Pastoureau, che alla valenza simbolica del colore rosso nel corso della Storia ha dedicato un intero libro: Rosso. Storia di un colore, edito in Italia da Ponte alle Grazie.
Secondo le indagini di Pastoureau, Giuda comincia a sfoggiare una capigliatura vistosamente fulva attorno alla metà del IX secolo, negli scriptoria monastici della zona renana. Da lì in poi, gradualmente, la moda iconografica si espande: prima nelle miniature, poi nelle altre arti figurative. Entro il XIII secolo, sarà praticamente impossibile trovare una rappresentazione di Giuda in cui l’Iscariota non sfoggi una fantastica capigliatura fulva, spesso accompagnata da barbetta dello stesso colore.

Copia Cenacolo Giacomo Raffaelli
Giacomo Raffaelli, Copia del Cenacolo (Chiesa dei Minoriti, Vienna)

Perché?

Beh: in primo luogo, per una banale esigenza artistica. Fin da quando i pittori hanno cominciato a dipingere scene della Passione, si sono trovati in imbarazzo a dover gestire quel pasticciaccio dell’Ultima Cena: tredici persone sedute allo stesso tavolo, e bisogno assoluto di rendere immediatamente identificabili i due attori principali dell’evento. Nei primi dieci secoli di arte cristiana, i poveri artisti si son dannati cercando di rendere riconoscibile Giuda Iscariota attraverso tutta una serie di tratti distintivi: bassetto, furtivo, peloso, dallo sguardo malevolo, l’apostolo traditore è stato dipinto un po’ in tutte le salse, a seconda dell’estro del singolo pittore.
Avere a disposizione un’iconografia unica e universalmente riconosciuta faceva sicuramente comodo a tutti quanti. E così fu.

Giuda Cappella Scrovegni
Il Giuda della Cappella degli Scrovegni

Però torniamo alla domanda di prima: ok, ma perché proprio i capelli rossi?

Quello dei capelli fulvi è un mistero misterioso, perché tantissime culture tendono ad attribuire significati negativi ai pel-di-carota. Riduttivamente, tanti danno la colpa all’influsso della Chiesa Cristiana: “e te credo che il rosso è visto male: è il colore del diavolo…”.
A parte il fatto che il diavolo, semmai, nasce di colore nero, e diventa rosso solo a posteriori proprio perché il rosso è il colore del Male. Ma a parte questo, i pregiudizi negativi sulla gente dai capelli rossi nascono molto prima del Cristianesimo: nell’Antico Egitto, Set, il dio del Male, era rosso di capelli, così come roscio, per i Greci, era Tifone, nemico giurato di Zeus. Nella Roma imperiale, definire “rufus” un individuo equivaleva a insultarlo, e i capelli rossi sulla maschera degli attori stavano a identificare un personaggio qualificabile come buffone.
Verrebbe da pensare che questo pregiudizio fosse assente almeno nel Nord Europa, laddove la percentuale di rossi tra la popolazione è molto più alta che altrove. E invece no: sono rosse di capelli le divinità più violente ed aggressive, così come è fulvo Loki, il padre di tutti i demoni.

‘nsomma: per ragioni misteriose, i rosci vengono guardati con sospetto più o meno da ogni cultura, e più o meno in ogni periodo storico. Erede delle credenze germaniche e greco-romane, il medioevo cristiano non poteva essere da meno: ed ecco il Traditore per eccellenza beccarsi quell’attributo iconografico che da sempre stava ad indicare la Malvagità Incarnata.

Ultima Cena Carl Bloch
Un rosso Giuda nella moderna “Ultima Cena” di Carlo Bloch

Il roscio Iscariota, peraltro, è in buona compagnia – si fa per dire.
Nell’immaginario medievale, sono rossi di capelli anche Gano, il traditore geloso della Chanson de Roland, e il crudele Mordred, figlio incestuoso di re Artù pronto, per avidità, a tradire suo padre. Per non parlare poi di una vasta serie di individui poco raccomandabili (lenoni, prostitute, usurai, falsari, pirati sacareni, adulteri, menzogneri), che – nei proverbi, nelle opere didattiche, nei romanzi cavallereschi – hanno sempre, e immancabilmente, una capigliatura che farebbe invidia al Malpelo. Per la sensibilità medievale, è così radicata la credenza sulla malvagità degli individui dai capelli rossi che, in quei secoli, circola in Germania una falsa etimologia per cui il soprannome “Iscariota” deriverebbe dal tedesco “er ist gar rot”: “e infatti è rosso”.

800px-Joos_van_Cleve_-_Altarpiece_of_the_Lamentation_(detail)_-_WGA5044
Il Giuda di Joos van Cleve

Ma perché tutto questo sospetto nei confronti degli individui dai capelli rossi? Lo storico fatica a darsi una risposta, tantopiù che la valenza negativa delle capigliature fulve è, come dicevo, presente anche in culture come quella celtica e scandinava (!) in cui i rosci costituiscono una bella fetta della popolazione.

Alcuni antropologi sospettano che, dietro a questo pregiudizio, possa esservi una diffidenza ancestrale verso quella che – con buona pace dei rossi naturali in ascolto – è, effettivamente, una mutazione genetica. La colorazione rossastra dei capelli è data una variante nella regione MC1R nel cromosoma 16: non chiedetemi dettagli perché non sono in grado di fornirne, ma mi sembrerebbe di capire che i rossi siano in realtà dei castani “venuti male”, a causa di un’alterazione genetica senz’altro innocua… ma che potrebbe aver spaventato mica poco i nostri progenitori.
Pensate un po’ alla vostra reazione se, a causa di una mutazione genetica, vi nascesse un figlio coi capelli verdi. Brr!

Secondo altri ricercatori, la generalizzata diffidenza verso i capelli fulvi è dovuta ai singoli individui che per primi sono arrivati in Europa con capigliature di questo tipo. Si ipotizza che i Vichinghi fossero prevalentemente rossi di capelli (e infatti, ancor oggi, la maggior concentrazione di pel-di-carota si ha in territori in cui i norreni si sono insediati: Isole britanniche e penisola scandinava). Non so se avete mai guardato qualche puntata dell’(ottima) serie Vikings, ma se questi barbari invasori dediti alle razzie sono stati il “biglietto da visita” per i capelli rossi in Europa… beh: diciamo che per le popolazioni autoctone potrebbe non esser stato amore a prima vista.

C’è poi un altro possibile fattore: e cioè, che i capelli di colore fulvo vanno quasi sempre di pari passo con una pelle molto chiara, macchiettata di lentiggini.
Ora: io, le lentiggini, le trovo deliziose, ma non dello stesso avviso dovevano essere i miei antenati, per i quali le malattie della pelle erano un problema endemico, diffuso, grave e, per di più, potenzialmente contagioso. Per l’uomo medievale, le macchie sul corpo umano sono per definizione impure e degradanti – se non altro perché la gente, di norma, non ha vistose macchie in faccia, e, di norma, se al mattino ti guardi allo specchio e ti scopri puntinato, minimo minimo ti prendi un colpo pensando a una brutta malattia esantematica.
In un certo senso, un visetto lentigginoso incorniciato dai capelli rossi doveva sembrare, agli occhi dei nostri antenati, la faccia di uno “che è già nato malato”, se capite cosa intendo. Un reietto per natura o qualcosa di molto simile. E a questa dimensione di impurità cagionevole si aggiungeva, per buon conto, anche un’inquietante componente di animalità: i fulvi hanno un pelo che ricorda quello degli animali; per di più, vanno in giro maculati come le belve feroci della savana. Non soltanto falsi e viziosi come la volpe, ma anche feroci e sanguinari come il leopardo!

E insomma: fatte queste premesse, non c’è da stupirsi che il perfido Giuda assuma – simbolicamente – una capigliatura di colore fulvo, nell’iconografia medievale e oltre.
È come se il suo stesso corpo si presentasse al mondo macchiato di quel divino sangue che per sua mano è stato versato. È come se sul suo viso già si riverberassero la fiamme dell’Inferno a cui il Traditore era destinato.

Bacio di Giuda
Il bacio di Giuda in Ary Scheffer

 

Il dono del cervo

Iniziare questo post mi riporta alla mente tre ricordi distinti, molto diversi fra di loro.

Il primo mi vede bambina nel salotto di casa. La mia mamma accende il giradischi e mi fa ascoltare i suoi trentatré giri di una volta: sono canzoni di Branduardi, uno dei suoi (e poi dei miei) cantanti preferiti. In quel pomeriggio della mia prima infanzia, questo menestrello dei nostri giorni mi incanta raccontandomi storie meravigliose d’altri tempi. Mi canta delle feste alle corti provenzali, ricche di balli, colori e allegria; mi racconta di danze che possono fermare la morte e di spiriti malvagi che possono portarti via non appena tu abbassi la guardia. Fra le altre cose, Branduardi canta anche la storia di un cervo braccato dal cacciatore, che, invece di scappare, decide di immolarsi volontariamente. Grazie al suo sacrificio – spiega il cervo, poco prima di andare incontro alla morte – il suo assassino potrà vivere: si ciberà della sua carne e si scalderà con le sue pelli.

Il secondo ricordo risale a qualche anno più tardi: sono sul letto del miei genitori, sto leggendo il terzo libro della saga di Harry Potter, e ho appena scoperto che quel misterioso cervo bianco che l’eroe aveva avvistato nella foresta era – per farla breve – una sorta di eco di suo padre, che aveva sacrificato la sua vita per salvare quella di moglie e figlio.
Woa! Proprio come il cervo di Branduardi!!”, ricordo chiaramente di aver pensato.

Il terzo ricordo risale alla prima liceo classico: abbiamo appena cominciato a studiare la letteratura medievale, e il professore, vedendomi particolarmente appassionata al tema dei “bestiari”, me ne consiglia uno da leggere.
Ed è una folgorazione: mentre scorro quelle pagine di allegoria medievale, in cui ogni animale incarna un certo vizio o una certa virtù, scopro che… ci avevo preso!! Il cervo di James Potter c’entra davvero con colui che si sacrifica per donare la sua vita agli altri!

***

Cosa c’entra il cervo con la morte salvifica? Bisognerebbe chiederlo ai Padri della Chiesa: sono stati loro i primi a fare questo buffo paragone.
Per dirla tutta, i Padri della Chiesa avevano ricevuto alcuni pesanti imput da parte degli autori classici più insospettabili – tipo Plino, per dirne una.
Poraccio, Plinio. Quando scriveva la sua Naturalis Historia, il poveretto non aveva la più pallida idea di quello che avrebbe scatenato per tutti i secoli a venire. Prendiamo ‘sta cosa del cervo: Plinio, a un certo punto, parla del cervo, e scrive il cervo è nemico dei serpenti. Appena vede un serpente, il cervo lo ammazza; e se anche non vede il biscione, il cervo si apposta davanti alla sua tana, lo costringe a uscire con stratagemmi vari, et indi lo ammazza.
Non so quali cervi avesse in mente Plinio, ma non è questo il punto – il punto è che lui era convinto di star facendo osservazioni di natura zoologica.
Figuriamoci se ci pensava, a quella religione per cui il serpente è simbolo del male, e quindi se Tizio combatte il serpente vuol dire che Tizio combatte Satana.

Eppure, tant’è.
E poi, il cervo è un animale abbastanza presente, nella Bibbia – quando compare in qualche versetto, è per esprimere concetti di pura poesia. Pensate all’incipit del Salmo 42: “così come il cervo anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Signore”.
È una immagine potente, di sicuro impatto: sant’Agostino se ne innamora, ne analizza a lungo la simbologia scrivendo un libro di commenti ai Salmi. Il cervo comincia a diventare un elemento importante dell’iconografia cristiana, lo troviamo soprattutto sui fonti battesimali: evoca l’anima del fedele che si abbevera all’unica vera sorgente di vita.

Perdipiù, si verifica quest’altro fatto. Il cervo perde i palchi alla fine di ogni inverno; e “miracolosamente”, essi ricrescono ogni primavera. L’uomo-medievale rimaneva sbigottito di fronte a un evento così impensabile, che gli sembrava quasi una metafora della resurrezione dopo la morte.
Ed ecco così il cervo diventare una specie di alter Christus: il cervo è colui che combatte il male, che (si) dà la vita attraverso “la morte” e che “risorge” dalle sue “ceneri”. E poi, oltretutto, richiama la fede che salva e dà la vita eterna.

Nell’immaginario medievale, il cervo diventa a tutti gli effetti un simbolo di Cristo, esattamente come l’agnello. E i libri di caccia hanno buon gioco a riprendere la metafora: il cervo diventa l’animale da sacrificio, la selvaggina che va incontro alla morte per dare nutrimento e vita ai suoi cacciatori. La morte del cervo diventa metafora della morte di Gesù Cristo: il re della foresta che si sacrifica per il bene dei suoi carnefici diventa metafora del re del mondo che si immola la salvezza dell’umanità. E questa identificazione si spinge così in là da generare addirittura dei giochi di parole: il cervus non è più “cervus” ma diventa “servus”, servitore. È il re della foresta che si consegna ai suoi carnefici; è l’animale selvaggio che improvvisamente si fa mite, e accetta di morire per dare la vita a chi lo uccide.

E forse, se ci pensiamo bene, paragonare Cristo a un cervo cacciato è persino più efficace che paragonarlo a un agnello belante. Perché l’agnellino è indifeso, non potrebbe reagire neanche volendo: il cervo, invece, potrebbe uccidere i suoi cacciatori con un semplice colpo di corna, se volesse.
Ma non lo fa. Abbassa il capo. Offre il collo al suo carnefice.
Sa che è giunta la sua ora, e che il suo sacrificio non sarà inutile.

Conoscendo questo retroscena, la canzone di Branduardi assume significati molto più profondi. E, se possibile, il testo della canzone è ancor più intenso nella sua traduzione in lingua inglese, forse per un banale fatto di metrica: grazie alla musicalità diversa di quella lingua, Branduardi riesce a infilare nei suoi versi un riferimento esplicito al fatto che il sacrificio del cervo avviene proprio nel tempo di Pasqua.

E allora io vi saluto così, con una bella canzone di ascoltare.
E, a tutti voi, buon inizio di Quaresima.

Rosso come il sangue

E il ferro del chiodo penetrò la Sua carne, squarciandola: e Dio gridò di un grido doloroso e rauco, mentre le Sue lacrime si mescolavano al sudore.
E il sangue cominciò a sgorgare dal Suo corpo perfetto e onnipotente: e una chiazza rossa cominciò a allargarsi sotto il legno della croce; e la terra si imbevve del sangue di Dio fattosi uomo.

***

È per questa ragione che, nell’Europa Orientale, le uova di Pasqua decorate vengono tradizionalmente dipinte di rosso.
Per ricordare a tutti quanti il giorno assurdo e sconvolgente in cui Dio si chinò verso di noi, e volle amarci così tanto da dare per noi la vita.

(P.S. Un’altra spiegazione per l’usanza di colorare di rosso le uova decorate riguarda invece la Maddalena: ne avevo parlato qua).

L’oro dei Re Magi

Mentre il profumo d’incenso saliva al cielo, Maria contemplava silenziosamente il cofanetto con la mirra. Era uno sguardo fisso, spento; come quello di chi osserva un destino ineluttabile.
Si riscosse solo quando suo marito le cinse una spalla per abbracciarla, e le mostrò, con un sorriso a trentadue denti, lo scrigno di preziosi che i Re avevano donato loro.
C’erano diamanti, rubini e calici d’oro massiccio sufficienti per sfamare un intero esercito. E poi – a dimostrazione che quei sapienti erano davvero saggi – c’era anche un sacchetto di denari da utilizzare per far fronte alle spese quotidiane, dunque più immediate.
Mentre Maria allattava il suo bimbo, Giuseppe svuotò il sacchetto sul tappeto e ne saggiò il contenuto. Erano trenta denari d’argento: trenta sicli di Tiro rotondi e luminosi, che scintillavano fieramente alla luce delle candele.
Giuseppe guardò sua moglie e le sorrise, rimettendo a posto i soldi.

E poi fu paura; angoscia; fuga; concitazione.
Dopo che l’angelo ebbe visitato Giuseppe in sogno, tutto avvenne come d’un lampo. La sveglia a Maria, il bambino che piange, radunare le proprie cose, fissare le sacche sull’asinello, il bambino che piange ancor più forte, fermarsi per zittirlo, salire in sella all’asino, fuggire disperatamente, lontani da Betlemme…
Non fu un viaggio facile, e non fu un viaggio indolore. Nella concitazione della fuga, il sacchetto delle monete, malamente legato all’asino, si slacciò e cadde nel deserto, finendo nella sabbia.
Quando Giuseppe si accorse della perdita, era troppo tardi per tornare indietro. E in fin dei conti, l’aver perso un sacchetto di monete gli sembrava davvero il minore dei problemi, ormai…

Quando il beduino trovò il sacchetto, pensò di star avendo un colpo di calore. Probabilmente aveva le visioni: non poteva essere vero.
La tempesta di sabbia si era appena quietata, e le dune del deserto erano state come erose dal vento, dopo quei giorni di bufera che lo avevano costretto ad accamparsi in mezzo al nulla.
E a poca distanza da lui, sotto ai raggi del sole battente, scintillava con insistenza qualche cosa di splendente.
Il beduino si avvicinò, aggrottando le sopracciglia. E restò incredulo nel trovarsi di fronte a un sacchetto di monete, che il vento aveva appena riportato alla luce da sotto la sabbia che le aveva avvolte.

Il vecchio si chinò a guardarle. Storse il naso: erano monete vecchie, coniate almeno una trentina d’anni prima. Chissà da quanto tempo erano sotto la sabbia. Chissà chi era, che le aveva perse.
All’epoca, probabilmente, un sacchetto di quel tipo aveva un suo valore, niente affatto indifferente. Ora come ora, una somma di quel genere equivaleva forse allo stipendio mensile di un bracciante.
Il beduino si strinse nelle spalle, pensando ‘meglio che niente’. Legò il sacchetto di monete al suo cammello e si rimise in stella, puntando verso Nord. Gerusalemme era vicina.

A Gerusalemme, ci arrivò più morto che vivo – e, se non fosse stato per l’aiuto dei suoi compagni di carovana, forse forse non ci sarebbe arrivato proprio.
Le vie di Gerusalemme brulicavano di persone che giungevano in città per fare affari; e non fu facile riuscire a trovare un alloggio per il beduino ammalato, che da alcuni giorni ormai giaceva scosso dalle febbri.
I suoi compagni di viaggio, nel tempo lasciato libero dai loro impegni di lavoro, avevano cercato in lungo e in largo qualche medico che riuscisse a curare il loro amico… ma apparentemente, era tutto inutile. Il beduino aveva anche fatto circolare la voce di esser ricco, di poter pagare bene: aveva trenta sicli d’argento a sua disposizione; sarebbero stati la ricompensa per il medico che fosse riuscito a curarlo.
Tanti dottori si avvicendarono al suo capezzale, ma nessuno di loro riuscì a riscuotere l’ambito premio.

E poi, i compagni di carovana arrivarono nella sua stanza annunciando di aver trovato, forse, una soluzione. Dissero di aver sentito di un tale che da qualche tempo, a Gerusalemme, compiva guarigioni prodigiose: ridava la vista ai ciechi, curava i paralitici, mondava i lebbrosi e guariva gli idropici.
Caricarono su un carro il vecchio beduino, pallido come un cadavere e avvolto nelle coperte. E lo portarono al cospetto del guaritore; e lo implorarono; e coloro che stavano accanto al medico intercedettero in favore del beduino; e l’uomo acconsentì infine a curare l’ammalato.
Gli posò le mani sulla fronte; gli disse poche parole.
E, d’improvviso, il beduino balzò in piedi: riacquistò addirittura il colore sulle guance, istantaneamente.

Ancora turbato e scosso, lo sraniero donò il sacchetto di denari al guaritore che gli aveva ridonato la salute: era uomo di parola, lui, e voleva rispettare la sua promessa.
Il tesoriere che seguiva il guaritore prese in carico il sacchetto, e cominciò a contarne le monete. Dopo alcuni secondi, sollevò lo sguardo sul suo capo e sussurrò, raggiante: “sono trenta sicli d’argento, maestro!”.
Il guaritore, che si era già avviato oltre, si fermò di colpo e lanciò un’occhiata al beduino: era un misto di gratitudine, di riconoscenza… e anche di stupore. Gli accennò un sorriso e poi si rivolse al tesoriere, quietamente. “Trenta sicli d’argento? Sono tantissimi. Non ci servono, per ora”.
Il tesoriere inarcò le sopracciglia: “come sarebbe a dire, che non ci servono?”.
“Abbiamo appena ricevuto una cospicua donazione da parte di quella buona vedova” replicò il maestro. “Ora come ora, non ne abbiamo bisogno. Portali subito al Gazofilacio, sii gentile. Entreranno a far parte del tesoro del Tempio: verranno usati per far del bene al prossimo. Meglio così”.
Il tesoriere rimase zitto per mezzo minuto abbondante, e poi si schiarì la gola. “Maestro… Perdona, ma… al tesoro del Tempio?”.
L’uomo annuì, con dolce fermezza.
“Ma maestro”, balbettò l’altro, debolmente: “sono trenta denari… è tanto… non puoi volere seriamente che…”.
“Giuda? Ti ho detto di portarli al Tempio”, ripeté il maestro, con tono che non ammetteva repliche. “Per favore. Vai. E vacci subito, così non rischiano di rimanerti nella borsa”.
Il discepolo aprì la bocca per protestare, ma la richiuse senza aver detto niente. Fece un sospiro rassegnato e si avviò verso la strada che conduceva al Tempio… non prima di aver lanciato un’occhiataccia, di sottecchi, al suo maestro. C’erano frustrazione, rabbia, e delusione pura, nel suo sguardo.

I denari furono deposti nel tesoro del Tempio; e passò qualche tempo ancora, senza che nessuno pensasse a loro.
Poi, lo stesso tesoriere che li aveva consegnati di malavoglia, tornò dai capi dei sacerdoti, segretamente. E disse loro, con la voce che tremava di rabbia e di paura: “che cosa siete disposti a darmi, se io vi consegno Gesù il Nazareno?”.
Ed essi gli offrirono trenta sicli d’argento.

E il sacco di denaro, che era ancora in cima al mucchio di soldi del Tesoro, passò dalle mani del tesoriere a quella del sacerdote Caifa; e dalle mani di Caifa, finì in quelle di Giuda. E da quel momento in poi, il discepolo di nome Giuda cercò l’occasione per tradire il suo Maestro.

A questo – secondo la leggenda – servì l’oro che i Re Magi donarono a Gesù Bambino.

Il dono dei Re Magi (Presepe Mahlknecht)

La Guarigione di Tiberio – VII

(Prima, seconda, terza, quarta, quinta e sesta parte)

Carezzò le piaghe del suo corpo, pulì il sangue rappreso delle sue ferite; sfiorò leggera i suoi capelli sudati e sporchi, e baciò a fior di labbra il suo costato sanguinante. Mentre il corpo di Gesù scompariva alla sua vista, avvolto dal telo in lino che qualcuno di loro aveva fornito, Berenike sentì le lacrime che le rigavano le guance, ed ebbe la consapevolezza che niente nella sua vita sarebbe più stato come prima.

Rimase inginocchiata a lungo, a capo chino, a singhiozzare sotto a quella croce ch’era ormai spoglia.

Era il giorno della parascève, e già splendevano le luci del sabato. Allora, Berenike si mise in piedi, e tornò lentamente verso l’alloggio in cui viveva: Gerusalemme si preparava alla festa, e da qualche casa usciva già un buon profumo di agnello e di erbe amare. Berenike per un attimo ebbe il folle desiderio di urlare al mondo cos’era successo, cos’era stato fatto, e Chi se n’era andato: perché era impossibile che qualcuno respirasse ancora, aspettasse ancora, vivesse ancora, dopo che il Figlio dell’Uomo era morto davanti ai suoi occhi, inchiodato ad una croce.

Entrò nella stanzetta in cui aveva trovato alloggio, e si buttò sul letto, singhiozzante.
Affondò la testa nel suo giaciglio e pianse, pianse tanto, per sfogare tutte le sue lacrime.

E poi pensò che non poteva essere finita lì; che aveva ancora tanto da fare, per onorare il Salvatore.
Rifletté che servivano degli aromi, degli oli profumati con cui spalmare il corpo di Gesù non appena fosse finito il riposo del sabato. Si asciugò le lacrime con il palmo della mano, cercò di calcolare quanti soldi potesse destinare a questo scopo, e allora rivoltò sul letto il piccolo sacco che si portava sempre dietro, per non lasciare in casa, incustoditi, gli oggetti di valore.
Ne uscì un pettine d’ambra, un borsellino di monete, e anche il velo bianco che aveva indossato poche ore prima (o forse una vita prima?), durante la salita lungo il Calvario.

Berenike fissò in silenzio quel velo appallottolato, con cui aveva avuto l’onore di asciugare il volto di Cristo. Scorse una macchia di sangue sulla stoffa candida, singhiozzò; la sfiorò delicatamente con le sue dita. Il sangue di Gesù, l’ultimo ricordo di quell’Uomo che aveva cambiato la sua vita… se solo avesse potuto vederlo un’altra volta; se solo avesse potuto dirgli anche solo un “grazie”; se solo avesse potuto onorarlo per un’ultima volta, come forse non aveva mai fatto a sufficienza…
Se solo

Berenike prese in mano il velo e lo distese, ultima reliquia del Signore Dio.
E quando la stoffa bianca fu distesa lungo il letto, e quando Berenike la guardò… allora, non riuscì a trattenere un grido.

Là dove il suo velo aveva toccato il volto di Gesù, e la dove il sangue aveva macchiato la stoffa candida del lino… , l’immagine del volto di Cristo – ferita, sofferente – si era impressa sulla stoffa, come per miracolo.
Berenike sgranò gli occhi, fissò ogni minimo dettaglio di quel ritratto miracoloso e impressionante che proprio a lei, proprio a quell’umile donnetta, aveva fatto l’onore di…

Si portò una mano alla bocca, tremante, e cercò di soffocare un singhiozzo.
Le lacrime ricominciarono a scorrere sul suo volto, ma stavolta era diverso. La disperazione e lo sconforto si mescolavano all’onore di esser stata fatta oggetto di una tale grazia, e alla speranza di poter fornire almeno un ultimo conforto – un ultimo ricordo – a se stessa e a tutti gli altri che avevano amato il Signore Gesù.

Fissò a lungo il volto del Cristo, con un misto di deferenza e affetto.
E poi, fra le lacrime, si inginocchiò davanti al velo, e incominciò a pregare.

(Continua)

La Guarigione di Tiberio – VI

(Prima, seconda, terza, quarta e quinta parte)

Lo scorse sulla via che portava al Calvario; e fu allora che si sentì mancare.
La sua guida, il suo maestro, il suo salvatore, la sua vita, il suo tutto, avanzava a testa bassa, carico della croce; sudato, sporco, lacrimante. Il volto tumefatto era imbrattato dal sangue e dal terriccio; sulle sue guance scorrevano lacrime, rivoli di sudore e tracce di sputo. Nel cuore di Berenike, la disperazione si mescolò allo sdgeno e alla vendetta: perché Gesù di Nazareth, il Figlio dell’Uomo, il Cristo, colui che le aveva dato la vita, la speranza, la salute, e la salvezza… non poteva – semplicemente non poteva – andarsene in quel modo.
Berenike gridò di rabbia, scostandosi improvvisamente dal gruppetto delle altre donne. Balzò in avanti, togliendosi il velo dai capelli, e si gettò contro Gesù. (Un soldato cercò di trattenerla; lei gli diede un calcio ben assestato, e andò avanti).

Maestro…”.
Si inginocchiò di fronte a Gesù, e posò lo sguardo in quello del Salvatore.
Lesse nei suoi occhi lucidi un dolore sordo e una disperata rassegnazione: e allora aprì la bocca per parlare, ma non trovò parole di fronte al sacrificio del Signore. Fissò il suo viso sudato, i lineamenti tumefatti, le tracce di pianto e di sudore che rigavano le sue guance, e gli sputi e la fanghiglia che insudiciavano il volto perfetto di Colui che…
Non disse niente.
Si limitò a sfiorargli il volto col suo velo; piano, delicatamente, per non fargli male.
Lo pulì da quella sozzura, e per un istante ripensò, chiudendo gli occhi, a quel momento di indicibile splendore in cui, tanto tempo prima, le sue dita avevano sfiorato il mantello di lui e avevano scoperto la Sua gloria…

Ma fu solo un attimo.
Poi, i soldati romani la presero per le ascelle, la strattonarono, la portarono via insultandola. Berenike si raggomitolò sotto le loro mani, sotto le loro percosse; per rispetto nei confronti di Gesù, cercò di trattenere il pianto.
E quando finalmente poté rialzare lo sguardo, Lui era già lontano.

La Guarigione di Tiberio – V

(Prima, seconda, terza e quarta parte)

Gerusalemme.
33 d.C.

Pilato uscì dal pretorio e si avvicinò ai capi degli Ebrei, che non erano voluti entrare. Li guardò con un certo astio, e sbottò: “non trovo in lui alcuna colpa! Si può sapere cosa diamine volete?”, domandò loro avvicinandosi, e abbassando il tono di voce. “Io l’ho interrogato, e non l’ho trovato degno di morte. Cos’altro volete, da me?”.
Gli anziani si guardarono per un attimo, e parevano sconcertati. “Vogliamo che sia crocifisso!”.
“Ma quest’uomo non è reo di essere crocifisso!”, protestò Pilato. “Non sono fatti miei! Se ha bestemmiato, allora punitelo secondo la vostra legge: io non c’entro!”.
I capi degli Ebrei protestarono, si strapparono i capelli; gridarono che tutta Gerusalemme voleva la morte di quell’impostore, e che Pilato non poteva negargliela.
Alzando gli occhi al cielo, il prefetto di Giudea pregò gli dei affinché gli infondessero un poco di pazienza. Fece spaziare il suo sguardo sulla piazza, piena di giudei urlanti che si erano assiepati lì sotto come uno sciame di mosconi. Notò che alcuni singhiozzavano, e allora li additò ai capi degli Ebrei: “quelli lì sono disperati: non lo voglion certo morto! Che cosa diamine ha fatto, questo poveraccio, per cui dovrei condannarlo a morte?”.

Fu proprio in quel momento che Nicodemo scattò in avanti, separandosi dal gruppo degli altri membri del sinedrio. Berenike (schiacciata tra la folla; velata; piangente) sgranò gli occhi, perché mai avrebbe immaginato di poter vedere Nicodemo, il fariseo, schierarsi apertamente in difesa del Signore.
E invece Nicodemo si fece avanti, si portò di fronte a Pilato, e cominciò a gridare: “ve lo chiedo anch’io! Che avete, contro quest’uomo?”. Fece una pausa, esitò per un solo istante: “Gesù di Nazareth ha fatto molti segni e molte cose mirabili; cose che nessun’altro ha mai compiuto. Lasciatelo libero!”, esclamò: “non merita la morte! E se i suoi segni vengono da Dio, allora du…”.
Ma gli anziani digrignarono i denti, lo spintonarono via; lo accusarono di essere in verità un seguace di Gesù, e dunque di mentire.
Berenike abbassò lo sguardo: in fin dei conti, era anche vero. Da quando lei aveva cominciato a seguire il Cristo Gesù, dopo la guarigione miracolosa di cui le era stata fatta grazia, aveva incontrato Nicodemo più volte, a notte fonda, durante le lezioni del Maestro; e…
Io ero paralitico!”, gridò improvvisamente un altro uomo, emergendo dalla folla. “Da trentotto anni io giacevo in un lettuccio, scosso dai dolori. Alcuni giovani ebbero pietà di me, mi portarono da Gesù, e subito io fui guarito! I segni che fa”, gridò, “sono di Dio: non potete condannare a morte chi…”.
“Domandagli in quale giorno fu guarito”, lo interruppero ad alta voce i membri del sinedrio, rivolgendosi a Pilato.
Il paralitico esitò, e Berenike sentì che i suoi occhi le si riempivano di lacrime. “Mi guarì di sabato”, fu costretto a ammettere l’ometto, a voce bassa.

La folla sussultò, ci fu un vociare; Berenike incrociò lo sguardo di Maddalena, che era lì vicino a lei, e colse lo stesso terrore nei suoi occhi.
Un’altra voce si levò dalla folla, e vibrò con una nota di disperata urgenza: “io ero nato cieco! Mentre Gesù passava, gli gridai: Abbi pietà di me, figlio di David!, e lui ebbe pietà di me. Pose le sue mani sui miei occhi”, gridò, “e io immediatamente vidi! Non può essere malvagio, chi…”.
“Ed io ero gobbo, e lui mi raddrizzò!”.
“Io invece ero lebbroso, e mi guarì con una parola!”.
La folla cominciò a gridare; gli anziani del sinedrio gridarono più forte, per sovrastare le parole del popolino. “Pilato: tu non sei amico di Cesare, se metti quest’uomo in libertà! Lui dice di essere re, e figlio di Dio! Vuoi forse che lui sia il re, al posto del grande Cesare?”.
Pilato esito; Berenike, che pure era lontana, lo vide impallidire. Si strinse nel suo velo bianco, e lanciò uno sguardo di muta disperazione alla Maddalena, che tremava fra i singhiozzi. Tremò anche lei, esitò, e poi pensò che non aveva paura delle conseguenze: si gettò in avanti, costasse quello che costasse, e gridò: “lui è il figlio di Dio: non potete ucciderlo! Io avevo flusso di sangue da dodici anni: poi lo incontrai, toccai un lembo del suo abito, e allora fui guari…”.
Gli anziani le risero in faccia, letteralmente: “taci, donna! Abbiamo una legge che vieta alle donne di testimoniare!”.

E allora, Berenike si sentì svuotata, scoppiò finalmente a piangere, e nascose il suo volto sulla spalla di Maddalena. Il prefetto di Giudea disse qualcosa, ma le sue parole furono coperte dalle grida della folla. Stretta a Maddalena, sconvolta, tra i singhiozzi Berenike riuscì solo a sentire il grido della folla, sempre più forte, ritmato e rimbombante: “crocifiggilo!”. Crocifiggilo.

La folla rumoreggiò, il grido crebbe d’intensità; Berenike dovette tapparsi le orecchie pur di non sentire.
E poi, il prefetto di Giudea fece un cenno per zittir la folla, e si passò rassegnato una mano sulla nuca calva. “E va bene. Prendetelo e crocifiggetelo”.

Berenike si sentì svuotare, e gridò come pensava non si potesse gridare al mondo.
E la sua disperazione si mescolò al boato della folla, che esultava osannando Pilato. “Crocifiggilo! Crocifiggilo!”.
Crocifiggilo.

Disclaimer, giusto perché si sappia: non è che mi sto reinventando la Passione, oh. Questa qua era la rilettura del Vangelo secondo Nicodemo (per la serie: ho letto svariate fan-fiction su Harry Potter che erano senz’altro riuscite meglio). L’intera comunione dei miracolati che si dà appuntamento al pretorio è oggettivamente un po’ ridicola, ma che ci posso fare?
Sto attingendo a piene mai dai Vangeli apocrifi, come avrete immaginato… e mi serviva pure questa scena, insomma!
Buon Giovedì Santo!