Personale · Pillole di Storia

Il dono del cervo

Iniziare questo post mi riporta alla mente tre ricordi distinti, molto diversi fra di loro.

Il primo mi vede bambina nel salotto di casa. La mia mamma accende il giradischi e mi fa ascoltare i suoi trentatré giri di una volta: sono canzoni di Branduardi, uno dei suoi (e poi dei miei) cantanti preferiti. In quel pomeriggio della mia prima infanzia, questo menestrello dei nostri giorni mi incanta raccontandomi storie meravigliose d’altri tempi. Mi canta delle feste alle corti provenzali, ricche di balli, colori e allegria; mi racconta di danze che possono fermare la morte e di spiriti malvagi che possono portarti via non appena tu abbassi la guardia. Fra le altre cose, Branduardi canta anche la storia di un cervo braccato dal cacciatore, che, invece di scappare, decide di immolarsi volontariamente. Grazie al suo sacrificio – spiega il cervo, poco prima di andare incontro alla morte – il suo assassino potrà vivere: si ciberà della sua carne e si scalderà con le sue pelli.

Il secondo ricordo risale a qualche anno più tardi: sono sul letto del miei genitori, sto leggendo il terzo libro della saga di Harry Potter, e ho appena scoperto che quel misterioso cervo bianco che l’eroe aveva avvistato nella foresta era – per farla breve – una sorta di eco di suo padre, che aveva sacrificato la sua vita per salvare quella di moglie e figlio.
Woa! Proprio come il cervo di Branduardi!!”, ricordo chiaramente di aver pensato.

Il terzo ricordo risale alla prima liceo classico: abbiamo appena cominciato a studiare la letteratura medievale, e il professore, vedendomi particolarmente appassionata al tema dei “bestiari”, me ne consiglia uno da leggere.
Ed è una folgorazione: mentre scorro quelle pagine di allegoria medievale, in cui ogni animale incarna un certo vizio o una certa virtù, scopro che… ci avevo preso!! Il cervo di James Potter c’entra davvero con colui che si sacrifica per donare la sua vita agli altri!

***

Cosa c’entra il cervo con la morte salvifica? Bisognerebbe chiederlo ai Padri della Chiesa: sono stati loro i primi a fare questo buffo paragone.
Per dirla tutta, i Padri della Chiesa avevano ricevuto alcuni pesanti imput da parte degli autori classici più insospettabili – tipo Plino, per dirne una.
Poraccio, Plinio. Quando scriveva la sua Naturalis Historia, il poveretto non aveva la più pallida idea di quello che avrebbe scatenato per tutti i secoli a venire. Prendiamo ‘sta cosa del cervo: Plinio, a un certo punto, parla del cervo, e scrive il cervo è nemico dei serpenti. Appena vede un serpente, il cervo lo ammazza; e se anche non vede il biscione, il cervo si apposta davanti alla sua tana, lo costringe a uscire con stratagemmi vari, et indi lo ammazza.
Non so quali cervi avesse in mente Plinio, ma non è questo il punto – il punto è che lui era convinto di star facendo osservazioni di natura zoologica.
Figuriamoci se ci pensava, a quella religione per cui il serpente è simbolo del male, e quindi se Tizio combatte il serpente vuol dire che Tizio combatte Satana.

Eppure, tant’è.
E poi, il cervo è un animale abbastanza presente, nella Bibbia – quando compare in qualche versetto, è per esprimere concetti di pura poesia. Pensate all’incipit del Salmo 42: “così come il cervo anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Signore”.
È una immagine potente, di sicuro impatto: sant’Agostino se ne innamora, ne analizza a lungo la simbologia scrivendo un libro di commenti ai Salmi. Il cervo comincia a diventare un elemento importante dell’iconografia cristiana, lo troviamo soprattutto sui fonti battesimali: evoca l’anima del fedele che si abbevera all’unica vera sorgente di vita.

Perdipiù, si verifica quest’altro fatto. Il cervo perde i palchi alla fine di ogni inverno; e “miracolosamente”, essi ricrescono ogni primavera. L’uomo-medievale rimaneva sbigottito di fronte a un evento così impensabile, che gli sembrava quasi una metafora della resurrezione dopo la morte.
Ed ecco così il cervo diventare una specie di alter Christus: il cervo è colui che combatte il male, che (si) dà la vita attraverso “la morte” e che “risorge” dalle sue “ceneri”. E poi, oltretutto, richiama la fede che salva e dà la vita eterna.

Nell’immaginario medievale, il cervo diventa a tutti gli effetti un simbolo di Cristo, esattamente come l’agnello. E i libri di caccia hanno buon gioco a riprendere la metafora: il cervo diventa l’animale da sacrificio, la selvaggina che va incontro alla morte per dare nutrimento e vita ai suoi cacciatori. La morte del cervo diventa metafora della morte di Gesù Cristo: il re della foresta che si sacrifica per il bene dei suoi carnefici diventa metafora del re del mondo che si immola la salvezza dell’umanità. E questa identificazione si spinge così in là da generare addirittura dei giochi di parole: il cervus non è più “cervus” ma diventa “servus”, servitore. È il re della foresta che si consegna ai suoi carnefici; è l’animale selvaggio che improvvisamente si fa mite, e accetta di morire per dare la vita a chi lo uccide.

E forse, se ci pensiamo bene, paragonare Cristo a un cervo cacciato è persino più efficace che paragonarlo a un agnello belante. Perché l’agnellino è indifeso, non potrebbe reagire neanche volendo: il cervo, invece, potrebbe uccidere i suoi cacciatori con un semplice colpo di corna, se volesse.
Ma non lo fa. Abbassa il capo. Offre il collo al suo carnefice.
Sa che è giunta la sua ora, e che il suo sacrificio non sarà inutile.

Conoscendo questo retroscena, la canzone di Branduardi assume significati molto più profondi. E, se possibile, il testo della canzone è ancor più intenso nella sua traduzione in lingua inglese, forse per un banale fatto di metrica: grazie alla musicalità diversa di quella lingua, Branduardi riesce a infilare nei suoi versi un riferimento esplicito al fatto che il sacrificio del cervo avviene proprio nel tempo di Pasqua.

E allora io vi saluto così, con una bella canzone di ascoltare.
E, a tutti voi, buon inizio di Quaresima.

5 thoughts on “Il dono del cervo

  1. Anche a me piace molto Branduardi, ed in particolare questa. Ogni volta che la sento mi chiedo “e la fine del mio viaggio, che frutto porterà per il mondo?”. Ho la tessera della donazione organi, speriamo che basti…

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