La Passione di Gesù Cristo secondo mago Merlino, che diede il via alla cerca del Sacro Graal

Blaise stava spuntando la sua penna a colpi di coltellino, con la precisione meticolosa di un amanuense di vecchia data che si prepara a una giornata di lavoro. Seduto dall’altra parte della stanza, la schiena appoggiata al muro di pietra del piccolo eremo che Blaise aveva eletto a sua dimora, Merlino osservò in silenzio il sacerdote con le labbra increspate da un sorriso leggero e uno sguardo che qualcheduno avrebbe persino potuto definire ‘affezionato’.
In fin dei conti, voleva bene per davvero al suo caro e fedelissimo Blaise. Anni prima, se l’era messo al fianco per la semplice ragione che aveva bisogno dei suoi servizi di archivista; ma col passar del tempo, a legare i due uomini era arrivata un’amicizia reale e sincera. Più o meno.

Il rapporto tra Blaise e Merlino, perlopiù trascurato dagli autori moderni, è già stato descritto ampiamente su queste pagine. Ai fini di questa storia, basterà ricordare che Blaise era l’unico uomo sulla terra a conoscere con certezza assoluta la reale natura di mago Merlino: egli era in realtà l’Anticristo, venuto al mondo grazie all’unione di un demone con una vergine. Ma Blaise era anche l’unico uomo sulla terra genuinamente convinto di poter chiamare “amico” l’avversario dei tempi ultimi: era stato lui a vegliare sulla madre di Merlino per tutta la durata del travaglio e a battezzare il neonato prima ancora che il piccolo potesse emettere il suo primissimo vagito. Insomma: era stato lui a reclamare la sua anima per Dio prima ancora che Satana avesse modo di stringerla nella sua morsa, salvando Merlino dal suo orribile destino e facendo di lui un buon cristiano. Forse.

Qualcuno direbbe che la virtù della prudenza avrebbe dovuto suggerire a Blaise di mantenere un certo distacco da un mago negromante per metà figlio di demone, che oltretutto è pure l’Anticristo. Ma la prudenza è una virtù che non sempre ben s’accorda alle ragioni del cuore: e quando l’anziano sacerdote finì di spuntare la sua penna e sollevò lo sguardo per dire a Merlino “pronto!”, lo guardò con quello stesso sguardo affezionato che il padre riserva a un figlio amatissimo.

Merlino ricambiò con quello sguardo che il figlio riserva al caro babbo ormai anziano. E ciò non di meno, prese un respiro profondo preparandosi a fare appello a tutte le sue forze di persuasione, perché il lavoro di quel giorno era vitale: “è sostanzialmente tutto ciò per cui sono venuto al mondo”, disse a Blaise prima di guardarlo dritto negli occhi e annunciare: “oggi ti racconterò finalmente la vera storia del Graal”.

“Oh cielo”, esalò Blaise con una nota di esasperazione. “Ma ancora con ‘sta storia del graal benedetto?”.
Sacro”, lo corresse Merlino inarcando le sopracciglia.
“Vabbeh, quel che l’è”, fece il sacerdote. “Sei proprio sicuro di ‘sta roba?”.
Merlino piegò leggermente la testa verso la sinistra, lanciando a Blaise una occhiata eloquente. “Stai davvero chiedendo a me, il più grande profeta di tutti i tempi nonché creatura non umana, dotata per sua natura della perfetta conoscenza del passato, se sono proprio sicuro?”.
Intingendo docilmente la penna nel calamaio, Blaise replicò con una smorfia. “Ma sì, le conosci già le mie perplessità. È solo che mi fa un po’ strano. Il graal è un elemento tipico della mitologia pagana di queste terre, una coppa fatata che è sempre piena di cibo per quanto ne si mangi”.
“Mh-mh”, chiosò Merlino. “Una coppa salvifica che dona la vita, quindi, mi stai dicendo?”.
“Sì, vabbeh”, sospirò Blaise con arrendevolezza. “È solo che a me fa un po’ ridere, ‘sta cosa che adesso te ne esci con ‘sta storia della coppa magica dell’ultima cena. Sembra un incrocio tra i vangeli della passione e le storie di fate”.
Videmus nunc per speculum et in aenigmate, tunc autem facie ad faciem”, snocciolò lo studioso pazientemente. “Ti stupisce forse che qualche scintilla di verità possa riverberare anche nei miti pagani? Avevano solamente compreso malamente ciò che io sono venuto per spiegare nel dettaglio”.
“Capisco, ma mi fa comunque strano”, borbottò Blaise. “Sarà un mio limite, come dici sempre”. E quando Merlino l’ebbe visto sgocciolare la penna dal calamaio, allora cominciò a dettare: “nella notte in Gesù fu tradito, mentre si trovava a casa di Simone il Lebbroso…”.
Lo scriba si fermò con la penna a mezz’aria. “Simone il Lebbroso?”.
“Eh”.
Blaise sbatté le palpebre un paio di volte. “Scusa, eh. Ma non stava a Betania, Simone il Lebbroso? Quello è successo prima!”.
Con un sorrisetto, Merlino si alzò dalla sua sedia per andare a mettere un po’ di acqua sul fuoco. “Sì, ma aveva anche una seconda casa a Gerusalemme”.
Il lebbroso?”.
“E che è ‘sta discriminazione contro i lebbrosi?”, fece Merlino scherzosamente, versando acqua nel pentolino. “Solo perché uno ha lebbra, non può essere un ricco possidente? Non brontolare e scrivi. Nella notte in cui fu tradito, mentre si trovava a casa di Simone il Lebbroso” – e lì si fermò un attimo, per controllare che Blaise stesse effettivamente scrivendo – “Gesù fece molte cose delle quali sei già a conoscenza, e ne fece anche alcune altre che non sono narrate nei Vangeli”. Sorrise, nel notare con la coda dell’occhio come il buon Blaise avesse sgranato gli occhi. “Ad esempio, al discepolo che amava spiegò quale fosse il vero significato della lavanda dei piedi. Gli disse infatti che si trattava d’una parabola per Pietro. Così come l’acqua contenuta nel catino fu insozzata dal primo piede che vi fu lavato, così e allo stesso modo nessuno dei mortali può genuinamente dirsi privo di peccato: questo era il morale della storia”. L’amanuense aggrottò le sopracciglia ma non fece commenti, affrettandosi a imbreviare tutto ciò che gli veniva dettato, e Merlino proseguì quietamente: “ma i peccatori possono sempre lavar via i loro peccati, ancorché per mezzo di acqua sporca. E Gesù dedicò questa parabola a Pietro, e a tutti gli altri ministri della Chiesa: per ricordar loro che, per quanto sporchi possano essere, saranno comunque in grado di ripulire gli altri dai peccati”. E lì, il mago tacque per qualche istante controllando con la coda dell’occhio la reazione di Blaise.
La reazione fu una occhiata smarrita. “Ma che davvero? Io avevo sempre pensato che fosse un simbolo del servizio e quelle cose lì”.
“Lo pensano in molti e purtroppo pesano male”, sospirò Merlino appendendo il pentolino al suo sostegno nel caminetto. “In ogni caso: poco dopo che Gesù ebbe detto queste parole, una gran folla mandata da Pilato si radunò davanti alla casa di Simone. E Giuda, che li capeggiava, si fece avanti e baciò Gesù”.
Stavolta Blaise non riuscì a trattenersi. “Ma non è vero! È successo nell’orto del Getsemani, lo sanno tutti!”.
Un sorriso increspò le labbra sottili di Merlino. “E in verità ti dico che è successo nella casa di Simone il Lebbroso, anche perché sennò non si capisce il seguito. In fin dei conti che ti cambia, se successo in casa o fuori? Va’ avanti a scrivere, da bravo”.
Il sacerdote rimase zitto per qualche secondo al suo scrittorio, scuotendo il capo come chi vuole scacciare una mosca molesta. Poi, con un sospiro rassegnato, riprese in mano la sua penna e ricominciò a fare il suo lavoro.
“E allora”, dettò Merlino buttando un po’ di erbe secche nel pentolino, “i soldati romani catturarono Gesù e lo portarono via dalla casa, e uno di loro prese con sé quel calice in cui era appena stato consumato il primo sacramento, perché era un calice pregiato. E lo tenette con sé fino al giorno successivo, quando Pilato nel corso del processo chiese di potersi lavare le mani. E non essendovi a disposizione in quel momento alcun contenitore in cui versare l’acqua necessaria per l’operazione, il soldato si risolse a malincuore a usare quel calice, che portava ancora con sé nella bisaccia”.
Docilmente, Blaise continuò a scrivere di buona lena. E allora, Merlino continuò a dettare. “Quando infine cominciò a circolare la notizia che Gesù era stato condannato a morte, Giuseppe d’Arimatea, che era un uomo giusto, fu preso dal dolore e si recò al cospetto di Pilato. E gli disse ‘mio signore, io e i miei cavalieri ti abbiamo servito fedelmente per molti anni. Concedimi dunque una ricompensa’. E Pilato gliela accordò di buon grado, chiedendogli cosa desiderasse; e Giuseppe rispose che voleva il cadavere dell’uomo che era appena stato crocifisso”. Con un’occhiata veloce al suo scriba, Merlino andò avanti nel racconto. “Pilato fu turbato dalla richiesta, dicendo che sarebbe stato disposto a dare ben di più a quel suo fedele servitore; ma siccome Giuseppe insisteva dicendo di volere proprio il cadavere, Pilato gli diede il permesso di andare a recuperarlo”.
“Scusa, ma in tutto questo io non ho capito che fine ha fatto il calice”, fece Blaise intingendo la penna nel calamaio.
“E aspetta”, sorrise Merlino, tenendo d’occhio il decotto che sobbolliva. “Arrivato che fu sul luogo della crocifissione, Giuseppe scoprì che i soldati romani non volevano rilasciare il cadavere. Avevano infatti sentito dire che Gesù sarebbe risorto, ed erano intenzionati a sorvegliare il suo cadavere fino al momento della sua resurrezione per poi ammazzarlo di nuovo, in un eterno ciclo di resurrezioni e ammazzamenti”.
Blaise fece fatica a trattenere una risata. “Merlino, essù. Non scherzare sulla morte di Nostro Signore”.
“Non sto scherzando affatto!”, protestò l’altro. “Giuseppe tornò allora da Pilato lamentando questa insubordinazione, e Pilato naturalmente sanzionò i suoi soldati ritenendoli dei pazzi superstiziosi. E, poiché era dispiaciuto e pieno di vergogna per lo spettacolo a cui Giuseppe aveva dovuto assistere, pensò di donargli a mo’ di indennizzo quel calice prezioso che era ancora lì nel pretorio”.
Ah”.
“E Giuseppe lo usò per raccogliere il preziosissimo sangue che ancora sgorgava dalle ferite sul corpo di Cristo. E poi, una volta che ripulito fu il cadavere, lo avvolse nel sudario e lo portò nel sepolcro, tornandosene poi alla sua dimora”. Con un colino di metallo, il mago rimestò il decotto e si sincerò con Blaise: “fin qui ci siamo?”. Ricevuta risposta affermativa, riprese con un “bene. Ma quando si sparse la voce che Gesù era risorto per davvero, gli Ebrei sentirono montare la rabbia nei confronti di Giuseppe, che con la sua ostinazione aveva impedito ai soldati romani di procedere come da accordi. E dunque lo andarono a cercare, lo assalirono e lo sbatterono in una cella dove Giuseppe rimase per anni e anni”.
Blaise tossicchiò un paio di volte, come a volersi schiarire la gola. Poi tentò, con molta cautela: “Merlino, non è che io non ci creda, eh. Però…”. Il mago lo incoraggiò con un sorriso vagamente divertito e il sacerdote si prese qualche istante per formulare la sua domanda nel modo più diplomatico possibile. “Mi chiedo solo come mai nessuno dei Vangeli narri questi episodi, che mi paiono piuttosto rilevanti”.
“Oh, Blaise”, sospirò Merlino col tono di un maestro che parla a uno scolaro un po’ tonto. “I Vangeli non ne parlano perché, ovviamente, gli evangelisti avevano preso l’impegno di scrivere solo ciò che avevano visto e sentito di persona, come ben sai. E nessuno di loro ebbe il modo di parlare personalmente con Giuseppe di queste cose, perché egli fu catturato dagli Ebrei ben prima della Pentecoste, quando ancora i discepoli si nascondevano per paura. E riguadagnò la libertà solo quando i Vangeli erano già stati composti e avevano già iniziato a circolare”.
“…capisco”, disse Blaise in tono incerto. E Merlino gli fece eco: “tutto torna, non è vero? E infatti, come dicevo giustappunto, Giuseppe d’Arimatea restò in carcere per lunghi e numerosi anni, fino a quando si compì il tempo che era stato scritto per ciò negli astri”. Si zittì per qualche momento, dedicandosi tutto all’operazione di scolare in una tazza la sua tisana, e poi riprese. “E in quel giorno benedetto, il calice dell’ultima cena, vale a dire per l’appunto il Sacro Graal, fu restituito a Giuseppe d’Arimatea per mano di Gesù stesso, che miracolosamente apparve nella sua cella per riconsegnarglielo. E nel darglielo, Gesù disse all’uomo alcune cose, che non oso né mi sarebbe in ogni caso permesso rivelare, e sono queste ipsissima verba Iesu che non tu conosci il credo e il motivo stesso dell’esistenza del Sacro Graal”. E poiché Blaise aveva già aperto la bocca per parlare, Merlino pensò bene di prevenirlo sollevando l’indice destro: “e ti prego, in nome di Dio, di non volermi chiedere nulla più su questo punto, perché non potendoti rispondere con sincerità sarei inevitabilmente costretto a mentire, e puoi star certo che dalle bugie non si ottiene nulla. È fresco il latte? E anzi”, aggiunse versandosene un po’ nella tazza: “spesso si finisce col mettersi su una strada sbagliata, quando si inseguono le fandonie d’altri. Scrivi anche questo, vah”.

Quando si girò per tornare a guardare Blaise nascondendo il sorriso dietro la tazza, vide il monachello scrivere con una dedizione tale da fargli quasi tenerezza. “In ogni caso. Nostro Signore rivelò a Giuseppe quelle parole che aveva voluto riservargli, e poi gli disse anche che il Sacro Graal avrebbe esaudito ogni retto desiderio del suo custode, qualora questi si fosse trovato in condizioni di bisogno. E Giuseppe ebbe subito modo di ammirare la veridicità di queste parole, ché grazie al potere del Sacro Graal riuscì miracolosamente a evadere dal carcere. E quando ebbe radunato attorno a sé un buon numero di cristiani, scelti tra quelli che dimoravano in Giudea, li guidò nel deserto e lì prese a vivere insieme a loro. E poiché essi vivevano seguendo la retta via, Iddio garantiva loro la sua grazia e permetteva loro di crescere e prosperare, e li nutriva miracolosamente”.
“Oh, come gli ebrei di Mosè!”, esclamò Blaise tutto contento.
“Esatto”, fece Merlino prendendo un sorso di tisana. “Il problema è che, quando i discepoli di Giuseppe smisero di comportarsi santamente, la grazia celeste fu negata loro. Essi cominciarono allora a domandarsi di chi fosse la colpa: se Dio cioè si fosse sdegnato a causa dei loro peccati, o a causa dei peccati dell’uomo che li guidava. Giuseppe soffrì molto per questa insinuazione”, disse il mago tornando ad appoggiare la schiena contro il muro, “e chiudendosi in preghiera di fronte al Graal supplicò Iddio di mandargli un segno per guidarlo. Ed ecco, si udì una voce dal cielo che ordinò a Giuseppe di costruire un grosso tavolo, ampio abbastanza per ospitare tredici persone, cosa che Giuseppe fece senza esitazione. E quando il tavolo fu pronto, posò nel mezzo il Sacro Graal e ordinò alla sua gente di prendere posto a turno. Tutti coloro che erano in grazia di Dio riuscirono a sedersi a quella tavola; ma quelli che erano peccatori venivano sbalzati via dalla sedia, come se i loro peccati li rendessero indegni di stare al cospetto del Graal stesso”.
Wow”, fece Blaise a mezza voce continuando a scrivere.
“Fu così manifesta a tutti l’innocenza del buon Giuseppe”, fece Merlino prendendo un altro sorso di tisana. “Ma soprattutto, divenne evidente che v’era una sedia in particolare, tra le tredici, sulla quale nessuno riusciva a prendere posto. E Giuseppe, credendo di poter intravvedere una analogia tra quella tavola a tredici posti e quella in cui si consumò l’ultima cena, pensò che quella sedia stesse a simboleggiare lo scranno su cui Gesù stesso aveva seduto, e che dunque nessuno fosse sufficientemente degno di poter prendere il suo posto”.
Il sacerdote, che era arrivato alla fine del suo foglio di pergamena, lo mise da parte rapidamente e ne prese subito un altro per continuare a scrivere.
Ma”, fece Merlino posando sulla credenza la sua tazza ormai vuota, “un falso discepolo di nome Moyse, che più volte aveva cercato di portare sulla via del peccato la piccola comunità riunitasi attorno a Giuseppe, gli si presentò e disse di volersi sedere sulla sedia vuota. Giurò di sentirsi così pieno della grazia di Dio da essere certo di potercisi sedere senza problemi”.
Blaise soffiò aria dal naso con un’espressione piuttosto eloquente, e il mago andò avanti con la sua storia. “Giuseppe, naturalmente, usò tutte le lingue del mondo per dissuaderlo, sconsigliandogli di tentare la prova se non era perfettamente certo del suo stato. Ma il discepolo insistette, dicendo di essere sicuro di sé, e dunque Giuseppe gli diede il permesso di tentare. Ma quando Moyse si sedette sulla sedia, tale fu lo sdegno del cielo che lo scranno si aprì sotto le membra di quell’uomo, e con lo scranno anche la terra stessa. E Moyse sprofondò in un abisso di fiamme che lo condusse dritto all’Inferno”.
Senza neanche sforzarsi di trattenere un sorriso, il sacerdote commentò a mezza voce: “prevedibile”.
“Già”, fece Merlino, profittando di quella pausa per prendere un respiro profondo. Poi, fissando lo sguardo sulle assi del soffitto, ricominciò a dettare con una certa disinvoltura: “scrivi, ti prego, che di tavole con queste caratteristiche ne esistettero tre, al mondo. La prima fu costruita da Gesù quando era ancora un falegname, e fu quella stessa tavola a cui, anni dopo, egli sedette per consumare l’ultima cena, e neppure c’è bisogno di sottolineare che eventi turbolenti ebbero luogo dopo che furono occupati tutti e tredici i posti. La seconda tavola fu costruita da Giuseppe d’Arimatea, come ti ho detto, con le conseguenze che ho appena descritto. E la terza”, e lì Merlino lancio a Blaise una occhiata in tralice, “fu costruita da me per Uther di Pendragon, e il tempo verrà in cui essa sarà citata in tutti i racconti di cavalleria”.
Ci fu un silenzio di cinque secondi abbondanti, dopodiché Blaise esclamò un acuto “cosa?!”.
“Cosa?”, fece Merlino in tono piatto.
“Tu…”, e il povero Blaise proprio non si capacitava. “Mi stai dicendo che hai maledetto la Tavola Rotonda?”.
“Oh, suvvia, non ho maledetto la tavola”, si schernì il mago con una punta di divertimento. “Ho costruito una tavola che è maledetta per volontà divina”.
“Sì, ma…”. Il povero Blaise posò la penna sulla pergamena. “Merlino, questo significa che tutti quelli che si siedono sul tredicesimo scranno alla tavola rotonda sono destinati a esser maledetti?”.
“L’ho chiamato Seggio Periglioso per una ragione, eh. Se avessero un po’ di intelletto, il nome dovrebbe già costituire un discreto indizio sul fatto che forse non è cosa”.
“Sì, ma evidentemente non ce l’hanno, quell’intelletto!”, fece Blaise in tono fin troppo acuto. “Mi stai dicendo che…”, e lì il poverino fissò il vuoto per qualche secondo, mentre il peso della consapevolezza gli sprofondava addosso. “Oh mio Dio. Tutte quelle morti tragiche, tutte quelle disavventure, e tradimenti e mostri e maghi e draghi che s’accaniscono su quei poveri cavalieri manco fossero perseguitati da un destino beffardo”. Cercò lo sguardo di Merlino e poi disse in un sussurro: “tutto questo, perché tu hai messo una tavola maledetta nella casa di re Artù? Il tuo protetto?”.
“Sì, esatto”, fu l’unico commento di Merlino, consegnato a Blaise col tono di voce noncurante di chi parla del tempo.
Il sacerdote fissò Merlino a bocca spalancata, sollevando le sopracciglia in un’espressione eloquente. E lì, Merlino alzò di nuovo lo sguardo verso le travi del soffitto, sospirando stancamente: “tu ti stai fissando su un dettaglio senza peso, come è proprio della piccolezza degli umani. Guarda il quadro più ampio, Blaise. Non è il mio compito fare il tutore di una banda di ragazzini, sono venuto al mondo per scopi ben più grandi. E allora: scrivi…”. Blaise non accennava a riprendere in mano la penna, sicché il mago fu costretto a ripetere il comando. “Scrivi. Quando venne per Giuseppe d’Arimatea il tempo di morire, egli lasciò in custodia il Graal a suo cognato Bron, il quale aveva dodici figli, uno dei quali aveva in nome Alain. E a questo Alain fu ordinato per volontà celeste di lasciare la Giudea e di recarsi in queste terre, dove infatti dimorano da allora tutti i discendenti di quella famiglia. Lo stesso Bron vive in un luogo segreto a non molta distanza dal punto in cui ci troviamo adesso – sì, è ancora vivo”, aggiunse in fretta, perché Blaise gli aveva lanciato un’altra occhiata confusa. “Ma in verità ti dico: è gravemente malato, gravato da una vita che è ormai durata secoli, e soffre nell’animo e nel corpo come nessun altro uomo ha mai sofferto. E quel che è peggio è che, per quanto sia anziano e infermo, non potrà morire fino al giorno in cui un guerriero, tra quelli che siedono alla tavola rotonda, avrà compiuto tali atti di cortesia e coraggio da essere unanimemente considerato da tutti gli altri il più grande cavaliere esistente al mondo”.
“Ma…”. Blaise gli lanciò un’occhiata che non era ‘smarrita’: di più. Era proprio lo sguardo di un bambinetto che s’è perso e si rende conto di non sapere dove andare. “Ma dicono tutti che la tavola rotonda è rotonda proprio perché nessuno deve aspirare a sentirsi più grande degli altri?”.
Merlino si limitò a sorridere, senza commentare. Calò il silenzio sulla stanza per una decina abbondante di secondi, poi il mago concluse la sua storia: “ad ogni modo, quando e se quel cavaliere sarà stato in grado di raggiungere tali vette di prestigio: ecco che allora sarà degno di essere ammesso alla corte dell’anziano Bron e di chiederli qual è il vero scopo per cui il Graal è giunto fino a noi. E l’anziano custode di tale reliquia potrà rivelare al cavaliere del Graal quelle parole che Gesù volle sussurrare a Giuseppe d’Arimatea. E consegnerà il Graal a chi ha meritato di custodirlo, e potrà finalmente morire. E in quel giorno grandi grazie scenderanno sulla Britannia, e in tal modo si conclude questa mia profezia”.

Tornò a scendere il silenzio nella stanzetta, mentre Blaise finiva di appuntare tutto. Quando ebbe scritto anche l’ultima parola, lanciò un’occhiata a Merlino e chiese a bruciapelo: “sì, ma tutto questo a cosa serve?”.
Il mago inarcò le sopracciglia. “A cosa serve? Stiamo parlando della reliquia dell’ultima cena e delle ultime parole che Nostro Signore volle lasciare all’umanità. Ti sembra roba da poco?”.
“No, d’accordo, ma è roba da preti”, obiettò Blaise. “Entusiasmerebbe i miei confratelli, ma perché un cavaliere dovrebbe rischiare tutto per mettersi alla cerca? Ho capito che ‘sto Graal fornisce buoni consigli e aiuta a evadere dal carcere, però insomma…”.
Merlino prese una seggiola e si mise a sedere davanti allo scrittoio del sacerdote. “Non arrovellarti su questioni che la tua piccola mente non è in grado di afferrare, Blaise. Quando il Graal verrà ritrovato, la sua importanza vitale e salvifica sarà d’un tratto chiara a tutti”.
“Immagino di sì”, sospirò lo scriba, poco convinto, andando a richiudere il barattolino di inchiostro.
Merlino lo studiò in silenzio per qualche secondo, ad occhi socchiusi. Poi buttò lì, con noncuranza: “quando il Graal sarà ritrovato, se tu sarai ancora nel mondo dei vivi, ti prometto che ti porterò al suo cospetto, ove potrai sostare in preghiera per tutto il tempo che vorrai. Evidentemente non sei un cavaliere e non è compito tuo partecipare alla cerca, ma sei esattamente quel tipo d’uomo e di religioso che è degno di sedere alla destra del Padre, e anche al cospetto del sangue di Cristo”.
Blaise sollevò dal tavolo la sua testolina incanutita. Il volto gli si era visibilmente illuminato, e proprio in quel momento un lampo di gioioso orgoglio gli attraversò lo sguardo. “Oh! Dici davvero?”.
“Ma certo che sì”, fece Merlino con dolcezza.

E, da quel momento, Blaise lavorò alacremente per ordinare tutte le sue carte e gli appunti dettatigli da Merlino, affinché i suoi scritti potessero guidare, un giorno, la cerca dei più valenti cavalieri.
Molti anni dopo, Robert da Boron venne in possesso di quelle carte e, attraverso l’espediente narrativo del manoscritto ritrovato, le utilizzò per comporre due poemi in ottosillabi che titolò eloquentemente Merlino e Giuseppe d’Arimatea. Fu lui il primo autore a offrire una lettura cristiana del Sacro Graal, dichiarando beninteso di averne scoperto la reale natura proprio grazie agli appunti del buon Blaise, che aveva scritto sotto dettatura tutto ciò che mago Merlino aveva voluto rivelargli.

Fu da questo primo corpus narrativo che prese forma il Ciclo del Sacro Graal, che nel corso dei secoli fu più volte reinterpretato da una infinità di autori. E come sempre accade in questi casi, la storia cominciò a vivere di vita propria; e non tutti gli autori che si dedicarono a questo tema sentirono l’esigenza di rifarsi a quanto Blaise aveva originariamente scritto nelle sue carte.

E si potrebbe rispettosamente far notare che gli archivisti hanno una loro dignità professionale, e che probabilmente mago Merlino non era del tutto scemo se aveva voluto dettare i suoi appunti per affidarli a uno di loro. Nel decidere di non rifarsi alle carte archiviate da Blaise e ritrovate da Robert da Boron, molti autori omisero di citare nei loro scritti un dettaglio sicuramente scomodo, ma difficilmente trascurabile: e cioè, che mago Merlino era l’Anticristo, forse redento dal battesimo o forse no, e che prudenza suggerirebbe di guardare con un certo distacco a quello che è (di fatto) un Vangelo apocrifo da lui dettato.

Un apocrifo anche malfatto, fra le altre cose. Qui l’ho riportato in modo quasi letterale: tutto il virgolettato che ho attribuito a Merlino, salvo qualche intercalare aggiunto a scopi narrativi, è una traduzione piuttosto fedele di quanto è realmente scritto nei poemi di Robert da Boron. Quei dettagli stonati che non sfuggirono a Blaise, saranno probabilmente balzati anche ai vostri occhi: Simone il Lebbroso abitava a Betania, e Gesù cenò per davvero a casa sua ma in tutt’altre circostanze; Giuda consegnò Gesù all’orto degli ulivi, non quando i discepoli erano ancora a tavola. A catturare Gesù furono i servi del sommo sacerdote, non i soldati di Pilato; sicché il calice dell’ultima cena, rubato da uno di loro, avrebbe dovuto semmai finire al tempio – non certo nel pretorio.

Sono piccole incongruenze, ma così evidenti da balzare sicuramente agli occhi d’ogni uomo medievale. E davvero verrebbe da chiedersi la ragion d’essere di questi dettagli, che del resto non possono mica essere lì per caso: verrebbe da pensare che mago Merlino, nel raccontare la sua storia, abbia voluto usarci la cortesia di seminare qua e là qualche indizio circa il fatto che (come lui stesso volle far mettere agli atti) “prestando fede alle bugie, non si ottiene nulla”.

Gli studiosi hanno avanzato diverse ipotesi, naturalmente. La mia personale teoria è che, con quelle parole, mago Merlino (o chi per lui) volesse lasciar intendere che in realtà le sue erano tutte storie: in realtà, il Sacro Graal non esiste. Quale diabolico e divertente piano sarebbe stato, riuscire a convincere del contrario i cavalieri della tavola rotonda, distogliendoli da compiti ben più concreti e più impellenti mentre loro dedicavano l’intera vita a cercare per mari e monti un Graal che, in realtà, è pura fantasia!

E il bello è che, a distanza di quasi duemila anni, noialtri scemi stiamo ancora ad arrovellarci sulla questione, lasciandoci affascinare al par loro da una antica leggenda medievale. Una leggenda indubbiamente ben confezionata – e di questo al suo autore va dato credito.

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