Presepio · Vite di Santi e Beati

L’oro dei Re Magi

Mentre il profumo d’incenso saliva al cielo, Maria contemplava silenziosamente il cofanetto con la mirra. Era uno sguardo fisso, spento; come quello di chi osserva un destino ineluttabile.
Si riscosse solo quando suo marito le cinse una spalla per abbracciarla, e le mostrò, con un sorriso a trentadue denti, lo scrigno di preziosi che i Re avevano donato loro.
C’erano diamanti, rubini e calici d’oro massiccio sufficienti per sfamare un intero esercito. E poi – a dimostrazione che quei sapienti erano davvero saggi – c’era anche un sacchetto di denari da utilizzare per far fronte alle spese quotidiane, dunque più immediate.
Mentre Maria allattava il suo bimbo, Giuseppe svuotò il sacchetto sul tappeto e ne saggiò il contenuto. Erano trenta denari d’argento: trenta sicli di Tiro rotondi e luminosi, che scintillavano fieramente alla luce delle candele.
Giuseppe guardò sua moglie e le sorrise, rimettendo a posto i soldi.

E poi fu paura; angoscia; fuga; concitazione.
Dopo che l’angelo ebbe visitato Giuseppe in sogno, tutto avvenne come d’un lampo. La sveglia a Maria, il bambino che piange, radunare le proprie cose, fissare le sacche sull’asinello, il bambino che piange ancor più forte, fermarsi per zittirlo, salire in sella all’asino, fuggire disperatamente, lontani da Betlemme…
Non fu un viaggio facile, e non fu un viaggio indolore. Nella concitazione della fuga, il sacchetto delle monete, malamente legato all’asino, si slacciò e cadde nel deserto, finendo nella sabbia.
Quando Giuseppe si accorse della perdita, era troppo tardi per tornare indietro. E in fin dei conti, l’aver perso un sacchetto di monete gli sembrava davvero il minore dei problemi, ormai…

Quando il beduino trovò il sacchetto, pensò di star avendo un colpo di calore. Probabilmente aveva le visioni: non poteva essere vero.
La tempesta di sabbia si era appena quietata, e le dune del deserto erano state come erose dal vento, dopo quei giorni di bufera che lo avevano costretto ad accamparsi in mezzo al nulla.
E a poca distanza da lui, sotto ai raggi del sole battente, scintillava con insistenza qualche cosa di splendente.
Il beduino si avvicinò, aggrottando le sopracciglia. E restò incredulo nel trovarsi di fronte a un sacchetto di monete, che il vento aveva appena riportato alla luce da sotto la sabbia che le aveva avvolte.

Il vecchio si chinò a guardarle. Storse il naso: erano monete vecchie, coniate almeno una trentina d’anni prima. Chissà da quanto tempo erano sotto la sabbia. Chissà chi era, che le aveva perse.
All’epoca, probabilmente, un sacchetto di quel tipo aveva un suo valore, niente affatto indifferente. Ora come ora, una somma di quel genere equivaleva forse allo stipendio mensile di un bracciante.
Il beduino si strinse nelle spalle, pensando ‘meglio che niente’. Legò il sacchetto di monete al suo cammello e si rimise in stella, puntando verso Nord. Gerusalemme era vicina.

A Gerusalemme, ci arrivò più morto che vivo – e, se non fosse stato per l’aiuto dei suoi compagni di carovana, forse forse non ci sarebbe arrivato proprio.
Le vie di Gerusalemme brulicavano di persone che giungevano in città per fare affari; e non fu facile riuscire a trovare un alloggio per il beduino ammalato, che da alcuni giorni ormai giaceva scosso dalle febbri.
I suoi compagni di viaggio, nel tempo lasciato libero dai loro impegni di lavoro, avevano cercato in lungo e in largo qualche medico che riuscisse a curare il loro amico… ma apparentemente, era tutto inutile. Il beduino aveva anche fatto circolare la voce di esser ricco, di poter pagare bene: aveva trenta sicli d’argento a sua disposizione; sarebbero stati la ricompensa per il medico che fosse riuscito a curarlo.
Tanti dottori si avvicendarono al suo capezzale, ma nessuno di loro riuscì a riscuotere l’ambito premio.

E poi, i compagni di carovana arrivarono nella sua stanza annunciando di aver trovato, forse, una soluzione. Dissero di aver sentito di un tale che da qualche tempo, a Gerusalemme, compiva guarigioni prodigiose: ridava la vista ai ciechi, curava i paralitici, mondava i lebbrosi e guariva gli idropici.
Caricarono su un carro il vecchio beduino, pallido come un cadavere e avvolto nelle coperte. E lo portarono al cospetto del guaritore; e lo implorarono; e coloro che stavano accanto al medico intercedettero in favore del beduino; e l’uomo acconsentì infine a curare l’ammalato.
Gli posò le mani sulla fronte; gli disse poche parole.
E, d’improvviso, il beduino balzò in piedi: riacquistò addirittura il colore sulle guance, istantaneamente.

Ancora turbato e scosso, lo sraniero donò il sacchetto di denari al guaritore che gli aveva ridonato la salute: era uomo di parola, lui, e voleva rispettare la sua promessa.
Il tesoriere che seguiva il guaritore prese in carico il sacchetto, e cominciò a contarne le monete. Dopo alcuni secondi, sollevò lo sguardo sul suo capo e sussurrò, raggiante: “sono trenta sicli d’argento, maestro!”.
Il guaritore, che si era già avviato oltre, si fermò di colpo e lanciò un’occhiata al beduino: era un misto di gratitudine, di riconoscenza… e anche di stupore. Gli accennò un sorriso e poi si rivolse al tesoriere, quietamente. “Trenta sicli d’argento? Sono tantissimi. Non ci servono, per ora”.
Il tesoriere inarcò le sopracciglia: “come sarebbe a dire, che non ci servono?”.
“Abbiamo appena ricevuto una cospicua donazione da parte di quella buona vedova” replicò il maestro. “Ora come ora, non ne abbiamo bisogno. Portali subito al Gazofilacio, sii gentile. Entreranno a far parte del tesoro del Tempio: verranno usati per far del bene al prossimo. Meglio così”.
Il tesoriere rimase zitto per mezzo minuto abbondante, e poi si schiarì la gola. “Maestro… Perdona, ma… al tesoro del Tempio?”.
L’uomo annuì, con dolce fermezza.
“Ma maestro”, balbettò l’altro, debolmente: “sono trenta denari… è tanto… non puoi volere seriamente che…”.
“Giuda? Ti ho detto di portarli al Tempio”, ripeté il maestro, con tono che non ammetteva repliche. “Per favore. Vai. E vacci subito, così non rischiano di rimanerti nella borsa”.
Il discepolo aprì la bocca per protestare, ma la richiuse senza aver detto niente. Fece un sospiro rassegnato e si avviò verso la strada che conduceva al Tempio… non prima di aver lanciato un’occhiataccia, di sottecchi, al suo maestro. C’erano frustrazione, rabbia, e delusione pura, nel suo sguardo.

I denari furono deposti nel tesoro del Tempio; e passò qualche tempo ancora, senza che nessuno pensasse a loro.
Poi, lo stesso tesoriere che li aveva consegnati di malavoglia, tornò dai capi dei sacerdoti, segretamente. E disse loro, con la voce che tremava di rabbia e di paura: “che cosa siete disposti a darmi, se io vi consegno Gesù il Nazareno?”.
Ed essi gli offrirono trenta sicli d’argento.

E il sacco di denaro, che era ancora in cima al mucchio di soldi del Tesoro, passò dalle mani del tesoriere a quella del sacerdote Caifa; e dalle mani di Caifa, finì in quelle di Giuda. E da quel momento in poi, il discepolo di nome Giuda cercò l’occasione per tradire il suo Maestro.

A questo – secondo la leggenda – servì l’oro che i Re Magi donarono a Gesù Bambino.

Il dono dei Re Magi (Presepe Mahlknecht)

9 thoughts on “L’oro dei Re Magi

  1. Non è triste.
    In fondo, Lui ci salva su quella croce.
    E lo avrebbero pagato comunque Giuda, con altro denaro.
    Però il fatto che sin dalla nascita gli furono date le monete che lo avrebbero condotto sul Legno sottolinea la sua predestinazione, il suo destino di salvatore degli uomini, anzi, la sua natura di Salvatore degli uomini.
    A me personalmente non dispiace questa leggenda.

    1. La tristezza era riferita al senso del Dono dei Magi che è servito poi per pagare il Tradimento.

      Per il resto tutto concorre alla Storia della Salvezza… è come la mirra, quell’incenso era già preludio della sua Morte e Risurrezione, senza la quale non si sarebbe compiuta la Salvezza dell’umanità

      un sorriso :)

    2. A me piaccono tanto, queste leggende che sottolineano il rapporto fra il Natale e la Passione.
      Stonano un pochino nell’atmosfera di Natale-festa-allegra-JingleBells-siamo-tutti-più-buoni, probabilmente non ci siamo più abituati… però mi piacciono tanto. Proprio tanto.
      E nei secoli passati erano veramente tante, leggende di questo genere: è solo adesso che non ci pensiamo più.

  2. “Verranno usati per far bene al prossimo”. Infatti! E che bene… ma ci vuole la lungimiranza (sia della fede che della storia) per scoprire in che modo.

    1. Oh cielo, non so se provenga da una fonte precisa, sai? L’ho letta in giro tante volte, con diverse varianti, con unico punto finale questo: l’oro dei Re Magi finiva nelle mani di Giuda e/o comunque nel Tempio di Gerusalemme, ed era proprio con quell’oro che veniva pagato il tradimento di Giuda. In un’altra variante che ricordo, era la Madonna a portare l’oro al Tempio, poco prima della morte di Gesù, come offerta per Pasqua, e proprio con quel sacchettino d’oro, consegnato da Maria, sarebbe stato pagato il tradimento di Giuda.
      Però non saprei citare una fonte esatta, tipo testi antichi o altro; credo siano più leggende del folkore, ecco.

      Per quel che vale anche Wikipedia inglese dice “What subsequently happened to these gifts is never mentioned in the scripture, but several traditions have developed. One story has the gold being stolen by the two thieves who were later crucified alongside Jesus. Another tale has it being entrusted to and then misappropriated by Judas” (e mette in bibliografia un dizionario enciclopedico a partire da cui si potrebbe forse approfondire); qui su Google Books ho trovato più o meno la stessa cosa.

      Ma questo chiaramente conferma solo che non sono io che mi sono inventata la storia perché sono pazza ;-) Ma a dover dare riferimenti più precisi su dove si origini questa leggenda, eh…

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