Il Toro, a Torino

Il Toro, a Torino, c’è proprio dappertutto.
Non parlo, chiaramente, della Torino Football Club 1906, la sfortunata squadra calcistica – che pure vanta ancor oggi tifosi irriducibili, e anche ammirevoli per l’incrollabilità della loro fede.
No no, io parlo proprio del Toro, l’animale nero con la coda e due corna. E scrivo il suo nome con la lettera maiuscola, perché il Toro, a Torino, gode di una considerazione tutta particolare.

Il Toro, a Torino, c’è proprio dappertutto.
C’è sullo stemma della città, rampante e dorato sullo sfondo argenteo.
C’è sui muri delle case, trasformato in capitello o adibito a battente.
C’è stato lungo le vie e nelle piazze cittadine, sotto forma di sessantanove enormi sculture curate da sessantanove artisti contemporanei, che volevano onorare il Toro nella sua Torino.
C’è stato, e c’è ancora, e ci sarà per sempre, sul marciapiede sotto i portici di piazza San Carlo. Ancor oggi è dipinto in terra un dorato toro rampante, e ancor oggi ogni buon Torinese che si rispetti prende le misure, calcola il passo, rallenta e accelera artificiosamente, per arrivare a calpestare, casualmente, i genitali della bestia. Sì: perché il Toro, a Torino, ti è amico e ti protegge, anche se gli sfrantechi i genitali saltandoci sopra ogni giorno. Anzi, il Toro è contento di questo segno di affetto, e ti è riconoscente, e ti porta fortuna.
Ne è contento, per la cronaca, anche il Toro raffigurato nella pavimentazione a mosaico della Galleria Vittorio Emanuele II: anche lui si fa pestare i genitali, ma  a dirla tutta esige un rito più completo. Così, se passate da Torino e vedete un’orda di dementi che compie tre giri completi sui genitali di ‘sta povera bestia ruotandoci sopra col tallone del piede destro, sappiate che essi non sono fuggiti da un manicomio, ma si stanno solo ingraziando la buona sorte. Con l’effetto collaterale che il delicato mosaico, sottoposto centinaia di volte al giorno a questo rito scaramantico, si deteriora molto rapidamente: e così a Torino esistono degli appositi lavoratori addetti, incaricati periodicamente di risistemare i genitali del Toro. “Ehi, tu! Da quanto tempo! Che lavoro fai?”. “Restauro i genitali del Toro, in Galleria”.
Son cose.

Il Toro, a Torino, oltre ad essere un po’ masochista, è anche molto maleducato.
Infatti, a Torino, il Toro sputazza in giro, continuamente. Non c’è altro modo per definire altrimenti il gesto dei settecento Tori che, sparsi negli angoli più disparati della città, si trasformano in fontanelle pubbliche e dissetano i passanti.
Sono i Toret, piccole fontanelle in ghisa dal verde caratteristico, che all’inizio del XX secolo hanno incominciato a colonizzare la città. In tutta la mia vita, a Torino non ho mai visto fontanelle pubbliche che non avessero la testa di Toro – e che non raffigurassero, nello specifico, un Toro sputacchione intento a insozzare a getto continuo il marciapiedi sottostante.
Da piccola mi rifiutavo ostinatamente di bere dai Toret, perché mi faceva ribrezzo la bava di un Toro verdastro. Invece i Torinesi facevano la coda, per imbottigliare e portare a casa quell’acqua: era un’acqua pregiata e deliziosa, che arrivava a Torino in direttissima dalle sorgenti del Pian della Mussa, e che non aveva niente da invidiare a quella dei supermercati.

Insomma. A Torino, se ti viene sete quando sei per strada, ti incammini verso la piazza più vicina, calpestando scrupolosamente i genitali di tutti i tori che incontri, e ti abbeveri tranquillamente al primo Toret che incroci.
A Torino, se devi parlare di quelle fontanelle che gettano acqua per le strade, tu nomini i Toret, e tutti ti capiscono.
A Torino, se qualcuno non ti capisce, è evidentemente un turista appena atterrato all’aeroporto.
A Torino, vista la situazione, per il notissimo Toret non esistono sinonimi.
A Torino, una Torinese, dovendone trovare uno andrebbe inevitabilmente in crisi.

Tutto ciò per dire che stamattina, a Pavia, ho chiesto a un Pavese dove fosse il Toret più vicino.
Lui, inevitabilmente, mi ha presa per idiota, e poi mi ha chiesto, in Inglese, da quale Stato io venissi.

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