Vite di Santi e Beati

[Ma che sant'uomo!] A caccia con Corrado

Ora.
A questo punto, io dovrei esaudire la richiesta della Sorella dell’Amica Ritrovata, la quale vorrebbe leggere qualcosa su San Corrado. No, la Sorella dell’Amica Ritrovata non si chiama Corrado, se ve lo stavate chiedendo: Corrado è suo marito.

Ora.
Io sono una persona calma e razionale, ma scrivere “per” il marito della Sorella dell’Amica Ritrovata, per me, è una cosa terribile.
Non so se ve lo ricordate, ma la Sorella dell’Amica Ritrovata è stata il primo grande amore della mia vita. Le avevo anche chiesto di sposarmi.
(Okay: avevo tre anni e dopo il suo rifiuto mi sono proposta come amante lesbica per sua mamma, sua sorella minore, e probabilmente anche per sua nonna e per il cane, ma che conta? Non si dice forse che l’amore non ha età?).
Ecco: come potrete intuire, le nozze non sono andate in porto.

E non solo non sono andate in porto: adesso mi si chiede di scrivere la vita di San Corrado, in onore dell’uomo che ha portato all’altare la donna che volevo sposare io!
Sono momenti difficilissimi, ahimè: potrete capirmi.
Ma devo farmi forza, e andare avanti a scrivere.

Ma che sant’uomo!

ovverosia

Tutto quello che non volevate sapere sui Santi,
e che men che meno avreste osato chiedere

Se c’era un uomo col quale la vita era stata generosa, costui era Corrado.
Nato nel 1290 a Candelasco, in provincia di Piacenza, dalla nobile famiglia dei Confalonieri, Corrado aveva veramente tutto.
Aveva beni, ricchezze, fama, famiglia, onore.
Aveva vasti feudi assegnati alla sua persona, quale privilegio per appartenere a una famiglia guelfa fedele al Papa.
Aveva amici fedeli, servitù leale, e una giovane sposa.
Corrado Confalonieri, decisamente, era un uomo soddisfatto.

Quell’estate – quella fresca estate del 1315 – era stata un periodo di svago e di ozio, per il nostro giovane nobiluomo. Da tempo, ormai, i venti di guerra non soffiavano su Piacenza, e Corrado aveva potuto dedicarsi ai suoi passatempi preferiti: i tornei e le giostre, la sua novella sposa, la vita di palazzo, e le battute di caccia.
Ossì, la caccia: Corrado era un cacciatore provetto, sempre pronto a partire per una nuova spedizione. Non tornava mai a palazzo a mani vuote, anzi, rientrava dai boschi con ricchissimi bottini: i suoi pari lo ammiravano, la servitù lo osannava, e le cucine profumavano ogni giorno della carne arrosto della selvaggina.
E anche quella volta, tanto per divertirsi un poco, Corrado era uscito per andare a caccia.
Si era svegliato presto la mattina, e aveva radunato i suoi servi: e poi era partito con un seguito di cavalli, cani, e falconi, pronto per una nuova giornata di svago.
Solo che, quel giorno, non s’era svagato affatto.

Faceva caldo, i cani erano irrequieti, tirava un vento insopportabile, e di bestie non se n’era vista l’ombra. Quella giornata era cominciata male, ed era finita malissimo: dopo ore ed ore di inutili appostamenti, Corrado era stanco, frustrato, e ormai prossimo all’ira. Non gli era mai capitato di dover tornare a palazzo con le mani vuote, e sicuramente non aveva intenzione di cominciare proprio quel giorno: chiamando a raccolta i servitori, ordinò nervosamente di appiccare fuoco alla sterpaglia.
Non gli piacevano, in realtà, queste scorciatoie. Il bello della caccia era l’abbaiar dei cani, l’inseguimento del nemico, il terrore della preda che scappa convulsamente e infine cade. Stanare i conigli inondando di fumo la sterpaglia, era cosa ben misera agli occhi di Corrado.
Eppure, meglio un trucco che una sconfitta.
I servi accesero il fuoco, e le fiamme divamparono nell’erba secca.

Fu questione di pochi istanti, e poi i conigli cominciarono a lasciare le loro tane. Correvano disperati in cerca di salvezza, e Corrado sorrise impercettibilmente mettendo mano alla faretra: aveva già preso la mira su un grosso coniglio, e stava preparando il colpo…
… quando, con un grido soffocato, il suo servitore lo strattonò ansiosamente.

Corrado aprì la bocca per insultarlo, ma la voce gli morì in gola quando si rese conto di cosa stava indicando il servo. Spinte dal vento, le fiamme si erano estese, incontrollate, oltre la sterpaglia. Ormai lambivano le terre coltive dei contadini, e il vento le stava sospingendo sempre più lontane: Corrado lanciò qualche ordine confuso, gridò ai suoi uomini di soffocare le fiamme, ma ormai era tutto inutile. Ecco le fiamme mangiarsi un intero raccolto; ecco le urla dei contadini; ecco i primi tetti di paglia illuminarsi del fuoco dell’incendio. Mentre in lontananza l’intero borgo era avvolto dalle fiamme, Corrado se ne stava immobile in mezzo ai suoi uomini, fissando inorridito l’incendio dirompente.
E poi, quando le fiamme arrivarono a lambire il campanile della chiesa, Corrado montò a cavallo, e partì al galoppo.

No, no: che v’immaginate?
Non partì per andare a spegnere l’incendio: partì per tornare a casa, ben lontano dalle fiamme, facendosela sotto dalla paura.
Non solo aveva distrutto, nell’arco di una manciata di secondi, l’intero raccolto di una stagione. Non solo aveva dato fuoco al suo feudo, e ammazzato chissà quanti contadini: oltre ad aver causato questi danni irreparabili, s’era appena messo in un bel guaio!

Una sciagura simile – è ovvio – non sarebbe passata inosservata.
La gente si sarebbe fatta delle domande, avrebbe cercato un colpevole: e il colpevole era lui, a ben vedere. Chissà cosa ne avrebbe detto il Signore di Piacenza; chissà cosa avrebbe dovuto fare per riparare ai danni…
Mentre galoppava disperato verso il castello, Corrado ordinò a tutti i suoi servitori di non far parola con nessuno su quanto era successo. Fingersi estranei all’accaduto, far finta di niente, ricercare il colpevole… a Corrado pareva esser una buona soluzione.
E così, per sviare i sospetti, non appena fu tornato a casa ordinò alle sue guardie di ricercare il delinquente che aveva appiccato l’incendio, suggerendo che potesse essere un contadino.
Le guardie individuarono un povero disgraziato che – si decise arbitrariamente – poteva essere colpevole della strage terribile, e lo accusarono di aver dato fiamme al borgo.
Il pover’uomo fu processato, giudicato colpevole, e condannato a morte.
Corrado sorrise impercettibilmente, e tirò un sospiro di sollievo.

Se non che, la sera prima della condanna, nel caldo del suo letto, Corrado passò una notte di tormento così drammatica che quella dell’Innominato, al confronto, era una bazzecola. Il volto di quell’uomo, condannato a morte per un reato mai commesso, continuava a tormentarlo, nel sonno e nell’angosciosa veglia… e quella notte, il nostro Corrado non chiuse occhio.
E la mattina dopo, allo spuntar dell’alba… proprio come in un film, proprio come in un romanzo, proprio come succede di tanto in tanto anche nella vita vera, Corrado Confalonieri si presentò davanti al patibolo…
… e, all’ultimo momento, gridò “NO!”.

Corrado ammise le sue colpe, e si dichiarò colpevole.
Il Signore di Piacenza fu durissimo: confiscò tutti i beni di Corrado per risarcire il danno fatto, e gli risparmiò pene corporali solo in virtù del suo nobile sangue.
Corrado, da un giorno all’altro, perse letteralmente tutto ciò che aveva: e dalla condizione privilegiata di nobile, sperimentò improvvisamente la povertà e la fame.

Ma non fu una disgrazia, per lui, tutto sommato.
Di lì a poco tempo, inaugurando una vita di espiazione e penitenza, San Corrado Confalonieri vestirà l’abito francescano.

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