Vite di Santi e Beati

[Ma che sant’uomo!] Un risotto miracoloso

Lassù nell’alto dei Cieli, sulle nuvolette del Paradiso, era una giornata di festa alla caffetteria “Comunione dei Santi” (quella in cui – come bene illustra la pubblicità del caffè Lavazza – i Santi si ritrovano a metà mattina per sorseggiare una tazza d’espresso). Quel giorno, infatti, la caffetteria era occupata da un’imponente tavolata di Santi e Beati Domenicani, radunatisi per una festa di benvenuto in onore dell’ultimo arrivato.
Giuseppe Girotti (l’ultimo arrivato) sedeva emozionato a capotavola, arrossendo impercettibilmente mentre San Domenico esortava i confratelli a brindare in onore del neo-beato.
Ma lo scopo di questo post non è quello di cantare le lodi del Beato Girotti, bensì quello di raccontare una conversazione avvenuta alla stessa tavolata, ma un po’ di seggiole più in là – laddove Papa Ghislieri aveva l’occasione, per la prima volta nella sua vita morte eternità, di scambiare con calma due parole con Juan Macias, evangelizzatore del Perù.
Caso volle che Juan si fosse accomodato sulla seggiola vicina a quella di Pio V, e che i due sant’uomini, fra una fetta di torta e l’altra, avessero cominciato a chiacchierare del più e del meno, finendo per raccontarsi le loro migliori prodezze in fatto di miracoli.
Ecco. Quando San Juan raccontò la sua migliore prodezza, poco ci mancò che il Santo Padre si soffocasse post-mortem a causa di un accesso di risate.

***

Cosa hai fatto per ottenere la canonizzazione?!”, ripeté incredulo Papa Ghislieri quando riuscì di nuovo a formulare una frase di senso compiuto.
“Beh, io…”. Il povero Juan sembrava incerto se mettersi a ridere a sua volta o se prenderla come un rimprovero. “Voglio dire: si tratta comunque di un miracolo…”.
“Di ispirazione molto evangelica, debbo dire…”, gli fece eco il Beato Angelico con un sorrisino condiscendente, dall’altra parte del tavolo.
“Eh beh”, si difese Juan: “che ci posso fare, io, se mi han pregato con questa richiesta?”.
Pio V rise più forte. “Assolutamente nulla, mio caro fratello. Ma chiariscimi una cosa: da Roma hanno considerato questo miracolo come valido per la canonizzazione?”.
Juan si strinse nelle spalle. “C’erano centinaia di testimoni affidabili…”.
Martin del Porres sorrise trionfante al confratello, a mo’ di incoraggiamento. Pio V rise sempre di più, commentando “guarda: son solo contento che non sia toccato a me esprimermi sulla questione…”.
A quel punto, rise anche Juan. “Ahò… ognuno si arrangia con quello che ha! Non è colpa mia se la gente normale viene invocata per guarigioni miracolose, e a me tocca fare la moltiplicazione del risotto…”.

***

Correva l’anno 1949 – e adesso non parliamo più di Santi che bevono il caffè nella caffetteria del Paradiso, parliamo di Storia vera con la “S” maiuscola, realmente accaduta e attentamente vagliata dalla Congregazione per le Cause dei Santi.
Correva l’anno 1949; più precisamente era il 25 gennaio. Ci troviamo nell’amena cittadina di Olivenza, piccolo borgo al confine fra Spagna e Portogallo. Lì – nella parrocchia di Santa Maria Magdalena – il parroco Luis Zambrano Blanco ha fondato da qualche tempo la “Casa di Nazaret”, un istituto secolare dedicato all’evangelizzazione dei più poveri.
L’evangelizzazione dei poveri – si sa – viene meglio se, mentre predichi il Vangelo, riesci anche a dare ai poveri qualcosa con cui riempirsi lo stomaco. E quindi, don Luis ha annesso alla sua opera anche una specie di “mensa del povero”, che – grazie alla generosità di alcuni benefattori – sfama ogni giorno le persone in difficoltà.

Ebbene: siamo a domenica 25 gennaio 1949, e, di generosi benefattori, non se ne vede manco l’ombra.
Non se ne vede manco l’ombra da qualche giorno, ad aggravare la situazione: le famiglie che normalmente si facevano carico di sostenere la mensa del povero sono improvvisamente diventati uccel di bosco; non c’è più niente da mangiare.
La dispensa è letteralmente vuota, a parte un sacchetto mezzo vuoto che contiene ancora 750 grammi di riso. La perpetua, Leandra Rebollo Vásquez, sospira sconsolata e svuota il sacco nel solito pentolone da 10 litri che usa solitamente quando cucina per la mensa. Vedere quei pochi pugni di riso sul fondo di un pentolone così enorme e così tristemente vuoto è una visione che stringe il cuore: cosa mangeranno i poveri che, di lì a poco, busseranno alla porta della mensa?
La donna alza gli occhi al cielo e rivolge una rapida invocazione a Juan Macias, un beato domenicano del XVII secolo originario di quelle zone. “Beato Juan, fai qualcosa per questi poveri che non hanno da mangiare!”.
Poi, lancia un’ultima occhiata sconsolata ai chicchi di riso che sobbollono nel pentolone, e si avvia verso la mensa per apparecchiare le tavolate.

Si sarà assentata… quanto?
Quindici minuti? Venti?
Fatto sta che, a un certo punto, Leandra torna in cucina per controllare se il riso è cotto… e ha la netta impressione di vedere la pentola di riso molto molto più piena di come l’aveva lasciata.
E non ditemi che il riso si ingrossa cuocendo o cose del genere: è vero, ma non era certo la prima volta che Leandra preparava un risotto – mica è normale che il riso gonfi così tanto.
Leandra fissa incredula il riso nella padella, ripensa in un lampo alla preghiera che aveva rivolto al beato Juan, e comincia ad avere i sudori freddi. Con le gambe che le tremano per l’emozione, corre in canonica ad avvertire il parroco…

Che non c’è.

Don Luis è assente, l’unica persona presente in canonica è la sua vecchia madre. Al sentire le parole della cuoca, la signora inarca le sopracciglia e si avvia verso la cucina, probabilmente anche un po’ scettica, per dare un’occhiata a questo risotto del miracolo.
Ed è a questo punto che la parrocchia di Olivenza si trasforma in una specie di set per “Topolino Apprendista Stregone 2” – nel senso che, quando le pie donne si avvicinano ai fornelli, il pentolone del riso è così pieno che il suo contenuto sta per strabordare.
Mentre Leandra fissa incredula questo risotto che cresce e cresce e cresce, la mamma del parroco prende la situazione in mano e strilla: “presto, versalo in una pentola più grossa! Se lo lasci lì, straborda e cade sul fuoco!”.
La povera Leandra, sempre più sconvolta, si affanna alla ricerca di un secondo pentolone. Quanto alla madre del parroco, scappa verso la chiesa alla ricerca di suo figlio; e torna, qualche minuto più tardi, trascinandosi appresso il sacerdote e anche la direttrice dell’ente benefico a cui è annessa la mensa del povero.
Lo spettacolo che i tre si trovano davanti, varcata la soglia della cucina, ha un nonsocché di inquietante: la povera Leandra sta disperatamente cercando di travasare il pentolone strapieno di riso in un secondo pentolone: e prende forsennatamente mescolate di riso e le versa forsennatamente nel pentolone di riserva – ma il livello del riso non cala.
È come se il riso scaturisse gorgogliando dal fondo del pentolone numero uno: appare dal nulla mentre è ancora crudo, e comincia a cuocere non appena viene versato nel pentolone numero due.
E poi, nel pentolone numero tre – sì, perché a un certo punto il riso è così tanto da riempire tre pentoloni da 10 litri contemporaneamente.

Comincia a girare voce dell’evento miracoloso: mentre la povera Leandra continua a cuinare (io me la immagino lì ai fornelli, incredula e sudata e sfatta, mentre rimesta disperatamente questo riso che cresce indomabile), accorrono nella cucina centinaia di curiosi, che assistono a questa miracolosa moltiplicazione del risotto, prendono cucchiaiate di riso crudo per conservarlo a mo’ di reliquia…
…e che fanno laute scorpacciate, ovviamente!
Mentre Leandra lavora disperatamente (me la immagino vieppiù sfatta, poverella, con rivoli di sudore che le colano sulle tempie), il riso ormai cotto viene impiattato e servito ai cinquantanove bambini della scuola locale, al centinaio di poveri accorsi alla mensa gratuita, a tutti i curiosi che ne chiedono un assaggio… e ne avanza ancora!
Il riso è più saporito e più speziato del solito, sebbene Leandra non abbia aggiunto condimenti di alcun tipo, e il miracolo prosegue per quattro ore ininterrottamente

(no, scusate. Io vorrei davvero un minuto di silenzio per ‘sta povera disgraziata che ha dovuto stare appresso a un risotto per quattro ore consecutive)

continuando a sfornare piatti di riso perfettamente al dente, fresco come se fosse stato mantecato dopo il solito canonico quarto d’ora di cottura.

Verso le cinque del pomeriggio, tutti sono sazi (Leandra – io presumo – è sull’orlo di una crisi di nervi) e il riso continua ostinatamente a materializzarsi dal fondo del pentolone.
Il parroco, che non si è allontanato un solo istante per tutta la durata dell’evento miracoloso, prende la situazione in mano, grida “basta così!” e spegne il fuoco sotto al pentolone…
…e il prodigio, improvvisamente, si interrompe.

Ahò, gente: lo sapete che io scrivo sempre col sorriso sulle labbra, ma che le cose che scrivo sono vere. Questo miracolo è successo veramente (potete verificare: attraverso Google Books, scopro che ne ha parlato persino il New Scientist), e la Congregazione per le Cause dei Santi ha davvero studiato l’intera vicenda per analizzare la veridicità del fatto. Ed è davvero giunta a una risposta positiva: il miracolo della moltiplicazione del riso ha davvero condotto alla canonizzazione di Juan Macias, che infatti è stato proclamato Santo il 28 settembre 1975 per volontà di Paolo VI.

È – tutto – vero!

Juan Macias

Lassù al bar “Comunione dei Santi”, Papa Ghislieri ridacchiò fra sé e sé come un cretino. “Capisco l’esaudire la richiesta di una comunità nel momento di bisogno”, fece a Juan in tono scherzoso, “ma trenta chili di riso per una mensa di cento persone? Cioè…”.
“Beh”, replicò Juan ridacchiando a sua volta, “volevo assicurarmi che fosse chiara a tutti, uhm, la miracolosità del miracolo…”.
E i due confratelli si scambiarono ancora una risata, a bassa voce, prima di unirsi all’ hip hip hurrà per il neo-beato che arrivava dal capo della tavolata.
Ma, alzando i calici, sorridevano ancora fra sé e sé – come fanno gli amici di vecchia data, quando si raccontano con un pizzico di orgoglio di quella avventura incredibile vissuta in gioventù.

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