Pillole di Storia · Vite di Santi e Beati

Papa Francesco e la Madonna dei mandarini

Al termine di un pomeriggio uggioso in cui cercavo ispirazione per un post che commemorasse l’avvio del mese mariano, è apparsa sulla mia home di Facebook una citazione di papa Francesco. Era tratta dal Discorso del Santo Padre Francesco ai partecipanti al XXVIII corso sul foro interno organizzato dalla Penitenzieria Apostolica, e tenutosi il 17 marzo 2017. Ebbene: ai partecipanti del corso, il papa raccontava:

Sulla Madonna c’è una leggenda, una tradizione che mi hanno raccontato esiste nel Sud d’Italia: la Madonna dei mandarini.  È una terra dove ci sono tanti mandarini, non è vero? E dicono che sia la patrona dei ladri. Dicono che i ladri vanno a pregare là. E la leggenda – così raccontano – è che i ladri che pregano la Madonna dei mandarini, quando muoiono, c’è la fila davanti a Pietro che ha le chiavi, e apre e lascia passare uno, poi apre e lascia passare un altro; e la Madonna, quando vede uno di questi, gli fa segno di nascondersi; e poi, quando sono passati tutti, Pietro chiude e viene la notte e la Madonna dalla finestra lo chiama e lo fa entrare dalla finestra. È un racconto popolare, ma è tanto bello: perdonare con la Mamma accanto; perdonare con la Madre.

Alla citazione che mi è apparsa su Facebook, seguivano decine di commenti sconcertati: ma come gli passa in testa, al Papa, di dire che la Madonna è la patrona dei ladri?! C’erano pure un paio di meridionali indignati, con argomentazioni sulle linee di: ecco, ci mancava solo il Papa a rafforzare l’immagine del Sud Italia tutto mafia e mandolino.

Detrattori di papa Francesco, non lamentatevi ché vi è ancora andata bene: il Santo Padre avrebbe anche potuto raccontare la leggenda della Madonna ignuda, che, per far entrare i criminali in Paradiso, si leva il reggiseno davanti al Padreterno.
E, anche in quel caso, avrebbe avuto piena ragione.

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Ovviamente, capisco le perplessità.
‘sta Madonna dei mandarini che intralcia l’operato di San Pietro e poi fa entrare in Paradiso le peggio schiere di criminali, sta pesantemente antipatica pure a me.
Ciò non toglie che devozioni simili siano realmente esistite e, in una certa misura, esistano tutt’ora, come residuo di una religiosità popolare molto antica.
Che affonda le sue radici nel tardo Medioevo, per la precisione.

***

Noi moderni abbiamo la tendenza a immaginare il Paradiso come una combriccola di amici che vivono in armonia e beatitudine: c’è Dio onnipotente, c’è la Madonna, ci sono i santi, e ognuno vive in lieta concordia con i suoi “vicini di casa”.
Che San Peppino si metta a piantar grane al Padreterno, perché non è d’accordo col Suo operato e vuole assolutamente che Dio si emendi (!), è una visione che non esito a definire aliena dal nostro modo di intendere la Comunione dei Santi.

Che sia aliena a noi è una bella cosa, ma – tenetevi forte – San Peppino che pesta i piedi col Padreterno è stata una delle immagini più care a generazioni di fedeli. I quali non avrebbero minimamente esitato nel confermare: se San Peppino vuole far entrare in Paradiso un ladro suo amico, che San Pietro ha condannato all’Inferno, porca la miseria, Peppino riuscirà a spuntarla!

Non dico che fosse un bene, ma è la realtà dei fatti: quando un uomo medievale si trovava in difficoltà, molto raramente chiedeva aiuto a Dio. Cercava, più concretamente, il proverbiale santo a cui votarsi. Perché, si sa: “i santi ci capiscono meglio”, “sono stati uomini anche loro”, “hanno sofferto come noi”, “e poi quel santo io lo conosco, ho baciato la sua reliquia proprio io personalmente”.
In una certa religiosità popolare, Dio era percepito come un’entità distante, totalmente altra, potenzialmente pure cattiva (è sempre la classica domanda: “se Dio esiste, perché permette il male?”).

Il ragionamento ha pure una sua logica: se Dio ti manda il lutto, la pestilenza, la carestia, l’inondazione, cosa vuoi andare a lamentarti con Dio stesso per criticare le sue decisioni? Acclarato che Dio è sdegnato per i tuoi peccati (sennò non ti faceva morir di peste tutta la famiglia), non converrà forse affidarsi all’aiuto di un qualche intercessore, che magari parte col dente un po’ meno avvelenato?
Chiaro: è un modo molto ingenuo di vivere la fede. Ma ingenua era la vita religiosa del popolino, fino a qualche secolo (o decennio?) fa.

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Orbene: acclarato che Dio può anche essere impietoso (soprattutto quando è preso da santo sdegno per i nostri peccati) sarà bene affidarsi a un intercessore molto potente. I santi patroni sono ok, ma la più potente in assoluto è intuibilmente Maria Vergine, il cui ruolo salvifico era concepito, nel Medioevo, come solo di poco inferiore a quello di Cristo stesso.
E quando  dico “poco”, intendo proprio “poco”. Poco – poco – poco.
Nell’orizzonte mentale dei medievali, era assolutamente plausibile che un individuo, magari condannato all’Inferno da Dio Onnipotente (?), fosse poi salvato in corner per il solo fatto di esser… raccomandato dalla Madonna.

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Pedro Machuca, “Madonna delle Grazie”

Questa visione della Vergine coi superpoteri comincia ad affermarsi nella teologia mariana del XII e XIII secolo; verso la metà del XIV è definitivamente consacrata dallo Speculum humanae salvationis. In questo trattato, che avrà avuto grandissima fortuna, l’infinita misericordia di Maria viene paragonata a un continuo fiotto di latte che sgorga dal suo seno – una immagine che, credeteci o no, ha avuto enorme diffusione nelle arti figurative (!), suppergiù fino all’epoca della Controriforma.

Qui vi propongo uno tra gli esempi meno hard che sono riuscita a trovare, ma è davvero frequente vedere raffigurazioni in cui la Madonna allatta (!) peccatori (!) destinati alla dannazione eterna (!), oppure spruzza schizzi di latte sulle fiamme dell’Inferno per mitigare le sofferenze dei dannati.

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Anonimo, “San Francesco salva le anime dei peccatori”

E al di là dell’imbarazzo che ci prende nel vedere la Madonna in desabillè, uno potrebbe ancor più scandalizzarsi dicendo: wè bella, ma come ti permetti di alleviare le pene dei dannati, quando Dio Onnipotente, che sta sopra di te, ha legiferato che i dannati hanno da soffrire?
Ebbene, questo malcostume di romper le uova nel paniere al Padreterno era molto diffuso nel Paradiso medievale, giacché esistono anche rappresentazioni di altri santi (ad esempio San Francesco, in questo specifico caso) che si permettono di estrarre i dannati dalle fiamme dell’inferno facendo segno di attaccarsi a uno scapolare, un cingolo, un rosario…

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Ancor più frequente (ma non meno irriverente nei confronti dell’Onnipotente) è la rappresentazione della “Madonna del Mantello”. Anche nota come “Madonna della Mercede”, la raffigurazione mostra la Vergine Maria nell’atto di spalancare il suo mantello ed accogliervi, al di sotto, i fedeli inginocchiati. Molto carina e molto dolce l’immagine moderna dell’umanità inginocchiata ai piedi di Maria: ma cosa succedeva veramente al di sopra di quel mantello, quando il topos iconografico ha cominciato a svilupparsi?

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“Madonna della Misericordia” di Bartolomeo Caporali. Si noti Dio nell’atto di scagliare tre frecce sull’umanità, protetta dalle schiere dei Santi e dal manto della Vergine

Sopra al mantello di Maria succedeva la qualunque, e la cosa allarmante è che succedeva per mano di Dio Padre. Sono frequentissime (davvero! Frequentissime!) le raffigurazioni in cui l’Onnipotente sta per lanciare sull’umanità i suoi dardi e la Vergine pone il suo mantello a protezione degli uomini. E infatti, proprio contro quel mantello si infrangono, ad una ad una, tutte le frecce scagliate da un Dio adirato: i devoti di Maria sono così protetti da una vasta serie di catastrofi e di prove fisiche.
Nel celebre affresco della chiesa di San Gimignano, è addirittura il santo patrono (!) ad arrogarsi il diritto di pestare i piedi e dire a Dio: “gnò! Sul mio paese, la pestilenza non ce la mandi!”.

Concordo, è ridicolo, ma ne capisco anche il senso. In un mondo in cui sappiamo tutti che i mali esistono (e che Dio, per i suoi imperscrutabili disegni, ne consente la diffusione), non sarebbe confortante illudersi di avere un protettore extra che riuscirà davvero a garantirci l’incolumità?

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San Sebastiano protegge dalla pestilenza gli abitanti di San Gimignano

Confortante, non c’è dubbio… ma anche un tantinello ereticale, com’è evidente.
Già il messaggio sotteso non è dei più lineari. Ad aggravar le cose, le rappresentazioni grafiche della Madonna come corredentrice diventano anche alquanto imbarazzanti.

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Gesù e la Madonna intercedono a favore dell’umanità, nell’affresco della chiesa di S. Agostino a San Gimignano (dettaglio)

“Ma che mi rappresenta ‘sta Madonna seminuda che mi sventola il seno davanti agli occhi dell’Onnipotente??”, si chiedevano, comprensibilmente, i prelati che non avevano dimestichezza con questa rappresentazione, inorridendo davanti ad affreschi come quello – già citato – che troviamo a San Gimignano.
Vagliela a spiegare, a uno che non è pratico, la metafora della misericordia come un fiotto di latte fresco che esce dal seno della nostra Madre Misericordiosa. Vaglielo a spiegare, che in questo affresco non siamo di fronte a uno spogliarello, ma stiamo guardando Gesù Cristo e la Madonna che (l’uno indicando la ferita sul costato, l’altra scoprendosi il seno con cui ha nutrito l’Altissimo) sfruttano i “meriti” che hanno accumulato davanti a Dio per ottenere da lui una grazia.
Vaglielo a spiegare, di fronte a un dipinto così ambiguo.
E comunque non è detto che la spiegazione soddisfi l’esterrefatto osservatore – perché non è che puoi mettere Gesù e la Madonna proprio allo stesso piano; e non va neanche bene rappresentare Dio come un trio di schizofrenici che litigano tra di loro.

***

Con i dettami della Controriforma, queste visioni scompaiono (quantomeno a livello grafico).
La belligerante Regina dell’Universo con mantello da Superwoman lascia lo spazio a una pia Vergine tutta presa dalle sue attività domestiche di moglie e madre. Anche la raffigurazione dei santi viene tipizzata, mettendo da parte qualsiasi elemento che li possa far apparire “in concorrenza”, o peggio ancora “in lite”, col Padreterno.
Quant a Lui, comincia a mostrarsi un po’ più paterno, un po’ più gentile: un po’ meno giudice inflessibile, e un po’ più babbo affettuoso. Ché evidentemente ce n’era bisogno, se si era arrivati agli eccessi di cui sopra.

Ma Maria Superwoman non è mai scomparsa del tutto. Questa visione popolare della Madonna come corredentrice, che con la sua dolcezza materna può mitigare la rigidità del Padre assicurando la salvezza anche a relitti di galera, sopravvive ancora, di tanto in tanto, nella religiosità e nelle devozioni popolari.

E, a quanto pare, anche nelle piantagioni di mandarini che spadono il loro profumo nei campi assolati del Sud Italia.

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Il manto della Madonna (e il suo dolcissimo sguardo materno) in Bartolomeo Caporali: dettaglio
Vite di Santi e Beati

[Ma che sant’uomo!] Un minuto di silenzio per Flora Ratisbonne

I Romani conoscono sicuramente questa storia, e penso che anche al di fuori dell’Urbe molti abbiano già sentito parlare della conversione miracolosa dell’ebreo Alfonso operata, esattamente 175 anni fa, nella chiesa di Sant’Andrea delle Fratte.
La sintetizzo brevemente per chi non sapesse di cosa sto parlando: a poca distanza da Piazza di Spagna esiste ancor oggi una bella chiesa intitolata – appunto – a Sant’Andrea. Oggigiorno, però, i più la conoscono come “santuario della Madonna del Miracolo”. E il miracolo è per l’appunto questo: il 20 gennaio 1842, un commerciante ebreo in vacanza a Roma entra in chiesa per cinque-minuti-cinque, accompagnando un suo amico cattolico che doveva prenotare una Messa in suffragio. E zacchete, mentre l’ebreo passeggia lungo la navata, viene letteralmente fulminato “sulla via di Damasco”: gli appare la Madonna, e da lì è una conversione-lampo. In capo a dieci giorni, chiede di ricevere il battesimo; segue un radicale mutamento di vita, che lo porta a morire, molti più anni più tardi, in Terra Santa, in odor di santità.
E, soprattutto, in abito talare.

E fin qui, è la storia nota a tutti.
Un po’ meno note sono forse le vicende della “vittima collaterale” di cotanta grazia: sì, perché non tutti sanno che l’ebreo era a un passo dalle nozze, prima che la Madonna decidesse di stravolgergli la vita.

E il fatto che il sant’uomo sia morto sacerdote, è indizio del fatto che – se posso fare una battuta – la Madonna dovrebbe quantomeno dare qualche spiegazione a ‘sta povera ragazza, che tutta emozionata si stava confezionando l’abito da sposa… per poi scoprire che, toh guarda, Qualcuno ha cambiato le carte in tavola.

***

Cominciamo questa storia con una premessa doverosa: prima di convertirsi al cattolicesimo, Alfonso Ratisbonne era ebreo più per genealogia, che per religione. Uno magari legge la storia riassunta in due righe sul depliant informativo e pensa “ah, ok, guarda ‘sto bravo ebreo praticante che scopre di botto la venuta del Messia”: no no, alla faccia del praticante, questo qui non aveva mai letto la Bibbia in vita sua! Se ne infischiava della religione, era un impunito gaudente: fosse vissuto ai nostri giorni, sarebbe stato probabilmente uno di quei ragazzotti supponenti che credono di essere sempre nel giusto, si fanno le canne (e magari anche qualcosa di più pesante), si ubriacano in discoteca, e saltano da un letto all’altro.

Ai fini della nostra storia, io non so se Alfonso fosse mai finito nel letto di un’altra donna… ma sicuramente, di donne, ne aveva avuta una caterva. Sotto un certo punto di vista, si potrebbe dire che due sono state le donne che hanno operato miracoli nella vita di Alfonso: prima ancora che dall’incontro con Maria, la sua vita era stata cambiata dall’incontro con Flora, la sua fidanzata, nonché l’unica donna che lui avesse mai veramente amato.  “La vista della mia fidanzata”, scriverà più tardi il convertito, “svegliava in me non so quale sentimento della dignità umana”.
Era probabilmente la prima volta della sua vita.

Se per caso vi è balzato all’occhio il fatto che i due portavano lo stesso cognome, beh, non è una coincidenza: Flora era la giovane nipote di Alfonso. Diciamo che però era una nipote “per modo di dire” (era stata adottata da bambina), e forse anche per questo la famiglia non fece ostruzionismo, quando Alfonso dichiarò pubblicamente il suo amore per la ragazzina.

Oh cielo: a leggere fra le righe, mi verrebbe da dire che la famiglia non fu nemmeno particolarmente entusiasta, a onor del vero.
Intanto, Alfonso andava per i ventotto e Flora era una sedicenne.
Un po’ di differenza d’età non fa mai male, ma dodici anni di differenza cominciano ad essere un bel divario; perdipiù, sedici anni sono proprio pochini a prescindere: persino la legge vietava il matrimonio con una ragazza così giovane.
E oltre a questo, in famiglia, probabilmente ci stava pure la preoccupazione per i trascorsi di ‘sto scapolone impenitente, che adesso sembrava aver messo la testa a posto… ma che aveva pur sempre passato gli ultimi dieci anni a darsi a fare il tombeur de femmes.

‘nsomma: Flora era troppo giovane per sposarsi, e i suoi genitori non dormivano mica tanto tranquilli, pensando a questa casta figliola, virginal fiore di purezza, innamorata follemente di un supermacho con dei trascorsi, e costretta ad aspettare anni prima del matrimonio. Un vecchio proverbio recita che “la paglia vicino al fuoco brucia”, e la famiglia, secondo me, voleva evitare un prematuro incendio.

E fu così che Alfonso fu mandato in Erasmus.

Come capitava spesso ai giovani provenienti da famiglie molto benestanti, Alfonso fu invitato a fare un lungo tour in giro per l’Europa, tutto a spese della famiglia. “Pensa che bello: vedi nuovi posti, conosci nuove culture, impari le lingue, ti sarà tutto così tanto utile per il lavoro; del resto ‘ste cose non potrai mica più farle, quando comincerai ad avere figli. E intanto ti mandiamo al caldo a respirare aria buona, ché ‘sto inverno poveraccio c’hai avuto un malanno dietro l’altro; ti prendi questo break, e torni giusto in tempo per organizzare il matrimonio…”.
Chi non accetterebbe?
Io avrei accettato!
E infatti Alfonso non se lo fece ripetere due volte, e partì per questo lungo viaggio in giro per il Mediterraneo. Prima tappa, la Costa Azzura; meta finale, Costantinopoli.

Ora, voi mettetevi nei panni di ‘sta pora fidanzata che viene a sapere di punto in bianco che il suo amato partirà per un lungo viaggio attorno al mondo.
Non so se Flora fosse gelosa o possessiva, ma ‘nsomma, al posto suo io avrei anche cominciato a preoccuparmi: ognuno si merita la fiducia che s’è guadagnato, e Alfonso era pur sempre un gaudente che adesso diceva di avere intenzioni serie, ma all’atto pratico chissà…
Eppure, la ragazza affrontò la questione con una certa dignità, e impose al Alfonso un solo divieto. “Ti prego, amore, ti chiedo solo questo: se vuoi che io sia serena, non andare a Roma”.

‘ndò ha avuto luogo la conversione miracolosa?
Anfatti.
A Roma.

***

Per una duplice ragione, Flora aveva pregato il suo fidanzato di evitare Roma: punto primo, in quegli anni la città era funestata dalla malaria; punto secondo, la ragazza era un’ebrea molto praticante, e nutriva un vibrante sentimento anticattolico ed antipapista. A lei, Roma faceva accapponar la pelle al solo pensiero – c’è quella disgustosa idolatria cattolica, il papa cattivo confina gli ebrei nel ghetto, e poi l’ATAC fa schifo, è pieno di guano ovunque, l’albero di Natale della Raggi è ‘na mestizia unica, i centurioni abusivi palpano il sedere alle turiste…

(Conoscete il pregevole blog “Roma fa schifo”? Io lo amo. È una lettura esilarante).

‘nsomma: una cosa ti aveva chiesto la tua promessa sposa, Alfonso. Una cosa.
Potevi girare tutto il mondo e fare quel che cavolo volevi, solo una cosa non dovevi farle: in nome dell’amore che vi legava, dovevi evitare la città di Roma.
E tu che fai, o uomo dal multiforme ingenio?
Prenoti un treno per Roma, e hai pure la faccia tosta di scrivere a Flora che ohibò non hai proprio idea di come ci sei finito, nella Città Eterna: “credo di aver sbagliato strada!”, dici testualmente alla pora donna.
(No ma giusto. Tu stai andando a Costaninopoli e sbagli strada, e prima ancora di rendertene conto, ohibò, ti trovi davanti al Colosseo. A me capita di continuo: l’altro giorno dovevo andare al lavoro, ero sovrappensiero, ho sbagliato strada, e son finita a Stoccolma)

***

Per la cronaca, la versione ufficiale sarebbe questa: in teoria, il candido Alfonso voleva andare in Sicilia, ma per ragioni non chiarite (o che comunque io non conosco) il piroscafo su cui avrebbe dovuto viaggiare si trovava impossibilitato a partire. Alfonso si dirige all’Agenzia Viaggi per Palermo per prenotare un posto su un altro vapore, ma ohibò sbaglia strada e va allo sportello dell’Ufficio Diligenze per Roma.
Ora, non mi è chiaro se ‘sto genio abbia semplicemente detto “mi dia il primo biglietto” senza manco controllare dove stava andando, o se, resosi conto di aver perso tre ore in coda allo sportello sbagliato, abbia pensato ‘sai che c’è? A ‘sto punto vado a Roma, e Flora se ne farà una ragione’.
Comunque sia, mi sembra evidente che Flora condivideva un dramma comune a molte sorelle di sventura, cioè essersi messa assieme a un maschio con un senso pratico che rasentava livelli da encefalogramma piatto.

Fatto sta che Alfonso arriva a Roma il 5 gennaio e, nella Città Eterna, soggiorna per un bel po’ di tempo – singolare scelta di autopunizione, per uno che in tutte le lettere a casa continua a ripetere quanto sia ripugnante e antisemita questa orribile città…
Per non parlare poi dal sacrifizio costituito dalla quotidiana frequentazione di quei suoi conoscenti che aveva a Roma, e con cui sistematicamente si dava a cene e passeggiate in compagnia. ‘na barba pover’uomo, e pensate che il misero Alfonso si trascina in questa grama situazione per settimane…

***

Un amico in particolare, impensieriva l’attonita Flora. Era un certo Gustavo, che era stato compagno di scuola di Alfonso prima di trasferirsi in Italia per lavoro.
Io me lo immagino, Alfonso, tutto serio e compito, guardando negli occhi la sua fidanzata e tenendo dolcemente le sue manine: “nonnò amore, ma che, te pare? Figuriamoci se, una volta arrivato in Italia, prendo contatto con Gustavo. Amò. Lo so bene che ti sta antipatico. Non lo farei mai”.
Eppure ohibò ecco un altro tragico imprevisto: oltre ad aver avuto la jella di sbagliare strada e finire a Roma, Alfonso ebbe la jella cosmica di incontrare per strada per puro caso il suo vecchio compagno di scuola.

Mettiamola così: se tutto questo non era un piano premeditato del baldo giovine, la Provvidenza non gli sta facendo fare una gran figura come fidanzato.

***

Riassumendo, lo stato è questo: Alfonso, accidentalmente nella Città Eterna, riceve accidentalmente un invito a cena dalla famiglia di Gustavo.
E rifiuta, eh!
Prima temporeggia, e poi si presenta a casa di Gustavo per consegnare al maggiordomo un biglietto di scuse con cui esprime rincrescimento per non poter accettare l’invito, ma purtroppo ha dovuto anticipare la partenza.

Accidentalmente Alfonso non parla l’Italiano e il maggiordomo non capisce una parola di Francese. Cosicché, lost in translation, il domestico decide che la cosa migliore da fare con un estraneo che bussa al portone dicendo cose incomprensibili in un idioma sconosciuto, sia, ovviamente, farlo accomodare in salotto e annunciare al padrone la visita di un ospite.
(…meno male che all’epoca non c’erano ancora quelli che ti suonano alla porta per vedere la bolletta della luce, sennò sai le comiche in quel palazzo…).

E così Alfonso si trova lì, a faccia a faccia col Nemico Giurato Della Sua Promessa Sposa: e che ti fa?
Giustamente, accetta di fermarsi a cena.

***

Ma cosa aveva fatto a Flora il povero Gustavo, per meritarsi così tanta diffidenza? Le aveva insultato la nonna? Le aveva investito il gatto?
No, peggio: era figlio di un uomo che, da protestante che era, si era recentemente convertito al cattolicesimo. E come tutti i credenti freschi di conversione, era anche particolarmente insistente sul versante apostolato – roba che i Testimoni di Geova ai loro tempi migliori impallidiscono, al confronto.
E infatti, durante la cena, il padre di Gustavo comincia a tempestare Alfonso di domande, provocazioni e punzecchiature. Non dico che rischiarono quasi di venire alle mani, ma dico (perché lo riportano le fonti) che volarono parole pesanti, anche alla presenza di bambini piccoli. Fino a che, “nel tentativo di rasserenare gli animi” (…o quantomeno, così dicono le fonti) il padre di Gustavo sfidò Alfonso con una piccola scommessa: se davvero riteneva che il cattolicesimo fosse solo una superstizione, accettava di indossare una medaglietta della Madonna?
Se era solo un simbolo come tanti privo di alcun valore, mica c’era problema alcuno: no?

Secondo me gli animi si rasserenavano meglio con un bicchiere di amaro, ma mi vien da pensare che quella comitiva avesse un tasso alcolemico già abbastanza alto in partenza, visto che Alfonso accettò prontamente la scommessa… per la qual motivazione?
Cito testualmente dagli scritti autografi di Alfonso: “consentii a prendere la medaglia, come una prova autentica che avrei offerto alla mia fidanzata”, perché “quella scena poteva divenire un delizioso capitolo delle mie impressioni di viaggio”.

Hint per mio marito, casomai stesse leggendo: se io ti prego e supplico e scongiuro di non frequentare più quel tuo amico satanista, e tu ci vai a cena assieme, e accetti che lui ti regali dei simboli satanici che poi mi offri tutto giulivo come delizioso ricordo di viaggio, ecco, in verità ti dico: potrebbe non essere una grande idea.

E insomma, da lì succede tutto il patatrac: vengono tradizionalmente attribuite proprio a quella medaglietta miracolosa, l’apparizione della Vergine, lo shock di Alfonso, la sua conversione lampo.

***

E la povera Flora? Al termine di questa incredibile catena di per lei sciagurati eventi?
Tanto per cominciare, la figliola riceve, il 21 gennaio, una lettera così fantasticamente delirante che vale la pena di riportarla per esteso:

Mia carissima,

Tu starai per credermi pazzo. Tre volte io ti ho annunziato la mia partenza per la Sicilia e Malta, e tre volte, senza potermi dare ragione io stesso di quel che accade in me, succede che, sul punto di partire, Roma mi attrae, Roma mi seduce, Roma mi tiene. […] A Roma, senza maestri, senza libri, ho imparato di più in pochi giorni, anzi posso pur dire in poche ore, di quanto potessi imparare in tutta la mia vita, se non vi fossi venuto. Unisci, mia cara, le tue preghiere alle mie per renderne grazie a Dio.
Tu stupisci, mia Flora, del tono serio e religioso della mia lettera. Essa contrasta in modo meraviglioso e prodigioso con le bestemmie d’ogni fatta, che ho proferite nelle mie lettere precedenti, logica conseguenza della mia irreligiosità e dell’empia atmosfera in mezzo a cui vivevo. Ebbene, Flora mia, è un miracolo nel vero senso di questo vocabolo; è un miracolo inaudito quello a cui debbo un così repentino cambiamento; è per mezzo di un miracolo che si è riempito il vuoto che c’era dentro di me; è per un miracolo che io sono ora il più felice degli uomini…

Ti ripeto, mia cara Flora, che io non sono pazzo… Te lo giuro, le disposizioni improvvise nelle quali mi trovo, non sono dovute che a un miracolo. […] Questo miracolo tu lo conoscerai; io non voglio parlartene oggi, non perché ti creda indegna di conoscerlo, ma perché occorre che tu sia preparata ad aggiungervi fede…”.

(Firmato) Maria Alfonso Ratisbonne

Ora, voi mettetevi nei panni di una povera ragazza che, avendo passato gli ultimi quindici giorni della sua vita a sentirsi vagamente presa in giro da uno che scrive robe tipo “Roma mi attrae, mi seduce, mi tiene”, adesso riceve dal suo promesso sposo ‘sto biglietto inquietante che parla di miracoli che gli hanno radicalmente sconvolto la vita, epperò non voglio parlartene oggi perché poverina non mi sembri pronta.
No, ma io dico.

Il miracolo venne descritto con maggior dettaglio al padre della povera Flora, la quale, messa al corrente dei fatti, ebbe l’unica reazione possibile in quelle circostanze. Pensò:

A) ok, questo è impazzito nel senso clinico del termine
B) alternativamente s’è trovato un’altra, è da giorni che si comporta da idiota nel tentativo di farsi lasciare, e adesso ha pure sganciato la bomba della conversione per darmi il colpo di grazia

La bomba, per il vero, Alfonso non l’aveva ancora sganciata. Sempre rivolgendosi al padre di Flora, il miracolato scriveva poco dopo con angelico candore:

io amo [Flora] di sincero amore, come sempre l’ho amata e amerò. Si presentano due soluzioni: o Flora crederà alla verità di quel che le dirò, o non ci crederà. Se essa ci crede, seguirà necessariamente l’esempio mio; si farà cattolica, il nostro matrimonio avverrà ai piedi dell’altare, davanti a Cristo, e la nostra casa, la nostra felicità, l’educazione morale e religiosa dei nostri figli… attirerà gli altri col nostro esempio.

…no gente, sul serio: un minuto di silenzio per Flora Ratisbonne.
Ma immaginatevi voi nei panni di quella povera ragazza, col fidanzato che parte per un viaggio in giro per il mondo e che dal nulla, senza preavviso, ti comunica, (per posta!), che ha cambiato vita, ha cambiato nome (adesso si firma Maria Alfonso…), ha cambiato religione, e “necessariamente” si aspetta che voi lo seguiate in questi passi.

Ovviamente la famiglia di Flora replicò ad Alfonso con un laconico “ma tu sei scemo”, o qualcosa suppergiù di quel tenore.
E la cosa comica è che Alfonso non si diede manco per vinto: ricevuto lo sconcertato niet da parte della famiglia di lei, ebbe ancora la (ammirevole…) faccia tosta di insistere e di difendersi: “ti giuro, zio, in nome di quanto vi ha di più sacro, che la mia conversione non ha altra causa che un fatto miracoloso… Ti scongiuro, mio caro zio, non mi negar la mia Flora!…”

La poverina, in tutto quel turbinio di sentimenti che doveva avvolgerla in quei giorni, dovette pure accollarsi lo sgradito compito di prendere in mano carta e penna e di scrivere ad Alfonso per fargli capire che, nonostante le sue insistenze, proprio non era cosa. E non una sola volta, dovette scrivere al suo amato!
“Non ti cullare in una inutile speranza”, gli diceva verso metà febbraio; tre settimane dopo doveva ancora rispondere ad altre insistenze: “ora tutto è cambiato: Alfonso di prima è scomparso; Alfonso di oggi, io non posso seguirlo…”.

E mi è solo di parziale consolazione sapere che Flora, qualche tempo più tardi, andò in sposa a un banchiere ebreo che la portò a vivere con sé a Parigi. Nella città del Louvre, la ragazza, ormai diventata Madame Singer, avviò un fiorente caffè letterario da cui influenzò in maniera abbastanza significativa il fior fiore della cultura francese. Toh, guardate qua, ha addirittura una pagina su Wikipedia. È una che conta.
Uno dei miei lettori peraltro mi ha linkato questo bellissimo articolo che parla proprio di Flora e dello shock che la poverina deve aver provato… ma che soprattutto ha il merito di proporre anche una foto della ragazza, un po’ più in là con gli anni:

flora

E Alfonso?
Beh, il finale della storia lo sapete già. Decise di diventare sacerdote – ammettendo peraltro che uno degli sproni iniziali che lo avevano portato a questa scelta era stato il desiderio di smentire i sospetti della sua fidanzata: no, non si era inventato strane storie perché si era invaghito di un’altra donna. E se non poteva avere lei, suo unico e vero amore, almeno poteva dimostrarle di non desiderare nessun’altra al mondo.

Evidentemente non si fece sacerdote solo per quello; ma diciamo che anche quello fu tenuto in considerazione, nelle fasi iniziali del suo discernimento. In una delle sue ultime lettere alla famiglia di lei, scriveva: “se mi si nega Flora, la mia decisione è presa: consacrerò tutta la mia vita a pregare per lei, per voi, e a mortificarmi nel fondo di qualche rigido chiostro”.

…che peraltro, signore che mi leggete: ammettetelo pure voi. Eddai: a suo modo, non è un finale straordinariamente romantico?

Pillole di Storia

[Pillole di Storia] “Per la nostra Regina”

 Per la nostra Regina copertina

“Immagina che sia l’Angelo Custode a offrirti questo foglietto, preparato dalla Madonna SS.” (niente meno!).
Iniziava proprio così la presentazione dell’opuscoletto Per la nostra Regina, uno di quei sussidi di preghiera che, nel primo dopoguerra, venivano distribuiti con grande magnanimità agli studenti di scuole cattoliche, ai ragazzi di oratorio, ai bambini del catechismo…

Vi ricordate? Ne avevo già pubblicati alcuni.

Nel lontano giugno 2013, aveva creato un certo entusiasmo un opuscoletto di Direttive per le vacanze, distribuito a tutti i ragazzini che, abbandonato per le vacanze estive il loro collegio religioso, tornavano a casa a godersi il meritato riposo. Ma ricevevano dai loro maestri alcune raccomandazioni di natura spirituale: preghiera quotidiana, confessione settimanale, devozione del primo venerdì del mese… il tutto, da appuntare in uno schemino creato ad hoc!

Dopo lo schemino per le vacanze estive, era stata la volta dell’opuscoletto sul Maggio santificato grazie a una corona di fior(ett)i che le educande degli anni ’50 erano invitate a offrire a Maria Santissima.

E oggi, faccio il tris proponendo un opuscoletto suppergiù dello stesso tenore: siamo in Lombardia; siamo anche in questo caso nel primo dopoguerra; siamo alla vigilia del mese di maggio, periodo “mariano” per eccellenza.
Come assicurarsi di onorare degnamente “la nostra Regina”, così come titolava l’opuscoletto in questione?
Beh… con una serie di piccoli fioretti quotidiani, da appuntare scrupolosamente su un apposito specchietto:

Trascorri questo mese in suo onore

recitava l’opuscoletto dedicato a Maria,

e sii generoso nel preparare ricchi manipoli di Tesori Spirituali. Accetta l’invito e affida allo specchietto interno le tue vittorie. Il primo tuo fioretto sia la fedeltà nel segnare quotidianamente e sinceramente.

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A metà tra il gioco e la devozione, questo opuscoletto proponeva ai bambini una sfida ben precisa: “scalare la montagna” con le loro buone azioni, fino ad arrivare alla vetta.
E la montagna si poteva scalare – per l’appunto – solo con buone azioni e sacrifici: si “saliva” di un quadretto ogni volta che si faceva la Comunione, ogni volta si recitava una decina del Rosario, ogni volta che ci si mortificava con un fioretto…

In particolar modo, l’opuscoletto proponeva ai bimbi una vasta gamma di fioretti da cui trarre ispirazione, per la loro mortificazione quotidiana. Ad esempio:

Farò bene la genuflessione entrando in chiesa, dicendo la giaculatoria: Gesù, vi adoro presente nel SS. Sacramento.

Farò bene il segno di croce, entrando e uscendo di chiesa.

Passando vicino a una chiesa, saluterò Gesù.

In onore della Madonna, farò l’elemosina a un povero.

In onore della Madonna, mi priverò di una parte di frutta.

Sarò ubbidiente in casa e a scuola.

Procurerò di essere veritiero anche durante il gioco.

Reciterò il S. Rosario per i miei morti.

Reciterò il S. Rosario per i miei cari.

Via tutto ciò che può offendere la purezza!

Mi sforzerò di stare ben composto in classe e in chiesa.

Metterò particolare impegno nello studio e nell’esecuzione dei compiti.

Oggi mi sforzerò di dare il buon esempi in tutto.

Visita a Gesù Sacramentato, pregando per la conversione di un peccatore.

Oggi offirò a Maria SS. qualche mortificazione di gola, per il trionfo della Chiesa e del suo Capo, il Papa.

Incontrando un sacerdote, un religioso o una suora, oggi lo saluterò così: sia lodato Gesù Cristo!

Altri tempi, certamente; ai nostri giorni, molti di noi troverebbero persino eccessivo un giochetto del genere; forse, non avrebbero piacere di proporlo ai loro figli. Eppure, io trovo così irresistibilmente dolce l’immagine di un bimbetto in calzettini e calzoncini corti che, la sera, prima di andare a dormire, appunta sul foglietto i suoi successi, esultando, perché di giorno in giorno si vede sempre più vicino alla vetta!

Destinazione finale di questi foglietti? L’ultimo giorno del mese, andavano bruciati, o nel caminetto di casa propria o – per i più fortunati – in un braciere acceso in apposita cerimonia nel cortile dell’oratorio.
Bruciando, il foglietto avrebbe portato con sé il segreto dei successi e degli insuccessi del bambino… e il fumo della carta che bruciava, raggiungendo il cielo, avrebbe strappato un sorriso a Maria Santissima, commossa e intenerita dai dolci sacrifici dei suoi figli.

Pillole di Storia

La Madonna? Profuma di cannella

Non ricordo, di preciso, quale libro stessi leggendo quando ho fatto la scoperta: la Vergine Maria profuma di cannella.
Ricordo benissimo, però, la reazione che ho avuto alla notizia: un sorriso da parte a parte, di quelli che nascono dal cuore. La cannella è, da sempre, uno dei miei profumi preferiti; mi basta sentirne un aroma lontano, che nella mia mente si formano immediatamente immagini di salotti tiepidi illuminati a festa nel freddo inverno; torte di mele che lievitano in forno; biscottini di Natale pronti per essere offerti ai parenti che vengono a far visita. Il “mio” profumo invernale per eccellenza sa di cannella e di un sacco di altre cose buone… e ricordo di aver sorriso come una cretina, al pensiero di Maria che, prima di uscir di casa, prende in mano la boccetta dorata e si spruzza lo stesso profumo.

Ebbene sì.
Non so cosa possano testimoniare, sull’argomento, le veggenti che hanno avuto il dono di vivere un’apparizione mariana… ma posso sicuramente dire che gli uomini del Medioevo manifestavano un consenso unanime: la Madonna emana il profumo della cannella.
E con lei, anche tutti i santi del Paradiso, sol per quello.

Non si sa di preciso come sia nata quest’associazione – che, peraltro, è anche molto curiosa, visto che, nel Medioevo, la cannella era ritenuta un potentissimo afrodisiaco: quasi una spezia che porta alla lussuria.
Uno sarebbe portato ad aspettarsi un’associazione diversa: chessò, un dignitoso profumo di fiori; un più ieratico aroma di incenso. Ma invece no: gli uomini del Medioevo erano concordi – la Madonna, il Paradiso, e tutti coloro che vi abitano, profumano del profumo delizioso della cannella.

Chissà perché proprio la cannella, poi, fra tutte le spezie che esistono nel vasto mondo.
D’accordo, è citata in alcuni passi della Bibbia: nell’Ecclesiaste si dice che la Sapienza sparge tutt’intorno il suo profumo, così come fanno la cannella e la resina degli alberi; nel Cantico dei Cantici, il vento sparge profumo di cannella e di spezie nel giardino della sposa, mentre lei, impaziente, attende il suo amato.
Aggiungiamoci pure che la cannella ha un profumo molto caratteristico, difficilmente confondibile con quello di altre spezie, e non trascuriamo l’ovvia considerazione che, nel Medioevo, le spezie erano preziose e ricercate non banali ingredienti da cucina che le nonne versano nell’impasto per insaporire la torta alle mele.
Ma forse, la popolarità della cannella quale “spezia del Paradiso” deriva dalla figura mitologica dell’araba fenice: ebbene sì. La leggenda dell’uccello che rinasce dalle proprie ceneri cominciò molto precocemente ad essere letta, in ambito cristiano, come una metafora della resurrezione di Cristo. E caso vuole che, secondo il mito, la fenice muoia abbandonandosi alle fiamme, in un nido fatto di mirra… e di rametti di cannella.

Sarà per questo, sarà per gli strani scherzi della Storia, ma la convinzione nasce, si radica nell’immaginario collettivo, e sopravvive, tenace, per diversi secoli. Il proverbiale odore di santità che accompagna la Vergine Maria è unanimemente identificato come aroma di cannella; ha lo stesso profumo anche il sangue di Gesù Cristo, spesso paragonato al vino speziato che il padrone di casa versa generosamente nelle coppe dei suoi ospiti, senza chiedere nulla in cambio.
Il profumo di cannella diventa un topos di numerosissime agiografie: i santi martiri bruciati sul rogo non emanano cattivo odore, ma anzi profumo di spezie e di incenso; i macilenti santi bassomedievali, costretti a letto da una malattia o immobilizzati in una cella sporca per la loro scelta eremitica, non sanno di “corpo malato” – profumano anzi di cannella.
E profuma di spezie anche il Paradiso stesso: lo dice esplicitamente l’apocalisse apocrifa di Pietro; il popolarissimo Libro di Enoch rincara la dose, precisando che, in Paradiso, si sparge un delizioso profumo di spezie tutte le volte che gli angeli sbattono le ali.

L’immagine, indubbiamente suggestiva, fa presa nell’immaginario medievale: si fa strada l’idea che, giunti in Paradiso, i beati saranno ricompensati per la loro buona condotta con un eterno banchetto celeste al cospetto dell’Onnipotente.
Piatto forte? Cibo prelibato di ogni genere, aromatizzato con cannella e spezie: ingredienti, questi, amatissimi dal gusto medievale.

***

È solo una piccola curiosità pour parler, che lascia il tempo che trova. Ma a me ha scaldato il cuore fin dalla prima volta che l’ho letta, e continua a far sorridere come una cretina tutte le volte che ci penso – soprattutto di questi tempi, nei giorni di Natale.
Perché mi piace così tanto immaginare il Paradiso come una grande casa piena di luce decorata per le feste, con una grande famiglia felice e in armonia in cui tutti quanti i figli, finalmente, si radunano attorno alla loro Mamma… e, per festeggiare, preparano assieme a lei i biscottini alla cannella riservati alle grandi occasioni.

Cose cristiane

La Nuova Eva

A Torino, in queste settimane, è in corso una mostra che s’intitola #Presepio. Proprio così, con l’hashtag. A sottolineare “la volontà di rendere attuale il tema, con la compresenza in mostra di raffigurazioni più antiche della Natività, insieme […] alle più innovative interpretazioni contemporanee”.

Diciamo le cose come stanno: io non amo l’arte contemporanea.
Quando voglio fare l’erudita, motteggio che “non la capisco”.
Quando sono più in confidenza, fra amici, dico chiaro e tondo che l’arte contemporanea mi sembra brutta. Semplicemente, banalmente, oggettivamente brutta.
Ma brutta proprio.

Bene: la mostra sui presepi allestita a Torino si è aggiudicata un singolare primato nei fatti della mia vita, essendo stata la prima mostra d’arte in tutta la mia esistenza ad avermi colpita con qualche pezzo d’arte contemporanea che… beh: mi ha colpita.
Lo sconvolgente episodio ha sconquassato le mie certezze al punto tale da spingermi a condividerlo sul blog… e quindi, quest’oggi vorrei mostrarvi una delle opere che hanno catturato la mia attenzione.

A primo sguardo, entri nella sala e te lo vedi lì: è una specie di cartellone pubblicitario attaccato al muro con delle puntine da disegno. Ti avvicini e leggi la didascalia, e scopri che effettivamente i cartelloni pubblicitari c’entrano per davvero: l’artista, Paolo Leonardo, “utilizza manifesti pubblicitari “rubati” dalle affissioni per strada, come supporto e pre-testo su cui dipingere”. Già Mimmo Rotella faceva qualcosa di simile, spezzettando manifesti pubblicitari e poi ricomponendoli in una specie di collage cubista; Paolo Leonardo, invece, fa un altro lavoro ancora: piglia il manifesto pubblicitario, lo stacca, e poi ci dipinge sopra. Dandogli una nuova profondità, attribuendogli un messaggio e un significato.

Ho cercato qualche informazione in più sull’artista e ho trovato questa pagina, dove si sottolinea come Leonardo non utilizzi per la sua arte tutti i manifesti pubblicitari che gli capitano a tiro, indistintamente – no, lui “se la prende” solo con quei manifesti pubblicitari che fanno un uso stereotipato del corpo femminile, riducendo la donna ad una “donna oggetto”.
Nella pagina che ho citato, l’artista dichiarava: “non sopporto che l’orizzonte della mia città sia invaso da immagini pubblicitarie, da questi volti e corpi che rappresentano la donna, ma allo stesso tempo li banalizzano stereotipandoli e riducendoli a merce”. E allora, che fare? “Per la prima volta in una notte del 1994 ho strappato due grandi manifesti: i volti di una donna. Dopo averli modificati con un intervento pittorico di stile espressionista, li ho ricollocati abusivamente negli espositori stradali pubblicitari, così è iniziato tutto, cosi faccio ancora adesso per le strade in Italia e all’estero. Attraverso il filtro della pittura le foto vengono definitivamente investite dalle mie emozioni. […] È attraverso la pittura  che l’ immagine si riscatta, ritorna ad avere una propria dignità”.

Che la dignità femminile sia molto spesso vilipesa, e che fin troppe donne se la lascino vilipendere in virtù del fatto che “beh, così fan tutte”, è una cosa che, come saprete, mi sta abbastanza a cuore mi fa proprio venire il sangue amaro.
Quindi, già anche solo sulla carta, non potevo che essere colpita da un’operazione di questo genere: perché prendere un’immagine di donna mezza nuda, in posa sexy, con lo sguardo ammiccante, e rivestirla dandole nuova vita e nuova profondità… beh: è una cosa bellissima. È un messaggio che mi sta molto a cuore.

Ma il quadro che ho visto in mostra a Torino mi ha colpita, se possibile, ancor di più… perché il soggetto raffigurato (nell’opera finita; non nel manifesto pubblicitario di partenza) non era una donna normale.
Era la Vergine Maria.

L’artista aveva preso un manifesto pubblicitario rappresentante una donna oggettificata, ridotta a merce, e l’ha trasformato in un ritratto della Madonna.

Chissà qual era la funzione originaria del manifesto. Chissà cosa stava facendo, la modella ritratta in foto.
Vista l’inquadratura, io me la immagino con una profonda scollatura, i capelli mossi dal vento, un gloss traslucido sulle labbra, a pubblicizzare chissà cosa. Gioielli preziosi, profumi, una linea di make up…?
E adesso eccola qui, quest’immagine vuota e fine a se stessa: vivificata e riempita di dignità, fino al punto da diventare un ritratto della Vergine.

Mentre contemplavo quest’opera, qualcosa mi diceva che non avrei trovato modo migliore per “celebrare” sul blog la festa odierna…

"Madonna" - Paolo Leonardo, 2004
“Madonna” – Paolo Leonardo, 2004
Cose cristiane · Pillole di Storia

“Un fiore offerto giornalmente a Maria”: il maggio mariano dell’educanda

Sorvoliamo pietosamente sul fatto che mi sono di nuovo ammalata (dopodiché ho gettato la spugna e ho deciso di passare Settimana Santa e vacanze di Pasqua lontana da Internet).
Sorvoliamo pietosamente su tutto ciò, dicevo, e soffermiamoci sul fatto che sta per iniziare il mese di maggio e io ho cominciato a star male all’Epifania, e maggio è il mese della Madonna!!
Avete già deciso come viverlo al meglio?
Se siete in cerca di consigli siete capitati nel posto giusto, perché… beh… io, qualche idea ce l’avrei…

Maggio santificato 1

La scorsa estate eravate rimasti così entusiasti di quelle “direttive per le vacanze” che avevo pubblicato su queste pagine: vi ricordate?
Si trattava di un piccolo opuscoletto risalente al 1942, che veniva distribuito, a fine anno scolastico, a tutti gli studenti iscritti alle scuole e ai collegi cattolici. All’interno dell’opuscoletto, si trovavano alcuni “consigli” sul modo più fruttuoso di impiegare le vacanze estive: venivano ricordate ai ragazzini le feste religiose a cui prender parte, venivano suggerite alcune buone azioni per tenersi occupati durante l’estate… e, come se non bastasse, veniva fornito un vero e proprio “registro delle buone azioni” in cui appuntare, di volta in volta, tutti i fioretti effettivamente compiuti.
Ché, talvolta, veder scritti “nero su bianco” tutti i tuoi meriti e i tuoi difetti aiuta (anche proprio a colpo d’occhio!) a fare un esame di coscienza ancor più obiettivo.

Ecco. Le “direttive per le vacanze”, la scorsa estate, avevano riscosso un grande successo. E in effetti, sono deliziose: così retrò e così innocenti, ricordo di un tempo lontano che sembra esser scomparso.
E insomma: queste “direttive per le vacanze” eran piaciute così tanto che mi sembrava valesse la pena di pubblicare qui anche il loro omologo mariano… ovverosia, un “piano di vita” per quelle fanciulle intenzionate ad onorare la Vergine nel mese a Lei dedicato.

Siamo a Varese, nel 1949. La Tipografia Arcivescovile dell’Addolorata pubblica questo opuscoletto, che, negli ultimi giorni del mese d’aprile, viene capillarmente distribuito in tutte le scuole femminili, in tutti i collegi di suore, in tutti i centri ricreativi cattolici. Il destinatario-tipo sono le adolescenti, e lo scopo dell’opuscoletto è presto chiarito: fornire a queste ragazze una “traccia” su come vivere santamente il mese di maggio.
In una sorta di “calendario dell’Avvento” in salsa mariana, l’opuscoletto propone trentun fioretti da offrire a Maria – uno al giorno, per trentun giorni, fino alla fine del mese mariano. Ed anche in questo caso non manca il “registro delle buone azioni” – di giorno in giorno, le ragazze avrebbero potuto appuntare quali e quante devozioni avevano effettivamente offerto a Maria: Comunione, giaculatorie, fioretti, recita del rosario…

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In tutta sincerità: adoro questo opuscoletto.
Lo adoro soprattutto perché trovo che proponga fioretti e devozioni tutto sommato “molto soft”, così soft da risultare effettivamente fattibili persino agli occhi dei più svogliati. Non si tratta di diktat tipo “rosario quotidiano, Angelus tre volte al giorno, Comunione tutte le mattine”, e così via dicendo: no, l’opuscoletto si limita a richiedere piccoli e modesti fioretti quotidiani. Niente di impossibile, robe da poco: è un piano di vita così fattibile che… “quasi quasi, ci provo davvero!”.

Anzi: in effetti, quasi quasi ci provo anch’io!
E se, a questo punto, foste curiosi di saperne di più… ecco a voi una foto (orrenda) di questo “piano di vita” per il mese mariano.

Fare click sull'immagine per visualizzarla in formato ingrandito. Quanto alla fotografa, ella desidera scusarsi per la qualità pietosa di questo scatto: credetele, se vi dice che è stato effettuato in condizioni veramente PRECARIE.
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1° Domanderò alla Madonna la pratica che desidera da me durante questo mese, e gliene offrirò generoso proposito

2° Mi esaminerò come ho incominciato l’adempimento della promessa fatta ieri, e, rinnovandola, dirò tante “Ave Maria” quante furono le mie mancanze.

3° Nessun peccato veniale: avvertito!

4° Oggi mortificherò la gola: nulla fuori di pasto, né cibo né bevanda

5° Mai una bugia: la verità oggi e sempre!

6° Sacrificherò a Maria le piccole vanità dei discorsi, degli atti, della persona

7° Adempirò ogni dovere con esattezza e rettitudine d’intenzione

8° Passando davanti all’immagine della Vergine, La inchinerò con amore dicendo: “Ti saluto, o Maria! Saluta il tuo Gesù da parte mia!”

9° Mi renderò abituale la recita intelligente e riflessiva dell’Angelus Domini: alle tre salutazioni farò corrispondere tre propositi di purezza, di obbedienza e di mortificazione e li metterò in pratica

10° Vincerò la prigrizia che è il corrosivo di ogni energia: sempre la prima al dovere

11° Mi guarderò dalla vana gioia e dal riso smoderato

12° Eserciterò in ogni occasione l’apostolato del buon esempio

13° Per amore di Maria non perderò neppure un minuto di tempo

14° Qual è la cosa che alimenta di più il mio amor proprio? La estirperò coraggiosamente per onorare Maria

15° Ubbidirò con gioia ed agilità per imitare la Madonna

16° Uscirò una gentilezza speciale a quella persona che mi ha offeso e verso la quale sento antipatia e rancore

17° Tacerò e cederò con amabile naturalezza

18° Per imitare Maria, metterò in ogni atto della vita un grande amore per Gesù!

19° Pazienza e calma, sempre!

20° Oggi mi chiederò ad ogni ora: “Che farebbe la Madonna al mio posto?”, e seguirò le sue orme luminose.

21° Al tocco delle ore reciterò l’Ave Maria e mi getterò nelle braccia della Madonna affidandole il mio giglio!

22° Non parlerò di me né in bene né in male: non mi giustificherò, anche se accusata a torto

23° Lascerò cadere con semplicità e naturalezza una parola buona nel cuore di tutti coloro che oggi avvicinerò

24° Oggi reciterò il Rosario con gran divozione e, affinché le mie labbra siano meno indegne di parlare a Maria, schiverò le parole oziose e non conformi alla carità

25° Eviterò gli sguardi inutili, specialmente durante la preghiera

26° Offrirò alla Madonna i fiori delle mie piccole pene quotidiane, senza che altri li abbia fiutati

27° Onorerò le cinque lettere del nome di Maria offrendole una mortificazione per ogni senso

28° Bacierò la mia Croce ripetendo il Fiat di Gesù e l’Ecce Ancilla di Maria.

29° Non dirò mai di “no” alle delicate ispirazioni della Madonna.

30° Buon viso anche a cattiva sorte: mai un lamento, mai uno scatto, per imitare la soavità della Madre mia.

31° Per frutto del Mese di Maggio, presenterò alla Madonna il proposito di non scoraggiarmi mai e di cominciare ogni giorno da capo, sempre tenace nel proposito di diventare buona e di farmi santa.

Casomai qualcuno fosse intenzionato a seguire queste direttive prendendo il “pacchetto completo”, l’opuscoletto era arricchito da tre preghiere speciali da rivolgere a Maria, in vari momenti della giornata:

Supplica mattutina alla Vergine

O Maria, siimi propizia in ogn’istante di questo giorno che io voglio passare sotto il tuo purissimo sguardo: siimi propizia nella mia vita di collegio, che io voglio trascorrere nella castità del cuore e dei sensi, sotto l’impulso delle sante verità che mi vengono insegnate; siimi propizia nel combattimento quotidiano per migliorar me stessa, affinché ogni sera possa rposare sul tuo Cuore lieta delle vittorie riportate. Così sia.

Il saluto della sera alla Vergine

Prima d’andarmi a riposare, a Te rivolgo il mio saluto e la mia preghiera, o Madre mia immacolata. Tu sei, è vero, la stella del mattino, ma sei pur anche il sussidio di chi t’invoca a vegliare sui propri sonni e sui propri riposi. Deh! vieni, o Madre mia Immacolata, diffondi le tue grazie sul mio letto, spargi i tuoi fiori castissimi intorno a me, fa che i miei sogni siano d’innocenza e di virtù, affinché svegliandomi di nulla debba arrossire, ma possa coi primi palpiti del cuore salutare piena di confidenza Te e l’Eucaristico mio Gesù. Così sia.

Preghiera quotidiana per mantenermi pura

Maria, giglio prodigioso di candore, fa gustare alla povera anima mia la tua celestiale attrattiva, innamorami della tua illibata purezza e serbami intemerata come gli angeli del Cielo.
Allontana dalla mia immaginazione qualunque incanto diabolico, governa il mio cuore, sostieni la mia volontà, non permettere giammai che nell’abito, nel linguaggio, nelle letture, nel tratto e nei divertimenti io ceda alle lusinghe del piacere. Poni a custodia della mia purezza la mortificazione dei sensi, rendimene facile la pratica con la S. Comunione quotidiana e con la divozione al tuo Rosario, fa che io sia sempre e dovunque la piccola apostola della bella virtù, onde possa conquidere le anime ai casti ideali cristiani nel completo dominio della volontà sulla legge bruta dei sensi.
Benedici, o Maria Immacolata, questa mia aspirazione angelica, portala in cielo e fa che sia per te e per Gesù gioconda ed eterna consolazione. Così sia.

Altri tempi, sì. Decisamente, erano altri tempi.
Ma studiare la Storia mi piace proprio per questo: per scoprire queste chicche… e per farle scoprire agli altri!

Pillole di Storia · Vite di Santi e Beati

[Ma che sant’uomo!] La monaca di Watton

Aelred di Rielvaux si lasciò scappare un mugolio di disperazione. “No, aspetta, non dirmelo. Non dirmelo. Vediamo se indovino. È successo al priorato di Watton”.
Il segretario abbassò lo sguardo con aria imbarazzata. “Ehm. Proprio così, signore”.
Aelred alzò gli occhi al cielo, come ad invocare un po’ di pazienza. “Ma ci credo”, sbottò. “In nome del cielo, si poteva anche immaginare. Ma a te, a naso, verrebbe mai in mente di far convivere, praticamente nello stesso edificio, un gruppo di giovani suore e un gruppo di giovani canonici?”.
Il segretario continuò a fissarsi la punta degli stivali. “Ehm…”.
“Ed è proprio una cosa generalizzata, eh!”, continuò Aelred. “Ho già convocato il fondatore dell’ordine, gli ho già fatto presente che una situazione del genere espone a pericoli tremendi: gli ho spiegato che ne va del buon nome della sua fondazione, gli ho spiegato che la paglia vicino al fuoco brucia e che la situazione non è sostenibile… e lui, testa dura, continua sulla stessa strada. Le suore si dedicano alla vita contemplativa e i canonici maschi le aiutano nei lavori pesanti, dice. Io non so come possa essere così incapace di vedere i rischi”.
“Sì, ehm”. Il segretario tossicchiò, forse per farsi coraggio: “nello specifico, in questi mesi, i canonici maschi avevano lavorato proprio nei locali del convento delle suore, diverse ore al giorno, per far lavori di muratura”.
Aelred si nascose il viso fra le mani, sospirando.
E”, si fece forza il segretario, “la suora in questione, forse, non era davvero vocata a questa vita. Qui, nella lettera, si parla di una ragazza che era entrata in monastero quando aveva quattro anni, come oblata, e che adesso sarebbe in età da marito”.
Fantastico”, commentò Aelred con sarcasmo: “mi sembra proprio il mix perfetto. E io cosa c’entro, in tutto questo?”.
Il segretario tossicchiò di nuovo: era visibilmente imbarazzato. “Ecco: abbiamo ricevuto questa lettera da parte di Gilbert di Sempringham… il fondatore dell’ordine, insomma. Nella sua pergamena, Gilbert ammette che la situazione gli sta sfuggendo di mano e vi implora di intervenire, di indagare… voi che avete più esperienza, che siete a capo di un’abbazia da tanti anni…”.
Poco ci mancò che Aelred scoppiasse a ridere. “Devo indagare? Cioè, vuole che gli spieghi nei dettagli cos’è successo?”.
. Cioè. No! Nel senso”. Il segretario era diventato leggermente violaceo. “È che la storia non finisce qui. Ci sono state delle complicanze”.
“Oh misericordia. Peggio ancora di così?”.
“Purtroppo sì, signore. Perché le consorelle a un certo punto si sono accorte degli incontri clandestini fra la monaca e questo canonico, al che le hanno parlato e le hanno ingiunto di smettere. E poi immagino che la ragazza abbia confessato i suoi peccati e abbia fatto penitenza, comunque fino a quel punto se la son sbrigati da soli nel convento”.
Eh. E dunque?”.
Il segretario prese un profondo respiro. “E dunque, dopo qualche tempo la monaca di Watton s’è scoperta incinta”.
“Oh, Signore”, sussurrò Aelred.
“E a quel punto, stando alla lettera, le consorelle sono un po’ uscite di testa. Perché dicevano che una suora incinta gettava infamia su tutto il monastero, attirava l’ira di Dio sulla comunità, era una vergogna per il buon nome… insomma, alcune hanno proprio dato fuori di matto e hanno proposto di uccidere la suora incinta. Poi è intervenuta la frangia più moderata della comunità, che ha deciso di tenere con sé la consorella mettendola in stato di semi-reclusione”.
“Ehm. Già meglio…”, mormorò Aelred, a voce bassa.
“Sì, ehm. Diciamo che poi le consorelle fuori di testa sono andate a cercare il padre del bambino, e l’hanno trovato, e hanno costretto la suora incinta a castrarlo pubblicamente davanti a tutti per punizione di quello che aveva fatto…”.
Ma in nome del cielo!!”.
“Ehm. Comunque lui sta bene. Cioè, è sopravvissuto. Ma il problema è un altro, cioè che hanno piazzato ‘sta suora incinta in una celletta isolata in cui vive in uno stato di semi-reclusione, a metà fra la penitenza e la punizione e la prevenzione di altri gesti sconsiderati, che Dio non voglia!… solo che, ehm, adesso la suora non è più incinta”.
“Cioè, ha partorito?”, domandò Aelred.
“No, no! Non ha partorito. È proprio che non è più incinta”.
Aelred sgranò gli occhi, orripilato. “Mi stai dicendo che si è procurata un aborto?!”.
No! Cioè: è quello che si stanno chiedendo tutti, a quanto pare. Era già in stato avanzato di gravidanza: la sera prima aveva il pancione, il petto gonfio, tutti quei segni esteriori della gravidanza, e la mattina dopo era tornata alla normalità, come se niente fosse successo, e del bambino non c’era traccia. Lei asserisce di non aver fatto assolutamente nulla, e di non sapere dove sia suo figlio”.
Sant’Aelred di Rielvaux guardò a lungo il suo segretario, che coraggiosamente ricambiò lo sguardo tenendo in mano la lettera. “È stato appunto in questo frangente che il fondatore dell’ordine ha richiesto l’aiuto di qualcuno con più esperienza, signore”.

***

L’abate di Rielvaux si inginocchiò davanti alla monaca di Watton, guardandola con dolcezza. Sembrava così incredibilmente piccola e spaventata, presa in mezzo a questa storia orribile e decisamente più grossa di lei. Aveva gli occhi rossi di chi ha pianto a lungo, e stava seduta su un pagliericcio nella sua piccola celletta. Un grosso catenaccio le stringeva il polso sinistro, impedendole di scappare.
Aelred guardò la suora negli occhi, e accennò un sorriso per rassicurarla. “Dov’è il tuo bambino, sorella?”, le chiese a bassa voce.
Gli occhi della suora si riempirono di lacrime, di nuovo. “Io non lo so, signore! Io non lo so, ve lo giuro su quanto ho di più caro al mondo!”.
Aelred aprì la bocca e poi la richiuse senza aver detto niente, cercando disperatamente qualcosa di sensato da fare a quel punto. “Sorella, ehm”, iniziò molto cautamente. “Come è possibile che non lo sappiate? Voglio dire”, ed esitò: “eravate incinta, e siete chiusa in una stanza con un catenaccio che vi inchioda alla parete… come è possibile che di punto in bianco…?”.
La monaca di Watton abbassò lo sguardo, singhiozzando.
“Nessuno qui vi accusa di niente”, disse Aelred velocemente: “o quantomeno, io non vi accuso di nulla, non vi conosco e vi do credito di fiducia: sono stato inviato qui apposta per capire. Solo che, se voi non ci spiegate…”.
La monaca singhiozzò: “io l’ho già spiegato, ma nessuno mi crede!”.
“Ma può darsi che vi creda io, sorella”, ribatté Aelred a bassa voce. “Coraggio”.
“È stato Henry Murdac, signore. È venuto nella mia cella”, singhiozzò la suora, “e ha portato con sé il bambino, dicendo che con lui sarebbe stato al sicuro, e che tutto sarebbe andato bene”.
Seguì un silenzio di dieci secondi abbondanti. Aelred fissò la suora, che dal canto suo teneva lo sguardo fisso sul pagliericcio del suo letto.
Henry Murdac”, ripeté infine sant’Aelred, lentamente.
“Sì, signore. Il vescovo di York”.
Ci fu un altro lungo silenzio. “Henry Murdac è morto, sorella. Da anni”, disse Aelred con cautela.
“Lo so”, fece la monaca rincominciando a piangere. “È stata un’apparizione: è venuto nella mia cella, di notte, per due volte; risplendeva di luce. La prima notte mi ha rassicurata, ha detto che sarebbe andato tutto bene e di prepararmi, e con un tocco ha spezzato la catena che mi legava il braccio destro”; ed effettivamente indicò, per terra, un moncone di catena che sembrava essersi rotta in due. “La notte successiva è tornato” – e gli occhi della suora erano pieni di lacrime – “ed era in compagnia di due donne, anch’esse splendenti di luce: una di loro, forse, era la Vergine Maria”.
Aelred sgranò gli occhi: “attenta a quello che dici, sorella”.
Dico il vero!”, insisté la suora. “Loro…”. Prese un respiro profondo. “Mi sono improvvisamente sentita sgravata, ed ecco che una delle due donne teneva fra le sue braccia il mio bambino. Il vescovo Murdac mi ha detto che non ci sarebbe mai stato spazio, nel convento, per il bambino, e che io sarei stata costretta a fuggire col neonato subito dopo il parto, accompagnata da uno scandalo che mi avrebbe seguita per sempre. Ha detto che la situazione era troppo delicata, e che io ed il bambino avremmo fatto una brutta fine, abbandonati a noi stessi. E quindi ha detto che avrebbe provveduto a portare il bimbo in un posto dove sarebbe stato meglio… io vi giuro, mio signore, che non ho fatto assolutamente niente al bambino: l’ho visto e l’ho baciato, era sereno, se ne stava accoccolato fra le braccia della signora splendente di luce… stava bene…”.
Per la seconda volta nell’arco di pochi minuti, Aelred boccheggiò alla disperata ricerca di qualcosa da dire.
“Il vescovo Murdac era sempre stato il mio protettore, per così dire”, insisté la suora fra le lacrime. “Era lui che mi aveva portata al convento quand’ero bambina, quand’ero rimasta sola. È tornato tante volte a visitarmi, finché è stato in vita… e forse, anche dopo la morte ha voluto prendersi cura di me…”.
Aelred si passò una mano fra i capelli, cominciando a presagire che quella sarebbe stata una lunga, lunga storia.

***

Una mezz’oretta più tardi, l’abate di Rielvaux era a colloquio con la madre superiora del monastero. “Non è possibile”, domandò cautamente, “che la ragazza abbia partorito durante la notte, e che qualcuno abbia provveduto a portare via il neonato?”.
“No. Lo escludo”. L’anziana suora sembrava categorica. “Io stessa custodisco le chiavi della cella in cui è reclusa: nessuno avrebbe potuto entrare e uscire da quella stanza senza avvisarmi”.
“Ecco: a proposito del trattamento vergognoso riservato alla sventurata ed al suo amante, si potrebbe aprire un capitolo a parte. Lodo il vostro zelo e apprezzo il vostro sdegno, ma tutto questo non è tollerabile. Ma per ora mi preme capire cosa ne è stato del bambino”, sospirò sant’Aelred, ed esitò. “Ed è possibile – scusate la domanda, ma sono obbligato a chiedere – è possibile che qualche consorella, nel corso di questi mesi, sia riuscita a far scivolare nel cibo della ragazza qualche… erba in grado di causare l’aborto…?”.
No! In nome del cielo, no! Non posso nemmeno immaginarlo!”.
“E del resto” insistette l’uomo, cautamente, “entrando nella cella la mattina dopo, voi non avete trovato dei… resti… dei segni di sangue…?”.
No”, ripeté la suora. “Anzi: abbiamo ordinato alla consorella di spogliarsi; dovevamo capire. Il suo ventre era piatto e liscio, e il suo seno era tornato quello di una ragazza che non ha mai avuto latte”.
Aelred soppesò le parole della suora, lanciando un’occhiata al crocifisso appeso al muro. “Avete mai preso in considerazione l’ipotesi che la ragazza dica la verità?”, domandò piano.
La madre superiora batté i pugni sul tavolo per lo sdegno. “Che la Vergine Maria sia venuta a prendere il bambino di una suora rimasta incinta dopo aver infranto il voto di castità assieme a un frate, e che contestualmente abbia liberato la peccatrice dalle catene che la legavano alla cella? Come se la sciagurata fosse una povera vittima innocente?!”.
Aelred accennò un mezzo sorriso. “Forse, la Vergine Maria non condivideva il trattamento che avevate in mente di riservare alla ragazza e al suo bambino?”.

***

Nessuno, al priorato di Watton, riuscì mai ad appurare cosa fosse successo davvero quella notte. Del resto, i miracoli non si provano con una indagine razionale.
Certo è che, nella notte successiva, lo stesso Aelred inviò alcune sentinelle a sorvegliare, dall’esterno, la cella della reclusa, per controllare che la suora non avesse trovato un qualche modo per comunicare con l’esterno.
Nessuno entrò e nessuno uscì dalla cella, quella notte: le sentinelle di Aelred furono pronte a giurarlo.
Di conseguenza, nessuno comprese mai come fosse stato possibile che, la mattina dopo, all’interno della cella, fosse scomparsa nel nulla anche la seconda catena che, fino a poche ore prima, aveva avvinto il polso sinistro della suora.
“È stato il vescovo Murdac!”, spiegò la monaca fra i singhiozzi, senza nemmeno avere il coraggio di allontanarsi da quel letto in cui era stata confinata. “Dovete credermi, io non ho fatto niente! Il vescovo ha detto che adesso ero libera: libera di cominciare una nuova vita, perché il mio peccato era stato perdonato!”.

Nessuno, al priorato di Watton, poté mai confermare le parole della ragazza – ma, del resto, qualcosa di inspiegabile era accaduto, in quelle notti. E immaginando che il Signore avesse scelto quei segni per manifestare la sua volontà, le monache di Watton agirono di conseguenza.

***

La monaca di Watton è stata, per così dire, la prima “storia bizzarra di buffi fatti medievali” che io abbia mai letto in assoluto. Frequentavo, all’epoca, la prima liceo classico; e la storia della suora incinta era inclusa in una raccolta di leggende medievali che mi era stata regalata per Natale da un amico di famiglia.
Avrò avuto sedici anni, all’epoca; e, all’epoca, avevo riso molto per la trucida descrizione del modo in cui le suore di Watton avevano costretto all’evirazione il canonico libidinoso. Ché si è trattata di una lunga e trucida tortura dettagliatamente descritta a pro’ dei posteri, veh!
A distanza di quasi dieci anni, ripensando a questa storia, sono molto più colpita da un altro particolare. Forse meno trucido, ma più significativo: questa sconcertante misericordia.

Innanzi tutto: la storia della monaca di Watton è “vera”, per così dire. Nel senso: ce la descrive proprio sant’Etelredo di Rielvaux, rievocando un episodio che, a suo dire, gli era realmente accaduto qualche anno prima: forse nel 1159; forse nel 1164. Comunque, in un’epoca abbastanza antica: in quegli anni, non è che si andasse tanto per il sottile con le suore (!) fornicatrici (!) che rimanevano incinte (!) di un canonico (!). Nel suo scritto, Etelredo di Rielvaux critica la durezza con cui i due peccatori erano stati trattati dai confratelli… però mi sa che era lui ad essere in minoranza: mi sa che l’atteggiamento comune, nei confronti di due peccatori di questo calibro, era comunque abbastanza impietoso, all’epoca. Per non parlare poi della reazione del popolino: immaginate lo sdegno, le battutacce, lo stigma su chi ha peccato e/o su chi ha messo i peccatori nelle condizioni di peccare!
E invece, Etelredo di Rielvaux – evidentemente, sentendone il bisogno – se ne esce con questa strana storia di misericordia e di assoluzione, che se non sapessi che è originale mi sembrerebbe persino troppo “moderna” per esser vera.

È stata una leggenda inventata a tavolino?
Ah, alcuni storici suggeriscono anche questa ipotesi: grazie a un miracolo di questo tipo, il monastero di Watton non era più “quel covo di peccatori dove le suore fornicano coi frati”; anzi, diventava “quel luogo di misericordia dove il Signore Iddio ha operato grandi prodigi”.
Vabbeh, d’accordo: mettiamo in campo pure quest’ipotesi.

Ma a livello pastorale, a me piace tantissimo la storia della monaca di Watton. Veniamo messi a parte di questo miracolo, ma poi il predicatore non ci racconta nient’altro sul destino della suora. Sarà rimasta in convento con le sue consorelle, ad espiare i suoi peccati? Si sarà fatta una nuova vita da qualche altra parte, magari in un paese in cui nessuno conosceva i suoi trascorsi?
E il bambino: che fine ha fatto? È volato in cielo con la Madonna, perché il Signore lo chiamava a sé? È stato affidato miracolosamente alle cure di una coppia sterile, capace di prendersi cura di lui meglio di quanto avrebbe potuto fare, all’epoca, una suorina altomedievale senza nessun parente ad aiutarla?
Non lo so. Non lo sa nessuno. Sant’Etelredo non ce lo dice, il futuro delle due creature è ammantato da un velo di riserbo e di discrezione. Non ci interessa e non deve interessarci: non è questo l’insegnamento che voleva trasmetterci il Santo di Rielvaux.

E non è sorprendente che questa lezione oggi arrivi a noi, in diretta da un’omelia di un abate altomedievale?