“E così hai male a un orecchio, eh?”, ripete il medico inclinando la testa da un lato, e studiandomi con sguardo critico.
“Sì”, confermo io, timidamente seduta sulla mia sediolina.
Il medico si passa una mano sulla barba, pensieroso. “Il fatto è che le tue orecchie sono perfette: non è né un’otite, né una timpanite, né un tappo”.
Accenno un timido sorriso, mormorando “beh… è un buon segno, no?”.
“Mica tanto”, replica il medico, squadrandomi, “se a te continua a far male. Mi spiace, ma devo fare una rinofibroscopia”.
Ahia… le cose che finiscono in “scopia” non sono mai niente di buono. “Ma no, dottore, se non è otite… cioè, io avevo paura che fosse otite, per quello sono venuta: ma se mi dice che non peggiora, guardi che il dolore non è insopportabile, non vorrei farle perdere tempo, e…”.
“Se è quello che temo”, replica lui, funereo, “domani sarai piegata in due dal dolore e mi maledirai per non aver insistito. Ora rilassati”.
Rilassati? Quando ti dicono “rilassati” stanno per tagliarti la gola con un seghetto arrugginito: io non voglio rilassarmi, io voglio andare, davvero, non sto poi così male!
“Non aver paura”, ripete il medico, conciliante. “Non ti succederà niente”. E nel frattempo estrae una grossa valigia piena di affilati arnesi di metallo, che contempla con uno sguardo compiaciuto degno del marchese De Sade.
“Dottore, ma davvero, io non credo che…”, inizio atterrita, ma la voce mi muore in gola quando il medico afferra un grosso arnese lungo e acuminato, e lo disinfetta su una fiammella, con aria molto professionale.
“Allora. Tu ti chiami Lucia, vero?”, inizia il dottore.
Annuisco debolmente, lo sguardo fisso sul terribile aggeggio di tortura fra le sue mani.
“Allora, Lucia. Rilassati”.
Aiuto!
“Andrà tutto bene”.
Stai per uccidermi?
“Appoggia bene i piedi per terra”.
Ehi, aspetta, in fin dei conti ho cambiato idea: non sono poi così contraria all’eutanasia, devi saperlo!
“Chiudi gli occhi”.
Non voglio morire!
“Prendi un respiro profondo”.
Esigo l’anestesiiiaaa!
“Appoggiati bene allo schienale della sedia”.
Preferisco andare in periotite, davvero!
“Pensa a cose belle”.
Oddio. Oddio. Ho capito. Mi vuoi amputare una gamba lasciandomi cosciente. Non c’è altra spiegazione.
“Apri la bocca: al mio tre ti appoggerò questa cosa alla lingua, non succederà niente, stai tranquilla”.
A pensarci bene, in fin dei conti voglio morire: adesso!
“Uno…”.
Non ho fatto testamento!
“Due…”.
Voglio la maaaaammaaaaaa!
“Tre”. Tutta ‘sta manfrina per – giuro – appoggiarmi sulla lingua un tubicino di metallo, e nient’altro.
Secondo voi, ho o non ho il diritto di mandargli sotto casa un sicario?
La medicina prescritta “può causare irritazione oro-faringea”.
“Sì”, confermo io, timidamente seduta sulla mia sediolina.
Il medico si passa una mano sulla barba, pensieroso. “Il fatto è che le tue orecchie sono perfette: non è né un’otite, né una timpanite, né un tappo”.
Accenno un timido sorriso, mormorando “beh… è un buon segno, no?”.
“Mica tanto”, replica il medico, squadrandomi, “se a te continua a far male. Mi spiace, ma devo fare una rinofibroscopia”.
Ahia… le cose che finiscono in “scopia” non sono mai niente di buono. “Ma no, dottore, se non è otite… cioè, io avevo paura che fosse otite, per quello sono venuta: ma se mi dice che non peggiora, guardi che il dolore non è insopportabile, non vorrei farle perdere tempo, e…”.
“Se è quello che temo”, replica lui, funereo, “domani sarai piegata in due dal dolore e mi maledirai per non aver insistito. Ora rilassati”.
Rilassati? Quando ti dicono “rilassati” stanno per tagliarti la gola con un seghetto arrugginito: io non voglio rilassarmi, io voglio andare, davvero, non sto poi così male!
“Non aver paura”, ripete il medico, conciliante. “Non ti succederà niente”. E nel frattempo estrae una grossa valigia piena di affilati arnesi di metallo, che contempla con uno sguardo compiaciuto degno del marchese De Sade.
“Dottore, ma davvero, io non credo che…”, inizio atterrita, ma la voce mi muore in gola quando il medico afferra un grosso arnese lungo e acuminato, e lo disinfetta su una fiammella, con aria molto professionale.
“Allora. Tu ti chiami Lucia, vero?”, inizia il dottore.
Annuisco debolmente, lo sguardo fisso sul terribile aggeggio di tortura fra le sue mani.
“Allora, Lucia. Rilassati”.
Aiuto!
“Andrà tutto bene”.
Stai per uccidermi?
“Appoggia bene i piedi per terra”.
Ehi, aspetta, in fin dei conti ho cambiato idea: non sono poi così contraria all’eutanasia, devi saperlo!
“Chiudi gli occhi”.
Non voglio morire!
“Prendi un respiro profondo”.
Esigo l’anestesiiiaaa!
“Appoggiati bene allo schienale della sedia”.
Preferisco andare in periotite, davvero!
“Pensa a cose belle”.
Oddio. Oddio. Ho capito. Mi vuoi amputare una gamba lasciandomi cosciente. Non c’è altra spiegazione.
“Apri la bocca: al mio tre ti appoggerò questa cosa alla lingua, non succederà niente, stai tranquilla”.
A pensarci bene, in fin dei conti voglio morire: adesso!
“Uno…”.
Non ho fatto testamento!
“Due…”.
Voglio la maaaaammaaaaaa!
“Tre”. Tutta ‘sta manfrina per – giuro – appoggiarmi sulla lingua un tubicino di metallo, e nient’altro.
Secondo voi, ho o non ho il diritto di mandargli sotto casa un sicario?
Ad ogni modo, per amor della cronaca, avevo una irritazione alla faringe e alle orecchie.
La medicina prescritta “può causare irritazione oro-faringea”.