Eschipelai bem bengol

Si sono conosciuti quando avevano appena la mia età: anzi, ancor di meno. Avevano diciott’anni e una vita davanti, ed erano finalmente in vacanza dopo un inverno di studio faticoso.
Lei alloggiava alla Pensione delle Rose e non sapeva nuotare: a dirla tutta aveva anche paura dell’acqua, per cui non si capiva l’arcana ragione per cui i suoi genitori avessero preteso di portarla in vacanza al mare. Ma ormai era lì, e tanto valeva divertirsi.
Lui dormiva in una bella tenda da campeggio assieme a suo fratello, mentre sua sorella mostrava un precoce interesse per tutti i bei giovani tedeschi che affollavano il prato, e proclamava di voler studiar Lingue dopo il Liceo.
Si sono incontrati sugli scogli di San Bartolomeo al Mare nella calda estate di quarantun anni fa, e hanno fatto subito amicizia. E poi da cosa è nata cosa, e anche la sottoscritta.
Ma non vi immaginate romantiche passeggiate solitarie in riva al mare, perché lui e lei non sono mai stati soli, in quelle calde estate di tanti anni fa, al mare. Anzi, erano circondati da una insana combriccola di amici che si reicontrava ogni anno a agosto su quegli scogli e che è cresciuta assieme, producendo peraltro un numero di matrimoni decisamente notevole fra i suoi membri. Ogni sera si ritrovavano attorno al fuoco sugli scogli per mangiare il polipo (ma questa, purtroppo, è un’altra triste storia), e poi il mio padrino tirava fuori un giradischi portatile e metteva su un quarantacinque giri. Mentre le onde si rifrangevano sugli scogli i ragazzi tacevano e la musica saliva leggera verso il cielo: e allora tutti ascoltavano in silenzio e guardavano le stelle e, grazie a quelle stelle e a quelle note, i più si innamoravano.
Mia mamma in fondo in fondo si commuove ancora, quando le capita di risentire per caso Eschipelai bem bengol.

Eschipelai bem bengol? E che roba è?” le ho chiesto una sera di qualche mese fa, mentre lei si abbandonava dolcemente ai ricordi.
Eschipelai bem bengol!”, ha ripetuto mia mamma, scandalizzata. “E’ una canzone! Un grande successo, del ’67! E’ bellissima, dovresti ascoltarla!”.
Ho aggrottato le sopracciglia: “ma chi la cantava?”.
“I Procol Harum”, ha risposto lei, molto convinta. “Ne hanno fatte tante, ma Eschipelai bem bengol è la migliore. Si può dire che io e papà ci siamo conosciuti sulle note di Eschipelai bem bengol. E’ un po’ la nostra canzone”.
“Ah”, ho commentato, dubbiosa. “Ma in che lingua cantavano, ‘sti Procol Harum?”.
“In Inglese!”, ha ribattuto mia madre con sdegno. “Anzi: tu sai bene che io papà non conosciamo l’Inglese, ma tu sì, quindi se volessi magari tradurci cosa dice il testo della canzone… Cosa vuol dire ‘eschipelai bem bengol’?”.
“Ehm…”.

Ora.
E’ da oltre quarant’anni che i miei genitori sospirano ricordando i tempi felici in cui ballavano in riva al mare sulle dolci noti di Eschipelai bem bengol.
Secondo voi, glielo dico o no che Eschipelai bem bengol non è mai esistita, e che io semmai posso tradurre dall’Inglese i versi di We skipped the light Fandango, se proprio ci tengono?

Ma no, vah, io non glielo dico, ché oggi è anche il loro anniversario ed è bene che lo festeggino senza traumi.
E comunque era anche prevedibile che nascesse una figlia come me, da due tali che si innamorano sulle note di una canzone che non esiste.

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