Personale

Sudore freddo

La bambina ha quattro anni e mezzo, un berrettino azzurro, e sta correndo su e giù per la mia Biblioteca.
La mamma, che è una mia vecchissima conoscenza rincontrata per caso dopo anni di lontananza, un po’ tiene d’occhio la bambina, un po’ visita la mostra, e un po’ chiacchiera con la sottoscritta.
“E, dimmi… com’è la bimba?”, chiedo premurosamente. “E’ tranquilla?”.
“No”, risponde la mamma ridacchiando. “E’ una combinaguai incallita, io e mio marito siamo disperati. Ti racconto solo questa: quando lei era appena nata, le abbiamo preso un cagnolino… così, perché ci giocasse assieme, no?”.
“Aha”.
“Ecco. Quest’estate le è venuta la fissa che voleva essere lei l’unica a occuparsi del suo cagnolino, e che nessun altro lo poteva toccare…”.
“… mi sembra giusto”.
“… ed è in questa maniera che il cagnolino è stato smarrito sul treno Torino – Firenze”.
“Occielo!”.
“Appunto. Lacrime e disperazione. Allora per consolarla le abbiamo preso un coniglietto…”.
“Sì”.
“… ed è stato amore a prima vista, tanto che questo coniglietto ce lo dovevamo portare a spasso tutte le volte che andavamo al parco”.
“Evviva”.
“Mica tanto. Finito sotto a una macchina mentre attraversavamo la strada”.
Nooo!”.
“E invece sì. Tutto schiacciato, che schifo, non l’abbiamo nemmeno raccattato: è rimasto lì”.
“… ah”.
“Ma non hai ancora sentito il meglio”, ride (ride!) la mamma, che – me ne rendo conto troppo tardi – è evidentemente una psicotica. “Vista la fine del coniglio, abbiamo comperato un gatto. Secondo te che fine ha fatto?”.
“… non sono sicura di volerlo sapere, a dire il vero…”.
“Abbiamo lasciato la bambina sola in salotto per trenta secondi – giuro, trenta secondi – e quella peste è riuscita a prendere in mano una candela”.
“… ti prego, non dirmi che…”.
“Finita addosso al gatto. Kaputt”.
“Occielo, ma è una fine tremenda”, sussurro orripilata, gli occhi sgranati e senza parole.
La psicotica fa spallucce, e ride spensieratamente. “Guarda, credo che sia una cosa di famiglia: anche a me da piccola era capitato un incidente simile, me lo ricordo ancora”.
Oddio. Oddio. C’ho una piromane in biblioteca.
Sono nelle mani di una piromane, e di una seconda piccola piromane seviziatrice, e siamo in una biblioteca. Devo inventarmi qualcosa.
“Sì, ehm… ma non pensate alle sofferenze di quei poveri animali?”, mormoro con la lingua impastata dalla paura.
La pazza sembra riflettere per un attimo. “Dici che hanno sofferto molto?”, domanda in tono scherzoso (giuro! Scherzoso).
Mo’ chiamo la sicurezza. Giuro che con una scusa vado al telefono, e chiamo la sicurezza.
“Beh… non saprei”, ho a malapena la forza di esalare.
E ride, quella maledetta criminale. Ride, e si passa una mano fra i capelli: “mamma mia Lucia, sei tenerissima, io non ci avrei mai pensato” (!!!).
“…”.
“Però hai ragione anche tu: poveretti, anche loro avevano una loro dignità di giocattolo. Ché poi”, sbuffa stringendosi nelle spalle,
“erano anche costosi: tutti peluches di marca, figurati – della Trudi!”.

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