Vite di Santi e Beati

[Ma che sant'uomo!] La determinazione

Come forse avrete avuto modo d’intuire, in questi giorni sono un poco indaffarata: vorrei scrivere post più lunghi e articolati, ma purtroppo non ci riesco. Quindi, ne approfitto per un aggiornamento veloce veloce su… un santo aneddoto, che si riferisce a San Giuseppe Cafasso.
San Giuseppe Cafasso non viene ricordato oggi, non viene festeggiato oggi, e sinteticamente non c’entra un bel niente con la giornata d’oggi. Io ve ne parlo oggi perché sono una blogger dispotica, e quindi scrivo quel che voglio.

Per di più, San Giuseppe Cafasso mi sta anche simpatico: è torinese, proprio come la sottoscritta. “Bella forza!”, ribatterete tutti quanti: “Torino è piena di Santi, sforna più Santi che Fiat Cinquecento!”… e in effetti, avete anche ragione.
In ogni caso, son decisa: io, oggi vi parlo di San Giuseppe.
E grazie tante.

Ma che sant’uomo!

ovverosia

Tutto quello che non volevate sapere sui Santi,
e che men che meno avreste osato chiedere


San Giuseppe Cafasso, in realtà, non era torinese. Era nato a Castelnuovo d’Asti, un bel paesino che adesso non esiste più, perché l’hanno ribattezzato Castelnuovo Don Bosco.
Proprio così. San Giuseppe Cafasso è nato nello stesso paese di don Bosco.
E ci è nato nel 1811. Ovverosia, quattro anni prima di don Bosco.

Ovviamente, l’ha anche conosciuto, don Bosco. E anzi, se don Bosco è diventato don Bosco, lo si deve a San Giuseppe Cafasso: il futuro fondatore dei Salesiani, anziché diventare un sacerdote, inizialmente voleva entrar nei Francescani. Fu San Giuseppe, che era stato appena ordinato, a convincerlo a tentare l’esame per entrare in seminario. E, qualche anno più tardi, quando don Bosco, già sacerdote, collaborava con una grande scuola cattolica di Torino, fu sempre San Giuseppe a esortarlo a “mettersi in proprio”, e a fondare personalmente una sua propria scuola.
Insomma: chissà se i Salesiani esisterebbero, se non ci fosse stato San Giuseppe Cafasso.

Ma lasciamo perdere don Bosco, e torniamo alla nostra storia.
San Giuseppe Cafasso, poveraccio, era abbastanza bruttarello. Era basso, gracilino, aveva una vocina flebile, e per di più era pure gobbo. Ce le aveva tutte, pover’uomo (e infatti, è morto relativamente giovane): un prete nelle sue condizioni avrebbe disperatamente cercato un lavoro “d’ufficio”, riposante, non troppo faticoso…
… San Giuseppe Cafasso, invece, no. Lui, non sapendo cosa fare, aveva pensato bene di andare a passare il tempo con gli assassini.

Proprio così, passava il tempo coi carcerati: aiutava le loro famiglie, ma soprattutto si intratteneva lunghe ore nelle prigioni, per dar conforto, e anche un poco di speranza, a quelli che aspettavano la pena capitale. La figura di questo sacerdote gobbetto e magrolino, che accompagnava fin sul patibolo i condannati a morte abbracciandoli e sussurrando al loro orecchio parole di speranza, era ed è carissima, a tutti i Torinesi. Nel luogo in cui, un tempo, c’era la piazza della forca, adesso sorge in un’aiuola la statua di San Giuseppe, che conforta un ragazzino mentre l’accompagna, tristemente, al patibolo.

Il ragazzino della statua, però, sembrava abbastanza disponibile a farsi confortare. Dare speranza a un poveretto come lui, era stata una passeggiata per San Giuseppe.
Purtroppo, non tutti i carcerati erano così facili da trattare: ad esempio, ce n’era uno con cui Giuseppe non riusciva proprio ad instaurare un dialogo. Questo tizio – un pazzo criminale, che aveva commesso crimini efferati e che era ormai prossimo al giorno della sua condanna – non voleva saperne assolutamente niente di preti, di preghiere, e men che meno di confessione dei peccati. Tendenzialmente, ce l’aveva col mondo, con Dio, e con gli uomini, e tutte le volte che vedeva San Giuseppe gli urlava di andarsene, e lo ricopriva con orrendi insulti.

Di fronte a un elemento del genere, io avrei fatto spallucce commentando “e va beh, allora arrangiati”.
Questo, oserei dire, è il motivo fondamentale per cui io non sono una Santa e San Giuseppe invece sì: lui, di fronte a un elemento del genere, si disperava e tentava in ogni modo di avvicinarlo. Pregava perché l’assassino comprendesse le sue colpe, si pentisse, o anche solo accettasse di essere aiutato. Pregava perché quell’uomo potesse andare al patibolo confidando in Dio, e non semplicemente maledicendo il boia: pregava per poterlo aiutare, per poterlo confortare, per potergli dire una parola di speranza, come aveva fatto con tutti gli altri.

Sfortunatamente, però, le sue preghiere sembravano non ottenere risultato alcuno. Le settimane passavano, e quell’omaccione diventava di giorno in giorno più arrabbiato, più disperato, e più violento. Il povero Giuseppe, deciso a prendere in mano la situazione, o quantomeno anche solo a confessare quell’uomo prima di vederlo morire sulla forca, un bel mattino si alzò dal letto, si tirò su le maniche, e camminò deciso verso il carcere, chiedendo di parlare col prigioniero.
Una volta vistoselo davanti, gli si avvicinò e sorrise… e poi, gli si arpionò alla barba.

Per davvero, eh. Cominciò a stringere, molto saldamente, la sua lunga barba incolta, spiegando al carcerato che sarebbe rimasto aggrappato lì sotto finché lui non si fosse deciso, almeno, a confessarsi.
Il carcerato, comprensibilmente, gli lanciò un insulto e fece dietro front per andarsene… ma l’ostinato San Guiseppe, ligio alla sua promessa, rimase attaccato per davvero. Stringendo la barba con la mano destra, trotterellò educatamente dietro all’assassino, per tutto il corridoio e fin dentro alla sua cella: dopo di che, rimase a contemplarlo con un gran sorriso, mantenendo saldamente la sua presa.
A nulla valsero i tentativi disperati di scrollarselo di dosso: San Giuseppe teneva la barba con tutte e due le mani, e rimaneva attaccato al proprietario della suddetta manco fosse una patella.
Un’ora, due ore, tre ore: e poi, alla fine basta!
Preso dall’esasperazione, pur di levarsi di dosso quel pazzo, il condannato a morte accettò finalmente di confessarsi.

Dicono le agiografie che fu una sorta di miracolo: non si sa cosa gli disse, di preciso, San Giuseppe, ma da lì in poi negli occhi del carcerato cominciò a risplendere una speranza nuova.
Magari voi direte che non è abbastanza
… io, però, vi dico che è già qualcosa!



Immagine originale tratta da Catholic Online

6 thoughts on “[Ma che sant'uomo!] La determinazione

  1. Bella questa agiografia… quanti Santi di cui non si sa nulla e poi fanno parte della storia di altri Santi… Don Bosco lo conosco e abbastanza bene essendo andato dai salesiani, avendo un amico con uno zio prete, in giro per il mondo (Sudan ed Etiopia) … quindi, forse, è grazie a questo Santo che ho potuto fare le belle esperienze che ho fatto

    Complimenti anche per come scrivi

    Un sorriso :)

  2. ‘accie!

    Sì, in effetti i Santi che fanno parte della vita di altri Santi sono una delle cose che mi incuriosisce di più in assoluto: è vero :-P

    Visto che ti interessa, ti segnalo un altro Santo che ha "aiutato" don Bosco a diventare quel che è diventato: San Giovanni Battista de La Salle (io ne ho parlato qui, ma in maniera molto particolare; per avere informazioni su vita e opere, ti converrebbe andare su Wikipedia). Lo so che tu lo conosci, La Salle (me lo scrivevi in un altro post), ma in fin dei conti non è così famoso.
    E soprattutto, non tutti sanno che don Bosco aveva "lavorato" per molti anni in una scuola lasalliana (come confessore), prima di… mettersi in proprio, per l’appunto ;-P
    Molti aspetti della pedagogia adottata da don Bosco sono chiaramente ripresi da quella inventata da La Salle… quindi, insomma: nel suo piccolo, anche lui sta "alle spalle" di don Bosco :-)

    (Cioè. Chiariamo: La Salle era morto e sepolto da più di un secolo, quando don Bosco ha cominciato a muovere i primi passi – ovviamente, non si sono mai incontrati. Però, diciamo che è servito per ispirarlo… ;-)

  3. a parte il fatto che ora scopriamo che l’Urlo di Munch non è altro che un santino di Giuseppe Cafasso, vorrei dire che obbligare una persona a confessarsi non mi pare molto cristiano :D

  4. forse adesso lo prenderebbero per stalking, e il sant’uomo finirebbe compagno di cella… ma questo invece è chiaramente prendere sul serio e con passione la propria vocazione…
    speriamo ne nascano ancora così!
    Diego

  5. suibhne: ahahahahaha! L’Urlo di Munch? :-P
    A me, in questa immaginetta, ha sempre ricordato vagamente… no, va beh, non posso dirlo: il personaggio di un fantasy, comunque :-P
    In effetti, andare a confessarsi senza essersi minimamente pentiti è abbastanza "inutile", ma io immagino che San Giuseppe abbia approfittato dell’occasione anche e soprattutto per parlargli (e, a quanto pare, ha anche avuto degli ottimi risultati!).
    Quello che è molto cristiano… ;-)

    Diego: sì, infatti… al giorno d’oggi io mi immaginerei già i titoli scandalizzati sul sito della UAAR: "Carcere di Torino costringe detenuti a confessare i peccati davanti a un prete"… ne verrebbe fuori un caso mediatico mica da ridere ;-P

  6. Giusto perché si sappia:DUE ANNI DI CELEBRAZIONI PER SAN GIUSEPPE CAFASSOAperte stamane dal cardinale Poletto, le iniziative si intrecceranno con quelle per i 150 anni dell’Unità d’ItaliaIl cardinale arcivescovo di Torino, Severino Poletto ha aperto questo mattina, nel Santuario della Consolata, due anni di celebrazioni dedicate ai 150 anni dalla morte di San Giuseppe Cafasso. Una serie di iniziative di qui al dicembre del prossimo anno, destinate a coincidere in parte con quelle per i 150 anni dell’Unità d’Italia, evento storico in cui Cafasso credette da subito.Cafasso – è stato ricordato oggi davanti ai fedeli – è uno dei grandi santi sociali di Torino, forse non così noto come Giovanni Bosco, San Murialdo, Pier Giorgio Frassati o Giovanni Cottolengo, ma in realtà fu formatore di molti di loro e punto di riferimento della Chiesa piemontese per anni. Non fondò alcuna congregazione, ma fu formatore del clero per molto tempo, consigliere spirituale di nobili e grandi personalità nonchè cappellano dei condannati a morte, amico dei poveri.Il suo corpo venne traslato nel Santuario della Consolata nel 1896 dove fu eretto un altare in suo nome nel 1925 quando divenne beato. Nel 1947 fu riconosciuto santo. Per ricordarlo sono state realizzate due mostre: una è stata inaugurata oggi nel chiostro della Consolata con la storia della sua vita, una seconda, che si aprirà il primo settembre e si terrà al primo piano del Convitto della Consolata conterrà la prima più alcuni oggetti del santo tra cui il suo calice usato dal Papa Benedetto XVI il 2 maggio di quest’anno nella messa per l’ Ostensione della Sindone.Il 150/o anniversario della morte di Cafasso è stato ricordato oggi anche dal Papa nei saluti in lingua italiana al termine dell’udienza generale. Il pontefice lo ha definito una «attraente figura di sacerdote esemplare», annunciando che a lui dedicherà la prossima catechesi del mercoledì.Fonte: La Stampa.

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