Drogati con l’oppio e affidati ai serpenti: una curiosa terapia medica nella Roma del Seicento

C’è un momento, nei Voyages en Espagne et en Italie di Jean-Baptiste Labat (1663 – 1738), in cui il diario di viaggio di questo frate domenicano prende una piega che definire “insolita” sarebbe un eufemismo.

Durante gli anni trascorsi a Civitavecchia, tra il 1709 e il 1716, il viaggiatore (che, oltre a essere un religioso, era anche un botanico, un esploratore e un etnografo, a voler usare termini moderni) rimase affascinato dalle dicerie che circolavano attorno a una grotta situata a pochi chilometri da lì, presso il Sasso di Cerveteri. A detta della popolazione locale, la grotta aveva fama d’essere miracolosa: per lungo tempo, gli autoctoni vi avevano condotto tutti quei malati che la medicina aveva ormai dato per spacciati. E, in molti casi, il prodigio si compiva: e nel ventre nascosto di quella terra portentosa, gli infermi ritrovavano miracolosamente la salute.

E fin qui, tutto sommato, niente di eccezionale. Di santuari, sorgenti e monti miracolosi è piena la Storia della Medicina, figuriamoci poi quella scritta da uomini di Chiesa. Ma gli uomini di Chiesa hanno la comprensibile tendenza a prediligere le guarigioni operate da Madonnine e santi misericordiosi… e, come dire: la storiella riferitaci da Labat si muove su coordinate che non coincidono esattamente con quelle di cui sopra.

***

La grotta, ci racconta il domenicano, era composta da due ambienti. Il primo, più grande, e ancora raggiunto dalla luce del giorno, immetteva in una seconda camera più angusta, scavata nella roccia e chiusa da una porta «su cui», spiega il religioso, «erano state praticate delle aperture munite di vetro, attraverso le quali si poteva vedere ciò che accadeva nella grotta».

Anche le pareti della seconda grotta erano crivellate da buchi che fungevano da tana a una miriade di serpenti. E non serpenti qualsiasi, almeno a giudicare dall’entusiasmo del buon domenicano, che senza mezzi termini li definisce «gli esseri più onesti e caritatevoli dell’universo» (non esattamente il tipo di affermazioni che ti aspetteresti di leggere nel diario di un religioso cattolico del primo Settecento, mettiamola così). Ma, a ben vedere, l’entusiasmo era giustificato, alla luce dell’utile servizio offerto da quei serpentelli:

in quella grotta venivano condotti tutti i malati sui quali i medici avevano ormai esaurito la loro arte. Erano a quel punto i serpenti a farsi carico di loro; e, a vergogna di tutte le Facoltà di Medicina, li guarivano, finché erano ancora guaribili (vale a dire, finché non era ancora giunto il momento della loro morte, perché non v’è modo di ritardare quel termine fatale).

In questa grotta venivano condotti lebbrosi, sifilitici in uno stadio così avanzato da cadere letteralmente a pezzi, individui con ulcere così profonde da averli resi insopportabili a se stessi e agli altri: in una parola, tutti i casi disperati. I pazienti venivano completamente depilati, quindi si somministrava loro una dose di oppio che li faceva dormire per sette-otto ore; non appena la droga faceva effetto, li si spogliava completamente, li si adagiava nella grotta più piccola, si chiudeva la porta e si attendeva in silenzio l’arrivo dei serpenti. Le serpi non tardavano ad arrivare.

Segue un paragrafo degno di un film di Dario Argento, quindi occhio se siete ofidiofobici:

I serpenti piccoli si infilavano nelle narici, nelle orecchie, nella bocca e nell’ano; i più grossi si avvolgevano attorno al corpo e agli arti. Non vi era parte alcuna che non venisse visitata, leccata, succhiata

(regà, non scandalizzatevi con me: sto citando il diario di viaggio di un frate domenicano, eh)

e quando avevano finito di operare sulla parte del corpo esposta al loro lavoro, uno dei serpenti più grossi si insinuava poco a poco sotto il corpo e lo rovesciava, mettendolo sottosopra. Allora ricominciavano a lavorare sul secondo lato e non l’abbandonavano finché non l’avevano leccato e succhiato come il primo.  

Quando lasciavano il corpo, si era certi che non vi fossero più impurità né corruzione. Le ulcere risultavano ripulite e le carni erano rosse e vive: quelle che erano state piaghe smettevano di essudare, e ogni impurità (anche la più maligna, la più sottile e la più tenace) era scomparsa. Non restava che purgare il malato, dopodiché la sua guarigione sarebbe stata sicura e perfetta.

Non v’è dubbio che un uomo che non fosse sprofondato nel sonno profondo provocato dall’oppio non avrebbe mai potuto vedersi ricoperto di serpenti senza cedere al panico e compiere qualche movimento capace di provocarne il morso, trovando morte invece della guarigione che era venuto a cercare. Quando, di fronte a una malattia particolarmente grave, i serpenti si trovavano ad avere così tanto lavoro che ci si accorgeva che l’effetto dell’oppio sarebbe cessato prima che avessero terminato la loro opera, gli assistenti

(che avevano evidentemente seguito l’intera scena attraverso le finestrelle di vetro della porticina)

facevano rumore alla porta per indurre i rettili a ritirarsi nei loro buchi; quindi portavano via il malato, per rimettervelo il giorno seguente

E così via, fino a completa soddisfazione serpentifera.

***

Verrebbe a questo punto da chiedersi garbatamente che problemi avesse il buon Labat per inventarsi una storiella simile, ma ahinoi: purtroppo o per fortuna, c’è ben poca fantasia in questo resoconto. La Grotta dei Serpenti esiste per davvero: l’Agenzia Regionale Parchi della Regione Lazio la descrive come «una stretta fenditura» a circa dieci metri di profondità e caratterizzata da «elevata temperatura interna». Oggi la grotta non è aperta al pubblico, ma godeva invece di una certa fama nell’epoca in cui il domenicano compiva il suo Grand Tour in Italia. Si trova sul Monte delle Fate, presso il Sasso, frazione di Cerveteri, in una zona caratterizzata da fenomeni di vulcanesimo secondario che fanno sì che la temperatura interna della grotta si aggiri perennemente tra i 30 e i 34 gradi – il che è un dettaglio che ci tornerà utile tra poco.

La prima fonte scritta ad accennare all’esistenza della Grotta dei Serpenti è un testo poetico del 1621, ma una descrizione decisamente più accurata ci viene fornita dal De spelunca et serpentibus Caeretanis, un trattatello composto tra il 1634 e il 1636 dal medico Pierre Michon Bourdelot su richiesta del cardinal Francesco Barberini. Il manoscritto, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, parla già della grotta come di un luogo di guarigione, riferendo di pazienti che, a quanto pare, avevano riguadagnato la salute grazie a una serie di concause: a giudizio del medico francese, i serpenti avevano sì un ruolo, ma non era da trascurare l’efficacia delle esalazioni benefiche di cui la grotta era pervasa.

Nel 1640, a interessarsi alla faccenda fu Athanasius Kircher, eccentrico gesuita appassionato di tutto ciò che poteva essere catalogato sotto la categoria di “curiosità di natura”. Il religioso volle entrare personalmente nella grotta, rimanendo piuttosto deluso dal non vedere nemmeno una mezza biscia: aveva però compiuto il suo viaggio nel mese di dicembre, un periodo che – gli fu spiegato – non era il migliore per questo tipo di avvistamenti. Vide comunque sul pavimento della grotta un cumulo di pelli lasciate dalle mute dei serpenti, e sostenne di aver udito un sibilare sordo provenire dai buchi sulla roccia. Ma a colpirlo davvero fu il caldo assurdo che lo accolse nella grotta: il mondo esterno era immerso nel clima natalizio, e in quella spelonca sembrava d’essere in piena estate. E pure un’estate fastidiosamente calda: come dicevamo, la temperatura interna si aggira attorno ai 34 gradi.

Fu proprio questo fattore a far accendere in Kircher una metaforica lampadina: sulla falsariga di quanto aveva già ipotizzato Bourdelot, il gesuita suppose che le guarigioni miracolose fossero in grossa parte da attribuirsi al calore anomalo, che apriva i pori del malato provocando un’abbondante sudorazione. Ai tempi, nelle Facoltà di Medicina si dava ancora pienamente credito alla “teoria umorale”, secondo la quale le malattie nascevano a seguito di uno squilibrio o una corruzione degli umori corporei (che era poi il motivo per cui le purghe e i salassi godevano di tanto successo: nella logica del tempo, servivano a eliminare i fluidi in eccesso o comunque guasti, per costringere l’organismo a un restart salutare). Ebbene: l’ipotesi di Kircher era che il calore intenso della grotta aiutasse il corpo a espellere, tramite il sudore, quella materia corrotta; a quel punto intervenivano le serpi che, leccando via gli scarti sudati del malato, completavano l’opera.

È medicina umorale, ovviamente: non c’è nemmeno bisogno di dire che non è davvero così che funzionano le cose. Però, la spiegazione di Kircher è interessante perché accende nuova luce sulla natura di questa curiosa pratica: non è che a Cerveteri ci fosse una setta di eccentrici che si divertivano a drogare e denudare sifilitici e lebbrosi per poi starsene a guardare attraverso una finestrella mentre un cumulo di bisce infieriva sui malcapitati. Agli occhi degli uomini del tempo, la guarigione aveva luogo attraverso meccanismi naturali, ancorché inconsueti. Ovviamente sbagliati, in base a quello che sappiamo oggi, ma perfettamente logici se inseriti nell’ambito della fisiologia seicentesca. Cioè: non stiamo parlando di una banda di pazzi.

Nel 1644, a visitare la grotta arriva Thomas Bartholin, il primo autore a parlare espressamente della sedazione attraverso l’oppio; nel 1663 viene John Finch, anatomista dell’Università di Pisa, prendendosi anche il tempo per omaggiare e smentire in tutt’uno tutte le teorie espresse da Kircher: è sicuramente plausibile – dice l’inglese – che l’ambiente di quella grotta sia tale da guarire malattie della pelle che non avevano risposto a trattamenti meno strong, ma i serpenti non c’entrano un bel niente. Lì dentro fa un caldo bestiale e si suda come porci: il corpo umano avrebbe abbondantemente modo di purgarsi di tutti gli umori corrotti anche senza bisogno di farsi leccare da una biscia. Basterebbe lavarsi bene alla fine di quella sauna, e si otterrebbe lo stesso risultato.

A seguire, abbiamo testimonianza di una guarigione prodigiosa nel 1692, gli itinera di Bernardino da Arezzo nel 1698, altre riprese dotte nei primi anni del Settecento: insomma, quando Labat racconta la Grotta dei Serpenti, non sta inventando e non sta nemmeno abboccando a una leggenda metropolitana inventata su due piedi da una guida turistica con troppa fantasia. Sicuramente, però, sta mettendo per iscritto una delle testimonianze più vivaci e (aehm) più graficamente accurate di questa curiosa procedura terapeutica.

Anche perché la testimonianza di Labat non si ferma qui. Prosegue con un rant contro la classe medica, che purtroppo lo fa partire per la tangente togliendogli credibilità e buonsenso: se la prima parte della sua testimonianza è del tutto plausibile (nel senso che trova molteplice riscontro nelle parole di altri viaggiatori), tutto ciò che leggerete da qui in poi sembrerebbe esistere solamente nella fantasia del religioso. O quantomeno: sono state cercate e ricercate delle fonti indipendenti che potessero suffragare le sue affermazioni, ma non se n’è trovata manco mezza. E, come dire.

Con la premessa che padre Labat aveva notevole diffidenza nei confronti di medici e speziali, verso i quali indirizzava continui strali, questa storiella gli offre l’assist per prodursi in un attacco alla professione medica di una violenza così velenosa da lasciar perplessi. Stando al turista, infatti,

Queste guarigioni sicure, ottenute con così poca spesa (e, per di più, senza alcun riguardo per il Dio della Medicina) (ironia della sorte, raffigurato come un serpente), privavano i medici del loro credito e toglievano loro i guadagni derivanti dalle visite e dai farmaci. I medici ne erano così irritati che decisero di privare la collettività di questo soccorso, impedendo alla gente di farvi ricorso.

Prima cominciarono a diffondere la diceria che molti malati non vi avessero trovato alcun sollievo, poi iniziarono a dire che molti pazienti vi fossero morti. Alcuni dicono persino che i medici siano arrivati al punto di somministrare ai malati dosi di oppio così forti che questi non si risvegliavano più (il farmaco, infatti, era dosato e somministrato dai medici). Altre volte, invece, pare che ne somministrassero quantità insufficienti, sicché il malato riprendeva coscienza nel bel mezzo del trattamento e, cedendo al panico, cercava di liberarsi dai serpenti e veniva morso. E il veleno, trovando il corpo ancora indebolito dall’oppio e raggelato dalla paura, agiva con tale violenza e rapidità da provocare la morte nel giro di pochi secondi.

Ma per quanto facessero, la verità trionfava sulla menzogna: il gran numero di coloro che erano stati guariti aveva la meglio sulle calunnie, e al loro crudele modo di somministrare l’oppio si pose rimedio cominciando a preparare il sedativo senza il loro aiuto, siccome dalla ripetuta osservazione si era ricavato quale fosse la dose corretta da dare ai malati senza esporli al soccorso omicida dei medici.

Diciamo che, a questo punto, non mi stupirebbe scoprire traccia archivistica di qualche malcapitato in overdose che ci lasciava le penne per davvero, anche se, nell’eventualità, io tenderei a invertire il nesso causa-effetto, ma resta il fatto che – a oggi – di tracce archivistiche non ce ne sono.

Ma l’imbarazzante parentesi non si conclude qui: secondo la testimonianza di Labat,

Alla fine i medici pensarono bene di appiccare il fuoco alle brughiere che circondavano quella grotta salutare, convinti che i serpenti sarebbero morti nell’incendio o, perlomeno, avrebbero abbandonato il luogo. E accadde proprio come avevano previsto. Una parte dei serpenti morì; quelli che sopravvissero si allontanarono da quel luogo che era stato per loro tanto funesto. Per molti anni non se ne vide più nessuno e quel rimedio salutare cadde nell’oblio; e i medici trionfarono e riempirono i cimiteri, come sono soliti fare.

Al tempo in cui soggiornavo a Civitavecchia il ricordo di quelle guarigioni non si era ancora perso del tutto ma nessuno osava più farvi ricorso, tante erano la diffidenza e l’irresolutezza che i medici avevano seminato negli animi. E infatti, per tutta la durata del mio soggiorno, nessuno ebbe il coraggio di ricorrere ai serpenti: la gente preferiva affidarsi ai medici piuttosto che cercare la propria salvezza e guarigione in quella grotta meravigliosa.

Ohibò! Labat fu a Civitavecchia tra il 1709 e il 1716. Par quasi fosse arrivato il Secolo dei Lumi.

***

E l’articoletto si potrebbe anche concludere qui, se non mi pungesse vaghezza d’aggiungere una noticina troppo curiosa per non essere citata. E allora aggiungiamola: e chiediamoci anche come reagirebbe il buon Labat nello scoprire che, nel 1992, gli infidi medici che gestiscono The Lancet hanno deciso di dare alle stampe un breve articolo intitolato proprio Healing rituals and sacred serpents.

I ricercatori si erano lasciati incuriosire da testimonianze di rituali molto simili al nostro che avevano luogo, in età classica, nei santuari dedicati al dio Esculapio.

Per inciso: questo vuol dire che, a due passi dalla Roma papalina, un antico culto pagano al dio Esculapio era sopravvissuto sotto traccia per quindici secoli riemergendo tutto d’un tratto all’inizio del Seicento? Ovviamente no: la spiegazione più economica è che, a Cerveteri, esistesse una pratica terapeutica legata a una grotta naturalmente calda e che a partire dal Seicento osservatori eruditi l’abbiano reinterpretata attraverso il repertorio classico che conoscevano bene (magari addirittura modificandola a tratti per nobilitarla, per quanto ne possiamo sapere. Sono tutte ipotesi, ovviamente, basate su quel silenzio risonante che ammanta la pratica prima del XVII secolo).

Ma questa è una divagazione che interessa a noi, non ai ricercatori del Lancet. A loro interessava un dettaglio molto circoscritto e, per certi versi, ancora più curioso: un tot di tavolette votive rinvenute nei santuari greco-romani sembravano attribuire ai serpenti di Esculapio un particolare know-how in fatto di dermatologia, collegando la guarigione al contatto con la bocca dei rettili.

Ora: un conto è dire che, nella mentalità del tempo, il serpente operava guarigioni miracolose perché era l’animale sacro al dio della Medicina; un conto è domandarsi se, al di sotto dell’interpretazione religiosa, qualcuno potesse aver osservato un fenomeno reale.
Gli autori del Lancet decisero di mettere alla prova questa teoria prendendo in analisi il serpente cervone, Elaphe quatuorlineata, una specie mediterranea che supponevano potesse esser stata impiegata nei rituali di guarigione di età classica. E, attenzione attenzione: attraverso analisi immunoistochimiche, gli studiosi dimostrarono l’espressione dell’EGF — l’epidermal growth factor — e del suo recettore nei tessuti orali, salivari e del tratto digestivo superiore del cervone. L’EGF è un fattore di crescita coinvolto, fra le altre cose, nei processi di riparazione dell’epitelio. Da qui la loro ipotesi: se messa a contatto con piccole lesioni cutanee, la bocca del serpente cervone potrebbe, in via ipotetica, produrre un effetto biologico reale e osservabile.

Prima che qualcuno decida di disdire l’appuntamento col dermatologo per andare a farsi leccar l’eczema da una biscia: lo studio del Lancet non ha dimostrato che i rituali classici avessero efficacia terapeutica reale. Non sappiamo in quali quantità quei fattori di crescita arrivassero effettivamente sulle lesioni della pelle, né tantomeno se fossero sufficienti a produrre benefici clinicamente significativi. L’aneddoto resta comunque delizioso, anche perché rifulge come magnifico esempio di quanto possa essere ingannevole (e superbo) voler contrapporre a tutti i costi le categorie di “medicina razionale” e “superstizione sciocca degli antichi”. A volte, persino all’interno dei sistemi più assurdi retti su terapie campate in aria, si trova qualcosa che, grazie all’osservazione empirica, l’ha imbroccata giusta almeno un po’.

Esempi? I tabù sui roditori che hanno permesso di intuire che l’agente patogeno della peste dovesse avere in qualche modo a che fare con i topi. Oppure la CDC, che presa alla sprovvista ha dovuto chiedere aiuto alla sapienza tradizionale dei guaritori Navajo per capire da che parte cominciare per gestire un’epidemia di hantavirus negli Stati Uniti. È anche per quello che mi piace tanto la Storia della Medicina.


Per approfondire:

  • Jean-Baptiste Labat, Voyages en Espagne et en Italie, J.-B. Delespine (Parigi, 1730), vol. VI
  • Paulina Oszajca, François Ledermann, A Singular Perspective on Certain Pharmaceutical Practices in Early 18th-century Italy: the Travel Accounts of Jean-Baptiste Labat, in: Medicina nei Secoli. Journal of history of medicine and medical humanities (agosto 2026)
  • Stefano Gambari, La Grotta dei serpenti tra medicina e folclore (Espera, 2017)
  • Stefano Gambari, La Grotta dei Serpenti tra medicina e folclore, in: Speleologia del Lazio (dicembre 2018)
  • Mecchia, Mecchia, Piro, Barbati, Le grotte del Lazio. I fenomeni carsici, elementi della geodiversità (Regione Lazio – Agenzia Regionale Parchi, 2003)
  • Angeletti, Agrimi, Curia, French, Mariani-Costantini, Healing rituals and sacred serpents, in The Lancet (settembre 1992)

2 risposte a "Drogati con l’oppio e affidati ai serpenti: una curiosa terapia medica nella Roma del Seicento"

  1. Avatar di Francesca

    Francesca

    “Nel 1644, a visitare la grotta arriva Thomas Bartholin” – angloveneto? 😅
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    Un pensiero… Riguardo l’attacco alla classe medica del padre Labat: oltre che un esempio di gomblottismo ante litteram …potrebbe rivelare dinamiche realmente accadute (e poi esagerate dallo schierarsi fondamentalista del frate) , no?

    Ad esempio, come si osserva anche ai nostri tempi, spesso gli eccessi che partono da dettagli (minimi) reali e arrivano alle invenzioni di sana pianta contro lo “schieramento” opposto sono… assurdi. In questo caso potrebbero essersi sviluppati gli estremisti della cura nelle grotte contro i quali i medici mettevano in guardia i pazienti con racconti inventati (a fin di bene, per mettere qualche argine a certe follie) …ai quali i terapeuti eco-bio rispondevano con altrettante storie inventate sui medici. Potrebbe essere una lettura possibile delle invettive di Labat?

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    1. Avatar di Francesca

      Francesca

      p.s. non nel senso che Labat si sia inventato (con consapevole programma politico) ciò che ha scritto ma che lui stesso sia caduto in pieno nei racconti dello “schieramento pro cure naturali”

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