Breve storia in cui si narra di come Yersinia Pestis divenne la regina di tutte le malattie

Quando Yersinia si sentì sbatacchiare di qua e di là, decise di lanciare pigramente un’occhiata fuori. Che era tutto ‘sto tremolio, c’era forse un terremoto? Le erano sempre piaciute le catastrofi naturali.
Ma quando si guardò attorno e vide, a mezzo metro dal suo coccobacillo, il muso giallo di un garrulo cinese che mostrava agli altri cacciatori della brigata la sua ultima preda (…cioè Yersinia…), poco ci mancò che la nostra amica piantasse un urlo per la sorpresa.
Non ci posso credere”, esclamò la Peste Nera con la voce rotta dalla commozione, da dentro l’esofago di una pulce che vomitava l’anima su una marmotta.

Arrivata a quel punto della sua carriera, Yersinia, a dirla tutta, si considerava una pensionata.
Quello che doveva fare, l’aveva fatto.
Dopo una prima entrata in scena all’epoca di Giustiniano – più che altro, una serie di spettacolini in teatri di periferia per tastare il pubblico e affinare i numeri dello show – era riuscita a passare alla Storia come la star incontrastata di tutte le malattie grazie alla sua straordinaria performance, Morte Nera.

Con il garbo ironico e l’attenzione al dettaglio che da sempre la contraddistinguono, Yersinia era entrata in scena a Messina nel 1347 e da Messina aveva concluso il suo show nel 1743, seminando morte e distruzione nel mentre. Non si era limitata a dimezzare l’Europa: ne aveva modificato profondamente l’economia, la spiritualità, l’arte, il modo di viver quotidiano.

Dopodiché, era andata in pensione. Proprio come Paganini, era dell’idea che i grandi artisti non debbano concedere bis.

Ma quando, nel 1855, si trovò inspiegabilmente faccia a faccia con quel cinese che praticamente se li stava strusciando addosso, i suoi bacilli… beh: Yersinia non riuscì a resistere alla tentazione. Mica per altro: alcune sue amiche, delle Agenti Patogene ancora attive nel mondo del lavoro, le avevano raccontato che, negli ultimi tempi, la scienza umana aveva fatto passi da gigante. I medici possedevano microscopi e altre diavolerie che permettevano loro di vederti, fotografarti, studiarti.
E a Yersinia, dopo esser passata alla Storia come l’epidemia letale per eccellenza, restava solamente un’altra ambizione da soddisfare: tornare sul palcoscenico, inchinarsi, permettere al pubblico ovante di intervistarla… e così raggiungere la fama eterna.

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Prima di proseguire con la lettura, recuperate, se non l’avete ancora fatto, la prima puntata di questa Breve storia universale delle epidemie che hanno decimato il mondo, che vi serve per capire due cose:

  1. quali sono le caratteristiche che rendono un Agente Patogeno un big del settore;
  2. per quale ragione perversa immagino le malattie sottoforma di microscopici agenti speciali – gli Agenti Patogeni per l’appunto – con una missione top top secret: ammazzare un fracco di gente per guadagnarsi il titolo di Epidemia.

Detto ciò, iniziamo la nostra appassionante ricerca alla scoperta di

I. Agente Speciale Yersinia, il genio indiscusso tra tutti i Patogeni

Sarà forse il caso di ripetere che, ovviamente, io sono una storica e non un medico. Per le considerazioni strettamente mediche, mi affido a storici che hanno intervistato infettivologi, presumendo che abbiano fatto un buon lavoro. Per questo paragrafo nello specifico, mi affiderò a William Rosen (trovate in calce tutta la bibliografia per questo articolo).

Ordunque: c’era una volta, tanto tempo fa, un piccolo batterio che se ne stava per i fatti suoi nell’intestino dei roditori (e, occasionalmente, anche in quello degli esseri umani), causando sintomi non poi così diversi da quelli che ti farebbero dire “ammazza oh, che brutta diarrea”.
Occielo: che Yersinia avesse una vena comica molto marcata, lo si sarebbe potuto intuire a partire dal fatto che, nel contagiare gli esseri umani, si divertiva a simulare in loro i sintomi di un’appendicite acuta, standosene in realtà da tutt’altra parte a sogghignare per lo scherzetto. Ma, a parte quello, sembrava una malattia senza troppi grilli per la testa.
E così, l’agente speciale Yersinia fece una lunga gavetta presentandosi sotto il nome di Yersinia pseudotubercolosis. Se ne stava lì, imparando i trucchetti del mestiere, senza darsi troppe arie, studiando i colleghi che avevano più esperienza.
E poi, a un certo punto, ritenne di aver concluso la sua gavetta.
Si sentiva pronta per entrare in scena.

In un momento imprecisato della Storia, probabilmente nell’Età del Bronzo, Yersinia decise di fare un rebranding. Alché, si mise a lavorare sul suo DNA.  Accantonò qualche centinaio di geni che non le interessavano, ne aggiunse trentadue che prima non aveva, ci piazzò in mezzo due plasmidi nuovi giusto per completezza, et voilà: era a tutti gli effetti un organismo nuovo, che condivideva il 95% del codice genetico con Yersinia pseudotubercolosis.

Quando Yersinia mostrò il suo lavoro finito a una riunione di Agenti Patogeni e spiegò ai suoi colleghi che cosa aveva in mente, alcuni di loro commentarono deliziati “ma tu sei una vera peste!”. Alla nostra amica il soprannome piacque e fu così che lo scelse come nome d’arte.

***

Ora: più mi addentro in questioni mediche, più scrivo con un metaforico punto di domanda sulla testa, quindi prendete con le pinze quanto segue: tra le altre cose, il pestifero piano di Yersinia pestis prevedeva la massiccia produzione di una roba che si chiama tossina murina. Detta tossina è quella che consente a Yersinia di contagiare le pulci ma anche di tenerle in vita molto a lungo, in una agonia sufficientemente duratura da permettere alla pulce di diventare un untore con tutti i crismi.
Dal canto suo, dentro al corpo della povera bestia, Yersinia si moltiplica molto velocemente, dando origine a una massa viscosa e infetta che se ne sta lì, sul gozzo della pulce, a metà strada tra lo stomaco e l’esofago. Questo bolo che le tappa la bocca dello stomaco rende difficile alla pulce alimentarsi; sicché, la poverina, affamata abbestia, diventa particolarmente mordace.
Azzannando chiunque le passi a tiro alla frenetica ricerca di sangue, la pulce fa l’unica cosa ragionevole per riuscire ad alimentarsi: e cioè rigurgita, per cercare di liberarsi dal tappo pestilenziale. Dubito che il paragone sia corretto medicalmente, ma mi vien da dire che scatarra come ‘na disperata. Per dar l’idea.
Il problema è che, a forza di scatarrare, la pulce vomita il suo ammasso di peste addosso alla vittima, facendolo entrare in circolo attraverso quello stesso morso da cui lei succhia il sangue.
E il sipario si alza. Yersinia è pronta ad entrare in scena.

II.  Tre modi creativi per morir di peste

Una volta entrata nel corpo della vittima, Yersinia ama spostarsi attraverso il sistema linfatico. Il suo show più classico, Peste Bubbonica, prevede un garbato esordio con un giorno di febbre, giusto per far alzare la temperatura in platea. Poi – bam! – le ghiandole linfatiche si gonfiano, appaiono i bubboni e Yersinia, grande artista, sfoggia una vasta gamma di sorprendenti effetti speciali. I bubboni esplodono ingenerando una puzza di marcio che i medici medievali descrivono come qualcosa di insopportabile; le estremità del corpo ti vanno in necrosi (da cui il simpatico aggettivo Peste Nera). Pare che succedano pure delle cose terrificanti ai muscoli dell’apparato fonatorio, che, nella fase terminale della malattia, sono presi da violenti spasmi facendo sì che il povero moribondo emetta rumori gracchianti e metallici.
Dobbiamo dargliene atto: tra tutte le malattie, Yersinia è un genio eclettico.

“Eclettico” anche perché Yersinia è una che non ama la monotonia di una performance sempre uguale. Se le gira, sostituisce lo spettacolo Peste Bubbonica con la variante Peste Setticemica: meno coreografica, ma indubbiamente di alto impatto. In questo caso, Yersinia t’ammazza nell’arco di poche ore con violente emorragie interne, senza manco darti il tempo di sviluppare gli altri sintomi.

Ma il vero coup de théâtre di Yersinia è la messa in scena di Peste Polmonare. In questo caso, lei non se li fila proprio, i linfonodi: si annida nei polmoni e lì sta, causando tosse e difficoltà respiratorie. La morte arriva nella quasi totalità dei casi, ma soprattutto arriva sempre in compagnia: pericolosissima e letale, la peste polmonare si trasmette attraverso i colpi di tosse, come un qualunque raffreddore. È molto probabile che la rapidità di diffusione e lo spaventoso tasso di mortalità raggiunto dalla peste, in certe zone, nel corso della grande epidemia del Trecento sia stato dato proprio da questa manifestazione: la peste bubbonica non è una malattia caruccia da avere, ma la peste polmonare è mille volte più insidiosa.

III. Non diciamolo a Greta ché poi si allarma, ma la peste è causata dai cambiamenti climatici

O, quantomeno, sembra esserci un pattern decisamente ricorrente tra importanti variazioni climatiche e lo scoppio di epidemie importanti. Come una diva che chiama a raccolta i suoi colleghi invitandoli ad aprire il suo show, Yersinia ama entrare in scena facendosi precedere da una vasta serie di catastrofi.

Se notate, fino a questo punto ho omesso di citare un attore importante: il topo.

Yersinia, di per sé, se ne sta dentro alle pulci. E le pulci, di per sé, amano stare addosso ai topi (e/o altri roditori, anche selvatici).
Sul topo, la pulce ci sta benissimo: il suo unico problema sorge quando il ratto appestato muore. A sua differenza, la pulce (che è piena di peste, trasuda peste, vomita peste) non ci pensa proprio a morir di peste (con lei, Yersinia si comporta da vera peste!): sicché, non appena il topo si fa cadavere, lei balza sul primo corpo caldo che trova nei paraggi alla ricerca di nuovo sangue da mangiare.

È raro, di per sé, che la pulce dei topi vada a cercare il sangue umano. Di per sé, la peste è una malattia dei roditori. Che si sposti verso le comunità umane è una anomalia, un qualcosa che succede solo in circostanze particolari.

Ad esempio, quando catastrofi naturali di vario tipo spingono uomini e topi a vivere a strettissimo contatto (per la serie: nessuno vuole ratti in casa, ma dopo un’alluvione disastrosa magari capita).
Oppure, quando estati insolitamente calde e umide fanno schiudere un numero particolarmente alto di uova di pulce, dando il via a un boom demografico che la popolazione dei topi non è più in grado di sostenere.

Guarda caso, catastrofi e cambiamenti climatici importanti si verificano proprio quando Yersinia prepara la sua entrata in scena.

IV.  Un grande velo oscurò il sole

Non chiedetemi cosa sia ‘sto velo. Se lo chiedono pure gli storici, ma senza risposta.
Fatto sta che, le fonti d’epoca descrivono (a più voci!) un “velo che oscurò il sole” a partire dal 536. Qualcuno ipotizza che possa trattarsi delle conseguenze di una violentissima eruzione vulcanica, forse del Krakatoa. Chi lo sa.

Sia quel che sia, questo velo nel cielo portò variazioni importanti nel clima europeo, determinando – tra le altre cose – un marcato aumento del tasso di umidità.
Yersinia colse la palla al balzo.

V.  La peste di Giustiniano

Ormai è acclarato: la peste, come malattia, nasce in Asia.
Il più antico genoma della peste trovato finora è stato rinvenuto addosso a due tizi morti circa 3800 fa nel sud della Russia, al confine con Kazakistan.

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Ce lo inventiamo, un bel dramma romantico sui primi due appestati della Storia? © V.V. Kondrashin and V.A. Tsybin; Spyrou et al. 2018

A farci supporre una origine ancor più orientale c’è una complessa storia di topi. Il comune topo europeo (rattus norvegicus) non è particolarmente efficace nel trasmettere la peste. Il vero lavoro di untore lo fa il ratto nero (rattus rattus), che sappiamo essere originario dell’India meridionale. Rattus rattus arriva dalle nostre parti solo in epoche relativamente recenti, probabilmente a bordo di una nave: i resti fossili più antichi di rattus rattus nel Mediterraneo sono stati trovati in Corsica e risalgono all’epoca delle guerre puniche.

Quindi: la peste, come malattia, ha indubbiamente origini orientali, e nasce presumibilmente da qualche parte tra l’India e il Kazakistan. È solo un caso che esploda in Africa la prima epidemia ad esser notata dagli esseri umani. E il corsivo è importante, perché Yersinia, in Asia, stava presumibilmente decimando i ratti da chissà quanto tempo. È stata una pura casualità che una combriccola di topi infetti abbia cercato rifugio nella stiva di una nave che, da Oriente, si stava dirigendo verso l’Africa.

***

Per la sua primissima entrata in scena, Yersinia sceglie l’amena Pelusio, città portuale sul delta del Nilo. E infatti salpa proprio da Pelusio la nave che, verso la fine della primavera del 541, attracca a Costantinopoli con un carico di grano.
Giusto il tempo di scaricare la merce, e i marinai cominciano a mostrare sintomi inquietanti. Alcuni hanno dita nere e bozzi purulenti ovunque; altri vomitano sangue e si accasciano a terra esanimi. Entro una settimana, buona parte dei marinai è morta, ma la cosa allarmante è che cominciano a manifestare gli stessi sintomi anche alcuni lavoratori portuali.
E da lì, la strage.
Non scendo nel dettaglio nel raccontarvi tutti i passaggi dell’epidemia,rimandandovi piuttosto al libro di Rosen o a questo articolo. Vi basti sapere che fu davvero una strage, tale da far scrivere a Procopio di Cesarea che “la pestilenza arrivò vicina all’annientare l’intera razza umana”.

La prima ondata di epidemia durò circa due anni, colpendo tutti i paesi del bacino mediterraneo (ma senza riuscire a spingersi a nord).
E poi andò.
E poi tornò.
Yersinia restò sulle coste del Mediterraneo fino al 755, manifestandosi in diciotto diverse ondate che, secondo recenti stime, provocarono nell’arco di due secoli un totale che va dai 20 ai 50 milioni di morti.
Dopodiché, osservando soddisfatta il risultato, la nostra piccola amica decise di ritirarsi. Continuò ad ammazzare un po’ di topi qua e là nel nord della Cina, ma senza infastidire oltre gli esseri umani. Aveva cose più importanti da fare, per il momento: ritoccare il copione e migliorare il suo numero, prima di aprire il suo secondo atto.

VI. La Legge di Murphy della Pandemia: se qualcosa può andare storto, lo farà

Il secondo atto dello show di Yersinia fu preceduto da una serie di eventi apparentemente non collegati tra di loro.

Uno: Sancho IV di Castiglia strappa ai Mori la città di Tarifa.
Due: i Mongoli di Gengis Khan conquistano la Cina.

E voi dite “e che c’azzecca?”.
Eh. C’azzecca.

Il simpatico re Sancho, cacciando i mori da Tarifa, riportò sotto il dominio cristiano lo stretto di Gibilterra. La cosa agevolò la navigazione e intensificò i rapporti commerciali via nave tra nord e sud Europa. Questo dettaglio fu molto utile a Yersinia quando arrivò il momento di diffondere il contagio, ma le fu ancor più utile prima, favorendo la diffusione a Nord del ratto untore.
Ve lo ricordate? Il rattus rattus, il topo indiano.

Il fattore che, probabilmente, impedì alla peste di Giustiniano di espandersi a macchia d’olio fu la limitata area di diffusione del rattus rattus in quel periodo storico. Originario dell’Oriente, arrivato Occidente a bordo delle navi, il rattus rattus era diffuso, all’epoca, solo nei paesi mediterranei. Per quanto veloce possa muovere le sue zampette, non ci si può ragionevolmente aspettare che un topo si sposti a piedi dalla Calabria fin su in Norvegia.
Ma un topo che, sgattaiolando nella stiva di una nave, arriva in Norvegia con pochi giorni di navigazione… beh: è già un’altra storia. Si formarono così nel Nord Europa intere comunità di topi immigrati, pronti per servire Yersinia.

Imprevisto numero due: l’arrivo dei Mongoli in Cina. Conquistato l’Impero Cinese, le genti di Gengis Khan cominciarono fare tre cose che fino a quel momento non venivano fatte.
Uno: presero l’abitudine di cavalcare al galoppo con carichi leggeri, percorrendo in breve tempo distanze anche molto lunghe.
Due: cominciarono a viaggiare su rotte molto più settentrionali rispetto a quelle percorse dalle lente carovane. Se l’antica via della Seta attraversava i caldi deserti asiatici, i Mongoli si spostavano lungo un reticolo di strade ad alto scorrimento che partivano dal Myanmar e salivano fino al Volga.
Tre: erano stranieri e come tali si comportarono. Quella che segue è una supposizione, ma una supposizione non priva di ragionevolezza: dobbiamo presumere che, a un certo punto, un qualche mongolo abbia fatto un passo falso infrangendo quelle regole comportamentali che, probabilmente, per la popolazione autoctona erano assurte nei secoli al livello di tabù. Tipo, che ne so: se noti attorno a te una morìa di topi, non farti domande e scappa fortissimissimo.

Lo sventurato mongolo non conosceva il tabù, non credeva a queste sciocche superstizioni. E quando attorno a casa sua cominciarono a morire topi a frotte, il nostro sfortunato amico si limitò a rimuovere le carcasse, pensando pure “oh beh: un problema in meno”. Non sapeva che, proprio in quel momento, un problema grosso come una casa (e piccolo come una pulce) gli stava letteralmente saltando al collo.

***

Nell’Estremo Oriente, qualcosa di molto molto brutto comincia a prendere forma nel 1330.
Nel 1331, una epidemia irrompe nella regione dell’Hopei uccidendo – a dar retta alle sgomente cronache – i nove decimi della popolazione.
Apparentemente, un caso isolato. Sennonché, nel 1338, muore malissimo una comunità nestoriana del Khirghizistan. Resti della conseguente sepoltura sono stati rinvenuti dagli archeologi, permettendo agli studiosi di isolare tracce del DNA di Yersinia nella polpa dentale dei defunti.
Lentamente, con gradualità, il riflettore si stava spostando verso l’Europa. Dietro le quinte, Yersinia faceva i suoi ultimi esercizi prima di entrare in scena. Nel 1346, un esercito di mongoli appestati avrebbe preso d’assedio la città di Caffa, in Crimea.

VII. Un gran bel lavoro di squadra

Mentre la peste si avvicinava all’Europa, l’Europa pensava (beata innocenza!) che la sua situazione non potesse realisticamente peggiorare ancora.
A partire dal 1309, una serie di stagioni insensatamente piovose e fredde aveva trasformato il continente in una specie di enorme pantano. Probabilmente qualcuno invocò una tregua dalle piogge, solo che invocò un po’ troppo a gran voce: a partire dal 1315, si abbatté sull’Europa una siccità senza precedenti, che durò sette (sette!) anni.
Come se non bastasse: ricordate Peste Bovina? L’agente patogeno sanguinario e sprovveduto, che, quando arriva, ammazza un numero irragionevolmente alto di bovini, col risultato di mettere a repentaglio da solo la sua propria sopravvivenza?
Ecco: l’amico è poco furbo, ma Yersinia voleva dargli una chance. Gli propose di aprire il suo spettacolo – sicché, tra il 1319 e il 1320, Peste Bovina lavorò di buona lena sterminando la quasi totalità delle mucche del Nord Europa.
Nel mezzo della peggiore carestia di cui l’Europa avesse memoria.
Si registrarono atti di cannibalismo.

Dopo il 1322, la situazione migliorò leggermente, dal lato climatico. Ma, dal lato sanitario, sette anni di carestia avevano ammazzato qualcosa tipo il 20% della popolazione e danneggiato seriamente i sopravvissuti, trasformando l’Europa in un continente popolato da emaciate genti immunocompromesse.
Il pubblico perfetto per lo show di Yersinia.

E, qui, vabbeh: non vi sto a raccontare nei dettagli la storia della Peste del Trecento, ché quella la trovate anche sui libri di scuola. Mi limito a dare un po’ di dati al volo.
Yersinia arriva a Messina nell’estate del 1347, si sposta rapidamente su Sardegna e Corsica; poi, con maggior lentezza, risale la penisola e da lì, varcate le Alpi, si allarga a macchia d’olio. Imperversa sul continente fino a 1353 portando al creatore circa la metà della popolazione, perfetta giocoliera nel difficile gioco di fare una mattanza ma lasciando in vita abbastanza persone da poter uccidere negli anni a venire.

E infatti, Yersinia non scompare dopo la prima grande ondata di epidemia.
Or qua, or là, in diverse zone d’Europa, riappare improvvisa nel corso dei secoli, senza peraltro che il passar del tempo faccia declinare la sua virulenza. Alcune delle ondate di contagio più devastanti hanno luogo sul finire della pandemia: basti pensare alla violenza con cui Yersinia colpisce Milano (1630), Napoli (1656), Londra (1665), Marsiglia (1720). L’unica vera differenza tra queste ondate e quella del Trecento sta nell’estensione: politiche sanitarie molto rigide, affinatesi nel corso dei secoli, avevano mostrato una certa efficacia nel circoscrivere i focolai di contagio. Che è pur sempre meglio che niente, se non fosse che ‘sti focolai spuntavan come funghi.

E poi, così com’era arrivata, la peste se ne andò.
Dopo quattro secoli passati ad ammazzare gente ininterrottamente, probabilmente aveva anche voglia di godersi la pensione. Con il suo consueto gusto per la teatralità, Yersinia organizzò un ultimo show di fine carriera a Messina nel 1743: un gentile omaggio alla città che nel 1437 l’aveva vista esordiente.

E poi: The End.
Inchini commossi, e calò il sipario.

VIII. Yersinia comes back

La cosa carina della pandemia che sto per descrivervi è che, essendosi svolta in epoche recenti, ha permesso agli studiosi di osservarla con occhio clinico. Secondo me, Yersinia l’ha fatto apposta a tornare in scena. Con ogni evidenza, mirava a farsi studiare.

Tipo: quella vecchia storia per cui sono i tabù e le superstizioni a proteggere un popolo dal contagio. Sembra ‘na barzelletta, invece si è dimostrato vero.
Verso la metà Ottocento, le popolazioni che vivevano nelle zone da cui partirono le nuove ondate di epidemia avevano sviluppato una sorprendente quantità di idiosincrasie relative ai roditori.
Nello Yunnan, vedere un topo morto era considerato una tragedia di enorme portata.
Nella Manciuria, la caccia di marmotte era tabù – e se le marmotte improvvisamente cominciavano a scarseggiare da una certa zona, la popolazione doveva analogamente fuggire per evitare la malasorte.
Follie che noi saremmo pronti a considerare sciocche superstizioni senza senso. Col brillante risultato di infrangere il tabù e morire di lì a pochi giorni, esattamente come accadde ai funzionari di Pechino che si spostarono nello Yunnan per sedare una rivolta. O come accadde ai trapper di marmotte che pensarono bene di andare a cacciare in Manciuria, là dove la gente è talmente fessa da non farti manco concorrenza.

Ciò che i funzionari non potevano sapere è che davvero in Yunnan un topo morto è portatore di grandi sciagure.
Ciò che i trapper non potevano sapere è che davvero andare a caccia di marmotte in Manciuria scaglierà su di te la più tremenda della malasorte.
Perché in Yunnan e in Manciuria la peste era presente tra le popolazioni di roditori – e quando arrivò da quelle parti qualcuno disposto a infrangere i tabù locali… la superstizione provò di esser vera.
L’ho già detto che Yersinia è un genio istrionico che sa come sorprendere?

***

La terza pandemia di peste scoppiò in Cina nel 1855, ma la gggente  cominciò a interessarsene solo nel 1894 quando la peste bubbonica arrivò al porto di Hong Kong e da lì salpò per Buenos Aires, Honululu, Sydney, Cape Town, Napoli e San Francisco.
Poteva essere una strage, e in effetti lo fu, nel senso che, nell’arco di mezzo secolo, la peste uccise circa 20 milioni di persone su cinque continenti. L’unico problema è che, col passar del tempo, Yersinia era diventata una vecchietta conformista, che, a ‘sto giro, decise di sterminare quasi esclusivamente le popolazioni povere del Terzo Mondo, cioè gente di cui, fondamentalmente, non importa niente a nessuno.

E infatti: voi lo sapevate, che a fine Ottocento scoppiò una terza pandemia di peste, che nell’arco di un paio d’anni uccise nella sola India qualcosa tipo 15 milioni di persone?
Ecco, appunto.

Tutta presa dal suo desiderio di fama, Yersinia dovette probabilmente dispiacersi nel notare la modesta attenzione che i mass media le dedicarono. Certo, scoppiò una certa psicosi quando la peste cominciò a mietere vittime in Occidente, con annessi atti di razzismo nei confronti degli immigrati cinesi (o tempora, o mores!).

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Click sulla vignetta per la versione ingrandita. L’autore del disegno è Thomas Nast, lo stesso che inventò il personaggio di Babbo Natale.

Ma, negli Stati occidentali, i governi furono molto abili nell’arginare il contagio: sicché, nelle uniche tre città europee colpite dal morbo con una certa intensità (Napoli, Oporto e Glasgow) le vittime non furono più di settecento. Gli States non arrivarono neppure a cinquecento, limitando i focolai di contagio all’area di Los Angeles e San Francisco.

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In una vignetta apparsa sulla rivista “Punch”, l’Australia chiude le barriere alla Peste, personificata nella forma di un molesto cinese

Per contro, Yersinia fu probabilmente molto orgogliosa di poter essere fotografata e studiata in lungo e in largo. L’Agente Patogeno fu identificato nel 1894 da Alexandre Yersin, uno studente svizzero di Louis Pasteur, e, quasi simultaneamente, da Shibasaburo Kitasato, studente giapponese di Robert Koch. Nel 1898, Paul-Louis Simon riuscì anche a identificare i due vettori di trasmissione (vale a dire, topi e pulci): leggenda narra che l’intuizione arrivò mentre Simon rifletteva sulle superstizioni riguardo ai roditori formatesi nelle  zone da cui era partito il contagio.

Entro il 1920, la terza ondata di pandemia si era conclusa. Nel 1943, fu individuato un cocktail di farmaci capace di ridurre drasticamente la mortalità… il che è una bella cosa, visto e considerato che la peste continua a esistere in Africa e in Sud America, in piccoli focolai dai quali ogni tanto contagia qualcuno, giusto per tenersi in allenamento. Per il quinquennio 2010-2015, l’OMS ha registrato 3248 casi di peste bubbonica tra esseri umani, 584 dei quali rivelatisi mortali, sottolineando peraltro che, con buona probabilità, altri casi esistono ma non vengono segnalati.

E io non so come dirvelo perché detesto chi semina il panico, ma in fin dei conti Yersinia ama farci vivere nel terrore: se le diamo questo contentino, magari lei se ne compiace e non si fa venire strane idee in testa.
E allora concluderò con questo cliffhanger: non solo la peste bubbonica esiste ancora e ammazza ogni anno più di cento persone. Peggio ancora, nel 1995 è stata isolata in Madagascar, su un paziente di sedici anni, una nuova mutazione di Yersinia (Y. Pestis 17/95 biotipo orientalis).
Che, a quanto pare, è resistente agli antibiotici.

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Se ho scritto scemenze, prendetevela con loro:

William H. McNeill, Plagues and Pleoples, Anchor Books, 1977
John Kelly, The Great Mortality. An intimate History of the Black Death, Harper Collins, 2005
William Rosen, Justinian’s Flea. Plague, Empire and the Birth of Europe, Pimlico, 2010
John Aberth, Plagues in World History, Rowman & Littflefield Publishers, 2011
Frank M. Snowden, Epidemics and Society. From the Black Death to the Present, Yale University Press, 2019

36 risposte a "Breve storia in cui si narra di come Yersinia Pestis divenne la regina di tutte le malattie"

  1. brownyy@libero.it

    Ciao Lucia!  Scusami mi è partita per sbaglio una mail inoltrando il tuo ultimo articolo. Buona serata  Chiara M. 

    Inviato da Libero Mail per iOS

    mercoledì 12 febbraio 2020, 17:08 +0100 da brownyy : > > > > >Inviato da Libero Mail per iOS > >

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  2. Celia

    Mi avevi già convinta alla prima immagine ❤
    E poi dicono che l'Italia ha esagerato fermando subito gli arrivi dalla Cina… santa pazienza.
    Le locuste le abbiamo, perché non anche una “bella” pandemia?

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    1. Lucia

      Più che altro, il mio commento da casalinga di Voghera è che se tu blocchi gli arrivi, ma gli altri Stati non lo fanno, la precauzione ha tutt’al più una funzione psicologica :-\

      Che comunque è sempre meglio che niente 😅

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        1. Lucia

          …per carità: servissero a contenere il panico che serpeggia tra la popolazione, ben vengano anche le precauzioni placebo.

          In questo caso però ho la spiacevole impressione che, più contenerlo, queste precauzioni rischino di aumentarlo, il panico. Come effetto collaterale, sto cominciando a vedere in giro gente che queste precauzioni le sbeffeggia apertamente, notando (non a torto…) che siamo solo noi Italiani a mettere in atto tutto ‘sto ambaradan.
          Solo nei giorni scorsi m’è capitato di vedere su Instagram due influencer che facevano lo stesso discorso di ritorno da un viaggio, sottintendendo che il nostro governo è formato da pazzi paranoici e che invece gli altri Paesi vanno avanti come se niente fosse.

          Ecco: se per troppa prudenza induci la popolazione a prendere in giro misure sanitarie che oggi magari non sono necessarie, ma domani magari sì… forse in effetti un problema di comunicazione c’è 😅

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          1. blogdibarbara

            Io seguo quotidianamente il dottor Burioni su FB, uno dei pochi a fare informazione seria, senza cialtronesche sottovalutazioni e senza allarmismi esasperati, e mettendo a confronto tutti i dati disponibili sembra proprio che il numero sia dei contagiati che dei morti in Cina sia almeno dieci volte superiore a quelli dati dalle autorità cinesi – in aggiunta al fatto di avere dato l’allarme quando il virus aveva già cominciato a girare per mezzo pianeta. Per cui sinceramente non sono molto sicura che ci sia tutta quell’esagerazione che qualcuno vuole vedere. Poi sono senz’altro d’accordo con te che l’esibizione e la forzatura inducono allo sbeffeggio. Prendi i pacchetti di sigarette. Se ti scrivessero che il fumo danneggia le vie respiratorie e può quindi causare problemi respiratori, che danneggia le arterie e può favorire l’infarto, che in soggetti predisposti può favorire e anticipare lo svilupparsi di un cancro, tutte queste cose le prenderesti sul serio perché sai benissimo che sono vere. Invece cosa fanno sti geni? Scrivono a caratteri cubitali “Il fumo uccide” o “Il fumo provoca il cancro”, che detto così è una balla, e quindi te ne freghi, apri il pacchetto, tiri fuori la tua sigaretta e te la fumi con gran gusto.

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          2. Lucia

            Ma infatti io sono tendenzialmente favorevole a tutte le misure di contenimento/prevenzione di una malattia contagiosa, a patto ovviamente che i benefici siano superiori ai rischi (di creare disagi eccessivi e/o di suscitare sbeffeggio). Anche senza stare a immaginare scenari apocalittici in stile Morte Nera, è comunque scomodo sotto svariati punti di vista ritrovarsi con una istituzione/città/area/nazione in cui le persone cadono come foglie ritrovandosi costrette a letto (magari per diversi giorni) da una malattia fastidiosetta. Se è ragionevolmente facile prevenire in qualche modo il diffondersi della malattia, ben venga.

            Quando ero all’università c’era la preoccupazione per l’influenza “suina”. A un certo punto il mio ateneo (cioè, ovviamente, un posto nel quale migliaia di persone passano tutte le giornate a strettissimo contatto) aveva stilato una serie di linee-guida per diminuire il possibile rischio di contagio. Erano norme di buonsenso inframmezzate a qualche richiesta più bizzarra, tipo non buttare i fazzolettini usati nel cestino della carta straccia (ma tenerseli in borsa e riportarseli a casa) e altre precauzioni di questo tipo.

            Ricordo che queste regole avevano suscitato l’ilarità generale, e che infatti quasi nessuno se le filava. Io personalmente le seguivo, e non ci avevo trovato niente di strano: gira una malattia fastidiosetta che si trasmette facilmente e che, se hai jella, può anche dare complicazioni – mi pare pure ragionevole che le autorità (in questo caso, il rettore) richiedano di osservare qualche attenzione extra per non ritrovarsi col loro ente trasformato in un lazzaretto.

            E’ un peccato che, tendenzialmente, non si riesca a comunicare questo concetto senza suscitare l’ilarità generale. Si può essere scrupolosi anche senza essere paranoici e ci si può voler far trovare preparati anche se non ti stai preparando per l’ecatombe, ecco.

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      1. Lucia

        Il carpaccio di cervo non l’ho mai assaggiato, ma voglio presumere che chi lo compra se lo procuri da filiere controllate.
        Ma vogliamo parlare delle decine di simpatici amici piemontesi che qualche mese fa son finite all’ospedale per aver mangiato salame crudo di cinghiale confezionato in casa, SAPENDO BENISSIMO (perché i giornali locali ne parlavano da tempo) che tra i cinghiali è in corso una epidemia di una malattia trasmissibile anche all’uomo?

        https://www.lastampa.it/torino/2020/01/09/news/salame-infetto-in-ospedale-46-persone-il-parassita-dei-cinghiali-ora-allarma-tutte-le-asl-1.38306633

        Dopo questa, veramente, non mi stupisco più di nulla 😐

        Comunque, che storia quella dei poverini morti per la carne di marmotta! Lei incita, poi… 😦

        Su Facebook mi parlavano invece di due turisti statunitensi che si erano presi la peste bubbonica in un bosco, probabilmente da uno scoiattolo. Lei se l’è cavata con “poco”, lui ha dovuto subire amputazioni a mani e piedi per riuscire a salvarsi… 😨

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        1. blogdibarbara

          La marmotta, con rispetto parlando, è una gran mignotta, prima ti adesca e poi ti infetta (starebbe meglio infotta ma ho paura che come licenza poetica sia un tantino esagerata, senza contare che il termine potrebbe suonare un tantino ambiguo).
          Ecco, il salame fatto in casa, magari col cervo cacciato personalmente, quello magari no. Quanto agli scoiattoli, uno una volta mi ha morso un dito, e sapendo che normalmente gli animali paurosi perdono la paura e aggrediscono quando hanno la rabbia, e sapendo che l’incubazione può a volte essere lunghissima, a volte anche un anno, non ti dico come mi sentivo.

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    1. Lucia

      Uh? 😶

      Effettivamente alcuni storici hanno messo in dubbio questa storia, ma da quale punto del mio articolo hai tratto questa informazione (che, di mio, non avrei inserito per non allungare troppo il brodo)? Ho anche riletto un paio di passaggi ma non trovo il punto critico 🤣

      Comunque: le fonti dell’epoca effettivamente parlano di come i Mongoli abbiano gettato i cadaveri infetti oltre le mura della città. Non sarebbe improbabile (non sarebbe il primo caso di guerra batteriologica registrato), il problema è che “le fonti dell’epoca” in realtà sono una fonte sola, della quale è anche stata messa in dubbio la validità (alcuni sostengono che l’autore non fosse in realtà presente a Caffa all’epoca dei fatti, e descrivesse i fatti solo per sentito dire). E, fra l’altro, capita con una certa frequenza che le cronache di un assedio scritte dagli assediati tendano ad essere un po’ esagerate…

      Comunque: l’unica fonte dell’epoca effettivamente ci parla di questi cadaveri catapultati oltre le mura. Alcuni storici hanno osservato che non c’è necessariamente bisogno di scomodare atti così truci per giustificare lo scoppio di una epidemia – nel senso che se c’era la peste nell’esercito mongolo appostato oltre le mura, la peste sarebbe comunque entrata in città, presto o tardi (più presto che tardi).

      Ma, più che altro, di questo episodio è stata decisamente ridimensionata l’importanza storica. Non è che se i mongoli non avessero scaricato cadaveri a Caffa, l’Europa avrebbe evitato l’epidemia. La peste si stava comunque diffondendo spostandosi sempre di più verso Occidente e sarebbe comunque arrivata.

      Da Caffa all’Europa, peraltro, è arrivata via nave (i primi focolai di contagio sono state tutte città portuali). Non l’hanno materialmente portata in Europa i sopravvissuti all’assedio di Caffa, ecco: è molto più probabile che a portarla in Europa sia stato un topo infilato nella stiva di qualche nave mercantile.
      Quindi, Caffa o no, la peste sarebbe arrivata comunque

      Però, la storia dell’assedio di Caffa non è, di per sè, una bufala. A parte le riserve sulla validità della fonte, la storia è probabilmente vera, e comunque è senz’altro documentata. Un fatterello probabilmente ininfluente, ma probabilmente vero 😅

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      1. Umberta Mesina

        Scusami, non intendevo dire che tu avessi negato quell’allegra sparata di cadaveri, ma temevo che non ne avessi parlato perché non era vero l’episodio. Tanto più che l’insieme lo rendeva ininfluente. M’ero proprio rattristata… Vuoi mettere il contagio via lancio di cadaveri con quello causato dal fatto che la gente non si lava le mani?

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  3. klaudjia

    Da brava centro-meridionale mi si sta aprendo un mondo. Non pensavo che i cervi fossero un cibo (e a quanto pare anche raffinato) di uso comune. Va beh che pure noi in quanto ad inventiva ce la caviamo….una mia conoscente bulgara pensava scherzassi quando gli dissi che mangiavamo i fiori di zucca ….poi li ha assaggiati!!

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    1. Lucia

      …uso comune non direi (se dovessi andare a cercare un taglio di cervo in macelleria, non saprei proprio a quale macelleria rivolgermi – di sicuro ne esistono, ma non è che lo trovi nella macelleria sotto casa); però, cibo raffinato lo sono decisamente.
      Anche il camoscio si mangia con gusto, quando si riesce a trovarlo.

      In genere lo si trova quando conosci un cacciatore. Non so come ci si regoli in altre regioni, ma in Piemonte esiste per gli ungulati la caccia di selezione, che serve a sfoltire la popolazione in eccesso che causerebbe sovrappopolazione. I cacciatori selecontrollori (cioè cacciatori “patentati” che hanno superato un certo esame e collaborano con la Regione) sfoltiscono la popolazione animale sulla base di censimenti precedentemente effettuati che indicano la quantità/tipologia di capi da abbattere. Possono ovviamente tenersi la preda, che spesso viene macellata e lavorata “in casa” (o comunque in posti diversi dai macelli).

      …ecco, ehm. Quello che ho descritto è un processo molto controllato, regolamentato dalla Regione e dal Comprensorio Alpino, e OVVIAMENTE prevede che, prima della macellazione, un campione dei capi abbattuti venga inviato a un apposito laboratorio veterinario, che lo analizza per controllare che sia tutto OK. Se arriva l’OK, il cacciatore procede con la macellazione; se gli esami indicano qualcosa di anomalo, il capo va consegnato alle autorità che procedono con lo smaltimento.

      Come sia possibile che cinquanta persone finiscano all’ospedale dopo essersi contagiate consumando un capo di selvaggina infetto, in Piemonte nel 2020, per me è e resta un grande mistero (occielo: qualche ipotesi viene pure in mente…). Ma, per quanto ne so io, l’analisi veterinaria dovrebbe essere obbligatoria sempre, per legge. Anche perché sennò, veramente, basta un nulla per prendersi le peggio malattie!

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      1. blogdibarbara

        Beh, pensa solo a quante persone si avvelenano coi funghi perché sono convinte di saperli riconoscere. O, cambiando ambito, quanti muoiono in montagna perché sono convinti di saperne quanto basta per potersela cavare. In una gara fra tumore e incoscienza non so chi vincerebbe.

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        1. Lucia

          …nemmeno io, però, ti dico: l’avvelenamento da funghi e la morte per imprudenza, ancora ancora posso capirli. In quel caso si tratta appunto di imprudenze, cioè di gente che ha sopravvalutato le sue abilità (di riconoscere i funghi, di cavarsela in contesti di escursionismo, etc).

          Ma come caspita può venirti in mente di consumare carne di selvaggina non analizzata, oltretutto quando è noto a tutti (perché ne parlano i giornali) che c’è una epidemia in corso tra la selvaggina????

          Ma mettiamo pure che tu non abbia avuto la notizia dell’epidemia in corso. Resta il fatto che c’è una norma (di legge e di buonsenso) per cui la carne devi farla analizzare prima mangiarla!!
          I funghi velenosi si distinguono a occhio nudo (poi magari salta fuori che non li sai distinguere e ti avveleni, ma in teoria un fungo velenoso lo si può riconoscere a vista), ma senza un esame apposito come fai a capire se la tua cacciagione era ammalata oppure no? Usi la sfera di cristallo?

          👀

          Coi funghi ci si avvelena chi sopravvaluta le sue abilità personali, e vabbeh, ancora ancora posso capire. Ma mangiarsi carne cruda di un cinghiale senza prima farla analizzare è proprio voler giocare alla roulette russa, non è questione di sopravvalutarsi o meno 👀

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        1. blogdibarbara

          Quelli di cervo in effetti li trovavo quando stavo in Alto Adige, così come trovavo nei ristoranti il carpaccio di cervo, prosciutto di cervo, oppure pietanze a base di capriolo che qui (quasi centro) non trovo, però al supermercato ho visto più di una volta il salame di cinghiale. Il prosciutto di cervo (80.000 lire al chilo, se ricordo bene, quando il filetto di vitello non arrivava a 10.000) lo ricordo con molta nostalgia: ha un sapore intenso senza quell’aspro selvatico che può risultare abbastanza sgradevole. Ogni tanto al ristorante ne mendicavo l’acquisto di un paio di etti.

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    1. Lucia

      Wow, sarebbe davvero interessante conoscere i racconti di famiglia relativi a quell’epoca! Credo che non sia stato scritto molto sul tema, sono le classiche informazioni che rischiano di perdersi se non vengono messe per iscritto 🙂

      Da una rapida ricerca, per il momento ho trovato solamente questo sul tema:

      Reazione al Consiglio Superiore di Sanità sui casi di peste bubbonica a Napoli

      La buona notizia è che è in vendita nelle librerie antiquarie!
      La cattiva notizia è che è in vendita a 130 euro 😅
      La notizia confortante è che il libro è consultabile anche in numerose biblioteche italiane:

      https://opac.sbn.it/bid/LO10506082

      A logica immagino che l’Archivio di Stato di Napoli conservi tonnellate di documentazione su tema, ma non ho idea se sia mai stato creato un “percorso” apposta attraverso queste carte. Potrebbe essere una idea per il futuro, riscuoterebbe un certo successo di pubblico 😆

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