La Riforma Protestante e il “little black dress”

Dire che è merito di Martin Lutero se tutte noi abbiamo un little black dress in guardaroba, è certamente un po’ esagerato. Per dire: Coco Chanel ha un ruolo un po’ più importante nella vicenda.
Eppure un qualche legame c’è per davvero, tra la moda del sempiterno “tubino nero” e l’impronta moralizzatrice della rivoluzione protestante. Difficile credere che una riforma religiosa di inizio Cinquecento fa possa realmente influenzare la moda dei nostri giorni… eppure, sotto certi punti di vista…

A essere onesti, i primordi della moda del little black dress potrebbero essere rintracciati in un modo di pensare che data addirittura a mille anni fa, prima ancora che la Chiesa venisse scossa dalla riforma gregoriana. Già all’epoca, alcuni moralisti (ovviamente cattolici) si scagliavano contro l’abitudine di indossare abiti variopinti, riservando critiche cariche di livore soprattutto verso quei consacrati che si vestivano con tutti i colori dell’arcobaleno.
Un buon cristiano – dicevano i moralisti del secolo XI – dovrebbe avere un abbigliamento sobrio e castigato, non andare un giro conciato come un arlecchino: gli abiti dovrebbero avere colori spenti, semplici, tali da non indurre a una ricerca vanagloriosa dell’eleganza. Non è un bene che un cristiano investa troppi soldi ed energie alla ricerca di un abito fatto così e cosà: infilati addosso il primo vestito che trovi, possibilmente semplice e comprato a poco prezzo, e poi comincia a pensare alle cose più importanti!

A queste tendenze moralizzatrici si unì, verso la metà del secolo XIV, un’evoluzione tecnica mica da poco: i tintori capirono finalmente come produrre stoffe scure ma colorate di un nero “pieno” e corposo. Fino a quell’epoca, tutte le stoffe color carbone venivano fuori con un nero sbiadito che, obiettivamente, era bruttarello forte. A partire da metà Trecento, i tintori scoprirono invece una nuova tecnica per fissare il nero con più efficacia – e questo determinò un grandioso boom dei… little black dress, nel popolino e tra i potenti.
A quanto pare, la moda di vestirsi in nero nacque in Italia poco dopo la grande epidemia di peste, per poi espandersi veloce in tutto l’Occidente. Nel corso del Quattrocento, il nero fece capolino anche nelle grandi corte dell’aristocrazia europea, con la stessa accezione che gli diamo oggi: un colore elegante, senza tempo, di una raffinatezza semplice e sottile.

È questo il sostrato in cui affonda le sue radici la grande “riforma della moda” di stampo protestante.
Eh sì: perché – potrebbe sembrarvi strano, ma è la realtà – le Chiese riformate hanno sempre speso molto impegno nel regolamentare il modo di vestirsi.

...anche perché, sennò, chi glielo farebbe fare, alle donne amish, di andare in giro vestite così ancor oggi, nel 2016?
…anche perché, sennò, chi glielo farebbe fare, alle donne amish, di andare in giro vestite così ancor oggi, nel 2016?

Alla base questo atteggiamento, v’era una questione teologica: agli occhi dei primi Protestanti, l’abito pareva un segno di vergogna, che ricordava dolorosamente la condizione di uomini corrotti dal peccato originale. Adamo ed Eva non indossavano vestiti, prima di inguaiarsi con quella storia brutta della mela.
Dunque, se Dio ha voluto che l’uomo sentisse il bisogno di coprirsi, affinché i suoi abiti gli ricordassero ogni giorno il suo stato di peccato, evidentemente sarà bene che i vestiti diventino di per se stessi segni di penitenza e di umiltà. E dunque siano sobri, semplici, senza orpelli, senza colori.

Un gruppo di quaccheri alquanto... monoctomatici
La monocromia dei Quaccheri

Anche alcuni moralisti cattolici, nei secoli precedenti, erano giunti a conclusioni non dissimili. Però, i teologi delle Chiese riformate portano questa tesi alle estreme conseguenze, criticando non solamente gli abiti troppo ricercati, ma persino quelli modesti ma tinti di colori troppo accesi.
Furono assolutamente banditi dai guardaroba i vestiti di colore rosso, giallo, verde e arancione. Fra i colori chiari, furono ammessi solo il bianco e l’azzurro chiaro, a simboleggiare un desiderio di purezza; per il resto, fu tutto un fiorire di colori scuri: grigio, blu, marrone… e ovviamente, nero. I grandi riformatori diedero l’esempio, facendosi ritrarre in abiti scuri, semplicissimi, austeri, quasi “tristi”; i fedeli li imitarono, volenti o nolenti… anche perché, in molte città di area protestante, erano state emanate delle vere e proprie leggi che regolamentavano il modo di vestirsi, facendo l’occhiolino a questi precetti religiosi.

Per ragioni completamente diverse, anche in area cattolica il little black dress non se la passava troppo male: l’abbigliamento di colore scuro stava vivendo un enorme successo alle corti dei re. Da quando Filippo il Buono aveva deciso di passare tutta la sua vita vestendo il lutto per la morte di suo padre, assassinato nel 1419 (come a dire suoi nemici politici: “guardate che io non dimentico”) il colore nero era diventato un vero e proprio must alla corte di Borgogna. Da lì, la consuetudine si era trasmessa alla corte di Spagna: e siccome la corte di Spagna è stata quella che, almeno fino al ‘600, ha dettato regole in tutta Europa in materia di etichetta e di costumi, si può ben dire che buona parte della nobiltà europea della prima età moderna sia stata influenzata, a vario titolo, dal gusto estetico per l’abito di colore scuro.

Filippo il Buono nel suo abito nero di ordinanza
Filippo il Buono nel suo abito nero di ordinanza

E quindi: da un lato, in area protestante, v’era (anzi: v’è ancor oggi, nel caso di certe Chiese particolarmente conservatrici) la consuetudine popolare di vestirsi di nero, a sottolineare lo stile sobrio e modesto che ben sì confà a un buon cristiano.
Per contro, in area cattolica, il nero era percepito come un colore sobrio… ma anche di gran classe, che ben si addice all’eleganza richiesta ai più potenti.

Solo negli ultimissimi secoli dell’età moderna l’aristocrazia (sia cattolica che protestante) cominciò a schifare il colore nero, perché ormai troppo strettamente associato all’abbigliamento di chi è in lutto stretto. Ma anche in quel caso: non  è che le signore di buona famiglia di metà ‘800 abbiano improvvisamente cominciato a indossare abiti di colori accesi: si orientarono sempre su nuances piuttosto scure, accompagnate da delicate tonalità pastello.

Come osserva Michel Pastoureau, esperto studioso di Storia del colore,

lo storico, in effetti, è legittimato ad interrogarsi sulle conseguenze a lungo termine del rigetto dei colori.

E quando lui parla di “lungo termine”, intende proprio “lungo termine”, ovverosia

a partire dalla seconda metà del XIX secolo, quando le industrie occidentali iniziano a produrre su grandissima scala i beni di consumo di massa. Non occorre condividere tutte le tesi weberiane per ammettere gli stretti legami che uniscono allora il grande capitalismo industriale e l’ambiente protestante. […] Mi chiedo dunque se non sia a quest’etica che si deve la tavolozza molto poco colorata delle prime produzioni di massa.

E su questo punto, lo storico fa osservazioni affascinanti:

quando, già da un certo tempo, la chimica industriale dei coloranti permetteva di fabbricare oggetti di diverse colorazioni, colpisce vedere, come tra il 1860 e il 1914, i primi elettrodomestici, i primi strumenti meccanici per comunicare, i primi telefoni, i primi apparecchi fotografici, le prime automobili, ecc. (per non parlare delle stoffe e degli abiti), prodotti in quantità industriale, si iscrivano tutti nella gamma nero-bruno-grigio-bianco. Come se l’orgia di colori vivaci resa possibile dalla chimica dei coloranti venisse rigettata dalla morale sociale (cosa che avverrà con il cinema a colori qualche decennio dopo).
L’esempio più celebre di simile comportamento protestante e cromofobo è quello del grande Henry Ford (1863-1947), fondatore della omonima casa automobilistica e puritano con preoccupazioni etiche in ogni ambito dell’esistenza: malgrado i desideri del pubblico, malgrado le vetture bicrome o tricrome proposte dalla concorrenza, rifiutò fin quasi alla fine della sua vita, per ragioni morali, di vendere vetture che non fossero nere.

Evidentemente Coco Chanel non stava pensando alla teologia di Zwingli e di Calvino mentre disegnava il bozzetto per il suo famoso little black dressperò, Zwingli e Calvino probabilmente avrebbero approvato, nel vedere tante signorine alla moda indossare quello che, tutto sommato, è un vestito lineare, scuro, semplicissimo, accollato e senza fronzoli… proprio come quello di cui loro predicavano l’efficacia!

Non è che sia andata a cercarmeli col lanternino: i ritratti femminili ad opera dei pittori fiamminghi ci restituiscono una certa... ehm... fissità, nel modo di abbigliarsi
Non è che sia andata a cercarmeli col lanternino: i ritratti femminili ad opera dei pittori fiamminghi ci restituiscono una certa… ehm… fissità, nel modo di abbigliarsi

Pura coincidenza? Corsi e ricorsi della Storia?
Secondo me, la Storia è molto più ricorsiva di quanto normalmente si tenda a pensare… quindi mi schiero dalla parte di Pastoureau: per come la vedo io, sotto sotto, un qualche legame probabilmente c’è!


Per approfondire: Nero. Storia di un colore di Michael Pastoreau (Edizioni Ponte alle Grazie, 2016), anche se le citazioni che trovate in questo articolo sono in realtà tratte da Medioevo simbolico, a firma dello stesso autore (Laterza, 2019)

3 risposte a "La Riforma Protestante e il “little black dress”"

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