Perché facciamo così poca memoria delle epidemie?

Vi stupirà, ma non sono così convinta che l’Historia sia poi così tanto magistra vitae.
Può dare delle indicazioni di massima, certo. Può insegnarti a cogliere i segnali d’allarme. Ma più che magistra, io me la immagino come un guru che impartisce ai suoi discepoli nozioni volutamente vaghe in modo tale che siano loro a risolvere il busillis.

Voglio dire: nessuno di noi darebbe il suo voto a un politico tedesco coi baffetti che ha l’aria di voler inserire “dittatura”, “guerra mondiale”, “eugenetica” e “genocidio” nella sua linea di governo, e fin lì ci siamo… ma potremmo anche non essere in grado di riconoscerlo, il novello Hitler. Nella infinita mutevolezza della Storia, ben difficilmente ci troveremo davanti a un pericolo esattamente identico a quello affrontato dai nostri antenati.

Siamo onesti: una cosa del genere non accade quasi mai.
Oserei dire mai, tranne che in un caso.
E il caso è quello delle epidemie.

***

Se scoppia una epidemia, l’epidemia scoppia: c’è poco da fare.
Al virus di turno, gliene importa ben poco di essere nella Grecia di Pericle o nell’Europa del 2000: se il virus è estremamente contagioso, è e resta estremamente contagioso.
Se porta con sé un alto tasso di mortalità, porta con sé un alto tasso di mortalità punto e basta.

Certo: la differenza tra noi e la Grecia di Pericle è che oggi abbiamo più mezzi per contenere il contagio e curare gli ammalati. Ma, al netto della risposta ospedaliera che possono offrire le varie società, le epidemie son pur sempre epidemie. Non è che un virus controlli in che anno siamo prima di decidere se essere più o meno carogna.

L’aver studiato con più attenzione le epidemie del passato avrebbe potuto aiutarci a gestire in modo migliore il nostro presente? Forse sì, come ho sentito dire ultimamente ad alcuni divulgatori.

Curva Spanola

Ragionare sull’efficacia del distanziamento sociale, ad esempio, non è scienza astratta. L’illustre precedente dell’influenza spagnola ci mostra, dati alla mano, che stare a casa serve per davvero, e che il lockdown è tanto più efficace quanto più è precoce.
Ho sotto le mie mani proprio in questo momento un libro intitolato Pandemie ed edito nel 2010 da Bollati Boringhieri. In appendice, c’è un grazioso capitoletto che si intitola Come prepararsi alla prossima pandemia (che – ci informano gli autori – era ragionevolmente sensato aspettarsi da un momento all’altro). Alcuni suggerimenti sono stati effettivamente messi in atto ai nostri giorni; altri no, probabilmente per carenza di mezzi. È interessante, però, che il vademecum su Come prepararsi alla prossima pandemia ce l’avessi in casa io, che sono una storica.

Ma allora, se la Storia ha così tanto da insegnarci per quanto riguarda la gestione delle epidemie, perché la Storia delle epidemie è così poco studiata?
Onestamente: quanti di voi possono dire di aver studiato a fondo l’influenza spagnola, quand’erano al liceo?

Eppure, la Spagnola ha fatto un numero di vittime che (nella migliore ipotesi) è superiore a quello dei caduti della prima guerra mondiale e che (nella peggiore delle ipotesi) arriva all’esorbitante somma di cento milioni. Sconvolgente, quasi quanto lo è il notare che WorldCat, il più grande catalogo bibliografico online, elenca circa ottantamila libri dedicati alla prima guerra mondiale e circa quattrocento dedicati alla Spagnola.

Senza polemica, ma come è mai possibile che una catastrofe di questo tipo non venga studiata in lungo e in largo? Come è possibile che non si tengano commemorazioni annuali in giro per il mondo; come è possibile non esistano monumenti ai caduti, o quantomeno statue ai medici che sono morti eroicamente?

Ci provò la Francia, a onor del vero. Al termine dell’emergenza, il Ministero della Guerra affiancò alle medaglie ai caduti una “medaglia per l’epidemia” da distribuire a chi – civile o militare – si fosse distinto in modo particolare. Le medaglie in effetti esistono, ma non se le fila nessuno; ancor oggi, un sito di collezionisti segnala che “curiosamente, il loro posto tra le onorificenze del conflitto è totalmente sconosciuto”.

Laura Spinney, autrice di 1918. L’influenza spagnola fa notare che la malattia viene spesso definita “l’epidemia dimenticata”.
Oserei dire che è abbastanza vero. Ma soprattutto, oserei dire che è abbastanza normale.
Curiosamente, le malattie del passato (peggio ancora le grandi epidemie) tendono ad essere piuttosto neglette dalla memoria collettiva dei fatti storici.
Alcune – le epidemie “più fortunate” – riescono ad entrare nella memoria collettiva solo a distanza di molti secoli, meglio ancora se portate alla ribalta da qualche opera letteraria che le usa per ambientazione.

La Peste Nera è un caso eclatante: di certo non è una epidemia dimenticata, ma vi sorprenderà sapere che la gente ha cominciato a ricordarsela in tempi recentissimi. Quando, nel 1969, Philip Ziegler si avvicinò allo studio di quella pandemia si rese conto che erano “sorprendentemente pochi” gli studi “dedicati alla Peste Nera nel suo complesso”. Degli unici sei studi che lo storico riteneva degni di una certa attenzione, il più antico era datato 1853.

Sì, le epidemie del passato ci sembrano remote, inafferrabili,  persino prive di interesse. E ciò è probabilmente dovuto al fatto che – contrariamente alla retorica che l’Italia ha scelto di adottare in queste ultime settimane – le epidemie non sono guerre.
Combattere una epidemia non assomiglia neanche lontanamente all’andare in guerra: son due fenomeni ugualmente drammatici ma completamente diversi.

E infatti le guerre vengono ricordate, studiate, commemorate. Le epidemie, tendenzialmente, no.

Innanzi tutto, è storicamente complesso fare la conta dei morti di una epidemia. I caduti in guerra, poveretti, sono abbastanza facili da identificare, puoi persino elencarli tutti nel monumento ai caduti nella piazzola del paese. I morti di epidemia non indossano uniformi, non sono elencati in un registro di battaglione, non muoiono nel corso di una azione precisa. Loro muoiono in luoghi sparsi, in un lasso di tempo più o meno lungo – alcuni in ospedale; molti nel letto di casa loro. Parecchi muoiono prima ancora che la malattia possa essere diagnosticata.

Inoltre, le guerre sono più facili da insegnare a scuola, o comunque a un pubblico di studenti non “specializzati”. Nel 2015, gli psicologi Henry Roediger e Magadela Abel della Washington University a St. Louis hanno notato che, per poter passare alla memoria collettiva, un evento deve avere una struttura narrativa “abbastanza semplice” e comprendere “un numero limitato di eventi salienti”, che possibilmente possano essere riferiti “a un momento di inizio, a un punto di svolta e a una fine”.

Una guerra, con ogni evidenza, risponde benissimo a questi requisiti.
Ma anche un boom economico, una rivoluzione, una scoperta scientifica, una biografia di un uomo illustre: tutti questi sono concetti che rispondono bene ai requisiti.

…ma una epidemia?

Non è mica facile parlare con parole semplici di una roba strana che nasce dal nulla, ammazza un po’ di gente, poi sembra scomparire, poi ritorna, poi se ne va: così, a casaccio.
Non è nemmeno facile polarizzare la narrazione contrapponendo i “buoni” ai “cattivi”. O i “vinti” ai “vincitori”.
Salvo il caso di scoperte scientifiche eclatanti, ben di rado la Storia delle epidemie registra vincitori più alti di un microorganismo. Come fa notare Laura Spinney,

fino all’Ottocento, le epidemie erano considerate atti divini e la gente le accettava con fatalismo, ma con l’avvento della teoria dei germi gli scienziati si resero conto che potevano, almeno in linea di principio, prevenirle. Da questo punto di vista il loro fallimento nel 1918 fu umiliante, fu come essere tornati a un’epoca precedente, quando le epidemie divampavano senza logica né motivo e non si poteva fare nulla per fermarle. Come ha detto un epidemiologo, «era come se fosse tornata un’antica pestilenza»

E, in fin dei conti, chi è che ha interesse a scolpire nella mente dei suoi studenti (o dei suoi cittadini), l’umiliante fallimento della medicina? Col senno di poi, la consapevolezza di quanto l’uomo sia impotente di fronte a una pandemia avrebbe fatto comodo, forse, per evitare che i gggiovani si assembrassero ai Navigli perché “da noi non possono succedere queste brutte cose”.
Ma se s’è perso il ricordo di quanto sia facile vederle invece accadere, queste brutte cose, chi mai potrà sottolineare l’importanza di far passare il concetto alle nuove generazioni?

Sì: è difficile scrivere la Storia delle epidemie, soprattutto se si ha l’ambizione di esser letti da un pubblico generico.

Come scrive Laura Spinney (una che ci ha provato, con risultati direi soddisfacenti),

C’è bisogno di una narrazione completamente nuova, di un nuovo linguaggio.
[…] Elaborare una narrazione di questo tipo richiede tempo – quasi cent’anni, a giudicare dall’esplosione di interesse degli ultimi due decenni [verso la spagnola, NdR] – e finché non avviene, regna la confusione. In Australia, l’influenza spagnola fu associata nella mente delle persone all’epidemia di peste bubbonica del 1900, mentre in Giappone fu eclissata da un altro disastro naturale: il grande terremoto del Kantō che distrusse Tokyo. Molti pensarono che la pandemia fosse un prodotto della guerra biologica.

Molti altro sono convinti che la Spagnola sia stato un virus letale dalla mortalità elevatissima, e non sanno invece che l’OMS fornisce questi dati:

OMS spagnola

Persino Downton Abbey, solitamente così attenta alla Storia culturale, ha registrato una insolita caduta di stile nel dipingere (in modo alquanto inverosimile) l’arrivo della Spanish Lady tra le mura del palazzo.

No, non è per niente facile far sì che una epidemia si guadagni il posto che merita nella memoria collettiva. Soprattutto non è facile far sì che se lo guadagni in modo onesto, senza sensazionalismi validi per la letteratura ma deleteri per la divulgazione.

Alla luce di ciò, la professoressa Ananya Chakravarti, ordinaria Storia alla Georgetown University ha stilato alcune linee guida per evitare che, domani, vada sprecata anche la memoria di quanto stiamo vivendo oggi. Se siete archivisti, se siete storici, se siete giornalisti: date un’occhiata.

Francamente: datecela anche se siete dei grafomani o dei videomaker che non vedono l’ora di molestare i nipotini coi loro racconti di Quei Tremendi Anni ’20.
Come scherzava una mia amica, questa è la nostra grande occasione per poter abbrutire i giovani di domani con l’equivalente del più arcaico “sapessi quando c’era la guerra!”.

Se proprio dobbiamo abbrutirli, almeno abbrutiamoli per bene e in modo storicamente documentato!

Archiving The Present COVID

30 risposte a "Perché facciamo così poca memoria delle epidemie?"

  1. vitaincasa il lato rosa della vita

    Fuori tema, approfitto solo per chiederti se ieri hai seguito la diretta del Papa a mezzogiorno… Perché ho notato che ha iniziato a recitare il Padre Nostro in latino ma poi ha frettolosamente concluso in italiano! Sarà stata una cosa voluta o una piccola gaffe?? Vorrei capire se anche qualcun altro se ne è accorto. 🙂

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    1. Lucia

      😳
      No, non l’ho seguita: sapevo della diretta di domani sera ma mi era sfuggito che ci fosse una diretta anche ieri mattina. Più che altro, non mi era nemmeno passato per la testa di controllare, non pensavo onestamente che facessero una diretta per un Padre Nostro (ma è bellissimo che l’abbiano fatta, per carità :-D)

      LOL, no, non sapevo dell’errore, ammesso che sia stato un errore. Va a sapere. In effetti, se la diretta è stata mandata in onda anche in altre nazioni, io avrei usato il Latino universale, forse 🤔

      In compenso, il 19 marzo stavo seguendo in streaming il rosario delle 21 dalla cappella del vescovo di Torino, e pure lui ogni tanto si incartava recitando le Ave Maria un po’ in Latino e un po’ in Italiano 🤣

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      1. vitaincasa il lato rosa della vita

        Eheh! Io ho seguito la diretta sul canale Youtube del Vaticano, ma sicuramente l’hanno trasmessa anche in TV. In pratica aveva invitato tutti i cristiani, non solo cattolici, a recitare insieme il padre nostro ieri a mezzogiorno ora italiana. E’ stata una bella iniziativa. Ora devo informarmi sulla trasmissione dell’appuntamento di domani, e vedremo che succede… Latino o italiano… o un mix? 🙂

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        1. Lucia

          Sissì, del Padre Nostro a mezzogiorno lo sapevo e l’ho ovviamente recitato (in diretta Telegram con i miei genitori oltretutto 😅) ma non mi è proprio venuto in mente che potesse esserci una diretta da qualche parte. Per il breve tempo di un Padre Nostro… 🙂

          E invece!

          La preghiera di domani dovrebbe andare in onda alle 18 su Tv2000 🙂

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          1. Elisabetta

            Probabilmente abbiamo poca memoria perché pensiamo che la medicina possa guarire tutto e le epidemia di Sars , Mers e Ebola ci hanno rassicurato sul fatto che fosse possibile bloccarle in altri continenti. .. non solo i libri di scuola, ma nessun nostro familiare ci ha mai dato testimonianza diretta di una pandemia…
            Per esempio se penso ai bambini,ho notato come la trasmissione orale sia ancora importante. Ad oggi per esempio, nessuno parla loro della guerra ai bambini. Bisogna attendere la terza media perchè la trovino sui libri di storia. Non hanno più i bisnonni che ne parlano. Quando io ero piccola mia nonna ne parlava sempre,e questo mi dava la sensazione che non fosse poi stata così lontana. Per noi è stata la stessa cosa con le pandemie , prima di oggi non erano realmente sul tavolo delle possibilità. Poi la tecnologizzazione del mondo ci dà la falsa sicurezza di vivere in un mondo civilizzato dove le cose sporche come guerre ed epidemie non succedono, e quelle disastrose come i terremoti accadono solo perchè le case son costruite male! Sicuramente questa pandemia ci sta facendo fare un bel bagno di umiltà come esseri umani.

            Per quanto riguarda l’indulgenza, io ho capito che per ora basterebbe far un esmae di coscienza e confessarsi nell’intimo per ottenre l’indulgenza, con la promessa di confessarsi appena finito tutto.
            Venerdi prossimo h 18 il Papa elargirà l’indulgenza.

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          2. Lucia

            …in realtà non proprio, per quanto riguarda l’indulgenza.

            Il Papa ha detto due cose. Una, quella che dice Elisabetta, riguarda la confessione “normale”: come sempre quando vi è una concreta impossibilità a confessarsi per cause di forza maggiore, il fedele può fare una “confessione di desiderio” nel suo intimo, con la promessa di andare a confessarsi da un sacerdote appena gli sarà possibile.

            La possibilità di lucrare l’indulgenza invece è spiegata qui: https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2020/03/20/0170/00378.html e prevede una procedura leggerissimamente più complessa.

            L’indulgenza plenaria viene concessa a tutti i fedeli che, pregando per i malati, per la cessazione dell’epidemia e per le anime di chi è morto, offrono una delle seguenti pratiche:

            – la visita al Santissimo Sacramento
            – adorazione eucaristica o lettura delle Sacre Scritture per almeno mezz’ora
            – la recita del rosario o dell’Inno Akàthistos alla Madre di Dio
            – la recita della Via Crucis
            – la recita della Coroncina della Divina Misericordia o dell’Ufficio della Paràklisis alla Madre di Dio o altre forme proprie delle tradizioni appartenenza

            Uno dei modi in cui può essere lucrata l’indulgenza è unirsi alla preghiera di domani alle 18, ma di per sé non è l’unico.

            Correggetemi se sbaglio, ovviamente 😀

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          3. Elisabetta

            Grazie Lucia.
            Ho messo insieme due cose.
            Indulgenza plenaria di solito si prende dopo confessione eucarestia e preghiere. In questo caso come si prende se non ci si è confessati? Basta la confessione privata? E nel caso qualcuno poi dovesse ammalarsi e non farcela?

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          4. Lucia

            …ma, detto proprio brutalmente, io sono convinta che questo richiamo alla confessione di desiderio sia stato fatto proprio a favore di chi, disgraziamente, dovesse ammalarsi e morire senza poter passare dal confessionale.
            Alla fine è quello pur sempre quello che si dice per tutti i fedeli che, per i vari casi della vita, muoiono improvvisamente dopo dopo brevissima agonia. Se c’è il pentimento e una sincera contrizione e per cause di forza maggiore (tipo, perché stai morendo d’infarto 😅) non puoi confessarti da un prete, i peccati sono comunque rimessi.

            Per l’indulgenza, notavo che nel documento della Santa Sede non è specificato che la si possa lucrare “alle solite condizioni” (che sarebbero appunto comunione e confessione entro le 24 ore). Ovvio che se non possiamo uscire di casa non possiamo fare né l’una né l’altra cosa 😅 a parte la confessione di desiderio, tutt’al più.

            Immagino (ma immagino io, eh) che durante la preghiera di domani il Papa inserirà un momento penitenziale e un momento di adorazione eucaristica, che ovviamente non sono la stessa cosa, ma… 😉

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    2. Celia

      Io l’ho seguito, ma, proprio perché interdetta dal latino, non ci ho fatto caso… non mi si fraintenda, il latino era la scelta giusta, ma io non me l’aspettavo e son riuscita appena a spiccicare due mezze frasi – e sarebbe stato meglio non farlo, perché concentrata sulle parole da dire alla fine di fatto non ho esattamente pregato.

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      1. Lucia

        Ma per curiosità: secondo voi era voluto, cioè ha volutamente fatto mezza preghiera in Latino perché universale e mezza in Italiano perché qui in particolare siamo tra i messi peggio 😅 oppure è stato proprio un lapsus?

        Son troppo pigra per andarmi a cercare il video online 🤣🤣

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        1. Celia

          Arrr, no, non credo – e soprattutto mi auguro non sia così 😅
          Però è vero, l’ultima frase l’ha detta in italiano. Forse non l’ho notata perché… è stata l’unica che ho detto intera per tempo 😀

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          1. Lucia

            😐

            No vabbeh, così è proprio palese. Ha persino fatto una pausa di qualche secondo, a questo punto io penso che fosse voluto.

            Non ho mai capito il perché, ma nella Messa tridentina il Padre Nostro viene recitato solamente dal sacerdote fino al “Sed libera nos a malo”, appunto, che invece viene pronunciato dai fedeli.
            Boh?
            Magari c’è un qualche legame? Magari non c’entra un cavolo di niente? 🤣

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          2. Celia

            Secondo me no.
            E’ un caso.
            la pausa non è intenzionale, è come se stesse pensando “Come cavolo dice l’ultima frase?”, e siccome lì per lì non gli viene la piazza in italiano: questa è la mia impressione.

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  2. scudieroJons

    Laura Spinney compie un’imprecisione quando dice che “fino all’Ottocento, le epidemie erano considerate atti divini”. Ancora oggi c’è chi lo crede.
    E a proposito della domanda: “E, in fin dei conti, chi è che ha interesse a scolpire nella mente dei suoi studenti (o dei suoi cittadini), l’umiliante fallimento della medicina?” una possibile risposta potrebbe essere: “La stessa persona che ha concepito questa frase: Da lungo tempo si chiede al Sommo Pontefice che si riconcilii con il progresso e con la moderna civiltà. Ma come mai potrà avvenire un simile accordo, quando questa moderna civiltà è madre e propagatrice di infiniti errori e di massime opposte alla fede cattolica?

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    1. Lucia

      “Laura Spinney compie un’imprecisione quando dice che “fino all’Ottocento, le epidemie erano considerate atti divini”. Ancora oggi c’è chi lo crede

      Sì beh, diciamo che una volta era la posizione ufficiale, adesso grazie al cielo no e chi definisse (definisce) l’epidemia “flagello divino per i peccati dell’umanità” viene quantomeno guardato un po’ storto da tutti gli altri, ivi compresi i suoi correligionari 😅

      Quanto alla frase di Pio IX… beh, quelli erano tempi ormai molto lontani 🙂 Detto ciò, io ho lavorato su diversi archivi ecclesiastici e non ho assolutamente problemi nel dire che, tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento, la Chiesa ha faticato davvero tanto a tenere “il passo coi tempi” in un mondo che cambiava, e molto spesso si è trovata in difetto. Non parlo di riforme del catechismo che avrebbero dovuto esserci e non ci sono state o di una dottrina troppo “vecchia”, eh! Parlo proprio di una difficoltà estrema ad adattarsi nelle piccole cose quotidiane, tipo: è bene che un religioso possieda un orologio? E’ bene che i conventi di nuova costruzione abbiano le stanze con il bagno in camera?

      Un sospetto generalizzato ed eccessivo nei confronti della modernità a prescindere io in effetti l’ho visto eccome: più nella quotidianità che nella dottrina, devo dire.

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    2. ago86

      Certo che sei proprio fissato con i tuoi pregiudizi. Davvero pensi che Pio IX fosse contrario alla scienza e alla medicina? Sai cos’è un non sequitur?

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  3. klaudjia

    Nel nostro codice civile ci sono norme, retaggio di altre epoche, dove si regolamenta il matrimonio, il testamento o la dichiarazione di nascita del figlio in caso di epidemia. Ricorso quando ormai 20 anni fa le studiavo sembrava di leggere qualcosa di assurdo….e invece eccoci qua!

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    1. klaudjia

      Per quanto concerne “l’umiliante fallimento della medicina” personalmente lo interpreto come la mera constatazione (senza ideologie) che nel corso della storia ce ne sono stati a livello storico (si veda alla voce lobotomia/ elettroshock/ manifesto della razza ecc.). Per non parlare del fatto che fino a pochi decenni fa le donne erano escluse dalla magistratura perché durante il ciclo erano, a dire della scienza di allora, affette da chissà quali pericolose psicosi. Ma non vuol dire che non si creda nella scienza o che debba essere abbandonata in favore della fede. Semplicemente che anche la medicina può prendere delle cantonate, dovute ad errori umani, alle circostanze o ai tempi arretrati.

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      1. blogdibarbara

        “Allora si credeva”? Ho conosciuto un dentista, oggi appena cinquantenne, che sosteneva che la donna deve sposarsi perché a causa del ciclo ha un fondo di instabilità e per questo ha bisogno di un pilastro a cui appoggiarsi (sic!).

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  4. klaudjia

    Elisabetta io racconto ai miei figli quello che mio padre e mio zio (bambini in tempo di guerra) mi hanno raccontato. Nei racconti familiari siamo risaliti fino alla prima guerra mondiale e loro le ascoltano con molto interesse

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  5. Pingback: La vera storia di Balto e di Togo, i cani che salvarono Nome dalla difterite – Una penna spuntata

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