“Ad mortem festinamus”: ma balliamo un po’, nel mentre

“Io sono la morte e porto corona”, canta il Tristo Mietitore nella celebre canzone di Branduardi.
“Lo sappiamo bene chi sei”, gli rispondono i paesani: “sei l’ospite d’onore di questa festicciola. Anzi, sai che c’è? Unisciti al nostro girotondo: per il tempo di una danza, e poi di un’altra ancora, non sarai più tu ad essere al comando”.

Sarebbe scorretto definire una “danza macabra” in senso stretto il Ballo in Fa Diesis Minore di Branduardi.
In senso stretto, non mi risulta che siano mai esistite danze macabre che tentavano di esorcizzare la paura della morte a tempo di musica. Quella paura era una compagna costante per un uomo medievale, diciamo così. Non si cercava di cancellarla; semmai, si cercava il modo di convincerci pacificamente.

Però.

Però, un uomo medievale che, per uno scherzo del destino, dovesse trovarsi a fare una capatina nel 2020 potrebbe anche trovare non poi così curiosa la nostra mania di sfidare la morte al suono dei flashmob.

Benedetti flashmob: quanto hanno fatto discutere. Molti hanno reagito con fastidio a questa ondata di melomania collettiva: nel mezzo di una pandemia, mentre la gente muore, è di cattivo gusto – dicono – intonare canzonette. Naturalmente, capisco l’obiezione, ma vorrei controbilanciare portando l’esempio di alcune gioiose danze macabre (!) che non stonerebbero affatto, suonate a palla dai balconi.

***

Vi stupirà, ma la danza macabra non nasce come una cosa triste e luttuosa.
Certo: col passar del tempo lo diventerà, assumendo una severa funzione di apparecchio alla morte. Ma se guardiamo alle sue origini – se guardiamo alle primissime forme di danza macabra, quando la Chiesa non era ancora intervenuta a regolamentarla – scopriremo che la danza macabra, di per sé, nasce come una giocosa follia popolare.
Per la precisione, nasce con la consuetudine popolare di riunirsi nottetempo a danzare nei cimiteri, o addirittura dentro le chiese, durante i giorni della “festa dei folli”. Una pratica che il concilio di Basilea definì “scandalosa” e avversò molto duramente… tuttavia, una pratica che era diffusa in numerose aree d’Europa.

Non chiedetemi quale fosse lo scopo, perché è difficile dirlo.
Esorcizzare la paura della morte? Sembrerebbe improbabile, francamente: non rientrerebbe nella forma mentis di un uomo medievale.
Suscitare il riso collettivo, in un carnascialesco ribaltamento dei ruoli? Molto più probabile – anche perché, nel folklore europeo, esistevano numerose leggende secondo cui, in certi periodi dell’anno, le anime dei morti tornavano sulla terra per danzare.

Nella Germania meridionale, ad esempio, si credeva che nella notte di san Tommaso fosse possibile veder danzare per le strade le anime dei defunti, assieme alle “immagini” (?) di chi sarebbe morto nei dodici mesi a venire. In Francia, le leggende parlavano di una spaventosa caccia selvaggia praticata dalle anime in pena, che, correndo nella notte, cercavano qualche vivo da trascinare agli inferi.

Sono numerosi gli esempi di questo tipo. Nei secoli centrali del Medioevo, era convinzione diffusa tra il popolino che le anime dei defunti, di tanto in tanto, danzassero tra i vivi.
E vi dirò di più: la convinzione non era diffusa solo tra il popolino. Come nota Jean Delumeau, autore de magistrale Il peccato e la paura. L’idea di colpa in Occidente dal XIII al XVIII secolo,

anche l’élite del Medioevo e del Rinascimento (quindi, non solo il popolino) credeva nelle apparizioni dei morti: dunque, la danza macabra può anche essere stata una rimodellazione erudita ed ecclesiastica di elementi che appartenevano ad usanze più antiche.

Usanze che, però, avevano ben poco a che vedere col pianto funebre o con le composte note del canto gregoriano. Le tradizioni popolari che avevano ispirato le danze macabre appartenevano al mondo del riso e della mascherata: le cacce selvagge di anime dannate venivano descritte durante veglie attorno al fuoco, non durante le omelie dal pulpito. Il popolino si radunava nel camposanto per ballare quando voleva divertirsi, non quando voleva piangere i suoi morti.

Al che, qualcuno potrebbe chiedersi: come diamine la rimodelli, in chiave ecclesiastica, una roba che nasce in maniera così sgangherata?
Banalmente: la rimodelli creando danze che, sì, parlano di morte… ma lo fanno con una certa allegria.

***

Emblematica, sotto questo punto di vista, è la bellissima Dansa de la mort che ci è stata tramandata dal Llibre Vermell, un manoscritto trecentesco conservato nel monastero di Montserrat. Presso questo monastero, godeva (e ancor gode) di grande venerazione una statua di Maria: i pellegrini si mettevano in viaggio da tutta la Spagna per poterle prestare i loro omaggi.
Il problema logistico, per i monaci di Montserrat, nasceva dal fatto che, al calar della notte, tutti ‘sti pellegrini cercavano rifugio entro le mura della chiesa. Erano persone che – giustamente – morivano dalla voglia di festeggiare l’essere giunti al termine del loro cammino. E – da abili conoscitori dell’animo umano – i monaci di Montserrat si erano resi conto che era probabilmente una cosa furba organizzare forme di intrattenimento per i fedeli che erano lì riuniti (onde evitare che i fedeli decidessero in autonomia qual era il modo migliore per passare la serata).

Nasce così il Llibre Vermell, un codice meraviglioso che ci ha trasmesso tutte le danze e le canzoni con cui venivano  intrattenuti i pellegrini giunti a Montserrat. Si trattava di canti a tema sacro: ma erano canti allegri, popolari, che potevano addirittura essere ballati. Rientra nel filone anche la Dansa de la mort che ricordava ai pellegrini la caducità della vita umana e l’importanza della confessione (un sacramento che i fedeli avrebbero ricevuto l’indomani).

Anche nota con il titolo di Ad mortem festinamus, dal primo verso del ritornello, la canzone era una vera e propria danza che veniva eseguita in chiesa, di fronte all’altare, al di fuori dei riti liturgici. Tecnicamente, era un ball rondò, cioè una specie di girotondo: i danzatori ballavano facendo un salto in avanti e uno indietro, poi compivano delle piroette e ripetevano la coreografia avanzando verso l’altare.

Insomma: facevano grossomodo ‘sta roba qua:

accompagnati però da una piccola orchestrina composta da cornamuse, zampogne e strumenti a corda. Contemporaneamente, un coro intonava una lunga canzone che – dispetto dell’atmosfera da festa di paese – introduceva temi di tutta serietà:

Ci affrettiamo all’ora della morte,
non pecchiamo più! Non pecchiamo più!

diceva il ritornello, mentre le strofe ricordavano che

ben presto avrà termine la nostra vita:
la morte accorre rapida e non rispetta nessuno.
La morte uccide tutti, non ha pietà di nessuno.

Il che implica anche che

se non ti converti, non ti fai umile,
se non cambi vita dandoti alle buone opere,
non potrai entrare da beato nel regno di Dio.

Eppure,

Se contempliamo come si deve la passione di Cristo,
se piangiamo lacrime amare di pentimento,
egli ci proteggerà come la pupilla dell’occhio
e ci impedirà di peccare ancora.

Sul finire della canzone (che è molto più lunga di quanto io abbia riportato: potete trovare qui il testo integrale) tutti i presenti – cantori, ballerini e pellegrini – si univano in unico coro, per cantare all’unisono una preghiera a Maria:

Santa Vergine delle vergini, in cielo coronata,
siate la nostra avvocata presso vostro Figlio
e, dopo questo esilio,
siate l’intermediaria che ci accoglierà.
Siate l’intermediaria che ci accoglierà.

Il Llibre Vermell non ci informa se ci fossero monaci che si univano al coro affacciati dal balcone, ma a me piace pensare che qualcuno ce ne fosse.

Io l’ho sempre detto: gli uomini del Medioevo erano uomini che ne sapevano.
E, quando ascolto la serenità gioiosa con la quale erano disposti a sentirsi annunciare la propria morte, mi vien da pensare che, forse forse, avrebbero tante cose da insegnare a noi uomini moderni.

 

 

 

7 risposte a "“Ad mortem festinamus”: ma balliamo un po’, nel mentre"

  1. blogdibarbara

    Commento solo un dettaglio del tuo splendido (come sempre) post: quegli osceni schiamazzi sui balconi, con tanto di microfoni e altoparlanti, con migliaia di morti, con migliaia di famiglie in lutto, con decine di migliaia di medici e infermieri che vorrebbero godersi quell’attimo di riposo fra un turno di 12 e più ore e l’altro: dovrebbero vergognarsi.

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    1. klaudjia

      Qui da me c’è il concerto ogni giorno alle 18:00. L’unica volta che mi è piaciuto è quando hanno messo l’Halleluja che mi è sembrato un messaggio di speranza rispettoso anche delle persone sofferenti. Una preghiera rivolta al Cielo…..ma è successo solo una volta!! Passi l’inno nazionale per farci sentire uniti…Ma il Karaoke, le canzoni di Pupo e Heather Parisi🤔🤔 beh forse è un modo per farsi coraggio…. ma non le apprezzo molto.

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      1. Lucia

        🤣

        Sui flashmob delle 18 ho posizioni molto contrastanti. Sui social vedo filmati di flashmob che davvero sono inadatti al contesto, ridanciani in modo offensivo e fortemente inopportuni. Al primo giorno di flashmob, ho scoperto invece con gran sorpresa che il mio isolato è popolato da gente molto rispettosa e con ottimi gusti musicali, che questo appuntamento delle 18 l’ha preso molto sul serio e ogni giorno si industria per suonare (a basso volume, con le finestre chiuse senti a malapena) canzoni molto rispettose e adatte al contesto, talvolta persino canti di chiesa. (Incredibile ma vero 😃).

        Devo dire che, col tempo, è diventato un bell’appuntamento e mi spiacerebbe se non ci fosse più.
        E abbiamo rischiato di vederlo saltare. Un giorno, manco a farlo apposta, proprio alle 18 ha luogo il dramma: tutti affacciati alla finestra, vediamo una ambulanza fermarsi in uno dei palazzi del vicinato e scaricare infermieri vestiti da marziano, che di lì a poco portano via con tutte le cautele una ragazza, palesemente malata di Covid. Ovviamente quella sera nessuno si è azzardato a suonare (e ci mancherebbe) e ovviamente la sera dopo regnava il silenzio. Che è stato spezzato dai parenti della ragazza in ospedale, i quali (affacciatisi brevissimamente alla finestra, con mascherina e tutto) ci hanno invitati a ricominciare. I due ragazzi che curano il concertino hanno armeggiato un po’ e poi hanno fatto suonare un paio di canzoni veramente molto delicate, chiaramente pensate per la vicina in ospedale.

        I suoi parenti stavano registrando tutto e filmando se stessi che ballavano in modo assurdamente allegro, visto il contesto, dal che ho immaginato che volessero inviare il video alla malata per darle una botta di energia.

        Vi dirò: se fatto così, è molto bello e quel pomeriggio mi è anche scesa la lacrimuccia. Concordo però che questo ha ben poco a che vedere con certe ostentazioni che ho visto in giro e che davvero sono poco adatte alla situazione, ahimè.

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