[Ma che sant'uomo!] Una donna con la D maiuscola

Se ve lo state chiedendo, la risposta è no: il comune di Torino non mi ha pagata per farmi scrivere questa serie di post (anche se forse dovrebbe!). Faccio tutto in totale autonomia, perché mi piace, ogni tanto, parlare della città in cui son cresciuta. E così, approfittando della giornata di festa, colgo l’occasione per raccontarvi un altro pezzetto di storia, di geografia, e di cultura torinese.
Essì, perché la donna di cui vi parlo oggi è la figura più adatta, per ricordare assieme la festa della donna.
Avete mai sentito parlare, signori e signore, di Juliette Colbert, marchesa di Barolo?

Ma che santa donna!

ovverosia

Tutto quello che non volevate sapere sulle Sante,
e che men che meno avreste osato chiedere.


Juliette Colbert, marchesa di Barolo, era nata a Maulévrier, in Francia, il 27 giugno 1785. La sua famiglia era ricca, nobile, appartenente alle più alte sfere dell’aristocrazia francese; il che sarebbe stata una gran bella cosa, in linea teorica, se non ci fosse stata di mezzo la Presa della Bastiglia.
Juliette, fortunatamente, all’epoca era appena una bambina: dico “fortunatamente”, perché forse non si era resa conto per bene di quello che stava capitando alla sua famiglia. Prima la mamma; poi la sorella; poi la zia, e poi ancora molti altri parenti. Tutti scomparsi, da un giorno all’altro, e uccisi sotto la lama della ghigliottina: Juliette, piccolissima, fu costretta a scappare dalla Francia assieme a suo padre e a quel che restava della propria famiglia, per avere salva la sua vita.

Fortunatamente per lei, l’esperienza rivoluzionaria non durò troppo a lungo; e di lì a poco, giovanissima adolescente, Juliette era ritornata in Francia – anzi, era ritornata a corte – come damigella dell’entourage dell’Imperatore Bonaparte.
E fu proprio lì, nelle splendide sale della corte imperiale, che Juliette incontrò l’uomo che le avrebbe cambiato la vita. Si chiamava Carlo Tancredi Faletti di Barolo, aveva vent’anni, ed era elegante e raffinato. Faceva il paggio imperiale alla corte di Bonaparte, ed era l’ultimo erede di una delle famiglie più potenti d’Europa.
Carlo Tancredi posò il suo sguardo su Juliette, e vide in lei una splendida ragazza; giovane, colta, ed istruita.
Juliette posò il suo sguardo su Carlo Tancredi, e vide in lui un giovane intelligente, dolce, rispettoso e affascinante.
Lui era riflessivo; lei agiva d’impulso; lui era un pantofolaio; lei riusciva a smuoverlo e ad entusiasmarlo. Erano opposti e complementari, nel vero senso della parola: si piacevano; si amavano; e alla fine si sposarono, il 18 agosto del 1806.
Di lì a poco tempo, tornarono a Torino, dove la famiglia di Carlo aveva sempre vissuto.

La Torino che accolse Juliette – ma ormai, possiamo anche chiamarla Giulia – era una città bifronte, con un vero e proprio doppio volto.
C’era la Torino benestante: con le piazze spaziose, i portici ordinati, il Caffè San Carlo, i palazzi eleganti e ariosi.
E poi c’era la Torino dei poveracci, dei mendicanti, degli immigrati: gente che aveva lasciato le campagne per cercare la fortuna nella grande città, e spesso finiva col darsi all’accattonaggio, alla prostituzione, al crimine.
Ecco, appunto. Il crimine.
Il crimine è terribile comunque, soprattutto se nasce dalla disperazione, ma ha un particolare impatto emotivo se vede protagoniste delle giovani donne, sole e abbandonate alla miseria. E le donne giovani e sole, nella Torino di metà Ottocento, delinquevano che era una meraviglia: prostitute, ladre, truffatrici, infanticide, e chi più ne ha più ne metta… a tutto questo porta la disperazione, se non c’è nessuno disposto ad aiutarti.

Facciamola breve. Giulia di Barolo, assieme a suo marito, queste giovani donne le aiutò. Le aiutò eccome!
Nel 1823 fondò un rifugio per ragazze madri, di modo che non fossero costrette ad abbandonare o uccidere i figli appena nati.
Nel 1825 adibì un’ala del suo palazzo (!) ad asilo nido – il primo d’Italia – in modo che le mamme operaie avessero un problema in meno ad affannarle.
Nel 1833 lottò contro la prostituzione minorile; nel ’47, fondò una scuola di ricamo per le ragazze a rischio, di modo tale che trovassero un buon lavoro.
E poi – cosa ancora più importante – lottò con tutte le sue forze perché il carcere femminile di Torino potesse essere un luogo di rieducazione, invece che di semplice accanimento. La pia donna – che sicuramente era una dama molto istruita, ma non aveva di certo velleità politiche – aveva cominciato a interessarsi alle carceri in maniera del tutto innocente: distribuiva lenzuola pulite, abiti dignitosi, cibo commestibile. Poi, agli inizi degli anni ’20, aveva scritto al governo per protestare contro le misere condizioni delle carceri, e per chiederne una riforma: tutto si aspettava, questa damigella di buona famiglia, tranne che il Ministero la nominasse soprintendente delle carceri di Torino!
E Giulia accettò; accettò con il suo solito entusiasmo. Per stare vicino alle carcerate – che con lei imparavano a leggere, a scrivere, a lavorare – si faceva rinchiudere nelle loro stesse celle, conquistandone il loro rispetto e la loro stima…
Sì: Giulia di Barolo era davvero una donna con la D maiuscola.

Non stupisce che, nel 1991, sia stata avviata per lei e per il suo sposo la (meritatissima) causa di beatificazione.

State progettando un viaggio a Torino, e volete onorare la memoria di Giulia e di Tancredi?
Benissimo. Avete tre modi per farlo.

Il primo è andare a visitare il carcere in cui Giulia lavorava – che adesso non è più un carcere ma è un semplice monumento, ed è uno dei pochi resti romani che si possano trovare a Torino. Sto parlando delle “Porte Palatine”, luogo di fantasia e di mistero. Leggenda vuole che le due torri siano infestate dai fantasmi; leggenda vuole che in queste torri abbia vissuto, fino alla sua morte, addirittura Ponzio Pilato.

Il secondo metodo per conoscere Giulia è visitare il museo ad essa dedicato, visitabile su appuntamento presso la casa madre delle Figlie di Gesù Buon Pastore.

Il terzo metodo, assolutamente consigliatissimo… è visitare la sua casa. Quel piccolo gioiello che è Palazzo Barolo.
Palazzo Barolo si trova nel pieno centro di Torino, ed è tranquillamente visitabile come qualsiasi altro museo cittadino. Passeggiando per le stanze – bellissime, riccamente decorate, e conservatesi perfettamente nel corso di questi secoli – si ha davvero l’impressione di poter scorgere da un momento all’altro uno degli abitanti del palazzo. E non parlo solo di Giulia di Barolo, o del suo amatissimo marito: parlo anche – per gli appassionati del Risorgimento – del famosissimo Silvio Pellico. Che visse a Palazzo Barolo per tantissimi anni, e fu il bibliotecario personale dei due marchesi.
Peraltro, a Palazzo Barolo, potete ammirare anche oggetti e effetti personali appartenuti proprio al patriota. Il pezzo forte della collezione
, indubbiamente, è il vaso da notte di Silvio Pellico: giuro, non sto scherzando, vi assicuro che
c’è davvero.
A Torino, custodiamo come sacra reliquia il pitale di Silvio Pellico. Lo trovate in mostra a Palazzo Barolo, esposto alla ammirazione popolare: e in effetti è un pitale molto grazioso, che vale sicuramente la visita se siete amanti del genere (ehm?).

Oltre al vaso da notte di Silvio Pellico, però, c’è un’altra cosa che potrete ammirare a Palazzo Barolo, di questi tempi (nonostante il pitale usato conservi sempre il suo consunto fascino).
Dal 10 aprile al 23 marzo 2010, in esatta corrispondenza con il periodo dell’ostensione, Palazzo Barolo ospiterà infatti la mostra Il sepolcro vuoto: un percorso d’arte contemporanea intorno alla Sindone. Organizzata dal Movimento per la Vita, la mostra raccoglie le opere di trentatré artisti italiani e stranieri che hanno riflettuto sul tema della… vita, per l’appunto, che trionfa sui dolori della morte. Non solo riferimenti evangelici alla Resurrezione quindi, ma anche tematiche care al MpV: la maternità, la cura, l’accoglienza, la corporeità, l’amore.
Palazzo Barolo, e la mostra ad esso collegata, sono visitabili ogni giorno in via delle Orfane 7, con un biglietto d’ingresso del costo di 5 euro.

E se proprio non v’interessa Palazzo Barolo… beh: avete anche un quarto modo, per onorare la memoria della nobilissima Giulia. Presumibilmente, lo potete fare anche da casa vostra. Mettetevi il cappotto, andate in enoteca, e… stappate una bottiglia di Barolo.
Sì, proprio così: il Barolo.
Il vino piemontese, conosciuto in tutta Italia per il suo sapore caratteristico, è proprio il vino di quei Barolo. Vi dirò di più: sono stati proprio Giulia e Tancredi, nei primi anni dell’Ottocento, ad adibire a vitigno le loro terre in campagna.
Insomma: ricordatevi di loro, tutte le volte che ne degusterete un delizioso calice. Fra il dolcissimo zabaione, e i nostri vini prelibati, i Santi torinesi dovrebbero automaticamente diventare patroni dei gastronomi. Ad honorem.

7 pensieri su “[Ma che sant'uomo!] Una donna con la D maiuscola

  1. marinz ha detto:

    Ecco io userò sicuramente il quarto modo… appena letto il nome ho subito associato al vino, molto squisito, un po' forte, ma dai modi gentili… e leggendo il post ho capito da dove arrivano le caratteristiche di questo vino :o)

    Uno dei miei piatti preferiti è il risotto al barolo… e ora ho scoperto anche le origini "nobili" da cui deriva.

    Un sorriso :)

    Ps auguri per la festa della donna

  2. Lucyette ha detto:

    Essì… il Barolo è proprio il vino di Giulia, assolutamente :-)
    Per gli interessati, aggiungo qualche altra informazione sul vino:

    "La sua storia ha inizio in pieno Risorgimento, quando sulle tavole dell’aristocrazia savoiarda si bevevano i vini di Bordeaux e di Borgogna, mentre i vini piemontesi erano in prevalenza dolci.
    In quegli anni Giulia Colbert sposò il marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo, grande proprietario fondiario con terreni tra Barolo, Serralunga d’Alba e Castiglione Falletto, in gran parte condotti a vigneto. Fu lei a richiedere la preziosa consulenza a Louis Oudart, un noto enologo francese di grande fama, per rendere il suo vino simile ai più nobili vini Francesi. Oudart capì rapidamente che il difetto stava in una fermentazione non completata, che produceva un vino dolce e instabile da bersi in fretta
    ".
    "Si narra che, un giorno, Carlo Alberto rimproverasse in maniera scherzosa la marchesa chiedendole perché non gli avesse ancora fatto gustare quel suo famoso vino del quale tanto aveva sentito parlare. Pochi giorni dopo una lunga fila di carri trainati dai buoi solcava le vie di Torino, destando lo stupore dei passanti. Ogni carro trasportava una carrà di vino, sorta di botticella tipica della zona del Barolo, della capacità di circa dieci brente. 325, una per ogni giorno dell'anno a parte i 40 giorni di quaresima, poiché, secondo l'indole molto pia della marchesa, durante quel periodo bisognava astenersi dal bere vino.
    Fu tanto l'entusiasmo del re che desiderò anch'egli possedere vigneti in terre così generose. E infatti la frequentazione della corte dei marchesi Falletti e la loro amicizia con le famiglie più nobili fu di enorme giovamento anche al vino che veniva prodotto sulle loro terre di Barolo. I Falletti lo regalavano ai Savoia, lo offrivano ai loro invitati, ne rifornivano gli amici
    ".

    (Informazioni tratte da questi due siti)

    Adesso sai qualcosa in più sul vino che ti piace tanto :-P

    E grazie per gli auguri!

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