Our Last Summer

H&M!!
Me lo vedo svettare lì davanti, appena esco dalla metro, ed è una specie di folgorazione.

H&M!!!!

Quanto l’avevo cercato, in questi anni! Quanto ne avevo sentito la mancanza, e quante volte avevo pensato che, , Pavia è bellissima, ma le manca tutta una serie di negozietti insostituibili che a Torino sono conosciutissimi, e qui sono dei Signor Nessuno.
Quante volte avevo faticato, per trovare una maglietta, un vestitino, un abitino carino ma non costoso: quante volte avevo rimpianto l’assenza di Zara, o di Mango, o di H&M… che, per chi non lo sapesse, è una catena internazionale che vende abitini graziosi, a poco prezzo.
Non sempre ci trovo (a Torino) vestiti di mio gusto, ma quasi sempre mi diverto (a Torino) a farci un giretto di tanto in tanto.

E dunque eccolo lì: H&M!!
Certo, sono a Milano (col cavolo, che ne aprono uno a Pavia): ma mi vien quasi di pensare che allora valeva la pena di andare a Milano, in quel viaggio di studio con l’università. Ne valeva la pena, anche solo per scoprire che a Milano c’è H&M: e comincio già a fantasticare che in effetti è comodissimo, basta prendere quel trenino che da Pavia arriva a Milano e si immette nel passante; si scende a quella fermata, si esce dalla metro, ed H&M è proprio lì! È talmente comodo che quasi quasi potremmo organizzare, con quelle due-tre amiche di Pavia, un pomeriggio milanese: prendiamo il trenino, e scendiamo in quel punto, e facciamo un giro nel negozio, che loro due non han mai visto… e poi andiamo in un bar, facciamo una passeggiata, visitiamo un museo: quelle cose normalissime, che fan due-tre amiche quando sono assieme. E in effetti si potrebbe fare, potrebbe diventare un’abitudine: facciamo un paio di gitarelle all’anno, magari in periodo di saldi, per rinnovare il guardaroba: e quasi quasi comincio a mandare un sms a quella mia amica per chiederle se le va, magari dopo aver concluso la sessione d’esami, di unirsi a me per poi…

…ma unirsi a me per cosa?
Ma quale gita.
Ma quale pomeriggio assieme.
Ma quale abitudine di fare un paio di gitarelle all’anno.
La consapevolezza mi piove addosso con una violenza inaspettata, e sono così sconcertata che, per un attimo, smetto proprio di camminare.

Ma quali gitarelle, quali amiche, quali pomeriggi liberi a Pavia? Ché io, fra un paio di mesi, dati gli esami della sessione estiva, impacchetto un po’ di vestiti e poi torno a Torino, per preparar la tesi.
E, certo, questo non vuol dire che me ne andrò da Pavia definitivamente: tornerò a Pavia, ma poi tornerò a Torino, e poi tornerò ancora a Pavia… e poi, tornerò a Torino. E ci sarà una serie di avanti-e-indietro, e a un certo punto finirò gli esami; e a un certo punto mi metteranno in mano un certificato di laurea, e allora mi renderò conto che, tutto sommato, quel che volevo concludere a Pavia, in quel momento l’avrò concluso.
E a quel punto, logica vorrebbe che salutassi tutti per poi andare: perché quando son venuta qui, la prospettiva era quella di tornare a casa dopo la laurea; e questa laurea, obiettivamente, non è più così lontana.

***

“Ma se io vi pago bene, voi mi bocciate?”.
Lo chiedevo, esattamente cinque anni fa, ai commissari interni alla maturità; e loro ridevano, e non capivano: perché neanche sforzandosi riuscivano a capire bene il perché di quell’aria spaventata, miei occhi sgranati e lucidi.
Non lo capivano, che io avevo una paura folle di mollare tutto e cambiar vita: dire addio alla mia città, alla mia famiglia, ai miei amici, e a tutto quanto.
E adesso, a distanza di cinque anni, mi trovo in una situazione ch’è esattamente opposta e identica. Perché fa impressione, progettare (o anche solo immaginare) di dire “addio per sempre” a quella città che nel frattempo è diventata tua. A quella tua piccola casetta che è veramente, veramente, tua.

***

In genere si pensa che, quando cominciano a intravvedere la famosa luce in fondo al tunnel, gli studenti universitari si abbandonino all’impazienza, e incomincino a darci dentro e a festeggiare.

Sarà.

Se penso a me, e se guardo negli occhi le mie amiche, mi sembra più che altro di partecipare a un meeting di depressi.

Un paio di anni fa, l’avevo presa per cretina, quella perfetta sconosciuta che, dopo aver sostenuto l’ultimissimo esame di tutta la sua vita, era scoppiata a piangere come una fontana. E piangeva per la paura, e per la malinconia, e per il dolore: non piangeva per il sollievo. Non so neanche come si chiamasse: ma era piuttosto evidente che non era affatto sollevata.

L’avevo presa per cretina, all’epoca. Pensavo fosse ‘na pazza.

Ora come ora, ad esser sinceri, non mi sembra più così cretina.

22 pensieri su “Our Last Summer

  1. Lucyette ha detto:

    E soprattutto: ri-facciamo un brain-storming.
    Questa nuova grafica? Che ve ne pare?
    Apparentemente, non riesco a fare in modo di eliminare il “continua a leggere” dopo le prime due-tre righe di post. Ero convinta si potesse fare, e invece no.
    Ciò vi destabilizza?

    A me destabilizza un po’, quasi quasi mi cercherei un tema nuovo: ma già che ci sono, chiedo anche a voi :-P

  2. filia ecclesiae ha detto:

    Non mi entusiasma la nuova grafica, sembra che non c’entri.
    Ecco, come i peperoni nel cappuccino. ;)

    Per il resto invece concordo e comprendo benissimo.
    Anche noi alla fine dell’Uni eravamo tristi e solo un bagno a mezzanotte nel Reno ci ha tirati su di morale. :D

  3. rosenuovomondo ha detto:

    uh quante cose! Allora H e M è il negozio di riferimento della mia figliola… per forza! si va li per ogni cosa. Per me è una tragedia ogni volta che qualcosa finisce è come se ci fosse un qualcosa di ineluttabile e definitvo nel periodo che termina

  4. Naco ha detto:

    Oh, ti capisco perfettamente. Anche io scrissi un post simile, riguardo la fine del imo percorso universitario, con tutto che io a Bari ci vado quando voglio, visto che è a 20 minuti di treno. E abbiamo pure H&M, quindi la scenetta da te descritta, io la posso vivere – e la vivo – quando voglio.
    Però finire l0uni è stato orrendo. Era un punto di riferimento, una cosa che sapevi che c’era e basta, un porto sicuro; dopo quel porto, c’è stato il nulla. Al liceo non ebbi la stessa sensazione perché ci stavo male e pregavo ogni giorno che finisse; ma all’uni… beh, avrei pagato davvero i professori per bocciarmi e farmi restare ancora. E, per fortuna, almeno con il servizio civile, posso dire di aver mitigato un po’ quella sensazione che, nonostante sia trascorso un anno e faccia tante altre cose, sento comunque.

    • Lucyette ha detto:

      Sai, per me il problema non è neanche tanto finire l’università.
      Cioè, sì. Anche.
      Mi sono trovata benissimo, l’ambiente era bellissimo, mi piace il cuore al pensiero di non poter più avere a che fare con certi professori perché caspita, erano persone veramente in gamba e non vorrei essere costretta a dir loro addio, e così via dicendo. Magari fra qualche mese, quando sarò davvero prossima alla fine, proverò anche quel senso di vuoto e quello spaesamento dovuto al “e mo’ che faccio?”… però adesso il mio problema non è tanto quello di finire l’università.
      Il mio problema è quello di andar via da Pavia.

      Il mio problema è quello di andar via dalla casa in cui ho vissuto, dalla città in cui sono cresciuta tanto, da quegli ambienti che ho cominciato a amare, e da quelle persone alle quali inevitabilmente mi sono affezionata nell’arco di questi anni.
      E’ proprio lo shock incredulo di chi non riesce a immaginare che non camminerà mai più per le vie di questa città, non entrerà mai più in questo o quel negozio, e non vedrà mai più questo panorama.

      Penso che sia proprio un dramma degli studenti fuorisede, che dopo la laurea tornano a casa.
      Immagina di dover dire addio per sempre alla città in cui hai vissuto per tanti anni, forse per gli anni più significativi della tua vita.
      Da questo punto di vista, la disperazione per la fine dell’università, in sè, passa quasi in secondo piano.

  5. Ilaria ha detto:

    Vabbe’, ormai sai che in quanto a temperamento nostalgico sono simile a te, quindi non starò a ripetere che anche per me è stato uguale… tant’è che, in fondo, all’università ci sono rimasta, sebbene di sbieco, come collaboratrice… E almeno io ho studiato nella città in cui sono nata e cresciuta. Insomma, ti capisco benissimo!
    Anche qua a Bologna ci sono H&M, Zara, Pimkie, Jennifer, tutti negozi di catene con vestiti semplici, carini e a basso prezzo, una manna dal cielo per andare in giro vestite bene senza spendere molto.

    • Lucyette ha detto:

      Sniff.
      Evitiamo di indulgere ancora nella nostalgia, ché sennò ci facciamo male tutte e due. E quindi… parliamo di vestiti! :-D

      Pavia da questo punto di vista è un panorama desolante: non c’è Zara, non c’è H&M, non c’è Sephora (vabbeh: quella è una profumeria, ma il target di utenza è simile), e Mango ha fatto la sua comparsa solo da poco tempo, in un grande magazzino. Fino a qualche anno fa mi trovavo benissimo con l’Upim, che però adesso è stata assorbita dalla Coin e ha chiuso praticamente in tutta Italia… non mi sono ancora ripresa dal lutto :-D

      In compenso, a Pavia ci sono due negozietti di due catene di abbigliamento che non avevo assolutamente mai sentito, e che qui vanno per la maggiore. Giuro che non li avevo mai neanche sentiti nominare: ma voi li conoscevate, per curiosità? Uno è Tally Weijl (che, di base, credo sia rivolto a prostitute che cercano clienti, altrimenti non si spiegano certi abitini :-P, ma ogni tanto mi è capitato di trovarci delle giacchette niente male!), e un altro è Stradivarius.

      Boh?

      Abiti giovanili-ma-mettibili, a prezzo contenuto, anche carini… ma io non avevo mai sentito nominare queste catene in vita mia!!
      Adesso in effetti m’è venuta la curiosità: ma dalle vostre parti ci sono? Li conoscete? Io son cascata dal pero, quando me li son visti davanti: manco fossero chissà quale curiosità esotica :-DD

      • Ilaria ha detto:

        Non avevo mai sentito nominare prima questi due negozi… Però tramite internet ho visto che c’è un Tally Weijl (ma un nome più facile no??) in provincia di Bologna (in un mini paesino sperduto)! Pavia non finirà mai di sorprenderci.

      • Lucyette ha detto:

        Ah, ecco: allora sono proprio semi-sconosciuti loro, non sono io che son cretina! :-|
        Però hanno cose carine, tutto sommato.
        In compenso, a proposito di vestiti, ho notato una cosa buffissima: se parliamo di vestiti belli (tipo Max Mara, per capirci) (sia messo agli atti: io adoro Max Mara, anche se finora mi sono sempre limitata ad adorare dall’altra parte della vetrina), lo stesso identico abito, a Pavia, può arrivare a costare quasi la metà (!) rispetto al prezzo che ha a Torino. Fatto la prova: stesso identico vestito, stessa settimana, vetrina in pieno centro a Pavia e vetrina in pieno centro a Torino. C’era una bella differenza!
        Ora che ci penso, dovrei togliermi lo sfizio di comprare qualcosa finché sono a Pavia, così almeno dimezzo i sensi di colpa e posso giustificarmi con “maddai, era un affare!”.
        :-PP

  6. vogliadichiacchiere ha detto:

    Commossa, dalla parte riguardante la fine dell’Università . . . non avendo esperienza diretta, ti farò leggere dalla FigliaPiccola, così mi dice se anche lei! Lei, comunque, è rimasta a Roma anche dopo la laurea. E sento che molti figli di conoscenti, una volta partiti per l’Università, tornano difficilmente o dopo anni . . . sarà che noi siamo provincia e non “capitale sabauda”! :-)

    Per i negozi, niente, quaggiù non ci sono, nessuno di questi nomi, nemmeno quello più difficile! E sì che ormai la Città sulla Costa è più popolosa del capoluogo di Provincia! Toccherà venire a Pavia per “Tally Weijl” e a Torino per gli altri! ;-)

    Raccontno che qua nella Città sulla Costa verso la fine degli anni ’60 inizio anni ’70, prima che arrivassi io, c’era gente che partiva una volta al mese per Milano, spese di abiti, un po’ di vita notturna e ritorno a casa! :-/

    Ciao, Fior

    • Lucyette ha detto:

      Mah, penso che la scelta di rimanere “fuori” dopo la laurea, dipenda più che altro dalla città in cui si è studiato, non (solamente) da quella da cui si arriva.
      Per dire: Roma è grande, è una metropoli immensa, presenta ovviamente un sacco di occasioni di lavoro (beh: più di quelle che si presentano in una cittadina piccola di provincia, intendo).
      Pavia è meravigliosa, è bellissima, è a misura d’uomo, è bello viverci, e non è affatto, come dicono certi Pavesi, un buco di città senza prospettive… però, insomma, è pur sempre piccolina. Non è Roma o Milano: è molto più piccola. Non ho mai sentito nessuno che dice “massì, dopo la laurea rimango qui a Pavia sperando di trovar lavoro”: non perché Pavia sia un buco di città senza sbocchi professionali, ma perché, semplicemente, non è quella metropoli tentacolare da cui ti aspetti che spuntino fuori prospettive nuove ad ogni angolo.
      Poi, certo: se magari saltasse fuori una buona occasione di lavoro, il 99% della gente che conosco non si farebbe problemi ad accettare. Però personalmente non conosco un fuorisede che, venendo da fuori (magari anche da paeselli piccolissimi) decide di fermarsi qui per cercar lavoro. Semmai, mette in conto un trasloco a Milano. Ma i più tornano a casa.

      Non so se questo dipenda dalle peculiarità della mia cerchia di amici (che magari, che ne so, sono particolarmente mammoni, o legati al territorio da cui vengono, o figli unici di genitori anziani ed anche questo è un fattore da tenere in conto… non so). Però, personalmente, non conosco nessuno che dice “okay, dopo la laurea mi fermo qui a tempo indeterminato e non torno più nel mio paesello”. Poi ovviamente, se si presentasse una occasione concreta per cui restare, tutti quanti lo farebbero; però non c’è questa idea di fermarsi come invece c’è in tanti studenti che vanno a studiare in città veramente grandi, come Roma o Milano (o anche Torino, al Poli).

  7. Emilia ha detto:

    Il layout non è male, ma forse è un po’ troppo spensierato.

    Quanto alla nostalgia post-laurea, mi coglie ogni volta che passo per l’università; dato che abito vicino al centro di Milano, mi accade spesso. Cerco di superarla pensando agli incontri che ho fatto e alle insostituibili esperienze che ho vissuto (lacrimuccia).

    Semmai volessi passare dalle mie parti per un po’ di shopping, avvisami che ti accompagno!

  8. Ilaria ha detto:

    Be’, sì, potresti toglierti lo sfizio anche perché così poi tutte le volte che guarderai quel vestito, anche a distanza di anni, lo collegherai al “colpo di testa” fatto per salutare Pavia e ti emozionerai assalita dall’ondata dei ricordi della vita universitaria… ;-)

    • Lucyette ha detto:

      Giuro!!

      Eh beh: in effetti, se vivi in una città che ha un mucchio di negozi di vestiti ma non quelli, ci sta pure che uno non ne abbia mai sentito parlare o comunque non ci abbia mai messo piede.
      All’inizio ero alquanto sconvolta anch’io: ma poi, pensandoci… :-)

  9. Daniele ha detto:

    Mi piace pensare che avrò la stessa sensazione tra qualche anno :S
    Per ora provo l’esatto contrario… Non so, io da me ho trovato molta competitività, poco spirito di collaborazione, molta falsità e ipocrisia. Parlo ovviamente dell’ambiente studentesco, tutti molto nevrotici fissati… siamo una facoltà difficile, ma questo non giustifica niente di tutto ciò, bisogna prendere le cose con più calma o prima o poi si esce fuori di testa :S Non è il caso direi!

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