La caccia del principe

Negli Inferi non v’era quasi nulla che potesse più sorprendere alcuno, perché ogni cosa laggiù aveva da tempo immemore il suo ufficio e l’intero regno sotterraneo funzionava con una regolarità così perfetta che perfino la disperazione vi si era fatta prevedibile. I custodi delle porte custodivano, i carcerieri contavano, i messaggeri correvano su e giù per le gallerie; quanto ai morti, imparavano a poco a poco l’immobilità della pietra come si impara, con il tempo, la disciplina.

Dell’intero dominio dei recessi sotterranei, le fucine, soprattutto, erano il cuore. Lì il fuoco ardeva senza allegrezza e il suono del ferro battuto sull’incudine correva per le gallerie, saliva fino alle porte, scendeva nelle celle più basse e teneva insieme gli Inferi con un ritmo così regolare che era divenuto, col passare dei secoli, ciò che il battito del cuore è per i vivi: nessuno vi presta attenzione finché si è sani, e soltanto quando quel battere manca per un istante si comprende con orrore che da esso dipendeva ogni cosa.

Fu dunque nelle fucine che il mutamento si lasciò vedere per primo, in quella maniera minuta con cui le sciagure di razza imperiale amano preannunciarsi quando ancora ci si può illudere di poterle confondere con una disattenzione o con un guasto di poco conto. Un fabbro alzò il martello e lo lasciò cadere sul ferro incandescente; ma il suono che ne uscì fu un suono smorto, quasi cavo, simile al colpo del metallo dato per errore sopra un legno. Il fabbro si fermò, riprovò, il rumore riuscì sbagliato una seconda volta. Allora si chinò sulla bocca della fornace.
La fiamma si era abbassata.
Non tanto far gridare all’allarme, e tuttavia abbastanza da turbare chiunque avesse vissuto abbastanza a lungo nelle fucine: tremava, come tremano le candele quando qualcuno apre una finestra al piano di sopra e dal corridoio arriva una corrente d’aria che non si capisce da dove venga. Intorno a lui, anche altri avevano alzato il capo, e guardavano il fuoco con quella irritazione cupa che precede la paura.
“Avete aperto un condotto?”, domandò uno.
Nessuno aveva aperto condotti. Pure, la fiamma tremò ancora.

Contemporaneamente, nel settore più remoto, quello che i demoni chiamavano ‘il recinto dei credenti nel Cristo venturo’, ebbe luogo un fatto ancora più inquietante. Là erano confinati i più morti più antichi: i patriarchi, gli uomini delle promesse non adempiute. Sedevano da così tanto tempo che la polvere dei secoli, posandosi su di essi, si era addensata in croste, poi in concrezioni, poi quasi in pietra, tanto che il corpo e il sedile, la catena e l’osso finivano per confondersi, come si confondono nelle rovine la colonna che fu e l’edera che l’ha mangiata.

Adamo stava fra gli altri come il primo tronco di una foresta abbattuta. Il capo gli cadeva sul petto; le spalle erano corazzate da una polvere pietrificata che gli aveva fatto sul dorso una specie di manto rupestre, le mani erano appoggiate sulle ginocchia con quella mansuetudine morta che hanno le statue.
E poi, Adamo sollevò il capo di scatto.
La crosta secolare che lo rivestiva si incrinò tutta insieme: dalle spalle al petto, lungo le braccia, attorno al collo e sulle ginocchia corsero crepe sottili, bianche come vene nella pietra; poi la pietra fece il rumore del ghiaccio quando cede sul fiume e si staccò in scaglie. Adamo rimase immobile in quella nuova postura, ma aveva gli occhi aperti e guardava in alto, verso le porte.
Uno dei custodi, per la sorpresa, indietreggiò. “Si è mosso”, disse ai suoi compagni.
Allora, come accade nei campi quando il vento passa per il grano e lo piega a ondate, anche tutti gli altri cominciarono a riscuotersi. Prima Seth, che raddrizzò la schiena, e la polvere che lo copriva si aprì sul petto; poi Davide, e il suo volto emerse come da un intonaco spezzato; poi Isaia, poi altri ancora, fila dopo fila. Tutti sollevavano il capo, tutti verso le porte.
Fu questo, più di ogni altra cosa, a gettare il panico nei custodi. Perché i morti non guardano le porte: guardano in basso, o dentro di sé, o in nessun luogo; ma quelli guardavano, con quel movimento teso e infallibile che fanno i cani quando di lontano sentono il passo del padrone sulla ghiaia.

***

Per primi mossero dalle fucine i fabbri, poiché erano stati loro ad avvertire il primo guasto, dunque s’incamminarono verso la sala del trono per denunciare l’avaria. A un crocevia di gallerie si imbatterono nei custodi del recinto dei credenti in Cristo venturo, e bastò guardarli in faccia per capire che anch’essi correvano a riferire un prodigio cattivo.
“Si muovono”, disse uno di loro ai fabbri.
“Chi?”, domandò un ferraiolo, senza capire.
“I morti vecchi. Quelli del recinto. Si stanno muovendo tutti”.
I fabbri si guardarono, e nessuno trovò parole degne del proprio sconcerto; e fu allora che sopra di loro, per i cunicoli più alti, passò qualcosa di rapido che pareva uno sbuffo di vapore. I demoni dell’aria, quelli che abitavano fuori dagli Inferi per tentare gli uomini, frammisti alle nuvole e alle correnti, ora sfrecciavano nelle gole di pietra a perdifiato, gridando con voce altissima la notizia che portavano; e la notizia, appena udita, parve per un attimo così enorme da cancellare ogni altro segno, ogni altro dubbio, ogni altra paura. “È morto!”, gridavano. “Gesù è morto!”.
La parola corse di bocca in bocca, e per un solo istante negli Inferi si levò un’esultanza, breve e furiosa: i fabbri batterono i pugni sulle pareti, i custodi si voltarono l’uno verso l’altro con occhi improvvisamente accesi e parve che il regno intero avesse finalmente trovato la vittoria.
Poi il suolo tremò.
E poiché in quell’istante il mondo dei vivi s’era aperto nel terremoto, laggiù nelle fucine i martelli si fermarono uno dopo l’altro, perché quando la terra trema non si può battere il ferro diritto; e allora negli Inferi si fece un silenzio così profondo e raro che molti dei più giovani non lo avevano mai udito.
“Cattivo segno”, disse qualcuno, con sgomento.
“Pessimo segno”, rispose un altro, e nessuno ebbe voglia di contraddirlo.
Così, divisi tra la gioia incerta e il timore vero, si mossero tutti insieme verso la sala del trono; ma sopra ogni altra cosa dominava quella notizia terribile e seducente: Gesù era morto.

***

Lucifero li ricevette nella sala più interna, alzando il capo con un lampo negli occhi che i demoni, vedendolo, conobbero per ciò che era: gioia.
“Parlate”, disse.
E parlarono tutti e tutti assieme, e il racconto venne avanti spezzato e pieno di urti: le fiamme che si abbassavano, Adamo che si era riscosso dall’oblio, i patriarchi che guardavano le porte, i demoni dell’aria che avevano visto la morte del galileo, il terremoto che aveva fermato perfino le fucine. Lucifero ascoltò, e via via che ascoltava il suo volto si illuminava d’un ardore sempre più alto; e poi, quando il nome di Gesù morto fu pronunciato per l’ultima volta, si levò in piedi con una magnificenza così terribile che, per un momento, tutti tacquero.
“Dunque è morto,” disse lentamente, e quelle tre parole ebbero il sapore d’un vino custodito per secoli. “Dunque colui che si fece carne ha pagato il debito della carne. Dunque il cielo ha veduto morire suo figlio”.
Scese un gradino dal trono, poi un altro, e via via che scendeva la sua voce prendeva una pienezza guerriera. “Voi mi parlate di segni”, proseguì, “e pretendete che io ne tremi. Io vi dico che il più grande dei segni è questo soltanto: che dio è morto. Il sole si oscura? Meglio. La terra trema? Meglio ancora. Tutto il mondo ha sentito l’urto della sua sconfitta”.
Uno dei più antichi custodi, quello che aveva visto Adamo riscuotersi, trovò il coraggio di farsi avanti. “Signore” disse, “Lazzaro pure era morto.”
Lucifero si volse verso di lui con lentezza. “Lazzaro”, rispose, “è stato ricondotto ai vivi da un dio crudele al solo scopo di farlo morire ancora. Questa è la cosa che voi sciocchi non comprendete. Il morto che torna alla vita resta comunque mortale; e l’uomo che muore finisce qui”.
“E se fosse una trappola?” disse un altro, più audace perché più spaventato. “Se Gesù si fosse fatto uccidere proprio al fine di infiltrarsi fin quaggiù?”.
A queste parole nella sala passò un fremito d’orrore, di paura male celata. Lucifero invece rise: “una trappola? Voi siete diventati pavidi. Ascoltatemi bene: se è morto, è destinato agli Inferi. Se è destinato agli Inferi, è mio. Non attenderò che qualche angelo del cielo venga a provare a sottrarmelo. Andrò io stesso a prenderlo, e lo trascinerò per queste gallerie davanti ai vostri occhi: e allora saprete che la vittoria è compiuta e che persino il figlio di Dio è caduto sotto il mio diritto”.
“Signore—” tentò ancora il vecchio custode, ma Lucifero lo troncò con un gesto della mano. Si voltò, e nella sua stessa sicurezza c’era qualcosa di così smisurato che alcuni dei demoni, pur tremando, sentirono il fascino oscuro di quella grandezza. Prese il cammino verso le soglie superiori, e andava con il passo del cacciatore che finalmente scorge la preda caduta.
Nelle fucine, mentre saliva, il fuoco si abbassò ancora.

***

Quando il rumore del suo passo si fu perduto lungo le rampe che salivano verso il mondo dei vivi, nella sala del trono rimase quella specie di vuoto che un condottiero si lascia dietro quando esce portando con sé non solo la propria presenza ma anche il coraggio altrui; e i demoni si trovarono all’improvviso come uomini lasciati soli in una casa già incrinata dal terremoto, che sentano ancora la polvere cadere dagli architravi e non sappiano se correre alla porta, chiudersi nello scantinato o stare seduti cercando di mantenere la calma.
Dapprincipio parlavano piano, quasi temessero che le mura stesse potessero tradire il loro turbamento a colui che era appena uscito; ma presto la paura sciolse loro la lingua, e nella penombra delle lampade vacillanti si levò un brusio sempre più duro.
“Non spetta a noi giudicare il Principe”, disse uno dei custodi delle porte.
Gli rispose un demone delle prime guerre, lentamente: “eppure, se c’è una creatura in tutti gli Inferi che dovrebbe aver imparato a non parlare troppo presto di vittoria, quella è proprio Lucifero”.
A queste parole alcuni si voltarono di scatto e altri gli fecero segno di tacere; ma l’altro alzò le spalle. “Non vi rendete conto? Noi vediamo i segni, lui vede soltanto se stesso. I patriarchi si destano come levrieri che sentano il padrone al cancello, e lui sale a caccia.”

***

Intanto, Lucifero saliva.

Il sepolcro giaceva in un giardino che l’oscurità aveva reso più vasto, e gli alberi scossi poco prima dal terremoto lasciavano cadere ancora qualche foglia sulle lastre smosse; l’aria sapeva di sangue, di radici ferite, di lino bagnato, e Lucifero provò quella stessa esultanza selvaggia che aveva sentito bruciare la prima notte della rivolta, quando l’audacia gli pareva destino e il desiderio legge.

Entrò.

La camera scavata nella roccia era severa, quasi nobile nella sua semplicità; sul basamento, avvolto dal sudario, giaceva il cadavere di dio. Lucifero si fermò a guardarlo, e nello sguardo gli passò una gioia così intensa da somigliare alla tenerezza che talvolta prende i cacciatori quando posano finalmente la mano sulla bestia inseguita per giorni. Il corpo era concusso, emaciato, gonfio in alcuni punti e scarnito in altri, macchiato di sangue rappreso; il costato portava quella ferita che pareva un sorriso nel silenzio della carne, e il volto consunto e livido aveva la grandezza distrutta di certe statue abbattute che conservano, anche nella rovina, la memoria della loro bellezza antica.
Lucifero si chinò. Scostò il sudario con una lentezza quasi voluttuosa, come chi voglia accertarsi con i propri occhi della verità di una vittoria attesa troppo a lungo per non sospettarla un sogno; le mani si insinuarono sotto quel corpo martoriato con la piena certezza del proprietario che si riprende ciò che la morte gli consegna.
E il corpo si lasciò prendere. Si lasciò sollevare con quella cedevolezza che hanno i cadaveri quando di un uomo resta soltanto il peso passivo della carne.

Per un istante Lucifero ebbe un pensiero fuggevole, così rapido che quasi non gli parve suo. Gli sembrò che quel corpo, così docile, così inerme, così vinto nella sua umanità esposta, non fosse altro che un verme: un piccolo essere viscido senza dignità né forza, capace solo a invitare qualcosa di più grande a chiudere su di lui le fauci.
Il pensiero lampeggiò. E nel medesimo istante Lucifero comprese.
I vermi, per un pescatore, sono esca per i pesci.

Non ebbe il tempo di ritrarsi. Non ebbe neppure il tempo di lasciare andare la preda: nell’istante in cui sollevava Gesù dal basamento, l’ombra della Croce, che fino a quel momento era rimasta stesa sul pavimento del sepolcro come un’ombra qualsiasi gettata dal tramonto, si levò su di lui come si leva una rete dal mare quando mani invisibili la tirano all’improvviso dalle quattro estremità. E quella croce d’ombra si allargò, si tese, e gli cadde addosso dall’alto e di traverso, intrecciandosi attorno a lui con la velocità muta e inesorabile delle reti da pesca quando si chiudono sopra il branco.
Allora l’aria del sepolcro si avvitò. Fu un mulinello secco e violentissimo che parve nascere dal corpo, dall’ombra e dal centro stesso della terra; e Lucifero sentì invece di essere tirato, non verso l’alto che temeva ma verso il basso, verso le profondità che governava, con quella forza inesorabile con cui l’amo una volta preso il pesce gli lacera la bocca e lo trascina fuori dal suo elemento.
Il sepolcro, il giardino, il cielo oscurato, la terra: tutto ruotò e scomparve nel vortice. E il re degli Inferi precipitò con la sua preda verso il proprio regno, come il primo dei pesci presi nella rete.

***

Le porte degli Inferi erano chiuse; ma dalle loro commessure, là dove il bronzo si accostava alla pietra, aveva preso a filtrare una luce così sottile e obliqua che dapprima i custodi credettero si trattasse di un inganno dei loro occhi. Ma no, non era un difetto dello sguardo. Restava, quella luce. E cresceva.

Cresceva piano, con quella ostinazione che hanno le albe quando il mattino trova un pertugio tra le imposte chiuse e vi si insinua allargando di dito in dito il proprio dominio sopra il pavimento, costringendo le ombre a ritirarsi verso gli angoli. Così faceva la luce alle porte degli Inferi: prima una linea soltanto, poi una polvere chiarissima sospesa nell’aria, poi un velo che si posava sulle soglie, sui chiavistelli, sulle punte delle lance.
I custodi delle porte si videro costretti a indietreggiare d’un passo e poi d’un altro, e mentre arretravano sentirono sotto i piedi il pavimento tremare con piccoli sussulti secchi. L’istante dopo le porte fremettero, e dai cardini venne un gemito lungo; una pioggia di polvere scese dagli stipiti, e poi granelli di roccia e schegge sottili.

Nel recinto dei credenti nel Cristo venturo, i patriarchi e i profeti erano ormai ritti in piedi; e la loro gioia, in quel momento, era più insopportabile di qualsiasi altra cosa.
“Aprite”, disse Davide, e parlò senza alzare la voce, come parlano i re che non hanno bisogno di urlare per essere ascoltati dai sudditi. “Non ha senso opporsi a Colui che ha già deciso di entrare”.
Uno dei custodi si voltò con un ringhio. “Taci”, gridò; e, quasi a provare a se stesso che qualcosa del vecchio ordine durava ancora, levò la verga e colpì le spalle del profeta. Davide vacillò appena, ma non si lamentò; non alzò neppure il volto verso il suo carceriere. Disse soltanto, pazientemente: “non c’è più nulla da insegnarci sul dolore. È finito il tempo in cui potevate ancora aggiungervi qualcosa”.
Quel tono, più ancora delle parole, fece montare la rabbia dei demoni. Alcuni si gettarono contro le sbarre del recinto, battendole con il calcio delle lance; altri ingiuriavano i prigionieri con un accanimento quasi infantile; ma i profeti restavano composti, e questa loro certezza senza scherno li rendeva intollerabili.
“Aprite”, ripeté Isaia. “L’ora è giunta. Conoscete le Scritture tanto quanto le conosciamo noi. Non fingete d’ignorare ciò che anche voi sapete: i morti si leveranno; coloro che sono nei sepolcri gioiranno; la Morte perderà il suo vanto. Aprite. Sarete vinti comunque.”
A quelle parole, un demone, più giovane e più terrorizzato degli altri, si avventò contro di lui e gli serrò il volto con una mano artigliata. “Basta!”, urlò. “Basta con le vostre profezie!”. Isaia alzò gli occhi su di lui, e ciò che il demone vi vide gli fece mollare la presa con un gesto convulso: non vi era odio, né sfida, e non c’era neanche pietà. Vi era soltanto certezza quieta e cristallina.

Fu allora che, alle porte, accadde una cosa piccola e tremenda: uno dei chiavistelli, senza che mano lo toccasse, si mosse. Appena appena. Un dito, forse meno. Ma tutti lo videro; e il bronzo, aprendosi di un soffio, lasciò entrare una quantità di luce tale che ormai il pavimento davanti alle porte era un lembo d’alba.

I demoni retrocedettero ancora. Alcuni, nel farlo, cadevano sulle ginocchia e si rialzavano subito con vergogna, come se temessero d’aver già preso l’atteggiamento dei servi. Altri, premuti contro i muri, vi aderivano con tutto il corpo, cercando il margine d’ombra residua. Uno pianse senza accorgersene, un altro si mise a sussurrare da solo le parole del Salmo che aveva udito un tempo e proprio per questo tacque di colpo, spaventato più da sé che dalla luce.
Poi dai cardini saltò una pioggia di pietra.

Le porte cedettero e fu una sequenza di capitolazioni terribili e minute, quasi che ogni ferro, ogni vite, ogni cardine, prima di rinunciare, avesse voluto testimoniare singolarmente la propria impotenza: un chiavistello saltò con un colpo secco, come l’osso d’un polso che si spezzi; poi un altro cedette, con un grido metallico lungo e lamentoso; poi un terzo, poi un quarto; e intanto i cardini levarono quel cigolio che si ode nelle case molto vecchie quando una porta rimasta chiusa per generazioni viene finalmente aperta. La pietra attorno agli stipiti si fessurò in vene bianche; polvere, sabbia, scaglie di roccia caddero in piogge successive; e poi, d’un tratto, le porte si spalancarono.
La luce entrò tutta insieme, come l’alba quando invade una casa chiusa da anni. Il buio cominciò a perdere consistenza, a disfarsi ai margini, a ritirarsi dalle volte. E allora egli entrò.

Entrò a piedi, lentamente, come il padrone di casa nella sua dimora; e questo, più d’ogni altra cosa, fu insopportabile, perché in quell’incedere non v’era nulla della furia del conquistatore: vi era una calma sovrana, una familiarità antica e inattaccabile, come se quegli anditi, quelle prigioni, quelle scale e quei cancelli fossero stati fin da principio suoi. Aveva scelto di mostrarsi loro in forma d’uomo; si vedevano ancora le ferite, le lacerazioni del flagello, il sangue rappreso, i segni del legno e del ferro, la povertà sacra del corpo martoriato; e tuttavia la luce che da lui promanava cadeva tutt’intorno con una forza così pura che le catene si aprivano al suo passaggio, le serrature scattavano, i ferri cedevano.

Fu allora che dietro di lui — o meglio, nella sua stessa luce, come una preda che la rete trascini fin sotto i piedi del pescatore — si vide Lucifero, gettato in avanti, il corpo torvo e magnifico piegato da un tramaglio che del comando gli lasciava nulla più se non la memoria, e anche questa era soltanto un’altra forma dell’umiliazione. I demoni lo videro allora per la prima volta, e quel mutamento di statura scatenò in loro quel furore vendicativo che è il sollievo isterico dei miseri quando finalmente possono dare un nome al disastro che li travolge.
“Ci avevi promesso un regno!”, gridò uno dei più antichi. “Ci avevi promesso la vittoria!”.
“Vergogna degli angeli!” urlò un altro. “Hai attirato qui colui che ci distruggerà!”.
“Stolto” disse, senza forza, uno dei demoni che per primo gli era stato fedele. “Stolto per orgoglio, e noi con te.”

Cristo non rispose a quel coro. Avanzò, e mentre avanzava Lucifero veniva trascinato nella sua luce come viene trascinata nella schiuma della battigia una rete piena di pesci ancora vivi, che si dibattono ma già sanno di appartenere a una mano più forte dell’acqua. Si andava così verso il luogo dei prigionieri antichi, verso il più remoto cuore della prigionia, là dove Adamo aveva atteso per secoli con i suoi figli; e lì giunto innanzi, il Re della Gloria si fermò. La croce di luce che aveva preso Lucifero si strinse più forte, divenne catena; e Lucifero fu gettato sullo scranno dove per secoli aveva atteso Adamo.

Cristo si volse allora verso l’uomo.

Adamo era davanti a lui, in piedi, coperto di polvere, il volto scavato da tutta la pena del mondo e insieme da tutta la sua memoria. Le catene gli gravavano ancora ai polsi, ma già cadevano aperte ai suoi piedi; e il primo uomo, padre di tutti gli uomini, alzò lentamente gli occhi verso il volto di colui che era venuto a cercarlo.
Cristo sorrise, e gli tese la mano.
Adamo la guardò, e nel guardarla gli si vide passare in faccia qualcosa che nessun demone avrebbe saputo nominare senza bestemmiare: la memoria del giardino, il dolore dell’esilio, il peso di tutti i figli, e infine quella pace che arriva quando giunge a termine una troppo lunga separazione.
“La pace sia con te e con tutti i tuoi figli”, disse Cristo.
Adamo alzò la propria mano, e la posò nella sua.

***

Là finì la parte alta della vicenda; il resto venne dopo, come viene, dopo la battaglia, il tempo ingrato dell’inventario e delle rovine.
I demoni rimasero a guardare gli Inferi svuotarsi. Perché Cristo non aveva portato con sé soltanto il primo uomo. Con lui se n’era andata una moltitudine, tutti coloro che per secoli avevano atteso una promessa che i loro carcerieri avevano imparato a deridere senza mai riuscire a dimenticarla: patriarchi, re, profeti, giusti, e con loro una lunga schiera di uomini e donne che avevano creduto nel Cristo venturo e avevano portato quella fede fin dentro la morte. Interi settori della prigione rimasero deserti e i loro custodi, rimasti senza ufficio, furono mandati altrove; e per la prima volta si dovettero chiudere porte non per custodire, ma perché non c’era più nessuno da custodire dietro di esse. Nei corridoi più antichi le celle erano rimaste aperte, i ceppi pendevano vuoti dai muri senza più peso e le catene giacevano spezzate a terra; e molti demoni rifiutavano di addentrarsi in quelle zone, per paura. E nel punto più basso degli Inferi, là dove per millenni era stato seduto il primo uomo, ora sedeva, sotto l’ombra della Croce, il principe della sua rovina.

***

Nota a piè di pagina:

Giusto due righe al volo per dire che il racconto che avete appena letto (e che per inciso mi sono divertita a scrivere assieme a un paio di amici, che ringrazio per la collaborazione) è, ovviamente, un racconto di fantasia che solo a grandi linee si ispira a un testo medievale noto come Niðrstigningar saga, ispirato ovviamente alla discesa di Cristo agli Inferi nel Sabato Santo. Sono tratti dalla Niðrstigningar saga il timore dei demoni ancora scossi dalla resurrezione di Lazzaro, il litigio tra loro e Lucifero, la stupenda immagine di Lucifero che è convinto di aver appena vinto la sua preda e realizza troppo tardi che Gesù morto era per lui come l’esca di un pescatore sopra un amo (o come una tagliola per volpi artiche nascosta sotto la neve, toh, casomai preferiste il tenore nordico della storia). Arrivano dalla Niðrstigningar saga anche il dialogo tra i patriarchi e i demoni mentre Gesù assedia le porte dell’Inferno e l’incontro tra il Cristo risorto e Adamo.
Composto probabilmente tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, la Niðrstigningar saga deriva a sua volta dal Descensus Christi ad inferos, parte del Vangelo apocrifo di Nicodemo.

2 risposte a "La caccia del principe"

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