Il dottor Richard Malone si stava già preparando mentalmente a una litigata dolorosa, alla prospettiva di andare a parlare coi parenti del defunto per convincerli a dare il loro consenso all’autopsia. Son sempre situazioni delicate – ma in quel caso lo erano ancor di più perché il paziente apparteneva al popolo dei Navajo, anzi proveniva da una comunità nota a tutti per essere ancora fortemente legata alle tradizioni, ai tabù e alla religiosità degli antenati. Ed era cosa nota che i Navajo mostrassero, diciamo così, una particolare ostilità nei confronti delle autopsie: si credeva che, nel momento in cui il loro eterno riposo veniva disturbato, le anime dei defunti potessero adirarsi producendo un chindi, un fantasma malevolo. Sicché, il dottor Malone prese un respiro profondo e si preparò psicologicamente a una discussione sfiancante dalla quale non era nemmeno convinto che sarebbe uscito vincitore.
Spiegò, dopo aver fatto le condoglianze ai genitori affranti, che la morte del povero Merrill Bahe (diciannovenne in perfetta salute fisica, anzi sportivo agonista ben seguito dai suoi coach) era tragica sì, ma soprattutto era inspiegabile. Il decorso riferito dalla famiglia era a dir poco spiazzante: qualche giorno di blandi sintomi influenzali curati a domicilio con i soliti farmaci; labbra cianotiche quel mattino mentre il ragazzo si preparava a uscire, accompagnate da evidenti problemi respiratori; immediata partenza per il pronto soccorso; collasso prima ancora di arrivare in ospedale; tentativi di rianimazione cardiopolmonare falliti l’uno dopo l’altro nonostante gli sforzi del personale ambulanziere; morte rapidissima per edema polmonare.
Quel che è peggio, l’Office of the Medical Investigator di Albuquerque, presso il quale lavorava appunto il dottor Malone, aveva ricevuto notizia di un’altra morte sospetta verificatasi nello stesso ospedale qualche settimana prima. In quel caso, a morire era stata una donna di trent’anni, a sua volta collegata alla riserva Navajo, in presenza di sintomi tutto sommato simili a quelli accusati dal povero Merrill. Insomma, si stava cominciando a pensare che ci potesse essere una causa comune dietro a quei due decessi. E se davvero esisteva una causa comune: beh, l’autopsia sarebbe stata preziosa, anzi forse vitale, nella misura in cui avrebbe forse potuto salvare altre vite; quindi, se la famiglia fosse stata disposta a considerare l’idea di dare il proprio consenso a un’autopsia, date le circostanze a dir poco allarmanti…
Vista appunto la nota idiosincrasia dei Navajo, tutto s’aspettava il dottor Malone tranne la reazione che invece ottenne: qualcosa sulle linee di “ma sì, certo, per l’amor del cielo, fate tutte le indagini che volete. Siamo terrorizzati pure noi, è di sicuro qualcosa che gira”.
Con cautela, il medico volle indagare sul perché di tutta quella sicurezza.
“Eh”, gli dissero: “è morta con gli stessi identici sintomi anche la fidanzata di Merrill”.
Oh boia.
E quando era avvenuto il decesso?, indagò Malone.
“Stavamo uscendo per andare al suo funerale quando Merrill si è sentito male”.
Oh boia.
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La fidanzata di Merrill, Florena Woody, era una ragazza di ventun anni in perfetta forma fisica (faceva parte della sua stessa squadra di atletica); però soffriva d’asma: dettaglio che aveva permesso al suo medico curante di derubricare la cosa a “tragica fatalità”. Ma col senno di poi sembrava evidente che il grado di tragedia fosse un po’ troppo alto, da quelle parti: e così, le autorità mediche del New Mexico bloccarono il funerale della povera Florena e disposero l’autopsia sua e del fidanzato. Era l’11 maggio del 1993.
I medici legali rimasero colpiti dalla condizione dei polmoni: pesavano il doppio del normale ed erano completamente invasi dal liquido. Tecnicamente, le due vittime sarebbero state da incasellare nella casistica di chi muore per Sindrome da Distress Respiratorio dell’Adulto, che però nella stragrande maggioranza dei casi si manifesta su anziani defedati. È rarissimo notarla su pazienti giovani; eppure, le autorità mediche si resero conto con sgomento che, a ben vedere, l’avevano già osservata su pazienti non anziani, e pure di recente. Tra il 1992 e il 1993, altri cinque Navajo, tutti residenti nella stessa riserva di Florena e Merrill, erano morti accusando sintomatologie simili.
Oh boia.
Naturalmente, sui cadaveri di Florena e Merrill furono effettuati diversi test per capire se si potesse individuare l’agente patogeno che li aveva uccisi. I defunti furono testati addirittura per la peste nera (!), che a noi sembra un relitto medievale ma che in realtà circola ancora in alcune aree del mondo, incluse certe zone boschive degli Stati Uniti, usando come reservoir ratti e altri piccoli roditori. Ma tutti i test (per peste, virus influenzali e parainfluenzali, batteri respiratori vari ed eventuali) risultarono negativi, lasciando i medici nello sconforto più totale. Anche perché nel frattempo avevano cominciato a mostrare sintomi influenzali anche il fratello e la cognata di Florena: vivevano a Seattle ed erano ritornati in famiglia per partecipare al funerale della sorella (peraltro, alloggiando per i fatti loro in un appartamento distinto rispetto a quello dei parenti).
Il fratello di Florena se la cavò con una brutta influenza; sua moglie finì in terapia intensiva, si salvò per il rotto della cuffia ed ebbe comunque un aborto spontaneo del bambino che portava in grembo. E se la loro permanenza in vita era senz’altro una bella cosa, a quel punto le autorità mediche stavano cominciando a sudare freddo: nei giorni precedenti al funerale, la coppia aveva avuto contatti ripetuti con Merill quando lui già accusava i primi sintomi parainfluenzali. Si doveva quindi pensare a un contagio da uomo a uomo? Per una malattia respiratoria capace di ammazzare in pochi giorni due ventenni sani e di cui non si riusciva nemmanco a identificare l’agente patogeno? Panico.
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Fu coinvolta, ovviamente, la CDC, cioè l’agenzia dei Centers for Disease Control and Prevention di cui tanto abbiamo sentito parlare in questi anni recenti; per l’occasione le si affiancò anche l’Indian Health Service, che godeva di grande fiducia da parte dei Navajo, un popolo dai rapporti non sempre serenissimi con le istituzioni federali.
La CDC, grazie ai suoi esami di laboratorio a più ampio raggio, riuscì nell’arco di pochi giorni a dare un nome al virus che aveva ucciso i due giovani. In teoria avrebbe dovuto essere una notizia positiva, all’atto pratico fu peggio che precipitare in una voragine: Florena e Merrill erano risultati positivi a una roba che doveva essere, tecnicamente, un hantavirus, visto che presentava forti somiglianze con gli hantavirus già noti e studiati – epperò, quello che aveva ucciso i due ragazzi sembrava essere un hantavirus nuovo, o quantomeno osservato in quel momento per la prima volta.
Panico, panico, panico. Anche perché gli hantavirus, fino ad allora, erano stati censiti in Eurasia; l’idea che ce ne fosse uno nuovo, spuntato dal nulla sul continente americano e capace di uccidere in pochi giorni giovani adulti sani, forse addirittura trasmettendosi da uomo a uomo… beh. Come dire: lo scenario non era particolarmente rassicurante.
E intanto, gli ospedali del New Mexico continuavano ad accogliere Navajo con sintomi compatibili con quelli che i ricercatori stavano studiando: entro la fine di giugno, i contagi erano saliti a 24. Il tasso di mortalità era del 50%, e tutti i malati risultavano positivi a quello specifico hantavirus che ormai si stava cercando.
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A quel punto, la scelta di convocare gli anziani e i guaritori tradizionali del popolo Navajo, dietro proposta dell’Indian Health Service, fu un’ammissione di disperazione più che un gesto di rispetto culturale. Perché… sì, la CDC aveva dato un nome al virus e aveva anche una vaga idea di come si potesse curarlo con efficacia, ma non aveva la minima idea del perché si fosse manifestato proprio in quel momento né di quale fosse (se vi fosse) il reservoir animale in cui viveva abitualmente prima di fare il salto di specie. Erano tutte cose importanti da sapere, e in quel momento si brancolava nel buio. E così, nel giugno 1993, l’Indian Health Service e il presidente della Navajo Nation proposero alle autorità mediche del New Mexico un brainstorming con i membri più anziani della tribù e con i medicine men che curavano secondo la sapienza ancestrale dei loro avi. Per qualche strano motivo, l’hantavirus sembrava colpire solamente giovani Navajo: plausibile (ovviamente) ipotizzare che la circostanza potesse essere dovuta ai contatti con gli animali, che erano particolarmente frequenti in seno alla riserva in cui i nativi americani erano insediati. Ma allora, se si doveva ipotizzare che la malattia fosse in qualche modo legata al territorio, magari si poteva anche sperare che la memoria storica dei Navajo ne sapesse qualcosa di più.
Fu qualcosa di davvero singolare, quel brainstorming. Da un lato, medici laureati, epidemiologi di fama mondiale, funzionari governativi in giacca e cravatta. Dall’altro, anziani Navajo e guaritori tradizionali mezzo erboristi e mezzo sciamani, abituati a curare le malattie a suon di fumigazioni, preghiere, canti sacri e chissà cos’altro e custodi di una sapienza ancestrale piena di tabù e leggende che noi probabilmente derubricheremmo a superstizione o fuffa.
Ambeh, forse faremmo meglio a pensarci due volte, prima di farlo: perché i medicine men del popolo Navajo mostrarono una quiete invidiabile nel comunicare alla CDC che la malattia non era nuova proprio per niente. Era già apparsa in passato, peraltro senza assumere proporzioni catastrofiche: andava e veniva, e quasi sempre si manifestava dopo stagioni di piogge insolitamente abbondanti, quando i raccolti erano fin troppo generosi e sembrava quasi che la natura volesse fare qualcosa per correggere il disequilibrio che lei stessa aveva creato con la sua benevolenza fuori controllo. Così dissero.
I più anziani concordavano nel ricordare tre episodi in particolare. Il primo aveva avuto luogo nella primavera del 1919, ed era stata a quanto pare una discreta mattanza; gli altri due si erano verificati nel 1933 e nel 1934, sempre a seguito di primavere più piovose del normale. In ognuno di quei frangenti, i giovani della comunità – e soprattutto loro – avevano cominciato ad ammalarsi soffocando presto nei liquidi che pian piano invadevano i loro polmoni.
I medici della CDC si guardarono perplessi (e probabilmente anche molto, molto sollevati): dunque questo hantavirus esisteva già da ottant’anni almeno, e semplicemente non era mai stato censito dai laboratori?
Decisero allora di domandare agli anziani Navajo se ci fossero altri eventi anomali che notoriamente accadevano a seguito di primavere eccessivamente piovose.
Come no: gli anziani parlarono loro di Na’ats’oosi, il topo, che in quelle primavere ubertose diventa intrepido e si avvicina alle case come se niente fosse. La cosa era interpretata dai Navajo come un segno di grave sventura: ché il topo e gli esseri umani appartengono a due mondi distinti (il topo a quello delle tenebre, l’uomo a quello della luce), e dunque se ne devono stare ben lontani l’uno dall’altro, pena l’infrazione di questa legge di natura.
I topi sono, notoriamente, portatori di moltissime malattie, ivi inclusi di molti hantavirus fino a quel momento censiti nel continente eurasiatico; e già a quel punto i ricercatori della CDC cominciarono ad avvertire il battito che accelerava. Chiesero agli anziani di raccontar loro tutto ciò che sapevano su Na’ats’oosi. Saltò fuori che la cultura Navajo era piena di tabù collegati ai roditori: per esempio, ove mai un nativo dovesse svegliarsi nottetempo e scoprire che c’è un topo nel suo letto, esiste solo un modo per riequilibrare il normale ordine delle cose. Dopo questo palese attacco del mondo delle tenebre al mondo dei vivi, il malcapitato deve alzarsi, purificarsi con un lavacro d’acqua fresca e poi incenerire le lenzuola su cui il topo s’è posato.
Ellamiseria: una pratica abbastanza estrema (e costosa, oltretutto), che fra l’altro puzzava molto di disinfettante. “E se questo non viene fatto”, chiese allora un ricercatore, “cosa si ritiene che accada?”.
Accade che il topo che ha invaso i domini dell’uomo ritiene di poter fare il bello e il cattivo tempo, gli fu risposto. Spesso capita che prenda di mira l’individuo più giovane della famiglia e lo uccida in pochi giorni.
I ricercatori rimasero stupefatti: gli adulti giovani e in buono stato di salute erano risultati essere, almeno fino a quel momento, le vittime privilegiate dell’hantavirus. E, ipotizzando a questo punto che l’hantavirus fosse portato dai topi, lavarsi immediatamente dopo l’avvistamento di un roditore e dar fuoco (!) a tutto quello che era venuto in contatto con l’animale era una tecnica un po’ tranchant, ma senz’altro non priva di efficacia, per abbassare drasticamente il rischio di contagio.
Insomma: sembrava che, per certi versi, i Navajo avessero scoperto l’hantavirus decenni, o forse addirittura secoli, prima della CDC. Ovviamente non sarebbero stati capaci di dargli un nome o di studiarlo al microscopio; però sembravano aver incorporato all’interno della loro cosmologia una certa sapienza antica circa il suo comportamento ecologico – quando piove molto, i topi aumentano ed entrano nelle case, e allora c’è il rischio che arrivi un male che toglie il fiato e uccide i giovani; per tener lontana questa jattura, bisogna distanziarsi dai topi e bruciare tutto ciò che è venuto in contatto con loro.
Oh: è un manuale di prevenzione dell’hantavirus che sarebbe validissimo ancor oggi.
Saltò fuori addirittura una pittura Navajo, purtroppo non studiata dagli archeologi e dunque non datata, in cui comparivano un topo e alcune piante. A onor del vero, le piante non erano rappresentate con quella precisione botanica che ci permetterebbe di identificarle con certezza assoluta: una però assomigliava moltissimo all’efedra, un arbusto noto per contenere efedrina, sostanza che ancor oggi viene usata nei pazienti con broncospasmo. Un’altra delle pianticelle disegnate accanto al topo era un sempreverde che la tradizione locale usa da tempo immemore per sciogliere il catarro e il muco chi si becca il raffreddore.
C’era da restar stupefatti. E infatti, i medici della CDC rimasero a bocca aperta. Ron Voorhees, epidemiologo del Dipartimento della Salute del New Mexico, avrebbe poi dichiarato: «dopo quell’incontro, parve chiaro che i Navajo sapevano praticamente tutto sul virus, e che il nostro unico vero contributo è stato quello di dargli un nome».
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Gli anziani Navajo avevano indicato la direzione in cui guardare: e dunque, la CDC si mise a caccia di topi. Ne catturò un botto (sembrava proprio vero che la popolazione fosse più numerosa della media), cominciò ad analizzarli tutti, e rapidamente trovò il colpevole. Era il Peromyscus maniculatus, il cosiddetto topo cervino: su centosette esemplari catturati, trentadue risultavano positivi alla ricerca di anticorpi contro l’hantavirus che stava colpendo i giovani Navajo.
Restava da capire come mai i topi cervini (presenti in zona da secoli, se non millenni) avessero cominciato a uccidere proprio nel 1993 – e saltò fuori che la sapienza ancestrale dei Navajo ci aveva preso anche in quel frangente: era proprio colpa della pioggia.
Il 1992 era stato un anno insolitamente piovoso, segnato da El Niño: dopo anni di siccità, l’umidità in eccesso aveva prodotto una fioritura particolarmente generosa, che per un topo si traduce in più cibo e più riparo. Più cibo e più riparo significano dunque più topi, e più topi significano – ovviamente – più probabilità che alcuni di loro, infetti, si avvicinino alle abitazioni umane. Anche i confronti geografici confermarono l’idea. Nelle zone che avevano ricevuto piogge particolarmente abbondanti, si erano registrati casi umani; in altre aree comparabili, dove però le precipitazioni non avevano avuto lo stesso andamento, di casi umani non ce n’era neanche l’ombra. A quel punto, la catena di trasmissione era completa.
La CDC, ovviamente, tradusse tutto questo in un linguaggio più burocratico di quello dei guaritori Navajo, ma tutto sommato sovrapponibile al loro. Le raccomandazioni sanitarie cominciarono a insistere sulla necessità di evitare i contatti con i roditori: sigillare le abitazioni, usare trappole, eliminare rifiuti che potessero attirare i topi, evitare di spazzare a secco escrementi e nidi, usare guanti e protezioni, fare ampio uso di disinfettante su superfici potenzialmente contaminate. Mancavano giusto i lavacri purificatori in piena notte e i roghi rituali della ritualistica Navajo, ma non perché fossero sbagliati in sé: perché si poteva anche fare a meno di tanto rigore.
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Le precauzioni funzionarono piuttosto bene; entro il mese di ottobre, furono segnalati casi di hantavirus in quasi tutti gli stati del Southwest, per un totale di quarantotto contagiati. Si trattava per la maggior parte di giovani adulti di sesso maschile, che vivevano o comunque avevano soggiornato in aree fortemente rurali prima di ammalarsi; che la malattia potesse trasmettersi tramite un contagio da uomo a uomo non fu mai dimostrato (in quel caso), nonostante i timori iniziali che avevano fatto propendere per quella teoria. Morì, globalmente, il 56% dei pazienti, anche se la mortalità registrò un lieve calo quando gli ospedali approntarono un protocollo terapeutico che sembrava avere una qualche efficacia.
Ciò detto, l’epidemia di hantavirus del 1993 divenne uno degli esempi più citati negli studi di settore quando si parla di Conoscenza Ecologica Tradizionale, un termine oggi molto usato nell’antropologia ambientale con cui si indica l’insieme di osservazioni, pratiche, conoscenze e credenze religiose, trasmesse culturalmente attraverso le generazioni in seno a una certa comunità, e riguardanti l’ambiente circostante e le relazioni tra gli esseri viventi che lo popolano. Spesso, la Conoscenza Ecologica Tradizionale (TEK per gli amici, dalla sua traduzione in lingua inglese) si esprime attraverso forme che noi moderni classificheremmo come folklore: miti, tabù alimentari, proverbi, divieti rituali e quant’altro. Ma queste forme spesso funzionano come veicoli di trasmissione di informazioni pratiche dall’efficacia reale: basti pensare ai mille proverbi che in Italia insegnano quando seminare cosa o raccomandano di non scoprirsi troppo a maggio ché poi si prende freddo.
Beh, la stessa cosa vale anche per questioni macroscopiche. Talvolta (e non sempre, ovviamente), il tabù non è altro che una regola pratica che ha avuto l’intelligenza di travestirsi da paura sacra per farsi obbedire anche quando nessuno ricorda più il perché. Quello dell’hantavirus del 1993 non è stato neanche remotamente l’unico caso in cui la medicina moderna ha registrato qualcosa di simile: il tabù non spiega il meccanismo di contagio ma produce il comportamento giusto per evitarlo… e, in fin dei conti, tanto basta.
L’hantavirus del 1993, per la cronaca, non è lo stesso identico hantavirus che è diventato di attualità in questi giorni: quello è un’altra roba ancora, diffusa nell’America del Sud e trasmessa da altri tipi di roditori, in particolar modo dall’Oligoryzomys longicaudatus, cioè il topo di riso. Non stiamo parlando dello stesso identico virus, ma poco cambia. E, sotto sotto, vien anche da dire – specie se le modalità di trasmissione ipotizzate in questi giorni si riveleranno vere – che due o tre tabù in più (magari non proprio il rogo delle lenzuola, ma quantomeno una salutare diffidenza verso le gite di coppia dentro alle discariche invase dai topi) non avrebbero poi fatto così schifo neanche in quel contesto. Ma col senno di poi…
Per approfondire:
- David Harper e Andrea Meyer, Of Mice, Men, and Microbes. Hantavirus (Academic Press, 1999);
- Mark Jerome Walters, Seven Modern Plagues. And How We Are Causing Them (Island Press, 2014);
- Charles J Van Hook, Hantavirus Pulmonary Syndrome—The 25th Anniversary of the Four Corners Outbreak, in: Emerging Infectious Diseases, Nov. 2018
- Alicea Hubbard, How Indigenous Knowledge Helped Solve a Mysterious Outbreak, in: American Society for Microbiology, 1° novembre 2024
Francesca
“gite di coppia dentro alle discariche invase dai topi“
😵
Gulp! Che è? Una nuova forma di turismo? 😳
Il mio aggiornamento arriva al “turismo esperienziale”, costola del turismo lento, ecologico, eccetera. Ma si sa, oggi le novità viaggiano veloci
Grazie per l’articolo. Super interessante!
Sui detti di saggezza popolare personalmente ho un duplice approccio: alcuni sono ‘salvavita’ (che sarebbe ottimo applicare anche oggi) , altri rivelano tremendissimi dannosi pregiudizi (dell’epoca in cui sono nati oppure della presa che lo stesso pregiudizio può avere in chi lo pronuncia ancora oggi con grande convinzione)
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