Cosa resta dell’amor cortese

“Una primavera precoce, con la freschezza dell’aria che conserva ancora un sentore di neve. Ma una primavera a cui non seguirà l’estate”.

Così, nel 1971, Henri-Irénée Marrou definiva la breve esperienza poetica dei trovatori occitani che per primi cantarono l’amor cortese.

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Tam Lin e gli altri toyboy delle fate

A leggere i testi d’epoca, sembra un dato di fatto: nel Medioevo, le isole britanniche erano piene di fate lussuriose che non vedevano l’ora di poter sedurre un bel maschione.
“Ci sarà stata la coda”, penserete probabilmente: “chi è che non vuole andare a letto con una fata?”.

Beh, in realtà bisognerebbe fare una attenta valutazione sul rapporto rischi/benefici: concedersi a una fata poteva essere piacevole e conveniente… ma era una attività non scevra di controindicazioni.

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Amor de lohn: la nobiltà di un amore di lontano

Secondo Henri-Irénée Marrou, “forse non si possono comprendere i trovatori se non si sono scoperti e amati a sedici anni”: il periodo migliore in assoluto, secondo lui, per rispecchiarsi in quei versi che cantano un amore così particolare, così simile “alla timidezza di un amore adolescente, ancora casto eppure già ardente”.

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Il Medioevo e quei pani che non t’aspetti

Nell’Alto Medioevo, come si suol dire, era tutta un’altra Storia. Tante cose andavano male, ma dal punto di vista dell’alimentazione si stava ancora relativamente bene: grossomodo, ogni individuo aveva la possibilità di garantirsi con poca spesa una dieta decentemente varia.

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Di come nacque il Perfetto Cavaliere e di come un destino avverso lo costrinse a una vita grama

“Ma grazie, sei proprio un cavaliere!” ci troviamo a esclamare noi donne ancor oggi, quando un uomo ci apre la portiera della macchina o ci sorprende con un gesto galante.  

Ma siamo sicuri che l’uomo che fa queste cose si stia realmente comportando come un vero cavaliere?

In effetti: cosa faceva, nel Medioevo, il vero cavaliere? Ma soprattutto: esisteva realmente?

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Attenzione! Arrivano i giorni canicolari!

Ebenezer Scrooge aveva un cuore così freddo che trasudava gelo ovunque egli andasse: “la sua bassa temperatura se la portava sempre addosso”, scrive Dickens, “al punto che l’ufficio diventava gelido al suo ingresso persino nei giorni canicolari”.
Una abilità notevole, non v’è dubbio. Una abilità di cui però, col passar dei secoli, s’è persa la portata: sì, perché (si potrebbe chiedere il lettore moderno) in effetti che caspita è un giorno canicolare?

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