Questa Storia ti puzza di fake news?

Fake news Facebook
Le fake news sono ormai all’ordine del giorno, e tutti i professionisti dell’informazione si prodigano per fornire ai loro lettori le armi con cui difendersi da questa massa di notizie false che – complici i nuovi mezzi di comunicazione – rischiano a tratti di tramortirci e confonderci.
È davvero possibile imparare a proteggersi da una cosiddetta “bufala”? Esistono delle tecniche che l’Internauta Medio può mettere in atto, per tentare di orientarsi in questo procelloso mare dell’informazione? In effetti sì – e una di queste consiste nell’affinare il proprio senso critico cominciando a porsi tutta una serie di domande, quando ci si trova di fronte a una notizia sospetta.
Stiamo leggendo un articolo e c’è qualcosa che, diciamo, non ci torna? Ebbene, una serie di domande ad hoc può aiutarci a stabilire se è solo una nostra impressione, o se davvero di fake new si tratta.

Questo blog si occupa di Storia, dunque mi occupo di Storia anche in questo articolo. Ché attorno ai temi storici è tutto un fiorire di fake news e leggende nere, e semplici convinzioni errate, sedimentatesi nel corso dei secoli e ormai date per certe.
E se anche noi ci imbattessimo in una di queste “bufale”? Saremmo in grado di riconoscerla? Quali sono i campanelli d’allarme che dovrebbero quantomeno metterci sull’attenti?

Io ne ho individuati cinque, partendo dalle osservazioni proposte da Giuseppe Sergi nel suo La rilettura odierna della società medievale: i miti sopravvissuti, dagli atti del convegno “Medioevo reale medioevo immaginario” (Torino 26-27 maggio 2000).

1. Questa ricostruzione semplifica concetti che, diversamente, sarebbe difficile spiegare?

Esempio portato da Sergi: la piramide feudale del Medioevo.
Presente?
Questa:

Piramide Feudale

Benissimo, non è mai esistita.

Il feudalesimo medievale era una cosa molto più complessa di quella che ci insegnano sui libri di scuola. Ad esempio, un uomo poteva essere vassallo di più signori feudali contemporaneamente (ed erano per lui cavoli amari, quando i due signori si dichiaravano guerra). In teoria, un cavaliere poteva anche essere vassallo del Signor Caio ed essere contemporaneamente signore feudale di altri vassalli a lui sottoposti (diventando, allo stesso tempo, sottoposto e parigrado del suo signore). E comunque, ai rapporti feudali, si affiancavano in età medievale rapporti di parentela, eredità e quant’altro, talora non meno importanti e vincolanti del rapporto vassallo/signore.

E quindi, perché a scuola continuano a insegnarci la panzana della piramide feudale?Beh, perché è una semplificazione molto utile.
Vallo a spiegare, a un bambino di undici anni, questo complesso equilibrio di poteri per cui si può essere servi e signori allo stesso tempo, e per cui il re ha sicuramente un ruolo importante, ma può darsi che alcuni sudditi abbiano più potere di lui. È così facile e rassicurante, ricorrere a semplificazioni tutto sommato innocue, che risparmiano agli studenti così tanti grattacapi…
I pochi eletti che vorranno dedicarsi al Medioevo per professione, faranno sempre in tempo a mettere i “puntini sulle I” all’università. Fino ad allora… che male c’è?

Pescando dai miei archivi una Storia di cui ho già parlato io: il mito per cui, durante i secoli della caccia alle streghe, erano accusate di stregoneria le donne giovani, sole, prive di protezione da parte dei mariti, e magari un po’ anticonformiste.
Vallo a spiegare, che molti degli accusati erano maschi ricchi e potenti, praticavano davvero rituali magici, e, in molti casi, il proverbiale patto con Satana importava molto poco agli inquirenti laici…

2. Questa ricostruzione ci aiuta a credere che noi viviamo in un mondo migliore?

Mai Stati Meglio Copertina Libro

È così bello leggere un libro di Storia e pensare “certo che noi siamo un sacco evoluti rispetto a ‘sti bifolchi!”. Su questo tema, gioca persino un gustoso libretto eloquentemente titolato Mai stati meglio!: “basta scorrere i secoli passati”, recita la quarta di copertina, “per capire stiamo vivendo uno dei momenti più positivi, confortevoli e ricchi di opportunità dall’apparizione dell’uomo sulla Terra”.

Non mentiamo: illuderci che l’umanità sia destinata a un graduale, inesorabile progresso è un consolante auto-convincimento di cui sentiamo drammaticamente il bisogno, tutte le volte che, guardando il telegiornale, ci si stringe il cuore al pensiero del mondo che stiamo lasciano ai nostri figli.
…sennonché, a volte, questo nostro atteggiamento genera delle bizzarre fake news dalla singolare persistenza.

Un esempio tra i tanti? Cito quello che proponge Sergi: lo ius primae noctis.
Non è MAI esistito, in nessun luogo e in nessun momento, un cavillo che consentisse al potente di turno di portarsi legalmente a letto le donne prossime al matrimonio. Lo ius primae noctis è un’invenzione bella e buona creata ad arte (cfr. punto 4)… che però si è impressa nell’immaginario collettivo in maniera particolarmente tenace.
E perché?
Perché, oh, è così confortante, pensare che certe cose che una volta erano all’ordine del giorno, adesso, grazie a Dio, sarebbero impensabili. Ma allora, è solo questione di tempo: verrà (presto?) il giorno in cui le tante ingiustizie che oggi ci affliggono saranno guardate con orrore dai nostri discendenti. E allora sì che esisterà un mondo migliore!

Come osserva Sergi, qui

agisce l’idea di un progresso lineare e permanente della storia: un’idea tanto spontanea quanto politicamente strumentalizzata, in ogni caso falsificante e dannosa per l’uso sociale della storia.

Pescando dai miei archivi una Storia di cui ho già parlato io: avete presente la radicata convinzione secondo cui, nel passato, la gente non si lavava per mesi e anni, e dunque andava in giro tutta sozza e puzzolente? Ne parlavamo tempo fa, e avevamo visto assieme che non è che fosse proprio vero: c’è stato sì un periodo della Storia umana in cui i bagni frequenti erano considerati pericolosi per la salute… ma, fortunatamente, è stata solo una moda transitoria, non un diktat millenario.

3. Per contro: questa ricostruzione trasforma il nostro passato in un affascinante romanzo fantasy più avvincente di Game of Thrones?

Sergi porta un esempio classico: i Templari, poveri cristiani.
Non si capisce per quale arcano mistero un ordine cavalleresco la cui Storia è stata studiata, ristudiata, ri-ristudiata fino allo sfinimento, debba solleticare così tanto le fantasie dell’Italiano-medio.
Cioè, boh? L’avete mai visto, voi, tanto pathos collettivo nel seguire le vicende dell’Ordine di Malta?
Eppure…

Il fatto gli è che, come scrive Sergi,

il medioevo nella cultura europea occidentale serve a regalare la dimensione dell’esotico senza troppo allontanarsi nello spazio, ma andando indietro nel tempo.

È così affascinante pensare a quando nel Medioevo i cavalieri cercavano per davvero (?!) il Sacro Graal. È così bello immaginare un mondo in cui la vita scorreva ordinata secondo i dettami di Santa Madre Chiesa, i rapporti tra sessi erano improntati a quel romanticismo à la Jane Austin e la vita era più onesta, più sana, più solidale.

Pescando dai miei archivi una Storia di cui ho già parlato io: presente, quei cattolici per la Storia cattolica è divisa in due (ante e post Concilio Vaticano II), e tutto ciò che viene dopo è liturgicamente il Male, e tutto ciò che viene prima era l’Assoluta Perfezione del Culto?

Vaglielo a spiegare, che fino a qualche secolo fa i preti mimavano atti sessuali dall’altare durante la Veglia di Pasqua

4. Questa ricostruzione è un’arma ideologica a sostegno di una certa tesi?

A questo punto, si potrebbero elencare tante “leggende nere” sulla Storia della Chiesa, usate oggi come grimaldello per dimostrare che i cattolici sono fondamentalisti pericolosi.
Sergi, invece, torna sullo ius primae noctis, e così, ubbidiente, faccio anch’io.

È da fine ‘800 che, con argomenti inoppugnabili, la storiografia, a intervalli regolari, smentisce il mito dello ius primae noctis.

Ma queste autorevoli messe a punto hanno scarsa efficacia anche quando sono scritte con stile accattivante, in libri di editori importanti e di larga circolazione. […] La cultura di massa su alcuni temi non si limita solo a non recepire, non vuole proprio ascoltare, si comporta come i bambini quando si tappano le orecchie con le mani ed emettono suoni per non essere raggiunti da parole non gradite. Perché? Perché non si vuol perdere, a causa della ‘storia’, un frammento di ‘memoria’ che ha una funzione culturale e sociale. In questo caso la funzione è quella di valorizzare l’attitudine delle comunità locali di contrapporsi al potere: le comunità nobilitano con l’eroismo popolare le proprie tradizioni.

In una temperie ideologica in cui il messaggio da far passare alle masse è: “bisogna combattere il sistema per avviare la rivoluzione / bisogna affrancarsi dalle stupidi leggi imposte dalla religione / bisogna fare questo e quest’altro perché i modelli tradizionali non funzionano bene”… beh: questi miti su base storica possono costituire un valido aiuto!

Pescando dai miei archivi una Storia di cui ho già parlato io: una volta mi è capitato su Facebook di essere definita “una revisionista da quattro soldi”, a causa di un articolo in cui spiegavo che la terribile strage di operai tenutasi l’8 marzo di un anno non precisato… semplicemente non c’è mai stata, fortunatamente per le operaie.
Non è chiaro chi, esattamente, si sia messo a tavolino per inventare dal nulla questa leggenda, ma sembra acclarato che la bufala abbia cominciato a circolare tra i circoli socialisti dei vari Paesi del blocco NATO, per ragioni politiche, nel primo dopoguerra.

Eppure, se lo dici, non ci crede nessuno, (comprensibilmente), anche perché qui scivoliamo per direttissima nel punto…

5. Questa ricostruzione ci culla nelle nostre rassicuranti convinzioni?

Chiudete gli occhi e immaginate un castello medievale: l’idea platonica di tutti i castelli medievali; poi tornate qui.
Fatto?
Scommetto che avete immaginato qualcosa sulle linee di:

Castello Medievale Immaginario

e che sarete probabilmente un po’ spiazzati nello scoprire che, per buona parte del Medioevo, i castelli sono stati semmai più simili a questo:

Castello Medievale Vero

Per dirla con Sergi,

è difficile convincere studenti e interlocutori che i castelli medievali tipici non sono quelli del tardo medioevo, ed è difficile perché sono per lo più castelli tre-quattrocenteschi a essere ancora in piedi. […] Risulta sempre arduo allontanare l’immagine del tipico castello valdostano e sostituirvi quella di un villaggio fortificato, o di recinti di legno e pietra.

Altro esempio ancor più visibile: i convincimenti popolari sull’evoluzione dei modelli familiari nel corso della Storia.

La tipica famiglia rurale del medioevo era una “two generations family”, con padri e figli e basta, cioè nucleare come oggi. Ebbene, nessuna persona, anche di cultura, lo immagina: perché le famiglie rurali successive alla rivoluzione industriale erano patriarcali, [con] convivenze larghissime

quindi, ci viene spontaneo ritenere che le famiglie allargate siano sempre state la norma. Ma siamo vittime in questo caso di quella che Sergi definisce “deformazione prospettica”:  per cui diamo scontato che tutto ciò che noi conosciamo circa il passato recente debba a maggior ragione applicarsi anche a tutte le epoche passate. Il che, non è affatto vero!

Pescando dai miei archivi una Storia di cui ho già parlato io: vallo a spiegare, alle nonnette attaccate alla tradizione, che il “classico” matrimonio col vestito bianco, il pranzo luculliano, il viaggio di nozze da sogno, etc, non è “tradizionale” proprio per niente ed è anzi un’invenzione recente. Ma insomma: lo sanno tutti che le nostre nonne facevano così!

***

E voi?
Vi vengono in mente altri esempi riconducibili ai cinque casi di cui sopra? Avete storie da raccontare, su quando siete caduti a vostra volta in una di quelle insidiosissime bufale storiche?
Per intanto, questo blog vi saluta e vi dà il suo bentornato, ripromettendosi, da oggi, di ricominciare con regolarità le sue pubblicazioni.
…e speriamo che questa non debba rivelarsi una fake new!

Un matrimonio “come da tradizione”

E così, mi sono sposata.

Il fatto di aver organizzato il matrimonio in non più di due settimane, mi ha impedito (o messa in salvo?) dallo svolgere tutte quelle normali attività pre-matrimoniali che, in dose omeopatiche, immagino possano anche essere divertenti: scelta delle partecipazioni, confezionamento della bomboniera, ricerca dell’abito da sposa… eccetera eccetera eccetera.
Esistono addirittura dei libri e delle riviste (!), per accompagnare le mogliettine durante questi preparativi. I wedding planner più rinomati prendono da parte la futura sposa e le spiegano cos’è in e cos’è out, e quali sono le tradizioni che vanno assolutamente rispettate nel’organizzazione di un buon matrimonio.
Io, con molta evidenza, i libri dei wedding planner non li ho letti; però, un giro su qualche sito a tema me lo son fatta. E, arrivata all’immancabile punto “tradizioni da rispettare”, sono stata presa dall’immancabile attacco di ridarola.
Sì, perché… avete presente, le Tradizioni Nuziali?
Quegli Elementi-Immancabili-In-Un-Matrimonio, che ci sono sempre stati e di cui assolutamente non si può fare a meno?

Niente di male se una coppia vuole inserirli nel suo matrimonio, per carità, ma accettiamolo come un dato di fatto: la maggior parte di queste tradizioni non sono tradizionali proprio per niente.
Se potessimo saltare su una macchina del tempo e andare a imbucarci a qualche matrimonio di inizio ‘900 (e non mi spingo in epoche più antiche, solo perché diventerebbe difficile far paragoni…) potremmo essere molto, molto stupiti nel vedere il modo in cui era organizzata la giornata.

Curiosi di saperne di più?
Ecco a voi le dieci più pervicaci “leggende metropolitane” a tema matrimoniale… con tanto di debunking da parte della sottoscritta!

1. Maggio è il mese delle spose

Che, oggigiorno, la gente tenda a sposarsi durante la bella stagione, è cosa ovvia e ragionevole: le foto vengono meglio, i vestiti si alleggeriscono, gli alberi sono fioriti… che vuoi di più dalla vita?
Quello che però va bene per noi, che lavoriamo attaccati a un computer, decisamente non poteva andar bene per i nostri trisnonni, che lavoravano attaccati all’aratro.
Maggio (e, in generale, primavera, estate e inizio autunno… cioè i mesi più gettonati per i matrimoni d’oggi) erano, in passato, i periodi di massimo lavoro. Questo valeva – ovviamente – per i campagnoli, ma valeva, in una certa misura, anche per chi abitava in città: basti pensare che, a Torino, le scuole elementari andavano avanti a tener lezioni fino a inizio agosto. Era proprio il calendario lavorativo (e… mentale, se capite cosa intendo) ad essere diverso.

In condizioni normali (senza che ci fosse una grave urgenza), nessuna persona sana di mente avrebbe pensato di sposarsi a maggio (o in estate, o in primavera). Nella stragrande maggioranza dei casi, le coppie si sposavano in pieno inverno: dopo le feste di Natale, e prima che iniziasse la Quaresima. Questo permetteva agli sposi di prendersi un po’ di tempo per se stessi, ma soprattutto permetteva loro di preparare la casa e il trasloco senza l’assillo del lavoro pressante.
I matrimoni primaverili erano – davvero –  una rarità.

2. Il fidanzato (che poteva permetterselo) suggellava la sua promessa con un anello di diamanti

Intanto, sfatiamo un mito: la consuetudine di regalare l’anello di diamanti in occasione dei fidanzamenti, nasce verso la fine degli anni ‘30 (del ‘900) grazie a un’aggressiva campagna marketing condotta negli Stati Uniti dalla compagna De Beers.
Prima di quella data, era certamente comune che il fidanzato facesse regali alla futura sposa… ma non necessariamente le regalava gioielli; né men che meno anelli, né men che meno solitari con diamante. Lasciando la parola alla Marchesa Colombi, autrice, nel 1887, di un godibilissimo galateo (che, peraltro, trovate anche online), il regalo che il fidanzato faceva alla sposa consisteva in

una  schiera  di  buste  di  velluto,  colle  iniziali  del  nuovo  nome  che  la  sposa  sta  per assumere, cioè del suo nome e del cognome dello sposo. Sono: i brillanti, ereditari o nuovi, che lo sposo può offrirle; un finimento completo d’oro e pietre; parecchi anelli; insomma i gioielli più o  meno  sfarzosi,  a  seconda  della  ricchezza  e  generosità  dello  sposo,  fra  i  quali  primeggerà  la famosa catena coll’orologio.

Evidentemente le spose borghesi dovevano accontentarsi di molto meno, ma persino nel caso dei ricchi era questo il dato di fatto: il fidanzato regalava numerosi gioielli, fra cui anche qualche anello (perché no?)… ma non era di certo l’Anello di Fidanzamento a farla da padrone in questa sfilata di doni.
Anzi: come si legge con molta chiarezza, il regalo più pregiato e più “in vista” era un orologio a catena, che la sposa avrebbe appuntato sul suo abito da sposa.

E l’avrebbe appuntato “di lì a poco”, per la precisione: sì, perché questi regali di fidanzamento non venivano consegnati in occasione del “vuoi sposarmi?”. No: venivano consegnati molto tempo più tardi, nell’imminenza del matrimonio vero e proprio.

3. Le partecipazioni vengono inviate prima del matrimonio

No no no: proprio no!
Oggigiorno, noi moderni facciamo una gran confusione, ma le partecipazioni non erano l’invito al matrimonio, e non venivano spedite prima delle nozze.
Distinguiamo.
L’invito al matrimonio era – appunto – il biglietto con cui si invitava Tizio a prendere parte alla cerimonia nuziale. Veniva inviato a un numero di persone abbastanza ridotto (sicuramente più ridotto rispetto alla media d’oggi, per capirci), e le persone munite di invito facevano esattamente ciò che era chiesto loro: si presentavano al momento stabilito, e prendevano parte alla festa di nozze.
Le partecipazioni erano una cosa completamente diversa: venivano inviate, una decina di giorni dopo il matrimonio, alla quantità di persone più vasta possibile. Non servivano a invitare la gente al matrimonio, ma servivano a parteciparla (cioè, a metterla a parte) del fatto che che il matrimonio era stato celebrato. E basta.

Per dirla di nuovo con la Marchesa Colombi, erano né più né meno

circolari  coll’annuncio  che  il matrimonio ha avuto luogo.
Le partecipazioni dopo le nozze sono di primissima necessità, e si deve essere larghi nel distribuirle anche alle lontane conoscenze. È un riguardo che lo sposo deve a sua moglie, per non esporla  ad  incontrarsi,  essendo  al  suo  braccio,  con  qualche  compagno  di  gioventù  di  lui,  che  la prenda in fallo, o con qualche signora che esiti a salutarla. Tutte le  conoscenze  dello  sposo debbono essere informate.

Casomai qualcuno dovesse imbattersi nella sposa che, sola con un uomo, si abbandona ad atteggiamenti di confidenza intima, tutto il mondo deve sapere che la sposa non è una donnaccia. Quell’uomo è suo marito: la signora agisce così nel suo pieno e totale diritto!

In secondo luogo: le partecipazioni venivano inviate dopo il matrimonio, e non prima, anche per evitare che le nozze diventassero “un caso”… o, peggio ancora, un caso capace di suscitare curiosità morbosa.
Nessuna donna, credo, vorrebbe andare incontro alla sua prima volta sapendo che c’è mezzo mondo che sogghigna pensando “ah! Questa è la prima notte di nozze della signorina! Chissà cosa prova!”.
Per cui: inviti, a pochi intimi, prima del matrimonio; partecipazioni, all’intero globo terracqueo, qualche tempo dopo la celebrazione.

4. Perché il matrimonio venga celebrato, è indispensabile il consenso dei genitori

Questo valeva per i protestanti: Lutero era stato molto chiaro, su questo punto.
La Chiesa Cattolica, invece, era molto più permissiva: già nel 1563, con l’emanazione del Decreto Tametsi, i vescovi riuniti in concilio a Trento sdoganavano i matrimoni “clandestini”, contratti cioè senza l’approvazione delle famiglie.

Tutta quella ritualità che è presente nei matrimoni d’oggi (con la sposa accompagnata all’altare da suo padre e il padre che “consegna” la figlia nelle mani del futuro genero) si sviluppa in realtà in area anglosassone, dove questi gesti avevano effettivamente lo scopo di sottolineare “visivamente”, simbolicamente, il consenso dei genitori.
In ambito cattolico, invece, il consenso dei genitori contava poco o niente, e, di conseguenza, anche la ritualità ne risentiva: gli sposi, ad esempio, entravano in chiesa per i fatti loro.
Nei casi in cui la sposa voleva che fosse il padre ad accompagnarla all’altare (in genere, per sottolineare la continuità dinastica o cose del genere), lo sposo le veniva dietro percorrendo la navata… al braccio di sua suocera.
Che giustamente era rimasta senza accompagnatore (visto che il marito scortava la figlia) e quindi uno chaperon doveva pur rimediarlo da qualche parte!
Ma la cosa moriva lì, per l’appunto: tutti quei gesti tipo “madre dello sposo che accompagna lo sposo all’altare; padre dello sposo che accompagna la sposa all’altare” non hanno mai fatto parte della nostra tradizione.

5. “La sposa era raggiante”

Se oggigiorno la sposa si sente in dovere di sorridere a trentadue denti per tutto il giorno, sennò sembra brutto, una volta sembrava brutto che la sposa non si mostrasse in balia della più nera e agghiacciante disperazione.

Cito ancora una volta la Marchesa Colombi, perché in questo passaggio è davvero esilarante:

Una volta era, se non un obbligo, un’abitudine per la sposa, di sciogliersi in lacrime nell’andare all’altare.
Gli occhi umidi ed accesi, le labbra tumide, il naso rosso come una ciriegia, facevano parte della tenuta di rigore per una sposina ammodo. Lo sposo, se non altro per amore di simmetria, non doveva mostrarsi lieto, in faccia a tanto dolore; si atteggiava al più profondo compianto, dinanzi alla lacrimevole situazione della fanciulla. Il sacerdote, compreso della necessità di mettersi all’unisono, recitava un predicozzo straziante ai due sventurati giovani, e tutte le signore lacrimavano nelle pezzuole ricamate. Se un indiano fosse entrato in una chiesa durante la cerimonia nuziale, al vedere il pubblico, e specialmente la sposa in quello stato di desolazione, l’avrebbe creduta una suttie, da ardere sul rogo del marito estinto.
La prima sposa giovane che fu veduta maritarsi senza piangere, fu la principessa Margherita. […] Ed infatti la cronaca assi cura che quando si sposarono non si presentarono cogli occhi gonfi e col naso rosso. Fin d’allora dunque le lacrime furono messe da banda, a grande soddisfazione degli sposi, che s’accomodavano male di quelle scene in cui facevano la parte di necrofori.

La causa di tutta questa lacrimevole disperazione?
Beh, una forma di riguardo degli sposi verso i genitori: anche nei matrimoni d’amore più felici, era considerata buona norma che i colombelli andassero all’altare con pose da melodramma, come a dire a mamma e papà “oh, quanto mi spiace abbandonarvi e andar via di casa! Vi voglio bene!”.

6. La sposa vestiva di bianco per simboleggiare che era vergine

…ma veramente no, non foss’altro che per una banalissima ragione: anticamente, la purezza sessuale era simboleggiata dal colore azzurro, non dal colore bianco.
Il bianco, semmai, simboleggiava l’assenza di peccato: i neonati – loro sì – venivano condotti al fonte battesimale indossando un vestitino candido. Ma la purezza sessuale non era, e non è mai stata, simboleggiata dal colore bianco: semmai, nei quadri, veniva indicata col colore azzurro.
Il vecchio adagio inglese che invita le spose a indossare, nel giorno del loro matrimonio, something blue (assieme a something old, borrowed e new) trae le sue origini proprio da qui: se una sposa voleva andare all’altare sottolineando la sua verginità, si vestiva di blu. O di azzurro.
Certamente non di bianco.

7. L’abito da sposa è di colore bianco

Mi par di sentirvi: “ma se l’abito bianco non simboleggia la verginità, allora perché la sposa dovrebbe vestirsi di bianco?”.
Eh. Infatti.
In assenza di una valida motivazione, le spose del passato se ne son sempre infischiate del bianco, indossando abiti di tutti i colori dell’arcobaleno.
Le donne che volevano puntare su un’eleganza semplice sceglievano, in genere, un abito nero (il little black dress, evidentemente, andava già di moda). Le donne che volevano dare nell’occhio inserivano qualche accessorio rosso fiammante; le donne ricche, che potevano permettersi un guardaroba più fornito, prediligevano i colori chiari e le tinte pastello. Ma l’abito da sposa candido NON era una tradizione, fino al momento in cui la regina Vittoria non lanciò una nuova moda decidendo di andare all’altare in un inconsueto abito bianco.

Consentitemi un omaggio a Downton Abbey - uno dei miei telefilm preferiti - nel sottolineare il lavoro egregio svolto dai costumisti: ecco qui due spose, di diversa estrazione sociale, indossare abiti decisamente colorati nel giorno del loro matrimonio
Consentitemi un omaggio a Downton Abbey – uno dei miei telefilm preferiti – nel sottolineare il lavoro egregio svolto dai costumisti: ecco qui due spose, di diversa estrazione sociale, indossare abiti decisamente colorati nel giorno del loro matrimonio

Peraltro: le nuove mode – si sa – possono riscuotere consensi, ma anche critiche.
Mentre la consuetudine dell’abito bianco si imponeva rapidamente in certa aristocrazia, molti “conservatori” storcevano il naso, di fronte a quella che consideravano una moda sciocca e pacchiana. Investire in un abito di colore bianco equivaleva a buttare i soldi dalla finestra: una gonna bianca ti si rovina con un niente, è difficile da riparare, e comunque è roba da ragazzina, poco adatta ad essere riutilizzata nella vita quotidiana di una donna adulta.
Per dire: ricordo un passo di L’età dell’innocenza di Edith Warthon in cui si lancia una stoccatina alle spose di bianco vestite, accusate di aver scelto il colore chiaro solo e unicamente per far sfoggio della loro ricchezza (“toh! Io ho tanti soldi, e quindi posso permettermi di sprecarli in un vestito che non userò mai più!”).

(Piccola curiosità: in questo, la mia famiglia è evidentemente vittima di uno strano loop spazio-temporale. Ad eccezione di mia cugina, che, pochi anni fa, ha scelto di indossare il classico abito bianco, tutte le donne della mia famiglia, sia da parte di madre che di padre, sono andate all’altare con abiti colorati. Persino mia madre e le mie zie, in tempi “non sospetti”, hanno bypassato gli abiti bianchi e si sono sposate indossando abiti di altri colori, che hanno poi riutilizzato in diverse altre occasioni. I soloni di metà ‘800 sarebbero fieri di noi).

8. Durante la Messa,gli sposi si scambiavano gli anelli nuziali

Vale lo stesso discorso che valeva per il consenso genitoriale: questo era vero in altre zone del mondo ma non nei paesi a tradizione cattolica, dove l’anello nuziale non veniva scambiato per il semplice fatto che era solamente uno.

Sorpresi?E invece è proprio così: fino alla riforma liturgica del post-concilio, durante i matrimoni cattolici veniva benedetto un anello: uno solo. Citando il Rituale Romanum de Sacramento Matrimonii,

l’anello prescritto per il Rito è unico. È quello che lo sposo mette all’anulare sinistro della sposa.

Ergo, la sposa usciva dalla chiesa indossando un anello nuovo di pacca, mentre lo sposo continuava allegramente ad andare a spasso a mani nude. Un’eco di questa usanza risuona ancora nella ritualità della Chiesa Anglicana (il cui Messale, con buona pace dello scisma, deriva ovviamente da quello cattolico): ancor oggi, i maschi che vanno all’altare hanno la possibilità di scegliere se indossare o no la fede nuziale. Il principe William, ad esempio, aveva creato un po’ di maretta nei media, decidendo di rinunciare alla sua fede nuziale (che, infatti, indossa solo Kate).

Come mai questa distinzione fra sessi?
Citando ancora il rituale romano,

L’anello nuziale è, secondo Tertulliano, l’immagine della fedeltà; ma è anche il Sigillo, dice Clemente di Alessandria, che significa la dignità della sposa cristiana, regina e padrona del focolare. Ella ha il diritto di sigillare cioè di disporre di tutte le proprietà quanto suo marito. Per questa dignità la Chiesa benedice solo l’anello della sposa: annulum hunc, dice il Rituale.

Man mano che passa il tempo, diventano sempre più pressanti le richieste dei fidanzati cattolici: i mariti vorrebbero indossare anche loro un anello nuziale; perché non permetterglielo?
Su esplicita richiesta dei sacerdoti, la Chiesa Cattolica alla fine lo permette, ma a una condizione: l’anello del marito non dev’essere benedetto. La vera fede nuziale benedetta dalla Chiesa, è solo una, ed è quella della sposa; quanto allo sposo, se proprio vuole un anello en pandant,

si metta da sé l’anello non benedetto. Se questi lo dovesse porre sul piatto [predisposto per la benedizione] con quello della sposa, non per questo bisogna mettere al plurale le parole annulun hunc. Lo sposo dovrà riprendersi il suo anello solo dopo di aver messo l’altro al dito della sposa.

9. Dopo la Messa, c’è una grande festa con parenti e amici

A parte il fatto che dovremmo intenderci sul significato di “grande festa”: il pranzone di nozze nel ristorantone cool è un’invenzione dei tempi moderni.
Ma a parte quello, qui entra in gioco un discorso di tempistiche: una volta, il matrimonio non si festeggiava dopo la Messa!

Una volta, a ben vedere, non esisteva il un matrimonio solo.
Nel periodo di tempo che stiamo prendendo in esame, non esistendo (almeno in Italia) il matrimonio concordatario, ci si sposava due volte: una volta in comune, per il matrimonio civile, e una seconda volta in chiesa, per il matrimonio sacramentale.

Essendo – ovviamente – reputata più importante la celebrazione del matrimonio in chiesa, gli sposi tendevano a “liberarsi” il prima possibile dalle impellenze burocratiche. Ovverosia: andavano in municipio di prima mattina (vestiti normalmente: la sposa in abito da viaggio, lo sposo in completo da lavoro). Mettevano le firme, venivano dichiarati marito e moglie, e tornavano alla casa di lui, ove trovavano ad aspettarli tutti gli invitati al matrimonio. Seguiva ricca “colazione di nozze” (ai nostri giorni, sarebbe una specie di brunch); dopodiché la sposa si cambiava d’abito, e tutti quanti, dopo aver festeggiato assieme, andavano in chiesa per la cerimonia religiosa. (Che non necessariamente veniva inserita all’interno di una Messa – dunque, non vi stupisca l’idea di gente che va a sposarsi, a inizio secolo, senza essere a digiuno: molto banalmente, non faceva la comunione).

Qualora i due matrimonii non si svolgessero lo stesso giorno (es. matrimonio civile nel pomeriggio del giorno X; matrimonio religioso alla mattina del giorno dopo), la grande festa continuava comunque ad essere legata alla celebrazione del matrimonio civile. Dopo il matrimonio in chiesa si festeggiava, sì, ma in maniera molto discreta, e con un numero di invitati molto ridotto rispetto a quelli invitati alla festa del giorno prima.
Talmente tanta era l’importanza attribuita al matrimonio religioso che si tentava di non aggiungere ulteriori distrazioni alla sacralità di quel momento…  tantopiù che c’era sempre la possibilità di festeggiare in pompa magna in occasione dell’altro matrimonio!

10 Il viaggio di nozze è una consuetudine bella e desiderabile

Io vi dico solo questo: il viaggio di nozze, di solito, si faceva con la suocera.
Anzi, peggio ancora, con le suocere al plurale: il viaggio di nozze nasce tra le famiglie aristocratiche dell’800, a mo’ di tour post-matrimoniale volto a presentare i parenti acquisiti a tutti i membri della famiglia.
In particolar modo, a tutti quei parenti che abitavano lontano, e che (ovviamente, non essendoci ancora i Frecciarossa e Ryanair) non avevano viaggiato per chilometri e chilometri al solo scopo di assistere a una Messa nuziale.
No, era molto più comoda per tutti la soluzione inversa: dopo il matrimonio, i due colombelli sarebbero saliti sul primo treno a disposizione, per cominciare un lungo tour che li avrebbe portati in visita nelle case di tutti i loro parenti più lontani.
‘no spasso, insomma; uno spasso che diventa ancor più spassoso se calcolate che, in molti casi, gli sposi non viaggiavano da soli, ma erano accompagnati – per l’appunto – dalle loro famiglie d’origine.

Verso la fine del secolo, questa mesta usanza aveva già cambiato forma: gli sposi, talvolta, decidevano di partire per una “luna di miele”… che includeva però destinazioni turistiche, e non la casa della vecchia prozia Abelarda.
Insomma, nasceva il viaggio di nozze così come lo intendiamo oggi… sennonché questa pratica era invisa alla maggior parte della popolazione.
Gli esperti di etichetta rabbrividivano scandalizzati: come osservava nel 1907 la marchesa Plattis – Maiocchi,

Il viaggio di nozze è assurdo, inopportuno, barbaro. I più cari e tumultuosi ricordi vengono dispersi nelle volgarità degli hotels e delle pensioni!

I moralisti erano ancora più espliciti: ma è mai possibile che l’iniziazione sessuale di una povera donna debba avvenire in una stanza d’hotel, praticamente sotto gli occhi di tutti? I novelli sposi hanno bisogno di intimità, di privacy: che è, questa nuova moda di farli partire per un viaggio di nozze, in cui sarà palese a tutti – ivi compresi valletti d’albergo e incolpevoli viaggiatori – che quei due lì sono due piccioncini nei loro primi giorni d’amore? Ma che imbarazzo, ma che mancanza di contegno!
I medici, dal canto loro, si univano al coro con argomentazioni ancor più inquietanti: per una giovane sposa, che in teoria potrebbe rimanere incinta da un momento all’altro, è di fondamentale importanza poter godere di riposo e quiete. Altro che traversate oceaniche e viaggi da turista! Queste pratiche deplorevoli potrebbero nuocere gravemente alla salute della donna, e – Dio non voglia – anche a quella del bambino, che, per quanto ne sappiamo, potrebbe già essere nel suo grembo.

 ***

‘nsomma, noi ci diamo tanto da fare per organizzare un matrimonio comme il faut, da tradizione… ma i nostri trisnonni probabilmente inorridirebbero, di fronte al più classico dei matrimoni d’oggi.
Probabilmente applaudirebbero invece, e con entusiasmo, di fronte a quello che noi moderni consideriamo un matrimonio non convenzionale.
Ah: i corsi e i ricorsi (e gli scherzi adorabili) della Storia!

A tavola con un uomo del passato

Mentre l’Expo volge al termine, io sfrutto l’ultima eco del tema “nutrimento” per produrmi in un post… dedicato alla Storia dell’alimentazione. Che, in genere, è un tema che incuriosisce un sacco!

Incuriosisce un sacco anche le persone che, normalmente, non si interessano di Storia, intendo. I gourmand, gli amanti dello slow food, i gastronomi à la Bigazzi hanno come la tendenza a vagheggiare quella buona cucina dei tempi passati, in cui il cibo veniva consumato in purezza, gli alimenti non erano contaminati da pesticidi e conservanti, l’uomo si alimentava seguendo il ritmo delle stagioni, e, globalmente, tutto era più sano.

Aehm: con buona pace dei gourmand con la nostalgia del passato, questa visione, a dire il vero, è parecchio semplicistica – e, soprattutto, molto lontana dalla realtà. A sfogliare qualche saggio di Storia dell’alimentazione, si prova un sincero stupore nel rendersi conto di come la cucina dei secoli passati fosse globalmente molto diversa rispetto a quella che tendiamo a immaginare.

Non ci credete?
Beh… prendiamo ad esempio alcuni luoghi comuni…

1)    L’uomo del passato aveva una dieta molto frugale
Mica tanto, eh.
Intanto, sgomberiamo il campo dai fraintendimenti sennò mi prendete per scema: l’uomo del passato aveva, mediamente, una dieta molto squilibrata. I casi di avitaminosi erano così frequenti da essere all’ordine del giorno, e la proporzione tra proteine e carboidrati assunti nell’arco di una giornata-tipo era tale da far inorridire qualsiasi nutrizionista. Sicuramente, nessuno di noi vorrebbe scambiare il suo menù settimanale con quello di un uomo del passato, e fin qui non ci piove…
però, da qui a dire che l’uomo del passato avesse sempre il piatto mezzo vuoto…

Nei pieno Medio Evo (diciamo, dal XII secolo in poi) l’Europa vive un periodo particolarmente florido: il clima è straordinariamente mite, i campi rendono come non mai, e il disboscamento di vaste aree sottratte alle foreste fornisce ai contadini terre fertili da sfruttare.
Insomma: il cibo, grazie a Dio, cresceva in abbondanza e non mancava, tant’è vero che san Bonaventura arrivava persino ad affermare che le carestie erano ormai un ricordo dei tempi passati (!). Il sant’uomo peccava di eccessivo ottimismo, perché, naturalmente, l’annata cattiva poteva sempre capitare… però, diciamo che negli ultimi tempi non ne erano capitate molte. Da quel punto di vista, si stava piuttosto bene.

Se i frutti della terra, almeno in quei secoli, non destavano grosse preoccupazioni, i frutti del lavoro dell’uomo portavano benefici ancor più evidenti. Come già raccontavo anni fa in tempo di Quaresima, la convinzione che la carne sia sempre stata un cibo di lusso è in realtà un mito da sfatare: soprattutto (ma non solo) nelle aree del Nord Europa, il ‘300 vide aumentare esponenzialmente il numero di animali destinati al macello. Ci fanno strabuzzare gli occhi certe statistiche (fornite da storici di tutto rispetto, eh, mica dalla sottoscritta mentecatta) tipo quella per cui un cittadino benestante della Germania quattrocentesca consumava, in media, 450 grammi di carne al giorno (!).
Chiaramente i poveri in canna ne avranno mangiata un po’ di meno, ma, cavoli, stiamo pur sempre parlando di mezzo chilo di carne al giorno (!) – in una casa borghese, non al banchetto dell’Imperatore…

Personalmente, ho sempre trovato molto interessante la lettura di Giovanni Rebora, studioso di Storia dell’economia e dell’alimentazione. In La civiltà della forchetta, Rebora si pone il problema: “ma allora non è vero, che la gente, nei secoli passati, era tutta pelle e ossa?”.
La sua risposta è un secco no: la fame – intesa come fame vera, come fame di gente che muore di fame perché non riesce a procurarsi niente da mangiare – è stata, per lunghi secoli, un evento relativamente raro, perlopiù collegato a qualche disgrazia (chessò: carestie, scorrerie sulle terre coltive del paesello…).
Che queste disgrazie capitassero con una certa frequenza e/o fossero sempre in agguato, siamo d’accordo: però, si trattava pur sempre di sciagure – non era la norma, per capirci.
Secondo Rebora, la fame vera – quella della gente che deperisce per mancanza di nutrimento – arriva in Europa solo verso la fine del ‘700, quando le devastazioni provocate dalle guerre frequentissime (unite a un periodo climatico di cacca) mettono realmente in ginocchio l’economia.
Ed è qui, secondo Rebora, che nasce nell’uomo contemporaneo una specie di “fame atavica”: siccome i nostri trisavoli facevano davvero la fame (e questa notizia si è tramandata di generazione in generazione, entrando a far parte del nostro patrimonio culturale), allora noi siamo portati a pensare che il problema della fame sia sempre esistito in Europa, e in maniera molto pesante.
E invece no: per quanto riguarda l’Europa occidentale, il problema è sempre stato meno drammatico di quanto oggi si tenda a pensare (salvo, ovviamente, il caso di carestia & co.)

Che si mangiasse male, okay.
Che si mangiasse in maniera squilibrata, indubbio.
Che si sognassero paesi di Cuccagna in cui cibi di ogni qualità erano a disposizione in ogni periodo dell’anno: assolutamente vero.
Ma che ci si sedesse a tavola solo per contemplare il fondo di un piatto vuoto… no, questo no, nella maggior parte dei casi.

2)    L’uomo del passato consumava solo cibo a km 0
Beh… che fosse costretto a farlo per ovvie ragioni di natura logistica, è chiaro (anche se io, in questi casi, penso sempre alla bagna cauda: il piatto tipico della cucina piemontese, il cui ingrediente principale è un pesce di mare…).
Però, non è che l’uomo del passato fosse contento della sua dieta eco-bio a km 0…

I nostri progenitori, in realtà, hanno sempre sognato di superare quei vincoli che li costringevano a consumare solo cibo proveniente dall’orticello sottocasa.
In tal senso, sono abbastanza illuminanti le parole di Cassiodoro, che – al servizio presso la corte di re Teodorico – si preoccupava di rifornire la real dispensa con prodotti provenienti da regioni lontanissime, sostenendo che “è proprio del semplice cittadino avere a disposizione solo ciò che il territorio può offrire; dalla mensa di un principe, è bene aspettarsi molto di più”.
Facendo un balzo in avanti verso epoche molto più recenti, nell’inverno 1859 gli Stati Uniti seguirono con fiato sospeso il viaggio di una nave salpata da Puerto Rico con un carico di trentamila arance mature, destinate a rallegrare le tavole imbandite del New England. Non che in New England non avessero niente da mangiare; però, volevano mangiare le arance, per togliersi lo sfizio di consumare una frutta esotica.

Consumare cibo proveniente da terre lontane è sempre stato un sogno dei nostri progenitori: semplicemente, oggi il consumatore-medio è in grado di permettersi quello che, fino a poco tempo fa, era un lussuoso appannaggio di pochi.
Ma se l’uomo del passato ci vedesse schifare il cibo d’importazione, preferendogli una carota a km 0… con ogni probabilità, ci prenderebbe per cretini.

3)    L’uomo del passato godeva di una simbiosi edenica con Madre Natura
Ma col cavolo: che l’uomo del passato fosse costretto a sottostare ai ritmi delle stagioni, è, ovviamente, una triste verità  (da cui, le sue fantasticherie sui paesi di Cuccagna, in cui è sempre primavera e ogni qualità di cibo è immediatamente a disposizione).
Ma che l’uomo del passato fosse felice di gustare solo ed esclusivamente primizie di stagione… proprio no.

Punto primo: avere una dieta che segue i ritmi della natura vuol dire mangiare un certo cibo, fino alla nausea, per poche settimane all’anno, e poi doverne fare a meno per gli undici mesi successivi.
Punto secondo: vivere in simbiosi con Madre Natura vuol dire dipendere in tutto e per tutto dai suoi capricci – basta una grandinata o una parassitosi, e ti ritrovi in grossi guai.

L’uomo del passato ha sempre lottato per superare la sua dipendenza dalle stagioni. Come nel caso dei cibi d’importazione, era considerato lusso sfrenato anche il fatto di potersi procurare frutta e verdura drasticamente fuori stagione. Ad esempio, il biografo dell’imperatore Gallieno ricorda come il sovrano mangiasse fichi e meloni in pieno inverno, suscitando l’ammirazione dei suoi ospiti sconcertati.

Con ogni probabilità, i nostri antenati si esalterebbero, all’idea di poter consumare in ogni momento un’invitante confezione di spinaci surgelati.
E non si esalterebbero solo per una banale questione pratica (cioè la lunga conservazione garantita dal freezer): nonnò, si esalterebbero anche per una questione ideologica – finalmente, mangio quello che voglio io, e quando lo dico io! Sono finiti i tempi in cui l’uomo era schiavo di Madre Natura, e doveva alimentarsi secondo i ritmi delle stagioni!

Bearsi per una bella insalatina di primizie appena raccolte? Mh: un uomo del passato, probabilmente, ci prenderebbe per cretini, preferendo un salsiccione ben stagionato con contorno di verdure sott’olio.

4)    L’uomo del passato gustava il sapore buono e vero degli ingredienti
Oh cielo: tutto si può dire, ma questo proprio no.
Non so se qualcuno ha mai fatto l’esperimento di prendere una qualche ricetta [romana/medievale/di epoca moderna], e riproporla paro paro ai suoi sfortunati commensali.
Consiglio: non fatelo.

Il cibo che usciva dalle cucine dei nostri antenati aveva sapori che noi definiremmo a dir poco “sgradevoli” (a voler usare un generoso eufemismo). Se vi immaginate una cucina semplice e genuina in cui si gustava il sapore vero delle verdure appena raccolte o delle carni fresche di cacciagione… aehm, siete molto lontani dalla realtà.
La cucina del passato si caratterizzava semmai per un programmatico occultamento dei sapori “naturali” del cibo, che venivano affogati in un mare di glasse dolciastre, violente speziature, arditi accostamenti dolce-salato.

In molti casi, consumare cibo dal sapore alterato era lo scotto che si doveva pagare per avere la garanzia di mangiare cibo sano. Il sale, l’aceto, le spezie servivano innanzi tutto a questo: a garantire una conservazione decente nel lungo periodo.
Ma in altri casi, ricette dai risultati quantomeno opinabili nascevano da una vera e propria moda gastronomica. Non si spiegano, sennò, certi arrosti glassati allo zucchero (??) serviti ai banchetti dei grandi signori, o l’onnipresente uso del latte di mandorla, dolcissimo e tutto sommato “inutile” da un punto strettamente pratico, che veniva utilizzato in alta cucina per accompagnare qualunque cosa: carne, pesce; piccante, salato.

Portate simili a quelle che mangiamo oggigiorno cominciano ad essere servite solo nel corso del ‘700, con la nascita della cucina borghese moderna. I cuochi riscoprono la bontà degli alimenti freschi, consumati in purezza e cucinati con pochi ingredienti ben selezionati – scelti per esaltare il sapore dell’ingrediente base, e non più per occultarlo in un gioco esasperato e violentissimo di agrodolce. Si riscopre l’uso delle erbe aromatiche (e diminuisce drasticamente la quantità di spezie buttata nel pentolone); gli accostamenti si fanno più oculati; scompare la moda gastronomica che ricercava in ogni piatto un sapore dolciastro, acidulo e leggermente fruttato.

Se noi invitassimo a cena un uomo del passato e gli offrissimo uno dei nostri deliziosi risottini alle erbe aromatiche, dal sapore leggero e raffinato… lui, probabilmente, lo troverebbe sciapo e senza gusto.

5)    L’uomo del passato consumava esclusivamente cibi genuini
Vi dico solo questo: è in commercio, per i tipi degli Editori Riuniti, un (interessantissimo) libro di 461 pagine, dedicato alla Storia delle paure alimentari dal Medioevo all’alba del XX secolo.
Il solo fatto che sian riusciti a riempire quasi cinquecento pagine, dovrebbe bastare per intuire che di roba da scrivere ce n’è.
A partire dalle carni insufflate per farle sembrare più fresche, passando per i maiali da macello alimentati con scarti di dubbia origine, per arrivare alle farine composte di grano e di chissà cos’altro: credetemi, ce n’è davvero per tutti i gusti.

E sia chiaro: non sto parlando di cibo che disgraziatamente va a male a causa dei problemi di conservazione, e, dunque, intossica chi lo mangia. Nonnò: qui sto parlando di adulterazioni alimentari in piena regola – cibo che viene deliberatamente manomesso per procurare un vantaggio al commerciante, a discapito della salute dell’ignaro consumatore.
Per chi immagina che le sofisticazioni alimentari siano un prodotto dell’industria alimentare moderna, potrebbe risultare sorprendente leggere gli statuti, gli editti e i regolamenti con cui ripetutamente, affannosamente, per tutto il corso della Storia, i legislatori hanno cercato di tenere sotto controllo questo pericolosissimo malcostume.

Noi oggi avremo pure lo spauracchio dell’olio di palma, della mucca pazza, dei pomodori cinesi e del glutammato… ma credetemi: l’uomo del passato non se la passava molto meglio. Anzi!

6)    L’uomo del passato non conosceva i cibi precotti
Ah sì?
In realtà, i nostri bustoni di surgelati precotti “scaldare 3 min. a 750 w. e impiattare” non sono una novità del XX secolo. Per quanto sorprendente possa sembrare, i cuochi del passato si destreggiavano benissimo nella cosiddetta “tecnica delle cotture plurime” che prevedeva una lunghissima bollitura preliminare, capace di ammorbidire anche le carni più coriacee e garantire una migliore conservazione nel tempo. Il cibo lessato – ormai diventato cibo precotto a tutti gli effetti! – veniva scolato, fatto raffreddare, e poi messo in freezer da parte, abbondantemente ricoperto da sostanze (come spezie, sale, olio…) capaci di garantirne una lunga conservazione.
Solo nell’imminenza del pasto vero e proprio (che poteva avere luogo anche a distanza di settimane o mesi!) il cibo precotto era tirato fuori dal barattolo che lo custodiva e dunque veniva rifinito a piacere – finendo, per lo più, per essere arrostito allo spiedo, o per essere cotto in umido sottoforma di spezzatino.

Cibo in scatola, surgelati, confezioni sottovuoto? Noi storciamo il naso, ma l’uomo del passato ci prenderebbe per cretini… domandandosi probabilmente “ma queste massaie del 2000, precisamente, che problemi hanno?”.

I “santuari di rianimazione” e la resurrezione dei bambini morti

A suo tempo, sono accorsa al capezzale di mia nonna pochi secondi dopo la sua morte – e posso assicurarvi che, per alcuni minuti, la povera defunta ha continuato a muoversi.
Non sono pazza: il petto si sollevava e abbassava leggermente come se mia nonna stesse ancora respirando (cosa che però non era) – e, se il dettaglio può dare più credibilità alle mie parole, avevano la mia stessa impressione sia mia mamma sia la badante, tant’è vero che per un po’ siamo rimaste col dubbio se mia nonna fosse già morta, o se fosse “solo” entrata in una fase estrema di agonia.
Poi, il medico ci ha spiegato che si tratta di movimenti muscolari riflessi che talvolta si manifestano sul cadavere, credo per ragioni simili a quelle che inducevano le rane di Galvani a dimenarsi mentre venivano dissezionate.
La macabra premessa serve a dare una parvenza di ragionevolezza alla Storia che sto per raccontare… e che – avviso prima – parla di cadaveri di bambini morti senza Battesimo. Quindi, se c’è qualcuno particolarmente sensibile all’argomento, clicchi pure sulla X in alto e sappia che non mi offendo.

Quello di cui vorrei parlare oggi sono i cosiddetti “santuari di rianimazione”, cioè quelle chiese in cui – auhm – venivano portati i cadaveri dei bambini morti prima di aver ricevuto il Battesimo, nella speranza (spesso esaudita, a dar retta alle fonti d’epoca) che la Misericordia divina facesse – aehm – risorgere il neonato, per il tempo strettamente necessario a che il bambino fosse battezzato.
Dopodiché, il neonatino ri-moriva definitivamente.

A mettere la cosa in questi termini, sarebbe molto facile fare ironia su quella che, in realtà, è la spia chiarissima di un dramma che, con frequenza, si abbatteva sulle famiglie: la morte di un neonato a cui non era ancora stato amministrato il Battesimo.
E capiamoci: il grande dramma, in quel caso, era proprio la morte senza Battesimo.
Tutto ci lascia intendere che l’uomo del passato fosse in qualche modo “anestetizzato” alla morte prematura di un neonato ancora in fasce. La morte di un bambino nei suoi primi mesi di vita era sicuramente un evento drammatico, ma… come dire… statisticamente molto probabile. Io immagino che, in passato, si reagisse alla morte prematura di un neonato un po’ come reagiamo noi moderni ad un aborto spontaneo nelle primissime settimane di gravidanza: di certo non fai spallucce, ma è un’eventualità che, giocoforza, avevi comunque messo in conto. È nella natura delle cose e la vita va avanti, e tu lo sai.
No: il dramma di queste famiglie non era (tanto) quello di avere un figlio morto: il dramma era avere un figlio morto prima che gli fosse stato amministrato il Battesimo, con tutte le angoscianti incognite che derivavano da una morte del genere.
E, si sa: quando l’angoscia preme, la gente incomincia a fare cose strane…

***

Prima di tornare ai nostri santuari di rianimazione, facciamo una breve parentesi: a partire da quale momento ha cominciato a premere l’angoscia?
Nel senso: già che ci sono, varrebbe la pena di smentire una convinzione diffusa – cioè, che tutta la cristianità, a partire dal 33 d.C. fino ad arrivare ai nostri giorni, abbia vissuto nel terrore di una morte senza Battesimo.
In realtà, le cose stanno un po’ diversamente. La storia dei “neonatini morti che finiscono nel Limbo” ci è stata venduta male: del resto, per interi secoli della Storia cristiana, i Battesimi sono stati ordinariamente amministrati a individui che avevano già raggiunto l’età adulta. Se davvero ci fosse stata la convinzione che la morte senza Battesimo rendesse impossibile riunirsi a Cristo, sarebbe stato quantomeno sadico aspettare anni o decenni interi (!) prima di “mettere in regola” chi non aveva ancora ricevuto il sacramento.
Per contro, abbiamo testimonianze, anche molto antiche, di come si desse più peso alla misericordia divina che al sacramento in sé – penso ad esempio a un bambino romano di La Cayole morto alla fine del V secolo, sulla cui lapide si legge

Il piccolo Teodosio, di cui i genitori, con retto sacramento, desideravano il santo battesimo, è stato rapito da una morte crudele; ma il Signore dell’alto dei cieli accorderà il riposo alle sue spoglie.

Circa l’esistenza del limbo, generazioni di teologi hanno lungamente dibattuto (senza mai giungere a una posizione ufficiale), senza però che il popolino se li filasse minimamente. Tra la nascita e l’amministrazione del Battesimo poteva passare un periodo di tempo anche molto lungo; inoltre, la pratica dei Battesimi collettivi, effettuati per immersione, faceva sì che il sacramento venisse amministrato solo una o due volte all’anno, magari in momenti particolarmente significativi del calendario liturgico.
È solo a partire dal Trecento che il clero “comune” (cioè: quello non composto dai professoroni di teologia ) comincia a sottolineare l’importanza di un Battesimo il più possibile precoce – con una presa di coscienza che, non a caso, va di pari passi con l’affermarsi, in liturgia, del Battesimo individuale per aspersione. Facendo un discorso molto terra a terra: un conto è riempire d’acqua santa una enorme vasca da bagno; un conto è dare una spruzzatina di acqua benedetta sulla fronte di un neonato. Visto che, a livello logistico, è una roba da nulla… perché non farlo il prima possibile?!
Cresce così nei religiosi la premura di amministrare il Battesimo immediatamente dopo la nascita – e, a suon di prediche e di sermoni, la stessa premura viene assimilata anche dal popolo laico dei fedeli.
Il Battesimo comincia da essere percepito come condicio sine qua non per poter entrare in Paradiso…
…e nascono così, sul finire del Trecento, i primi “santuari di rianimazione”.
Per cercare di dare una speranza a quei genitori disperati, che si sono visti morire il figlioletto prima di “salvarlo”, e che adesso lo immagino in un cupo Al Di Là senza pienezza e senza Dio.

***

Ma cos’erano concretamente questi posti?
Erano santuari, situati perlopiù in campagna, dedicati (spesso) alla Madonna, o (più raramente) ad altri Santi. In alcuni casi (ma non in tutti) si trattava di santuari che erano stati eretti proprio a seguito di una resurrezione miracolosa, operata dal Santo in questione oppure per intercessione di una qualche sacra immagine.
Jean Delumeau (che potrei definire qualcosa tipo “storico del concetto di Oltretomba”) spiega nei dettagli il “funzionamento” di questi santuari:

Il cadavere [del neonato morto prima di aver ricevuto il Battesimo], spesso nudo, veniva posto a seconda dei casi sull’altare, sulla predella o sui gradini del coro della chiesa, o su una pietra posta sotto o accanto all’immagine miracolosa. Si accendevano candele, si pregava, si facevano celebrare delle messe, e ad un certo momento i presenti – genitori, conoscenti, la levatrice, il parroco o un frate – credevano di vedere manifestarsi segni di vita: un notevole “calore” all’altezza del cuore, un “notevole e visibile rossore” sul viso, l’aprirsi di un occhio, gocce di sangue dal naso o dalle orecchie, uno spruzzo di orina, il muoversi di un braccio o di una gamba, la lingua che sporgeva dalle labbra, ecc. Anche uno solo di tali segni era reputato sufficiente per gridare al miracolo e per indurre a battezzare in tutta fretta il pargoletto. Quest’ultimo, nella stragrande maggioranza dei casi, subito dopo aver ricevuto il battesimo ricadeva nello stato di morte, ma intanto era ormai salvo e si poteva intonare un Te Deum di ringraziamento o anche suonare le campane per far notificare all’intorno il felice evento.

Questi santuari – vai a capire il perché – hanno goduto di particolare diffusione nella parte nord-orientale della Francia, con alcuni sconfinamenti in Belgio e in Germania. Se, nel caso francese, siamo di fronte a una vera e propria “rete” di santuari (gli storici ne hanno contati 220!), abbiamo qualche sparuta attestazione di chiese di tal genere anche in Svizzera, in Austria e nelle Alpi italiane, a complicare ancora di più qualsiasi tentativo di dare una logica alla diffusione geografica di questi centri.
Dal punto di vista storico, invece, questi santuari godono di notevole popolarità per un arco di tempo straordinariamente lungo: la prima attestazione nota risale al 1387 ad Avignone, ma queste pratiche proseguono interrotte per interi secoli (con un particolare revival attorno al Seicento), fino ad essere attestate, in alcun casi, agli inizi del secolo XX (!).
Tutta questa popolarità si scontrava con le continue condanne della Chiesa ufficiale; nel senso che – giusto per non far passare per idioti i cattolici del Medio Evo – era abbastanza evidente a chiunque (dotato di un minimo di cervello) che centinaia di santuari in cui sistematicamente la misericordia celeste opera continue resurrezioni “a tempo”, sono qualcosa… beh… da guardare con un po’ di sospetto.
A leggere attentamente la documentazione in nostro possesso, ci troviamo di fronte a una serie ininterrotta di condanne ufficiali da parte dalla Chiesa di Roma: prendono posizione contro i santuari di rianimazone i vescovo di Langres (1452 e ’55) e i sinodi di Sens (1524), Lione (1557) e Besançon (1658 e ‘66). Tuonano contro questa pratica il vescovo di Toul nel 1658, il Sant’Uffizio nel 1729, e, infine, anche papa Benedetto XIV, che “illuministicamente” argomenta:

I segni con cui si pretende di dichiarare la resurrezione di quei bambini sono quantomai ambigui. […] Infatti, si repitano segni certi del ritorno alla vita o il fatto che il colore pallido si muta in colore rosso, o il fatto che diventano flessibili le membra […], o qualche goccia di sudore che compare sulla fronte o sul ventre. [Ma] i detti effetti fisici possono essere agevolmente attribuiti al calore proveniente dai ceri accesi attorno ai cadaveri dei bambini e da altre fiamme accese per riscaldare quei luoghi sacri.

Ragionevole?
Sì, senz’altro: ma la disperazione, la speranza e l’autosuggestione parlano spesso linguaggi diversi da quelli della ragionevolezza. E i “santuari di rianimazione”, come vi dicevo, continuano ad esistere fino agli inizi del ‘900 – e, voglio sperare, continuano ad esistere in un clima di ingenua buona fede, non solo da parte dei genitori disperati che vi accorrevano, ma anche da parte dei religiosi stessi che amministravano i sacramenti.
Del resto, ve l’ho detto: sul cadavere di mia nonna (che era inequivocabilmente morta), io stessa ho continuato a vedere lievi movimenti muscolari per alcuni minuti dopo la morte – e spero che mi attribuirete un minimo di credibilità: non sono pazza e non ero nemmeno particolarmente sconvolta; il medico ci ha assicurato che effettivamente può succedere. A dar retta a Internet, pare che i cadaveri possano anche fare cose ancor più strane: ad esempio, la pagina linkata assicura che la fuoriuscita di urina (fenomeno che veniva considerato un segno particolarmente inequivocabile di temporanea resurrezione) è effettivamente possibile, dopo la morte. Pare che sia una questione di muscoli che si rilassano (prima che si instauri il rigor mortis).

Insomma: noi uomini del 2000 siamo persone mediamente razionali, e abbiamo facile accesso ad individui che conoscono bene l’anatomia umana. Ma un contadinetto del passato, quali conclusioni poteva trarre dalla vista di un cadavere che, invece di stare fermo e immobile come ogni cadavere che si rispetti, aveva ancora dei movimenti (talvolta, anche particolarmente eclatanti)?
Nell’(ovvia) incapacità di spiegarsi questi fenomeni, gli uomini del passato dovevano trarre la conclusione più ovvia: il morto si sta muovendo, ergo è tornato in vita. Indi per cui, temporanee resurrezioni da morte sono eventi miracolosi effettivamente possibile, e che anzi si manifestano con una certa frequenza.
A questo punto, la disperata speranza e l’autosuggestione entrano in gioco prepotentemente, e

…e, tant’è.
Anche questo c’è stato, nell’affascinante Storia della nostra Chiesa.

[Pillole di Storia] Il segno giallo imposto alle Ebree che (non) le confondeva con le prostitute. (O forse sì?)

Una delle “bufale” medievaleggianti che trovano maggior diffusione sul Web è quella del papa che impone alle donne ebree di indossare sui propri abiti determinati segni di riconoscimento – che, incidentalmente, erano uguali a quelli indossati dalle prostitute. Saremmo all’inizio del XIII secolo, e la sadica prescrizione sarebbe contenuta in uno dei decreti del Concilio Lateranense IV.
Non mi stupisce che sia una bufala di successo: fa leva sul nostro sdegno anti-nazista, mette in scena il sadismo pruriginoso di un cattivone intenzionato a umiliare i nemici, ci induce a simpatizzare per l’innocente minoranza vessata da norme ingiuste… e, perdipiù, ha un fondo di verità, come capita spesso alle leggende metropolitane.
Però – aehm – è una bufala. Una bufala che riscuote un singolare successo di pubblico, mi vien da dire: non so quale sia la ragione di tanto interesse, ma, ad intervalli regolari, vengo sistematicamente interpellata da qualcuno che mi chiede “ma ‘sta storia delle Ebree al concilio lateranense? È vera?”.
Una volta per tutte: no, non è vera. O meglio – è vera… ma solo in parte: la Chiesa c’entra poco o niente.
E adesso, vediamo di fare un po’ di chiarezza su questa storia.

***

Il fulcro della “bufala”, per chi non l’avesse mai sentita, è la sadica decisione di Santa Romana Chiesa di imporre alle donne ebree lo stesso segno di riconoscimento che identificava le prostitute. La beffa era evidente, e la cattiveria insita nel provvedimento era così sconvolgente da lasciar senza fiato – una brava ragazza ebrea correva costantemente il rischio di esser scambiata per una meretrice, con inevitabile corollario di occhiatacce, avance, e – Dio non voglia! – fors’anche violenze.
Storiella ben congeniata, ripeto: tuttavia, è falsa.
Che la prescrizione non risalga al Concilio Lateranense, è molto facile da dimostrare: basterebbe procurarsi l’elenco dei decreti emessi dai padri conciliari, e mettersi a leggerli ad uno ad uno. I pronunciamenti riguardanti gli Ebrei sono quattro; quello che ci interessa è il decreto numero 68, che in effetti s’intitola “i Giudei devono distinguersi dai cristiani per il modo di vestire”. Ma leggiamo in che modo devono distinguersi dai cristiani:

In alcune province, i Giudei o Saraceni si distinguono dai cristiani per il diverso modo di vestire; ma, in alcune altre, ha preso piede una tale confusione per cui nulla li distingue. Perciò succede talvolta che, per errore, i cristiani si uniscano a donne giudee o saracene, o questi ultimi si uniscano a donne cristiane.
Affinché unioni tanto riprovevoli non possano invocare la scusa dell’errore a causa del vestito, stabiliamo che questi individui, dell’uno e dell’altro sesso, in tutte le province cristiane, e per sempre, debbano distinguersi dal resto della popolazione attraverso il loro modo di vestire in contesti pubblici, come del resto fu disposto anche da Mosè.

Detto ciò, il decreto prosegue ingiungendo agli Ebrei di non mostrarsi in luoghi pubblici durante la Settimana Santa, e soprattutto stabilisce pene per quegli Ebrei che, il Venerdì Santo, organizzassero feste o celebrazioni pubbliche volte ad offendere la sensibilità cristiana.
Insomma, c’è qualcosa che non torna: il Concilio Lateranense impone sì che gli Ebrei si distinguano dai Cristiani attraverso il loro abbigliamento, e fin qui non ci piove – ma non specifica in quale maniera. E se non lo specifichi, come fai a creare questa umiliante confusione fra le prostitute e le donne ebree, costrette ad indossare gli stessi segni di riconoscimento?
Uhm, c’è qualcosa che non torna.

Il Concilio Lateranense IV, infatti, si limita ad enunciare una norma di carattere generale. “Gli Ebrei e i Musulmani devono rendersi immediatamente riconoscibili come tali”: stabilito questo principio, non va oltre. Al modo in cui ottemperare concretamente a questa richiesta, ci pensino le singole comunità ebraiche o i singoli legislatori – l’unica cosa che interessava al papa era raggiungere il risultato finale: chi si trova di fronte a un infedele, deve immediatamente capire che sta parlando con un infedele.
Non è proprio il massimo del politically correct, ma dovete riconoscere una cosa: non c’è scritto da nessuna parte che le povere verginelle Ebree devono vestirsi come prostitute.

Devo aprire una veloce parentesi: non è proprio il massimo del politically correct… però, nel Medio Evo, non è che il politically correct fosse cosa molto comune. Un decreto come quello del Concilio Lateranense IV fa accapponar la pelle a noi moderni, perché “il guardaroba è mio e me lo gestisco io”, “siamo tutti uguali agli occhi di Dio”, “l’ultima volta che qualcuno ha imposto agli Ebrei di indossare una stella di David, non è finita molto bene”.
Tutto verissimo: però, nel Medio Evo, era cosa molto comune mostrare “il proprio posto nel mondo” attraverso la scelta dei vestiti. Si volevano scongiurare pericolosi scenari in stile Harmony in cui il servo della gleba corteggia la giovane duchessa fingendosi un cavaliere di terre lontane; oppure, si voleva evitare che il dottore tanto colto, ma sfortunatamente poco abbiente, dovesse umiliarsi allo scoprire che il macellaio poteva permettersi vestiti più lussuosi dei suoi. Ognuno ha un posto della società, e, per il bene della società stessa, questo gioco dei ruoli non deve mai esser sovvertito – quanto ai vestiti che porti addosso, essi devono immediatamente chiarire chi sei, che cosa fai, da dove vieni, e cosa vuoi. Così, nella Baviera di metà ‘200, era impedito ai contadini di indossare vesti colorate; a Bologna, un secolo dopo, i vestiti ricamati erano appannaggio esclusivo di mogli e figlie dei cavalieri. E si potrebbe andare avanti per ore: in barba al nostro detto per cui “l’abito non fa il monaco”, nel Medio Evo lo faceva eccome – i vestiti erano un vero e proprio biglietto da visita, incaricati di denunciare fin da subito le generalità di chi ti stava di fronte.
A noi sembra una cosa fuori dal mondo, ma nel Medio Evo era la normalità assoluta. E se il contadino si veste così, il lanarolo si veste cosà, il dottore in Legge si fa riconoscere attraverso quel dato segno di ricoscimento… beh: se ci pensate, era anche ovvio che Ebrei e Musulmani adottassero a loro volta un preciso codice di segni.

Ma torniamo al nostro Concilio Lateranense IV: il decreto 68, dicevamo, ingiunge agli infedeli di rendersi individuabili attraverso un generico segno di riconoscimento, che però non viene indicato. Sarà più specifico, nel 1227, papa Onorio III: durante il concilio di Narbona, preciserà che gli Ebrei dovranno distinguersi dai Cristiani attraverso una “spilla” di panno di forma circolare, da indossare appuntata al petto. Da lì in poi, vari papi torneranno a ribadire l’obbligo: nel 1317, il concilio di Ravenna specificherà il colore di questa “spilletta” (giallo acceso); nel 1360, papa Innocenzo VI deciderà che la spilletta non va più bene e ci vuole invece un cappello rosso; nel 1425, Benedetto XIII tornerà a imporre il segno a forma di ruota, alternativamente rossa o gialla… e così via dicendo.
Resta però un dato di fatto: in questo mare magnum di segni imposti da papi, vescovi e concilii, non mi risulta che ce ne sia mai stato uno che era utilizzato, contemporaneamente, per identificare sia le ragazze ebree sia le donne di malaffare.
E dunque?

E dunque, mi pare di poter dire che questa norma “infame” non è mai stata emanata dalla Chiesa; in compenso, ho trovato una prescrizione assolutamente identica a quella attribuita al Concilio Lateranense… che, però, è stata emanata da un’autorità civile.

“Che c’entrano le autorità civili?”, mi chiederete.
Ebbeh, c’entrano eccome, l’ho detto prima: a quell’altezza del Medio Evo, tutti i feudi e tutte le città si stavano dotando di una normativa ad hoc, fatta apposta per stabilire quale classe sociale avesse il permesso di indossare cosa. Ogni membro della società aveva il diritto/dovere di indossare un determinato abito, e gli Ebrei non facevano eccezione: in aggiunta o in sostituzione della rotella di panno prescritta dalla Chiesa, i vari legislatori si erano sbizzarriti con tutta una serie di accessori. Ad esempio, nella Perugia di inizio ‘400, le donne ebree erano obbligate a portare orecchini “alla gitana”, a forma di anello; a Torino, nello stesso periodo, dovevano indossare una spilla rossa e bianca appuntata all’altezza delle spalle; in Germania, a metà ‘200, diventava obbligatorio l’uso di un cappello a punta, di colore nero, che era tradizionalmente indossato già da tempo da molti Ebrei tedeschi; in Italia, numerosi comuni avevano imposto l’uso di un berretto di foggia comune, colorato però con una tinta gialla.

Come la prendevano gli Ebrei?
Maria Giuseppina Muzzarelli, nel suo saggio Guardaroba mediavele, ribadisce (ancora una volta) che

tale costrizione, che pure resta tale, va ricondotta alla cultura e alla sensibilità degli uomini del Medioevo, per i quali erano necessari e opportuni i codici di distinzione.

Detto questo, è ovvio che

sarebbe difficile […] sostenere che l’imposizione del segno fosse un atto privo di valenze ostili: ciò è dimostrato dal fatto che non sempre gli ebrei furono costretti a portarlo e che fu loro imposto con maggior determinazione nelle fasi di crisi della relazione cristiano-ebraica, ma è pure dimostrato dai tentativi di esserne esentati, anche ricorrendo alla corruzione.

In ogni caso, è verosimile pensare che molti Ebrei – come dire – l’abbiano “presa con filosofia”: del resto, la maggior parte della popolazione doveva sottostare a prescrizioni simili. Certo, certo, per gli Ebrei c’era sempre il rischio aggiunto di imbattersi in una testa calda che pensava bene di prendere a botte il primo giudeo che incrociava per strada… però, in un clima di convivenza civile con tutto il resto della cittadinanza, una prescrizione del genere non doveva risultare particolarmente offensiva. Del resto,

per gli ebrei era importante mantenere la propria cultura, differente da quella dei cristiani, e vivere quindi una vita distinta da quella della maggioranza all’interno di centri urbani di dimensioni talvolta tanto piccole da essere necessariamente nota a tutti l’identità di ciascuno, tanto più di chi osservava un diverso giorno di festa e aveva propri usi alimentari.

In un clima di convivenza civile”, ho detto.
Se poi avevi la disgrazia di essere un Ebreo sottoposto a un legislatore pruriginoso e sadico, le cose andavano in maniera un po’ meno idilliaca. Ed è questo quello che accadde a Bologna a inizio ‘500, quando furono emanate nuove norme circa il modo di vestire.
A Bologna, nel 1525, (e non nella Chiesa Cattolica durante il Concilio Lateranense IV) fu imposto a tutte le prostitute di indossare un grosso velo giallo da fissare su una spalla, in maniera tale che fosse ben visibile a chi guardava la donna di schiena. Questa norma, ahimé, creava (forse volontariamente) una intollerabile confusione fra donne di malaffare e castissime fanciulle ebree: anche a quest’ultime, infatti, veniva imposta l’adozione di un velo giallo da portare sul capo, e da lasciar cadere morbidamente sulle spalle.
Chiaramente, gli Ebrei bolognesi manifestarono forte il loro sdegno, ma a nulla valsero le proteste. E alle sfortunate ragazze ebree non restò altra scelta se non quella di uscire di casa solo ed esclusivamente se accompagnate da un correligionario, identificabile come tale grazie al berretto giallo che portava in testa.
In quel caso, presumibilmente, la gente avrebbe capito… anche se – senz’ombra di dubbio – rimaneva bruciante l’ingiusta umiliazione.

Che era stata imposta però da un’autorità civile, a Bologna. Diciamolo una volta per tutte: la Chiesa, in questo caso, non c’entrava proprio niente!

La famiglia del mercante ebreo Daniel Norsa, raffigurata ai piedi di un affresco conservato nella chiesa di Sant'Andrea in Mantova. E' possibile notare il cerchio di colore giallo che gli Ebrei erano tenuti ad appuntare sul petto, e il berretto color zafferano che li identificava come "giudei".
La famiglia del mercante ebreo Daniel Norsa, raffigurata ai piedi di un affresco conservato nella chiesa di Sant’Andrea in Mantova. E’ possibile notare il cerchio di colore giallo che gli Ebrei erano tenuti ad appuntare sul petto, e il berretto color zafferano che li identificava come “giudei”.

Il Papa e il terremoto

In un suo saggio su La devozione al papa, Annibale Zambarbieri (che peraltro è anche un mio professore: insegna a Pavia) analizza l’andamento delle donazioni all’Obolo di San Pietro, nel secolo che sta a cavallo fra l’Otto- e il Novecento.
L’Obolo di San Pietro esiste da un bel po’ di tempo, a livello concettuale (“io, che posso permettermelo, dono un po’ dei miei risparmi al Papa affinché egli li usi in beneficienza, e aiuti chi ne ha più bisogno”).
A livello pratico, l’Obolo di San Pietro diventa una consuetudine verso la metà dell’Ottocento, quando parrocchie, diocesi e associazioni di vario genere cominciano a portare avanti, con una certa regolarità, una specifica raccolta di offerte da destinarsi (appunto) al Papa.

Dal 1906 in poi, La Civiltà Cattolica diventa promotrice (e coordinatrice) di questo tipo di raccolte. Viene alla luce una “Lega internazionale della stampa cattolica dell’Obolo di San Pietro”, con sede centrale nella redazione della rivista: quanto alla rivista in sé, lei comincia a pubblicare periodicamente una lista di tutte le offerte ricevute fino a quel momento. Lo scopo, ovviamente, è quello di creare una gara di solidarietà fra i lettori: leggendo la somma che è stata donata da qualcun altro, ti viene voglia di batterlo… e di donare ancor di più.
Scopo secondario di questi elenchi, secondo me, era quello di far piangere di gioia tutti gli storici delle generazioni future. Liste di questo genere (elenchi di offerte pubblicati di anno in anno, con cadenza periodica, e con la massima regolarità) permettono, ovviamente, di creare un tot. di statistiche.

Quanti soldi riceveva, il Papa?
In quali anni ne riceveva di più?
In quali anni ne riceveva meno?
Quali ragioni potevano spingere la gente a donare di più, o a donar di meno?

Beh.
Dando un’occhiata al grafico ricavato da questi dati (in cui, a sinistra, vediamo l’ammontare della somma in lire), salta immediatamente all’occhio che c’è stato un biennio– un biennio preciso – in cui l’Obolo di San Pietro ha fatto clamorosamente boom.
Sto parlando del 1908 e del 1909.

Qui, qualche chiarimento sul grafico

E se qualcuno stesse cominciando a pensare a cos’è successo in quegli anni, e poi a fare due più due… beh: la risposta è “sì”.
Negli ultimissimi giorni del 1908, e per tutti i primi mesi del 1909, l’Obolo di San Pietro registra un clamoroso boom di offerte…
…per il semplice fatto che i fedeli sanno benissimo che il Papa destinerà queste offerte alla popolazione di Messina. Che, ovviamente, era appena stata colpita da quel terremoto catastrofico ch’è passato alla Storia.

Il grafico mi sembra oggettivamente impressionante (o quantomeno: a me, fa impressione). La cosa che mi colpisce di più, fra l’altro, è che tutte queste offerte “extra” non arrivavano solamente dall’Italia, che al limite poteva essere insolitamente generosa a causa del turbamento per la tragedia ‘della porta accanto’. No: queste offerte arrivavano dall’Italia, ma anche da tutto il resto del mondo: Francia, Germania, Belgio. Gli Stati Uniti inviano una paccata di soldi: quasi un terzo del totale. Le offerte destinate al Papa (e, per tramite del Papa, ai terremotati di Messina) arrivano da popolazioni che, probabilmente, non sapevano manco che esistesse, Messina, prima di averne letto sui giornali. Persone straniere, persone semplici: privati cittadini. Non istituzioni o banche, che magari contemplano “per statuto” una serie di aiuti internazionali: no.
Privati cittadini. Gente comune.
Operai, madri di famiglia, collaboratori parrocchiali: bambinetti, addirittura. Persone semplicissime senza alcun rapporto coi terremotati, se non per la prerogativa di dividere con loro la stessa fede…
…e di affidarsi con fiducia al Papa. Che non manca di aiutare i suoi figlioli più bisognosi.

Sì, insomma, va così: è una chicca di Storia che mi ha colpita molto, quando mi è stata raccontata per la prima volta. Mi riproponevo da tempo di raccontarla anche sul blog… e mi è sembrato che, purtroppo, non potesse esserci occasione più adatta.

Ve lo butto lì come spunto di riflessione?
Lo uso come stimolo per dare il via, a distanza di cent’anni, a una nuova gara di solidarietà?
Ne approfitto per ricordare che è stata indetta, in tutte le chiese italiane, una colletta di offerte che si terrà il 10 giugno, e il cui ricavato sarà devoluto interamente ai terremotati?
Ne approfitto per aggiungere – così, en passant – che la CEI e il Papa hanno già stanziato un totale di tre milioni di euro (e passa) da destinarsi immediatamente alle popolazioni terremotate? Ché io mi sarei anche pesantemente rotta le scatole, a forza di leggere gente che scrive in giro che il Dalai Lama ha dato soldi ai terremotati, e il Papa invece no. Disinformati livorosi. Poracci.

Massì, direi di sì. Penso che tutte le opzioni elencate sopra possano dirsi ugualmente valide.
E in compenso, chi volesse curiosare sulla pagina del Vaticano che illustra le funzioni dell’Obolo di San Pietro oggi… può farlo qui.

…ma veramente, la carne costava tanto?

Verso la fine del Duecento – guarda i casi della vita – si verificò in Europa un graduale arretramento delle colture cerealicole. Molti territori prima adibiti a campo vennero riconsegnati ai rovi: la gente cominciò a dedicarsi ad altro tipo di occupazioni… e il bosco avanzò.
Contemporaneamente – guarda un po’ che coincidenza – in alcune regioni nordeuropee si cominciò a dare impulso all’allevamento di bestiame; e il settore fece boom.
Tutto questo si tradusse, nei primi decenni del Trecento, in un’accresciuta disponibilità di carne e selvaggina. La prima veniva allevata ad hoc e mandata al macello per la vendita; la seconda (un po’ più rara) veniva catturata durante battute di caccia in quei territori che una volta erano campi arati, e adesso erano bosco.

Poi, arrivò la Peste.
Dopo l’infuriare della Morte Nera (che, ricordiamolo, nell’arco di sei anni mandò al Creatore più di un terzo della popolazione europea), gli increduli superstiti si trovanono… uhm… nella condizione più adatta per chiedere un aumento?
Il fenomeno non si verificò in campagna (dove, tutto sommato, ogni contadino è padrone di se stesso); però, in molti casi, si verificò in città.
Voglio dire: se ti presenti a un colloquio di lavoro e sei l’unico candidato nell’arco di chilometri perché tutti gli altri sono stesi in una tomba… allora, forse forse, sei nella situazione giusta per avanzar rivendicazioni salariali.

Insomma: sommate i due fattori, e vi trovate di fronte a un quadretto rincuorante. Stipendi più alti = più potere d’acquisto; più allevamenti di bestiame = più disponibilità di carne sui banchi del mercato.
Pian pianino, le popolazioni europee cominciarono gradualmente a mangiare sempre più carne, seguendo una tendenza che era già presente all’inizio del Trecento e che registrò una brusca accelerata con i postumi dell’epidemia.

Tutto ciò, per dire che nel Medio Evo la carne si mangiava!
Eccome!!

Ve lo racconto, perché in genere si pensa che la carne fosse proibita, nel giorni di Quaresima, perché era un alimento costosissimo: un lusso per eccellenza, un insulto alla miseria.
Beh: non è sempre stato così. In certi periodi della Storia della Chiesa, la carne era considerata un piatto gustoso, nutriente, migliore di ogni altro cibo, addirittura afrodisiaco… ma non particolarmente caro. Insomma: niente di inarrivabile. Se la Chiesa ha continuato a vietarne il consumo, non è stato per il costo.

Il Sicilia, nel 1308, un addetto alla macellazione percepiva, oltre al suo salario mensile, un “buono pasto” di 2,4 kg di carne alla settimana. D’accordo che si trattava in gran parte di scarti di macellazione, okay: ma se la carne fosse stata davvero merce rara, di certo non ne avrebbero rifilati dieci chili al mese al primo dipendente di passaggio.
Per gli anni ’30 del Trecento, è stato calcolato per la città di Firenze un consumo pro-capite di carne che si aggirava attorno ai 38 chili all’anno.
Secondo uno storico di nome Abel, che si riferisce alla Germania, un cittadino benestante del secolo XV consumava mediamente 100 chili di carne all’anno (sì, avete letto bene: cento chili). È una cifra esorbitante, che peraltro si traduce in un qualcosa tipo 450 grammi di carne al giorno (!!), tenuto conto dei momenti di astinenza imposti dalla Chiesa.
Eppure, la cifra sembra attendibile, se la limitiamo ai ceti medio-alti e ad alcune zone del Nord Europa, dove la disponibilità di carne era sempre stata piuttosto alta. Stime simili, giusto per capirci, ci arrivano anche da Polonia, Svezia, Inghilterra e Paesi Bassi; in quella stessa epoca, in Sicilia, i vignaiuoli che lavoravano sotto padrone portavano a casa una razione settimanale di 800 grammi di carne.
Onestamente non so se li mango io, 800 grammi di carne in sette giorni!

Insomma: il fatto che la Chiesa vietasse il consumo di carne “perché era un cibo troppo lussuoso”, è quasi un mito da sfatare. Le vere ragioni per cui la carne era guardata con sospetto erano altre: era un cibo particolarmente buono, era un alimento nutriente, era una specie di panacea. Aveva anche – secondo la Medicina dell’epoca – pericolosi effetti afrodisiaci… ma non era, a dire il vero, un cibo inaccessibile, un lusso da ricconi.
Il punto non era “la carne è un lusso assurdo”; il punto era “la carne è troppo buona”.
E anche nel momento in cui, gradualmente, la Chiesa ha cominciato a “sdoganare” il consumo di latticini e uova – tutti alimenti proibiti in tempo di Quaresima, nelle epoche remote – è rimasta inflessibile per quanto concerne salsicce e arrosti. Non perché l’uovo sodo sia più economico del cotechino; ma perché, generalmente, è meno buono del cotechino.

***

Capite? Il punto non è – non è mai stato – il prezzo.
Il punto era quello di umiliarsi in un atteggiamento penitenziale, negandosi quei cibi che erano popolarmente considerati i più buoni, i più gustosi, i più nutrienti, e i più piacevoli.
Un po’ come quando, al giorno d’oggi, qualcuno decide di far Quaresima astenendosi dalla pizza. O dalle patatine del McDonald’s. O dal barattolo di Nutella, o vattelappesca quel che vi pare: metteteci un qualsiasi alimento popolarissimo e gustoso, che proprio vi sollucchera.
Il prezzo di questo cibo, in fondo in fondo, non è neanche poi così importante: lo scopo è far penitenza e dominare i propri istinti; non è (necessariamente) fare economia…