L'angolo della Biologa Animale: una operazione ecologica di grande spessore

L’altroieri, per inaugurare l’apertura della passerella pedonale dell’Arco Olimpico di Torino (e cogliendo al balzo l’occasione, prima che la richiudano in concomitanza con le Universiadi del prossimo gennaio), abbiamo avuto la graziosa idea di andare a fare una passeggiata al centro commerciale del Lingotto, altresì detto 8 Gallery.
Degna e meritevole di nota è stata la temperatura media all’interno del centro commerciale: tanto per dare una idea, c’erano alcuni commercianti che nel loro negozio indossavano magliette a maniche corte. D’accordo, io sono forse abituata a ben altri climi, ma – constatavo con mia madre, al termine di una infinita, calda e sudata passeggiata – se proprio vogliono riscaldare così tanto l’ambiente, predispongano dei guardaroba all’ingresso: come fa uno, in pieno dicembre, a tenersi sul braccio cappotto, sciarpe e guantini, assieme ai sacchetti provenienti dai vari negozi, visto che in un centro commerciale si va – si suppone – per fare acquisti?
Misteri della vita.

Ad ogni modo, uscite dal caldo centro commerciale e ripercorsa la punta delle scarpe – la passerella, ci ritroviamo in quello che è stato un anno fa, e sarà fra poche settimane, il Villaggio Olimpico in Torino.
Una povera ragazzina intirizzita, con un berretto biancazzurro su cui campeggiano a lettere cubitali le parole Crazy 4 U, intenta a fumare una sigaretta al di fuori di una grande struttura dai vetri trasparenti, vedendoci arrivare ci si avvicina, speranzosa, con sguardo di un cagnolino scodinzolante. Ci invita ad entrare nella grande struttura dai vetri trasparenti: è lo Shop-Point delle Universiadi di Torino prossime venture: non abbiamo voglia di visitarlo? Saremmo fra i primi!

Siam qui per divertirci: visitiamolo!
Al massimo – mal che vada – compreremo un portachiavi, una saponetta, cose così…

Ma l’imprevisto è sempre all’angolo.
I portachiavi – grossi e bruttini, almeno per i miei gusti – hanno un costo troppo elevato per l’acquisto di una roba grossa e bruttina e che non piace. E che diamine: se proprio devo spendere in cose inutili, spendiamo almeno per cose inutili ma carine, no?

Le penne – una penna è sempre utile, si sa – sono… esaurite.

Le cravatte – perché, chi sa, magari mio padre gradirebbe – hanno un costo che si aggira attorno alla quarantina di euro.
No, forse mio padre non gradirebbe.

Le borsette, oltre ad essere di una rara bruttezza, hanno un costo veramente eccessivo… aiuto! E cosa possiamo comprare, a questo punto, per alleviare le sofferenze di quella povera ragazza sola e intirizzita?

La risposta non può essere che una ed una sola: la mascotte, che quest’anno si presenta come un essere di dubbia natura, azzurrognolo e spelacchiato, che giace abbandonato, semidraiato ed ancora lontanissimo dalla conquista della posizione eretta, su uno scaffale in disparte.
E come si può ignorare una mascotte solitaria e dall’aria infelice – soprattutto se ci si è lanciati in passato in infuocate battaglie contro la discriminazione delle mascotte olimpiche meno fortunate?

Ebbene: compriamo dunque la mascotte.
"Che cos’è?" chiede, incerta, mia mamma, avvicinandosi al registratore di cassa ove la ragazzina infreddolita ci aspetta speranzosa. "E’ un… animale?"
"Mmm…" replica enigmatica la ragazzina infreddolita, lanciando una occhiata sospettosa alla creaturina spelacchiata che io tengo in mano.
"Un orso?" rincara mia mamma, dubbiosa. "O… o un cane? Ha la coda lunga, secondo me è un cane…"
"Aaaahhh! Il coso! Voi parlate del coso strano, sì!" esclama, illuminandosi, la ragazzina. "No: rappresenta il Danubio Blu!"
"Prego?"
"Il Danubio Blu" annuisce la ragazzina, sicura.
"Il Danubio Blu?"
"Il Danubio Blu".
"E che c’azzecca il Danubio Blu con le Universiadi di Torino?" domanda, incerta, mia madre.
"Ah, non so…" si stringe nelle spalle la ragazzina infreddolita. "Lo chiamano così: è il simbolo del Danubio Blu… prendiamolo per buono".
Va beh… noi lo prendiamo per buono, paghiamo la nostra mascotte, e ce ne torniamo a casa – sommerse di bandierine promozionali delle Universiadi – con il nostro Danubio Blu nella borsa.

"Lucia… guarda un po’ se nell’etichetta spiega come mai hanno scelto il Danubio Blu come simbolo delle Universiadi" suggerisce mia mamma, una volta arrivati a casa. "Ci sarà pure una spiegazione…".
"Ok, mamma", annuisco; e, presa l’etichetta, inizio a leggere.
Molti ne hanno sentito parlare, pochi lo conoscono bene, pochissimi hanno avuto la fortuna di vederlo, leggo, perplessa. Ohibò: non pensavo fosse così complicato vedere il Danubio…
Perché è Crazy!
Il Danubio è crazy?
Se volete incontrarlo, e godere per sempre della fortuna che porta, preparatevi ad attendere… dovrete essere abili, pazienti e molto crazy.
Per vedere il Danubio?

Perplessa, osservo con più attenzione l’enigmatica etichetta. Crazy 4 Danu, si legge, a caratteri irregolari… boh: sarà il diminutivo di Danubio?
Sì, ma perché proprio il Danubio!

Presa dalla disperazione, decido di andare a controllare sul sito delle Universiadi, nella speranza che lì mi spieghino il nesso fra Danubio, craziness, e Universiadi di Torino.
E, cerca e cerca e cerca, vengo a scoprire un tassello ancora più enigmatico del mio puzzle: la mia mascotte non è un Danu, ma un Dahu. I caratteri irregolari dell’etichetta facevano sembrare una N quella che in realtà era un’H.
Quindi, io ero fiera proprietaria di un Dahu, non di un Danu.

Ah beh, allora…

Non mi do pace, e continuo a cercare; fino a che, una affannosa ricerca con Google mi svela che il Dahu è… un animale leggendario, mitologico, proprio delle montagne dell’area francofona europea. Ed è un animale caratterizzato dall’avere… un paio di zampe più corto dell’altro.

Eccerto, perché se deve stare in equilibrio sui ripidi e scoscesi terreni montagnosi, gli fa molto comodo l’avere un paio di zampe più lungo dell’altro: se le montagne sono in pendenza, occorrono zampe in pendenza!

L’unico problema, spiegano i numerosi siti in lingua francese dedicati allo studio scientificp del buffo animaletto, è che questa particolare caratteristica anatomica consente al Dahu di salire e di scendere dalle montagne in un unico senso.  Un problema, insomma, soprattutto nel momento in cui si vengono a formare dei veri e propri ingorghi stradali, con Dahu che si incontrano, faccia a faccia, e poi non sanno come proseguire: da far invidia al traffico delle nostre metropoli.

E questa stessa particolarità anatomica rende i Dahu facili prede per tutti i cacciatori: data la loro curiosità, è sufficiente un richiamo – anche solo un fischio; meglio se fatto da una accompagnatrice di sesso femminile, specificano alcuni siti… evidentemente, neppure i Dahu sono immuni al fascino del sesso debole – per far voltare il povero quadrupede.
Che, voltandosi, perde improvvisamente l’appoggio delle sue bislacche zampine, e si trova a ruzzolare giù per il pendio, senza speranze di fuga. All’insensibile cacciatore non resterà che aspettare che il povero Dahu, tramortito dalla caduta, si fermi in una valle, prima di chiuderlo in un sacco e portarselo, vittorioso, a casa.


Ma non è finita qui.
Le zampe del Dahu rendono oltremodo difficile la riproduzione stessa: insigni studiosi affermano che, nella stagione degli amori, il Dahu maschio compie percorsi di addirittura decine di chilometri, nel tentativo di rispondere al richiamo della femmina.
La situazione si complica però nel momento in cui i due si trovano finalmente a pochi passi l’uno dall’altro: dal momento che le zampette corte poggiano sullo stesso fianco della montagna, l’accoppiamento risulta, inevitabilmente, oltremodo problematico.

E’ questo il motivo per cui – conclude mestamente un sito – "la riproduzione del Dahu avviene soprattutto per trasmissione orale, negli ambienti di alpinisti, cacciatori, ecc. Tuttavia ciò non garantisce la sopravvivenza della specie" aggiunge tristemente l’autore del sito web: i Dahu sono anzi "in pericolo di estinzione, a causa dei cambiamenti nei nostri comportamenti culturali".

In tal senso, l’iniziativa di adottare un Dahu quale mascotte per le Universiadi di Torino, pare una scelta animalistica di grande pregio e valore. Hanno un bel dire, dal sito delle Universiadi, che "il simpatico quadrupede alpino rispecchia in pieno lo spirito goliardico e quel pizzico di follia che nella vita non deve mai mancare": sono scuse, le loro, per nascondere lo spirito di animalisti che in maniera evidente cova in loro.
Se i Dahu si riproducono per trasmissione orale – o scritta che sia, insomma – chissà quanti piccoli cuccioli di Dahu nasceranno, da questa acuta iniziativa ecologico-commerciale.

Chissà quanti piccoli cuccioli di Dahu nasceranno, addirittura, semplicemente grazie a questo mio post: in compagnia del mio Dahu-mascotte, attendo con ansia materna di vedere crescere, diffondersi e riprodursi la nostra personale nidiata di cuccioli. Un Dahu a lettore, ed un secondo Dahu ad amico del lettore – se il lettore vorrà raccontare a sua volta, a qualcuno, la buffa leggenda – e ce n’è da ripopolare tutte le Alpi.

Il mio Dahu freme, nell’attesa che i suoi cuccioli consimili prendano a colonizzare tutta la terra.
Dal canto mio, io cerco di addolcirgli la pillola – ché, ovviamente, a me è capitato il Dahu in crisi esistenziale, povera mascottina mia.
E’ cresciuto, fra indifferenza di ragazze intirizzite e perentorie affermazioni: "Tu sei la rappresentazione artistica del Danubio Blu".
Non abbiamo ancora capito da dove la ragazza intirizzita abbia tirato fuori questa bislacca convinzione, ma io vi posso assicurare che il mio Dahu ha avuto un forte shock nello scoprire la sua vera identità.
Era convinto di essere un famoso fiume, ed ha scoperto – così, su due piedi – di essere un ridicolo animale inesistente e – persino nella sua inesistenza – a rischio di entinzione.

E’ un Dahu psicologicamente molto provato, ve lo posso assicurare.
Speriamo che l’imminente paternità possa alleviare i suoi dolori.

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