Promesse dell'Orienteering

Partire dalla propria casa per arrivare in un posto del tutto sconosciuto, è, sempre, un azzardo.
Partire dalla propria casa senza uno straccio di navigatore satellitare o di navigatore umano con apposita mappina, “perché tanto” – afferma il capofamiglia – “io so già tutto”, vuol dire essere scemi e dare troppo retta al capofamiglia.
Partire in queste condizioni, diretti verso le nebbiose pianure della Bassa Padana, con l’unico pensiero di “Mah, speriamo non ci sia troppa nebbia: ieri Caroselli non ha parlato di nebbia verso Pavia…” vuol dire, decisamente, essere scemi. Ed affidarsi un po’ troppo alla bontà divina – e, come dice spesso un mio insegnante, “Dio, sì, ci fa le noci; ma poi non ce le spacca”.

Pieni di buone intenzioni e di sincere speranze, dunque, partiamo.
Dopo un’ora di viaggio, ci siamo già persi. Affrontate lunghe peregrinazioni in sperduti paesini dalla affascinante fauna locale, ivi comprese tre vecchiette che – zoccoli ai piedi, ed un fazzoletto sulla testa a coprirne i capelli! – camminano nel bel mezzo della strada sbarrando gli occhi, costernate, nel momento in cui vedono una automobile avvicinarsi, presi dalla disperazione decidiamo di scendere e di chiedere indicazioni.
Degno di nota è il nostro ingresso in un piccolo bar, accompagnato dalla richiesta: “Per cortesia, un cappuccino e due marocchini. E poi, soprattutto… dove siamo?”.
Degna di nota è stata anche la laconica risposta: “Lomellina”. E noi a roderci il fegato, perché – grazie tante! – lo intuivamo anche noi di essere nella zona della Lomellina: era così divertente, per quella barista, prendersi gioco degli stranieri? Come se da noi arrivasse un turista lombardo, e noi ci divertissimo a rispondere, ad una richiesta di informazioni, con qualcosa come un “Sì, siamo in Piemonte”.
Dopo cinque minuti, però, scopriamo di esserci per davvero, a Lomellina: siamo in un posto che si chiama proprio "Valle Lomellina".
Il fatto che i 46,5 chilometri che separano Valle Lomellina da Pavia, vengano percorsi, da noi, in qualcosa tipo un’ora e mezza di automobile, la dice lunga, in ogni caso, sulla veridicità della incontestabile affermazione paterna “Non c’è bisogno di mappe, Lucia. So già tutto. Non ci va mica niente ad orientarsi. Insomma! Sono stato un alpino!”.
Evidentemente, agli alpini insegnano ad orientarsi sui monti, e non nelle pianure lombarde.

Il viaggio, in ogni caso, va a buon fine. Dopo circa tre ore e un quarto, arriviamo finalmente alle porte della città di Pavia, con, nella mente e nel cuore, le entusiastiche parole di due Pavesi di nostra conoscenza: “Beh, sì, da Torino a Pavia, in macchina… beh, ci vorrà un’oretta e venti, un’oretta e mezza…”.

Arrivati nella zona degli ospedali, la prima cosa che vediamo è un caloroso segno di benvenuto: su uno dei muri, un Pavese ha scritto, a mo’ di murales, un “LUCIA” dedicato a chissà quale giovane innamorata. Ad ogni modo, si entra in una città e si viene accolti da un “LUCIA” scritto a lettere cubitali… fa proprio piacere, che gentili questi pavesi.
E sorridenti proseguiamo verso il Centro, seguendo, fiduciosi, le indicazioni dei cartelli stradali.

Dopo cinque minuti, un nuovo “LUCIA”. Ma guarda che spirito di ospitalità!
Dopo dieci minuti, un nuovo “LUCIA”. Mamma mia, questo qua doveva proprio essere innamorato cotto, eh…
Dopo venti minuti, del centro nessuna traccia, ma altri tre “LUCIA” collezionati.
E si scoprì così che Lucia ed i suoi genitori stavano ossessivamente girando in tondo attorno al Policlinico.

Da menzionare, ancora, la rara capacità di Lucia e famiglia di spendere oltre trenta euro per due pizze ed una insalata.
Da menzionare la telefonata che – giuro! – Lucia ha ricevuto nel bel mezzo di una visita all’Università: da Torino la cercavano urgentemente, una ragazzina doveva preparare un elaborato sulle Universiadi e aveva assolutamente bisogno di informazioni sui Dahu. Non è che Lucia sarebbe stata così gentile da fornirgliene?
Quantomeno, la mia campagna di sensibilizzazione funziona. Suppongo che ora anche l’Università di Pavia sia piena di piccoli dahu zampettanti, alla disperata ricerca di strapiombi e montagne.

Da menzionare sarebbero tante altre belle cose viste, fatte e pure fotografate, in perfetto stile "turista-giapponese", ma tutto questo finirebbe, inevitabilmente, per togliere spazio e pathos a quelle che sono state le condizioni meteorologiche con la quale i tre sventurati sono stati costretti a viaggiare. Perché, a riprova del fatto che la Provvidenza c’è ed è provvida, ma non passa la vita a far spuntare il sole per le famigliole in viaggio, ad un certo punto del tragitto, la nostra macchina è stata inghiottita da un mare di nebbia.
E tutto quello che si vedeva, era nebbia: nebbia davanti, nebbia dietro, nebbia in alto, nebbia sul cemento dell’autostrada. Navigavamo in un mare bianco.
Percorrendo un lungo ponte, ci siamo ritrovati nella affascinante situazione di vedere – letteralmente – solo bianca nebbiolina. Davanti, dietro, in cielo, verso il basso.

“Secondo me siamo morti” ho sentenziato, serissima, ad un certo punto. “A causa della nebbia abbiamo avuto un incidente, in cui siamo morti, ed adesso stiamo proseguendo il nostro viaggio nell’Aldilà. Vedete? Siamo già sulle nuvolette”.

Ad ogni modo, nel nostro Aldilà esiste un letto caldo e morbido, una connessione a Internet, una fornita biblioteca. Direi che non c’è da lamentarsi, in fondo in fondo. Potevamo sempre finire in un burrone incandescente, e venire circondati da omini rossi a punzecchiarci coi forconi.

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