La MammadiLucia entra, cautamente, nella stanza della giovane figlia. E, cautamente, si avvicina alla scrivania sulla quale la figlia è china, ininterrottamente, da ore.
"Lucia… sei sicura di sentirti bene, sì?"
"Certo mamma. Benone"
"Non hai niente da fare per domani? Non so… studio, compiti?"
"No mamma. Ho già fatto tutto"
"Non vuoi guardare la televisione, allora? O leggere un buon libro?"
"Non posso mamma. Devo fare questo, lo sai".
La MammadiLucia sospira. "Sì, lo so, Lucia, me lo hai spiegato. Ma davvero non capisco il motivo per cui tu stai ritagliando, da due giorni, dei cerchietti di due centimetri di diametro dalle teglie del cuki per le pizze. Non ha senso. Sembri una pazza. Mia figlia ha trascorso gli ultimi due giorni a ritagliare cerchietti dalle mie teglie per le pizze. Non è normale".
Anche Lucia, per simpatia, sospira. "Te l’ho detto mamma. E’ per la pila. A scuola siamo stati incaricati di preparare una presentazione sulla pila. E vogliamo creare una pila di Volta. Con le monetine da cinque cents, scottex imbevuto di acido, e alluminio. Sto ritagliando l’alluminio a forma di monetina da cinque cents. Poi passerò allo scottex. Te l’ho spiegato, mamma, non è che sono diventata pazza. E’ per motivi di studio. Validi motivi.
La MammadiLucia scuote il capo, rassegnata. "Sarà…" e sospira, sconsolata, lanciando uno sguardo alla scrivania della figlia. "Resta il fatto che questo tavolo è inquietante, sembra che ci lavori sopra un internato in una clinica psichiatrica…"
Lucia sbuffa, con l’aria propria del genio incompreso. "Anche Einstein sembrava un pazzo, dicevano i suoi contemporanei: eppure ha inventato la teoria della relatività"
IlpapàdiAndrea entra, cautamente e anche piuttosto timorosamente, nel capannone in cui il giovane figlio è chiuso. E, cautamente e anche piuttosto timorosamente, si avvicina al tavolo da lavoro sul quale il figlio è chino, ininterrottamente, da ore.
"Andrea… sei sicuro di sentirti bene, sì?"
"Certo papà. Benone".
IlpapàdiAndrea inclina leggermente il capo, lanciando una occhiata, al di sopra della spalla del figlio, a quello che il giovane sta combinando.
Su una base di legno, cavi elettrici si intrecciano e si collegano, confluendo in un timer che sta, attualmente, facendo un conto alla rovescia. Dieci minuti e cinquantanove, dieci minuti e cinquantotto, dieci minuti e cinquantasette, dieci minuti e cinquantasei…
"Andrea… sei sicuro di non avere problemi, sì?" rincara il genitore.
"Certo!"
"Litigato con la mamma?"
"No, perché?"
"Problemi a scuola?"
"Per nulla, papà… cosa ti prende con tutte ‘ste domande?".
IlpapàdiAndrea prende un profondo respiro. "Figliolo… stai tentando di costruire una bomba?"
Andrea scoppia a ridere, scuotendo il capo. "No, nessuna bomba: solo una pila… la pila di Volta. Mi sono offerto per un approfondimento, e poi una mia compagna di classe, che a sua volta s’è offerta, ha trovato una spiegazione per creare una pila di Volta fai-da-te, e se davvero funziona domani saremo in grado di far attivare con la pila questo timer. Stavo testando il circuito, funziona. Ora prendo anche una lampadina e la collego ai cavi, così si accende".
IlpapàdiAndrea storce la bocca in una smorfia, lanciando una nuova, più incuriosita occhiata all’impianto sul quale il figlio ha ripreso a martellare. "Sarà…". E dopo una breve pausa di riflessione aggiunge, determinato: "Comunque io ti avviso prima: non ti vengo a prendere in prigione se ti arrestano come Unabomber, sappilo".
Scuola di Lucia e Andrea. Lunedì pomeriggio. Interno giorno.
E’ un momento di grande fervore nella classe dei due ragazzi, finite le lezioni e consumato un pasto rapido tanto quanto frugale.
Andrea poggia sulla cattedra un impianto elettrico che fa strabuzzare gli occhi a Lucia, la quale si perde nel groviglio di fili marroni e azzurrini che si intersecano, si avvolgono, si distendono, si collegano.
Lucia versa sulla cattedra tre barattolini di dischetti, rispondendo nel modo più elusivo possibile alle sconcertate domande: "santo cielo, ma quanto ci hai messo?".
La bidella entra nella classe col suo carrello di scope, strofinacci e detersivi, e sbarra gli occhi nel vedere la cattedra occupata da cavi elettrici, martelli, tenaglie, e guanti da chirurgo.
"Stiamo preparando un esperimento di Fisica" la rassicurano frettolosamente i ragazzi, ma con scarso successo: la bidella impallidisce, sincerandosi subito "Ah! Ma non è una cosa pericolosa, eh?".
La rassicurante risposta non pare convincerla appieno, giacché la donna finisce il suo lavoro in fretta e furia prima di scomparire portando con sé il suo grosso carrello di scopettoni e strofinacci.
La scuola via via si popola di professori tornati nell’Istituto, chi per i corsi di ripetizione, chi per i corsi si avvicinamento al Greco per le Medie, chi per l’assistenza al doposcuola.
Tutti, l’uno dopo l’altro, si avvicinano incuriositi alla classe in cui i cavi elettrici troneggiano e fanno da padroni. Si avvicinano incuriositi, storcono il naso, spalancano gli occhi, ed immutabile arriva la fatidica domanda: "e voi cosa state combinando, ragazzi?"
"Prepariamo una Pila di Volta, professore… per una ricerca di Fisica"
"Ah! Ma che bello! E funziona?"
"Stiamo per provare. Ma dovrebbe…"
"Ah! Ma che bello! E lo portate all’esame?"
"Ma no, che umiliazione, io coi miei cerchiolini di scottex? All’esame? Per carità, è solo una cosa così, tanto per fare…"
"Ah! Ma che bello! Complimenti!".
"Cosa stiamo facendo, professoressa? Prepariamo una Pila di Volta, per una ricerca di Fisica"
"State facendo cosa?"
"Una pila"
"Una pila?"
"Di Volta"
"Ma è complicato!"
"Non sembra così tanto: adesso proviamo, ma pare fattibile"
"Ma non vi verrà mai, ve ne rendete conto?"
"Insomma, sia un po’ ottimista!"
"Vedremo, vedremo…"
"Buongiorno professore! Prepariamo una Pila, per la ricerca di Fisica…"
"Ah". Sguardo sconvolto.
"Non è così complicato…"
"Ah". Sguardo intimorito.
"E’ una bella esperienza, no?"
"Sì sì". E si allontana frettolosamente.
"Salve professoressa!"
"Ciao ragazzi. Cosa state facendo, però? Devo chiedervelo: che è ‘sto affare?"
"Oh, nulla di che… stiamo solo tentando di far esplodere la scuola…"
"Di…?"
"Far esplodere la scuola. Ma Lei non si deve preoccupare: tanto lavora anche in un altro istituto, no?".
Mentre si suddivide l’alluminio dal rame, mentre si collegano i cavi e si testa il circuito, mentre si versa il sale in un bicchiere di acqua per creare la soluzione acida necessaria… mentre si fa tutto questo, nella classe entra il professore di Filosofia. Accompagnato da un ragazzo della Prima Liceo, che, con aria da martirio, si avvia verso un banco con un foglio protocollo sotto il braccio.
Dopo l’immancabile "cosa state facendo?", il professore, stanco, spiega che non ci sono più classi libere nel corridoio. E lui deve far recuperare un compito scritto a questo ragazzo: danno tanto fastidio, se si mettono in un angolino e fanno il compito?
Ma no, per carità, ci mancherebbe, facciano pure.
E fu così che quel povero ragazzo, fra una apologia di Socrate ed un simposio di Platone, divenne muto e sconcertato testimone delle nostre peripezie.
"Andrea, non è possibile però che questa soluzione sia satura già solo con un cucchiaino di sale. E’ un bicchiere di acqua, caspita, non può essere satura con un solo cucchiaino. Figuriamoci se basta per far passare la corrente"
"Fammi sentire. Sì, è come pensavo. E’ che l’acqua è fredda. Altro che energia cinetica, quest’acqua è gelata: se io fossi un atomo me ne starei immobile e senza fiatare, figuriamoci se mi sciolgo. Dobbiamo riscaldarla"
"Wow, riscaldiamo l’acqua… tu ti sei ricordato di metterlo in cartella, il forno? Io l’ho lasciato a casa…"
E fu così che Lucia, dopo una occhiataccia del suo compagno, finì a tenere in equilibrio il bicchiere d’acqua sul termosifone, sotto lo sguardo sconcertato dello studente di Filosofia della Prima Liceo.
Nel momento in cui Lucia si è stufata di tenere in equilibrio il bicchiere d’acqua sul termosifone, ed ha quindi dichiarato che l’acqua si è scaldata a sufficienza, si procede al montaggio della pila vera e propria. Disciolto altro sale nell’acqua (che peraltro a Lucia sembrava leggermente più fredda di cinque minuti prima), si procede alla parte pratica. Andrea si autoincarica come impilatore ufficiale, mentre Lucia avrà il gravoso compito di passargli le pezzuole immerse nel sale. E la moneta. E l’alluminio.
"Rame. Scottex. Alluminio. Rame. Scottex. Alluminio. Rame. Scottex. Alluminio. Rame. Scottex. Alluminio. Rame. Scottex. All… ehi, ho detto Scottex, questi sono cinque cents!"
"Scusa. Scottex. Mi ero confusa"
"Di nulla, capita. Alluminio. Brava. Rame. Scottex. Alluminio. Rame. Scottex. Alluminio. Rame. Scottex…"
"Andrea?"
"Sì?"
"Capisco che tu vuoi fare il medico, ma non ti sembro un po’ una ferrista in camera operatoria?"
Lui non risponde nemmeno, allungando la mano destra verso il mucchietto di alluminio.
Chino sul suo banco, lo studente di Filosofia di Prima Liceo fissa il foglio ad occhi socchiusi, ripetendo come un mantra la litania che viene dalla cattedra.
Rame. Scottex. Alluminio.
Il momento in cui la pila viene ultimata è un momento di grande tensione.
Non resta che chiudere il circuito: e la lampadina magicamente si accenderà.
Il professore di Filosofia curioso occhieggia dal fondo della classe, dove sta controllando lo studente di Prima Liceo.
Lo studente di Prima Liceo solleva lo sguardo e chiede al professore il permesso di fermarsi un attimo e di venire a vedere la pila da vicino, ché adesso si è incuriosito.
Il professore annuisce emulando un teatrale sospiro, affrettandosi tuttavia lui per primo ad avvicinarsi alla cattedra e conquistarsi una buona visuale.
Lucia fissa la lampadina con le mani congiunte che lasciano colare sulla cattedra goccioloni di acqua e sale.
Ad Andrea brillano gli occhi nel momento in cui alza una barra di legno e chiude il circuito, permettendo alla corrente di circolare.
Ed è il momento di estrema tensione.
Otto pupille sono puntate sulla lampadina, in spasmodica attesa.
Il respiro è trattenuto, mentre tutti fissano, in un crescendo di coinvolgimento e emozione, la lampadina che sta per accendersi.
E…
"… E adesso che abbiamo visto che non funziona, cosa facciamo?" domanda Andrea dopo una novantina di secondi di silenzio e di attesa.
"Forse è l’acqua troppo poco salata?" azzarda Lucia, incerta.
"Forse ha una potenza troppo bassa… o forse semplicemente non funziona" constata piano il professore.
"Forse una moneta deve essere carica" azzarda lo studente di Prima Liceo.
"Forse dovreste strofinare la pila contro un panno di lana", suggerisce premuroso l’insegnante.
"Il circuito funziona: ieri l’ho testato con una pila e funzionava, quindi non è un problema ai fili" rincara Andrea.
"No, no, è l’acqua" ribatte Lucia. "O forse la corrente è passata via via, mentre noi mettevamo rame su rame e scottex su scottex"
"Ma come fa a passare, il circuito mica era chiuso"
"No, è l’Effetto Volta, l’ho studiato, passa automaticamente. C’è una differenza di potenziale"
"E quindi proviamo a fare un’altra pila e ci versiamo sopra la soluzione all’ultimo momento?"
"Può essere una idea"
"Sah, torna al tuo banco e finisci il tuo compito in classe" sospira il professore.
Il ragazzo di Prima Liceo sbuffa, allontanandosi, non prima di aver sussurrato un veloce e disperato "qual è la seconda accusa mossa a Socrate?" che cadrà nel nulla.
Andrea si rimette sul posto di combattimento: "Rame! Scottex! Alluminio!".
Lucia torna a fare la ferrista, lanciando di tanto in tanto occhiate allo studente di Prima Liceo che fissa il foglio protocollo strabuzzando gli occhi e sospirando infelice.
L’esperimento successivo è accolto con entusiasmo molto minore.
Il ragazzo di Prima Liceo si limita a sollevare lo sguardo dal foglio, mentre il professore si avvicina di qualche passo appena, per curiosare.
Lucia sospira desolata, lasciandosi cadere abbattuta su una sedia, nel momento in cui la lampadina resta ostinatamente spenta. Andrea sbuffa e colpisce la cattedra con un pugno: "Non può non funzionare! Non può tecnicamente non funzionare!".
Il ragazzo di Prima Liceo scuote il capo con fare scettico, sentenziando con tono da saputello "ma perché mai complicarsi la vita andandosi ad imbarcare in imprese di questo tipo? Ma guarda te che gente…"