Personale

Fuochi lontani

E’ una usanza tipica delle estati in Golfo, già consolidata ai tempi dei miei genitori. Ogni anno, a Ferragosto o nel giorno che segue San Lorenzo, due spari squarciano il cielo buio della notte.
Chi è sul Lungomare si affretta per trovare una panchina con una buona visuale. Chi è in casa si infila svelto un paio di ciabatte e scende in strada, o fa capolino dal balcone. Centoventi secondi, non uno di più, per prepararsi allo spettacolo più bello: una cascata di luci e di colori, con le girandole variopinte dei fuochi d’artificio.
Quando eravamo ancora due bambine, io e l’Amica Ritrovata aspettavamo l’evento per tutto il giorno. Poi, al primo sparo nel cielo immobile, correvamo in strada e ci attendevamo lì sotto alla palma, all’incrocio fra la nostra via e il Lungomare: sorridevamo e ci prendevamo per mano, e poi via, verso il mare, verso la spiaggia.
Ci buttavamo sui due lettini sotto il mio ombrellone, in una spiaggia deserta con la sabbia che scivolava, umida di sera, fra le nostre dita e nei sandali. E poi un terzo sparo lanciava in aria una saetta rossa, che saliva fino al cielo e esplodeva in un boato di scintille: e le luci si riflettevano sul mare e nei nostri occhi bambini, pazzi di emozione e gioia.
E noi, in quelle calde e indimenticabili serate, i fuochi di artificio ce li mangiavamo.
Ce li mangiavamo, sì, perché ogni fuoco di artificio ha un gusto, come sanno tutti i bambini con abbastanza coraggio per provare, e come ignorano tutti gli adulti irreparabilmente privi di un pizzico di fantasia.
I fuochi di artificio hanno un sapore, e in quelle sere di tempi lontani noi li assaporavamo tutti, uno per uno, gioiose e avidamente.
Una spruzzata di cannella, per l’esplosione che accendeva il cielo di riflessi dorati.
Una spolverata di zucchero a velo, per le scintille bianche che planavano sul mare dolcemente.
Un sorso di limonata, quando nel cielo rimbombava uno scoppio e le onde del mare si tingevano di giallo.
Un bicchiere fresco di latte e menta, quando le luci bianche e verdi illuminavano a giorno il cielo stellato.
“Assaggia questo!”, gridava l’Amica. “Sa di lampone!”.
“Ne viene un altro!”, e puntavo il dito su una saetta lontana. “Sarà al ribes, ci scommetto!”.
Mangiavamo colori per tutta la serata, e risplendeva una gioia, nei nostri occhi, che dopo quei giorni raramente ho rivisto. Poi un crescere di luci e esplosioni segnava la fine dello spettacolo, e noi ci rimettevamo in piedi e ci allontanavamo, vicine e silenziose, frastornate da tanta grazia, mentre la folla dei turisti ci oltrepassava.
La mattina dopo ci reincontravamo, e immancabile arrivava la consueta domanda: “hai dormito bene, stanotte?”.
“Mh, no”, rispondeva l’altra, con un vistoso sospiro teatrale. “Ho mangiato troppo ieri sera. Devo aver fatto indigestione”.
E poi ci guardavamo e ridevamo, con quello sguardo complice e gioioso che hanno solo i bambini.

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