Personale

Il degno epilogo

Guido ci diede dentro con l’acceleratore, lanciando occhiate ansiose all’orologio della sua automobile.
Povera Lucia. Lo stava aspettando, felice, così fiduciosamente: e, per una volta che gli chiedeva un favore, suo padre non era capace di aiutarla. Gliel’aveva promesso, sì, di essere a Pavia alle dieci in punto, in modo tale da poterla riportare a Torino per quel pranzo importante cui lei non poteva mancare, ma aveva trovato coda sull’autostrada, e si era già fatto tardi…
Guido inchiodò non appena arrivato davanti alla casa di sua figlia, e letteralmente volò su per i tre piani di scale. Aveva un respiro vagamente asmatico nel momento in cui si accasciò sul campanello suonandolo a ripetizione, ma Lucia gli venne ad aprire con un grande sorriso disteso. Sembrava rilassata e tranquilla.
“Aspetta, papà”, disse placida la ragazza. “Fai piano quando entri, o lui si spaventa… sai, è un po’ timido, non gli piacciono gli estranei…”.
Guido si aggrappò allo stipite della porta, cercando affannosamente di inspirare un po’ d’aria. “Lui… lui chi?”, ansimò debolmente.
“Lui!”, ripeté la figlia con un grande sorriso. “Il mio tesoro! Ci siamo fatti belli, stamattina, per te: eravamo tutti contenti per il tuo arrivo – pensa, ci siamo persino fatti una doccia!”.
Guido aggrottò le sopracciglia, caracollando oltre la soglia. “Mi… mi hai fatto fare tutta questa corsa”, mormorò fra i singulti, “perché volevi presentarmi il tuo nuovo ragazzo? E mi dici pure che vi siete fatti assieme una doccia per accogliermi?”, aggiunse piccato, dopo una breve riflessione.
Lucia scoppiò a ridere, inondando la stanza di una risata dolce e cristallina. “Ma che ragazzo! Sto parlando di lui! Vieni qui, Pago! Vieni dal nonno!”. Lucia si chinò, e picchiò le mani sulle cosce.
E poi, nel corridoio che portava alla camera da letto, una sagoma emerse lentamente dallombra.
Era grosso, brutto, spennacchiato, ondeggiante, ed aveva un grazioso fiocchetto rosso legato attorno al collo. Era Pago, ed era un condor.

“Oddio! E che è ‘sto coso?”, gridò Guido, facendo un salto indietro.
Pago si bloccò a metà salotto, zampettando timidamente verso Lucia e infilandole la testa nel grembo. Lucia lanciò a suo padre una occhiata di disapprovazione profonda, e prese a carezzare il condor e a baciargli la zucca pelata. “E’ Pago, il mio animaletto domestico”, sibilò a Guido in tono glaciale. “E tu non ti sei comportato per niente bene, con lui. E’ un condor molto sensibile”.
“Sì, ma… ma…”. Passandosi una mano fra i capelli che non aveva, Guido si lasciò cadere mollemente su una sedia. “Sì, Lucia, ma è un condor. Se volevi compagnia, non potevi prenderti… che so… un micetto?”.
Lucia si chinò sull’orecchio del condor, per sussurrargli parole dolci d’affetto. “Beh, io ho trovato solo un condor”, replicò infine al padre, in tono di sufficienza. “Non è che lo volessi, è che un giorno sono andata a stendere il bucato e me lo sono ritrovato sul balcone. L’ho mandato via, certo”, aggiunse frettolosamente, “ma dopo qualche minuto lui è tornato, e stava lì, e becchettava sul vetro della finestra, e pregava per poter entrare, ed era tanto carino…” (Guido inarcò le sopracciglia, educatamente). “E allora, insomma, l’ho fatto entrare e è diventato il mio animaletto domestico!”, concluse Lucia, entusiasticamente. “E’ gentile, è buono, si mangia i miei rifiuti, e soprattutto è in buona salute e non mi va a morire sotto il letto: gli voglio bene” – e diede un grosso bacio sulla pelata del condor – “e vivremo assieme in eterno!”.



Questo, il sogno che ha fatto stanotte mio padre, dopo che al telefono gli avevo raccontato sconvolta il mio ultimo record del mondo.

In compenso, stamattina, appollaiato sul balcone, non c’era nessun condor ma c’erano tre corvi.
Se non mi leggete più, sapete cosa mi è successo.

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